Nel mondo dei libri: bizzarrie

Part 7

Chapter 73,675 wordsPublic domain

I volumi furono ben accolti e per molti anni nessuno fiatò. Ma a poco a poco, prima a bassa voce, e poi in tono alto, si incominciò a dire che il Leopardi non aveva colto nel segno. Un bel lavoro il suo, un lavoro di polso, ma non alla portata di tutti. Diamine, neppure una nota, neppure una parola di commento! Quella Crestomazia può servire per i letterati, non per le scuole e molto meno per il pubblico. Bisogna battere un'altra strada. Il materiale classico vuol essere sfrondato, condito e reso più appetitoso con delle noticine. Così pensò il Fornaciari nel comporre i due _Esempi di bello scrivere_. Dico _comporre_, non compilare, perchè il suo fu un lavoro accurato e scrupoloso: ad ogni passo considerazioni, annotazioni di lingua e di stile. Nel volume di prosa _mille note_, in quello di poesia _millequattrocentotrentasei_. Crepi l'avarizia! E poi “ho procurato — egli dice nella prefazione — che ciascuna prosetta possa stare da sè ed abbia il suo principio, il suo mezzo e il suo fine e non sia come un membro staccato da altri membri, ma come un piccolo corpo con tutte le sue parti belle e proporzionate.„ I due volumi ebbero fortuna: entrarono nelle scuole per dire a maestri e a scolari come bisogna studiare la lingua italiana e come estrarre il miele dai fiori.

Ma il Fornaciari è un po' troppo purista. Che severità, che intransigenza! E come sapete il rigore non piace. Specie in materia di lingua vorremmo essere liberi come gli uccelli. No, gli _Esempî_ del Fornaciari dilettano poco. Il giovane studente si annoia con tante note e noticine, e manda a quel paese esempi e precetti. Un'antologia deve essere un'antologia, non una grammatica o un manuale di stilistica. Oh! credete davvero che i giovani imparano a scrivere con questi brani di autori famosi, lardellati da note e noticine? Per imparare a scrivere si è detto sempre che bisogna sentire, ma quando si leggono, si studiano, si mandano a memoria questi brani, nulla si sente, all'infuori di un forte dolore di testa.

Per fortuna questa verità incominciò a farsi strada, e a poco a poco vennero fuori altre antologie, che davano quasi il benservito agli scrittori antichi. Poco Petrarca, poco Sacchetti e compagni, pochissimo Filicaia. Niente Iacopi e Iacoponi, niente Cavalcanti, niente Bembo. Fuori i tre Padri: Segneri, Cesari, Bartoli; fuori gli storici fiorentini col loro Segretario; fuori le nenie e le canzonette amorose del secolo d'oro e d'argento!

Il giovane vuol essere allettato, divertito da letture piacevoli, da pezzettini moderni. Occorre roba nuova, roba fresca, roba brillante.

E questa roba fresca o quasi fresca ce la dà il Marchesani, il Martini, il Pascoli; ce la danno le coppie: Carducci e Brilli, Mestica e Orlando, Fabbro e Marco. Alcuni, come il Morandi e il Martini, scrivono semplicemente _Prose e Poesie Italiane_, il Pascoli si diletta di titoli poetici: _Fior da Fiore_, _Sul limitare_; il Boni, come per stuzzicare l'appetito, ci dà _La lingua viva_; la ditta Nota e Fontana: _Pagine gaie e pagine forti_.

E questi signori si dividono nelle nostre scuole il servizio dell'italiano. Un anno tocca al Morandi, e Stefano Lapi per il 1.º Ottobre prepara una bellissima nuova edizione delle _Prose e Poesie_, arricchite da un appendice poetico. Nel nuovo anno scolastico il Morandi si ritira, si presenta il Pascoli e tutti i ginnasi del Regno sono pieni di _Fior da Fiore_. Fiori, fiori da per tutto! Ed è giusto: senza fiori non si possono avere frutti. Poi viene la volta del Martini, poi quella del Mestica e collega, poi quella del Lipparini, poi... s'incomincia da capo. Ma c'è un accordo dunque tra loro? Chi lo sa? Bisognerebbe domandare a quei papaveri della Minerva!

Del resto, salvo piccoli inconvenienti, queste antologie meritano encomi: sono redatte da bravi professori, i quali sanno meglio degli altri dove mettere le mani. È regola generale: a chi sa dove mettere le mani bisogna battere le medesime!

Ci dispiace però che questo genere didattico è oggi sfruttato da una turba di novizi.

Un tempo tutti quelli che non potevano entrare nella repubblica letteraria con qualche lavoro originale, si aggrappavano a Dante, dichiarandosi solennemente commentatori del Sommo Poeta. Ricordate il Biagioli. Il poveretto, che non ne imbroccava una, si dette a Dante, e dopo molti anni di studio e di elucubrazioni si sgravò di un commento, famoso solo per le continue diatribe contro il gesuita Lombardi, un altro illuso, che tentò uscire dall'oscurità, facendosi un po' rischiarare dal Poeta.

Ma oggi Dante è lasciato in pace da questi letterati di bassa forza, sia perchè un commento, anche mediocre, costa lavoro, sia perchè il numero dei compratori sarebbe molto esiguo: ognuno di noi n'è provvisto a sazietà. Si danno quindi a pubblicare antologie. Basta afferrare dalle opere classiche i brani più notevoli, appiccicarvi delle noticine, così dette storiche, filologiche o estetiche, e l'antologia è bella e fatta.

Credo che impieghi più tempo il vostro cuoco a prepararvi una fetta di _genovese_ che questi signori a manipolarvi un'antologia. Non crediate che io esageri. Il materiale è sempre pronto. Prendete due o quattro novelle del Gozzi, una decina di lettere familiari del Giusti (non tralasciate quella al nipote Giovannino, nè quella del Settembrini alla moglie) idem del Leopardi, del Manzoni, del Foscolo; due capitoli delle _Mie Prigioni_, un brano dei _Ricordi Autobiografici_ del Dupré e del D'Azeglio. Annaffiate tutta questa roba con qualche bozzetto del De Amicis, del Panzacchi, del D'Annunzio, del Capuana; seminate qua e là dei pensierini, dei precetti, delle massime, magari dei proverbi più fortunati; spargete di tanto in tanto una poesia del Giusti, del Monti, del Leopardi, del Carducci, senza dimenticare i _Sepolcri_, il _Cinque Maggio_, la _Ginestra_ e _Per una conchiglia fossile_ — componimenti che si trovano in tutte le antologie, perchè molto _facili_ — e il vostro lavoro è bello e compilato.

Se volete (e come non volerlo!) che il vostro libro sia accolto favorevolmente nel Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e sia adottato nelle Scuole Normali, Tecniche, Ginnasiali e Navali del Regno non tralasciate i principali fatti e figure del Risorgimento Italiano: un paio di pagine dell'Abba, del Guerzoni, del Bersezio, due o tre lettere di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, di Cavour, di Mazzini, qualche poesia patriottica del Berchet, del Carrer, del Mameli. Insomma bisogna aprire il fuoco con la battaglia di Maclodio e chiudere la festa con l'Inno di Garibaldi. Sì, sì, all'ultima pagina _si schiudon le tombe_! Se la vostra antologia fa addormentare i vivi, avrà il vanto di far risorgere i morti!

Tutto lo studio poi dovrà essere nella scelta del titolo. Occorre un bel titolo, un titolo sensazionale, un titolo che attiri. Oggi teniamo molto ai frontespizi delle persone e delle cose. Un bel titolo è come una gloriosa morte:

tutta la vita onora.

Dopo il titolo, la prefazione. _Qui si parrà la tua nobilitade_, qui bisogna far capire che di antologie ce ne sono, è vero, ma finora mancava un lavoro condotto con sani criteri; bisogna far capire che non siete stato spinto da sentimenti di vanagloria, ma dall'amore che portate ai giovani; e dopo un po' di sentimentalismo sulla gioventù italiana, _da cui la Patria molto aspetta_, conchiudere che siete grato a tutti quei professori che vorranno darvi consigli per una nuova edizione.

Dopo, portate tutta questa roba alla tipografia, raccomandatevi al vostro Deputato, affinchè a sua volta vi raccomandi al Consiglio Superiore, e la vostra antologia avrà fortuna!

E non vi fermate qui; v'è ancora da sfruttare. Dopo un paio di anni aggiungete qualche cosetta, mettete in coda un indice alfabetico, pochi cenni biografici e ripresentatela con la salutare bugia _interamente rifatta_.

Lettore, vi è saltato il grillo di prepararne una? Mettetevi all'opera, vi troverete bene per il nuovo anno scolastico!

L'ospedale.

Il pianterreno delle vostre librerie è l'ospizio di mendicità, la casa di salute, il ricovero per l'infanzia abbandonata, il ricettacolo di tutta la zavorra letteraria e scientifica.

Là gli storpi, gli sciancati, i colpiti alla testa, i moncherini, i ciarlatani, gli stupidi, i rompiscatole!

Sono libri vecchi, logori, scompaginati, senza principio e senza fine, che trovaste in casa e che non aveste il coraggio di buttare al fuoco; libri scolastici, che vi furono maestri nelle classi secondarie e che voi, fedele alla gratitudine umana, imbrattaste d'inchiostro, ornaste di sgorbi e di dipinti e in ultimo gettaste tra i ferri vecchi; conferenze, discorsi, che vi furono mandati _in omaggio_ e che voi, per semplice cortesia, non rimandaste all'autore _con sentite condoglianze_; giornali politici che si salvarono come per miracolo dagli artigli della vostra signora o dalle mani distruggitrici dei vostri bimbi; periodici letterari, cataloghi, annunzi bibliografici, numeri unici, giornaletti di provincia, che ricordano una nascita, una morte, un banchetto, una polemica, un'elezione politica o amministrativa, un... accidente qualsiasi.

Ma strano; voi aprite mille volte le librerie, cercate, rovistate, traslocate, ma non vi viene mai la voglia di mettere le mani su quel caos. Ci sarebbe da perdere la testa. Vedete: un avanzo di libro parla di guerre persiane e assire, un altro ricorda le regole del _Portoreale_, un terzo vi fa una mezza predica lunga e stucchevole sul Purgatorio, un quarto vi insegna che cosa sia il sillogismo e di quante parti consti; e in mezzo a questa roba mummificata, relazioni di banche, comparse di avvocati, contratti di locazione, valtzer per mandolino, lettere di famiglia!

Accanto ad una carta geografica trovate una pagina di giornale, che vi ricorda il matrimonio del Principe Umberto con Margherita di Savoia; qui, due sonetti per nozze, là, una dozzina di orazioni funebri, in cui chi piange davvero, è la povera grammatica. Libri di preghiera, fotografie sciupate, giornaletti umoristici, disegni rachitici, inviti per commemorazione, biglietti del sarto o del macellaio, cartoline illustrate e non illustrate. Che confusione, che torre di Babele!

E questo benedetto ospedale ingrossa a vista d'occhio. Ogni giorno nuovi ospiti. Vi arrivano lavoretti critici, saggi di traduzione, poesiole anemiche, novellucce soporifere, commedie lacrimevoli. Dove mettere questa manna? Nel cestino? No. Il cestino accoglie le lettere, la _reclame_ rompiscatole, la carta che sporcate voi! E poi vi farebbe l'animo di gettare nel cestino quel discorso del vostro Onorevole, quel programma amministrativo del vostro Sindaco, quella conferenza del medico di famiglia? Non leggete questa roba: sta bene, ma gettarla nel cestino, è troppo. Diavolo, si tratta di educazione! Il Decalogo ci dice che la roba altrui non si deve desiderare, ma quando questa roba ci viene offerta _in segno di omaggio, con i migliori saluti_ o con altri intingoli cordiali, bisogna trattarla bene.

Dunque, se non volete essere chiamato selvaggio mettetela a pianterreno, imbalsamatela, eternatela. I vostri figliuoli, a cui certamente lascerete queste preziose reliquie, vedranno con i propri occhi che i nostri Deputati, i nostri Sindaci... ciarlano e in che modo!

* * *

Disgraziatamente in questo caos vanno a finire i libri che più lavorano. Voi, ad esempio, avete sempre sul tavolo i _Promessi Sposi_. L'avete letto una volta, dieci volte, trenta volte, l'avete studiato, commentato, analizzato, ma non sapete dargli il benservito. Si sente il bisogno di gustare ogni mattina un pezzetto di quella prosa cristallina.

Ma il continuo uso consuma: quel libro si sciupa, si logora, si disfà. Un giorno va via la copertina, un altro giorno i quaderni non vogliono stare più insieme. “Debbo farlo rilegare!„ dite tra voi stesso e intanto si tira così. Ma un bel giorno, che è che non è, ne trovate sul tavolo una metà. E l'altra? Ne cercate nella camera da letto, sulle sedie, niente. Oh! dunque è scomparsa? Ne domandate ai figliuoli, alla domestica. Silenzio. Son tutti muti; tutti no, perchè la vostra signora, che ha gusto a darvi sempre torto, incomincia a dire che la colpa è vostra, che siete molto trascurato, che dovreste avere più cura dei libri, che... e continua la predica.

Voi intanto restate per un momento con quel coso in mano, poi l'adagiate nell'ospizio, con la speranza di ritrovare quanto prima l'altra metà. Ma dopo un paio di giorni ve ne siete già dimenticato e i _Promessi Sposi_ se ne staranno in eterno nell'angolo remoto a piangere la loro disgrazia. E non sono soli: ivi un terzo del _Paradiso perduto_, ivi un po' d'_Inferno_ commentato dal Biagioli, tre o quattro canti dell'_Iliade_, cinque quaderni dell'_Ivanhoe_, due libri dei _Miserabili_, dieci dispense di una _Storia della rivoluzione italiana_; un quarto di _Asino_ del Guerrazzi, insomma tutti quei libri collocati a riposo, non per limite di età, ma per grave infortunio in servizio.

* * *

Vi arriva una conferenza della Serao, una commedia del Traversi o del Rovetta, una prolusione del D'Ancona, un'ode del Pascoli; in mezz'ora si leggono, e dopo che farne di questi opuscoletti, che contano appena dieci, quindici pagine? Sono belli, sono interessanti, ma non hanno dorso, non hanno reni! I volumi ben nutriti, trovano il loro posto, ma questi libriccini non sappiamo proprio dove collocarli. Sono farfallette variopinte che svolazzano: sul tavolo, sulle sedie, sul comodino, nelle tasche del paletot, nella valigia, ne trovate da per tutto. Spesso ne scegliete otto, dieci dello stesso formato, li unite come in un mazzetto, li fate rilegare col modesto titolo _opuscoli_ o con l'altro tanto antipatico, ma molto in uso, di _miscellanea_.

È una fortuna però che tocca a pochi: la maggior parte di essi va a finire... all'ospedale. Colpa loro: si nascondono in un periodico letterario, entrano nella combriccola dei cataloghi, si seppelliscono vivi fra i giornali e naturalmente ne condividono la sorte. Chi volete che vada a scovarli?

* * *

Qualche volta, stando di malumore, aprite la libreria con l'animo deliberato di far piazza pulita. A che tutta quella zavorra, tutto quel vecchiume! Ciò che merita di essere conservato, si conservi, ma il resto in cucina, dal salumaio o... altrove!

Con santa pazienza tirate quella roba e incominciate lo spoglio. Avanti, avanti. Tutti fuori. Giudizio universale! Da principio si va alla svelta, non si guarda in faccia a nessuno. Invano quelle sacre reliquie chiedono pietà e misericordia. Siete deciso. Al fuoco! Al fuoco!

Ma che! a poco a poco vi fate prendere la mano. Gli occhi si fissano su una bella incisione. Com'è naturale questa bimba, che scherza col micino! Bella, sì, bella. Sarebbe un peccato! Mettiamola da parte. Importante questo catalogo dell'Hoepli: è del 1909, è recente, conserviamolo. Perbacco! La _lettera anonima_ del De Amicis! Ed io la credevo smarrita! Da parte. Una pastorale del Bonomelli! Il Bonomelli scrive bene! Da parte. _Tre surice dint'a nu mastrillo._ Ah! la ricordo questa farsa del Petito. Da parte. Teh! come è graziosa questa caricatura! Da parte. Questo giornaletto bisogna conservarlo: è la risposta che diedi a quello screanzato. Da parte. Un articolo di Domenico Oliva! Da parte. Un numero del _Marzocco_. Vediamo. Ah! sì, sì, c'è una poesia di Ada Negri. È inutile! Ada Negri è vera poetessa. Che versi! che armonia!

Le ore passano, voi vi divertite a leggere, a rievocare tanti ricordi del passato e quando il vostro figliuolo vi dice dall'altra stanza: “Papà, a tavola!„ voi vi scuotete come da un sogno delizioso.

Dunque bisogna bruciare queste carte?

No, no, dopo pranzo le rimetterete al loro posto. Quell'ospedale ha il suo valore!

I libri fortunati.

Quanto fruttò all'Alighieri la _Divina Commedia_? Neppure il becco di un quattrino. Noi, tardi nepoti, l'abbiamo coverto di alloro da capo a piedi, gli abbiamo messo in testa una ricca corona di lauro, l'abbiamo solennemente dichiarato il papà della poesia, ma il Sommo Poeta se ne morì povero e in esilio.

E l'Ariosto che cosa ebbe per l'_Orlando Furioso_? Danaro, zero. Egli stesso se ne lamentava con le Muse:

Apollo, tua mercè, tua mercè, santo Collegio delle Muse, io non possiedo Tanto per voi ch'io possa farmi un manto.

E sapreste trovarmi un solo poeta che fosse divenuto ricco per i suoi libri?

Alcuni vivevano con qualche agiatezza, perchè erano sussidiati, perchè riscuotevano una pensione come vecchi impiegati in ritiro, ma nessuno potè mai esclamare: “I miei libri mi hanno fruttato duecento, mille, tre mila zecchini!„

Anche dopo il Settecento, in cui il libro incominciò a mettersi in commercio, i poveri poeti ricavavano ben poco. Il Parini, ad esempio, doveva ricorrere alla generosità di un canonico per non vedersi morir di fame la propria madre; il Foscolo se ne andava ramingo per la Svizzera, per l'Inghilterra; e se il Monti viveva da signore, quel danaro gli veniva direttamente dalla Real Zecca, per i servizî speciali, che rendeva alla Corona.

E in Francia? I letterati dovevano andare col cappello in mano dall'editore e a stento ottenevano poche centinaia di lire. Basta per tutti il caso di Bruyere. Un giorno il grande e geniale filosofo si presenta dall'editore Michalet e cavando di tasca il manoscritto dei _Caratteri_, gli dice:

“Vuol pubblicare questo mio lavoro?„

L'altro resta per un momento sopra pensiero, poi risponde:

— Sa', io non potrei offrirle che dugento lire. —

“Vada per duecento.„

Dopo cinque anni il Michalet guadagnava con i _Caratteri_ trecento mila lire e il Bruyere, per vivere, doveva ricorrere alla munificenza del Principe di Condé!

Del resto fino a ieri si è detto che i letterati sono poveri, poveri in canna.

Una sera il Balzac, mentre si ritira a casa, proprio nel quartiere Marteuf, è aggredito da un ladro, il quale l'apostrofa col rituale dilemma: — o la borsa o la vita. —

Il Balzac scoppia in una sonora risata e stringendogli amichevolmente la mano, gli dice:

“La borsa? fratello mio, la borsa è vuota! Non sai che io sono un letterato?„

Il ladro sorride gli chiede venia e si allontana.

Eppure il Balzac mentiva. Al suo tempo i letterati di grido incominciavano a guadagnare qualche marengo. Lo Scott con i suoi romanzi arrivò a sei milioni e mezzo; il Dumas (padre) lasciò al figlio una rendita annua di lire 50 mila; il Sue, solo coll'_Ebreo Errante_, intascò molte migliaia di lire.

Ed oggi? Oggi un libro che incontra il favore del pubblico è una miniera inesauribile di gloria e di danaro. Un libro basta a farvi milionario e a sollevarvi nello stesso tempo tra gli alti papaveri della repubblica letteraria. E quando siete a quel posto, non ci sarà più bisogno di lavorare; potete passare la vita in divertimenti.

Quel libro, come un fertilissimo podere, ogni anno vi darà il suo invidiabile prodotto.

Questa fortuna però tocca a pochi.

Ogni giorno si pubblicano migliaia e migliaia di libri, ma gli autori non diventano milionari. Tutt'altro: la maggior parte vi rimette le spese. E perchè? perchè questi libri non scuotono il pubblico, il quale per natura è sonnacchioso e indifferente. Bisogna svegliarlo, entusiasmarlo, elettrizzarlo, stordirlo!

È molto difficile, non è vero? ed ecco perchè in cento anni, appena cinque o sei libri si possono chiamare fortunati!

* * *

Faccio una domanda. Che sarebbe stato del Manzoni se non avesse scritto i _Promessi Sposi_?

“Il Manzoni!„ — esclamerà qualcuno — oh non sapete che il Manzoni è un colosso? che appartiene alla schiera dei sommi maestri?„

Siamo perfettamente d'accordo; ma guardando bene quel colosso non vi pare che sia formato tutto di _Promessi Sposi_? Le tragedie si leggono, perchè sono sorelle dei _Promessi Sposi_; la _Morale Cattolica_ è generalmente ben vista, perchè appartiene alla medesima famiglia.

Siamo giusti; tutti gli onori che ebbe il Manzoni non furono dati esclusivamente all'autore dei _Promessi Sposi_? Perchè lo visitò lo Scott? perchè Vittorio Emanuele II, appena entrato in Milano, volle salutare il grande Lombardo?

C'è poco da discutere: il Manzoni è sugli altari per Renzo e Lucia!

Domandatene al Cantù, il quale lavorò fino a ottant'anni, scrisse un mondo di libri, ma non riuscì, malgrado la sua buona volontà, a mettere fuori un libro fortunato. Tentò la storia — che storia! — trentacinque grossi volumi, che pesano un quintale, tentò il romanzo, tentò la poesia, tentò la critica, tentò la letteratura popolare, fu impossibile; il libro fortunato non venne! E lui per consolarsi, dettò negli ultimi anni le _Reminiscenze Manzoniane_, come per dire: “Se non riuscì a me, riuscì al mio amico Sandro: è lo stesso!„

Ma lasciamo la celia! Il Cantù, nel citato libro, ci dice che gl'_Inni Sacri_, le _Tragedie_ e tutto quel manipolo di componimenti poetici passavano quasi inosservati. Il Rovani ce lo spiattella con più franchezza: “Del Manzoni non si conoscevano che gl'_Inni_ e le _Tragedie_, lette da pochi, disprezzate da molti.„

Ma dopo la pubblicazione dei _Promessi Sposi_, il Manzoni arrivò alle stelle.

Che successo! neppure i romanzi dello Scott e del Dumas ebbero tanta fortuna!

Sentite come scrive Giulia all'amico Fauriel:

“Debbo dirvi che abbiamo provato un gran piacere nel vedere il lieto successo del libro del babbo. In verità, superò non solo la nostra aspettativa, ma ogni speranza. È un vero furore; non si parla d'altro; nelle stesse anticamere i servitori si tassano per poterlo comprare. Il babbo è assediato da visite e da lettere d'ogni specie e d'ogni maniera!„

Nessun libro in Italia aveva destato tanto entusiasmo. Le edizioni si seguivano le une alle altre, e la nostra penisola fu piena di _Promessi Sposi_. Caffè, circoli, teatri, strade, alberghi si intitolavano di quel nome. Il Granduca faceva dipingere le sale della sua villa con gli episodi del romanzo; nel carnevale del 1828 la quadriglia che destò maggiore entusiasmo a Milano fu quella di Don Rodrigo e dei Bravi; a Parigi si rappresentò in teatro con musica del maestro Caraffa.

Anche in poesia: Lorenzo Del Nobolo da Montevarchi ne ricava un poema di dodici canti, lo pubblica da Giardelli di Firenze il 1838 e lo dedica alla Granduchessa di Toscana.

I personaggi divennero popolarissimi. Ogni prete, un po' ignorantuccio e timido, veniva chiamato Don Abbondio; tutte le domestiche dei reverendi ebbero il nomignolo malizioso di Perpetua. Nelle conversazioni si sentiva spesso ripetere: “Mi sembri il conte Attilio! Vorreste imitare il padre di Fra Cristoforo? vedi quel Don Ferrante! Oh! che cera da Innominato!„

Si disse che il Manzoni ebbe quel trionfo per la benedetta quistione della lingua. Non credete a queste ciarle. _I Promessi Sposi_ furono fortunati: ecco tutto.

* * *

Dopo la pubblicazione di questo romanzo il Manzoni si mise in posizione ausiliaria e di rado prese la penna in mano. Perchè affaticarsi? il colpo era fatto.

Incominciarono ad affaticarsi i poveri imitatori. Il Rosini, purista cattedratico, prende per sè il quadretto della Monaca di Monza e dice: “Questo ingrandimento artistico lo faccio io!„ Il Gualtieri acciuffa l'Innominato e gli grida: “Per te ci sono io, canaglia!„

Se ne venne poi la così detta scuola manzoniana. Il Grossi, il D'Azeglio, il Cantù, il Carcano scrissero il loro romanzo. Che volete! quel successo faceva gola e ognuno sperò di averne una fetta. La malattia è continuata per un pezzo, e pochi anni fa abbiamo avuto _I figli di Renzo e di Lucia_. Ma questi benedetti figli, com'è da immaginarsi, somigliano poco ai genitori. Segno di decadenza! — direbbero i moralisti; mancanza di arte! — diciamo noi.

Altri, vedendo che i poveri imitatori avevano fatto fiasco, si dettero a commentare il fortunato romanzo. Abbiamo centinaia di volumi sui _Promessi Sposi_! Commenti storici, commenti estetici, filologici, stilistici, ecc.