Nel mondo dei libri: bizzarrie

Part 6

Chapter 63,530 wordsPublic domain

Vuole la poesia, vuole l'ottava. Financo i _Comandamenti di Dio_, i _Sette peccati mortali_, le _Sventure dei cani_ debbono presentarsi sotto forma di poemetti. Spesso il verso zoppica, l'ottava non si regge, la rima non torna, la parola è incerta; ma che! il popolo non vuole arte, vuole sentimento. Per lui tutta l'arte poetica consiste nella rima. Dategli una rima che si sente ad orecchio, e basta. Il resto è lusso; e il popolo sa che il lusso non è per lui, ma per i signori.

Com'è nata questa letteratura così varia, così ciarliera, così allegra, così modestamente drammatica? Il popolo raccoglie le bricciole che cadono dalla nostra mensa e ne forma la sua letteratura. Noi abbiamo tanti poemi, tanti romanzi, tante storie, tanti drammi, tante commedie, il popolo ci ruba gli episodi più belli e li chiude in questi libriccini. Trasforma, altera, taglia, accomoda, scomoda, restringe, e tutti i capolavori riduce _ad usum delphini_. Finanche della _Divina Commedia_ egli vuole la sua porzione. Oh! vi credete che il Sacro Poema sia tutto per voi? I fabbriferrai del trecento lo leggevano intero, il nostro popolo non può leggerlo da capo a fondo, ma una fetta la vuole. A noi lascia i canti meno drammatici, i canti che fanno pensare, che hanno bisogno di commento, e si fa confezionare così alla buona la _Francesca da Rimini_, il _Farinata degli Uberti_, il _Pier de le Vigne_, il _Conte Ugolino_.

Tutto piglia a prestito da noi, tutto ci ruba, tutto manomette, tutto riduce a sua immagine e somiglianza, solo in una scienza è sovrano: nell'astrologia.

Voi, astronomi, consumate la vista e la vita a spiare sole, pianeti e stelle, a scovrire macchie e canali, a misurare distanze e orbite; ma sapete dire che cosa succederà domani, che succederà magari oggi?

No. Ignorantoni. Il popolo lo sa, il popolo ha il suo _Barbanera_.

È un libriccino di 64 pagine e costa due soldi. Carta ruvida, copertina color cenere, vignette preistoriche; ma l'abito non fa monaco; quel libriccino predice il futuro in modo assoluto:

Gli astri, il sole ed ogni sfera Or misura il Barbanera Per poter altrui predire Tutto quel che ha da venire.

E davvero predice tutto, settimana per settimana, o meglio quarto per quarto, giacchè tutte le cose di quaggiù dipendono dalla luna e sono per conseguenza... _lunatiche_.

Quest'anno, l'estate sarà.... calda, l'inverno.... freddo, i raccolti abbondanti, ma potrebbero essere anche scarsi, in primavera qualche nevicata, in autunno piogge. Attenti al 24 Gennaio:

... osserva ben che tempo fa, Perchè così, più o men, l'anno sarà.

Ma Barbanera non si ferma ai fenomeni celesti, dà anche uno sguardo agli uomini e fissa i principali avvenimenti politici, scientifici, letterari e mondani.

A crederci quest'anno avremo, _duelli_, (prepàrati, On. Chiesa!) — _diplomatici in imbarazzo, medici in faccende, studenti che si agitano, crisi bancaria, scontro ferroviario_ (uno?) — _collisione di vapori in mare_, (allude alle Convenzioni Marittime?) — _una Potenza minaccia di ritirare il suo rappresentante da una Corte d'Europa, violazione di un segreto di Stato, si teme l'invasione epidemica di una grave malattia_, (il colera? E noi abbiamo l'esposizione! Ma che sapeva Barbanera? Colpa del Conte di S. Martino, che non gliel'ha comunicato a tempo!).

Ma insomma il 1911 sarà un anno di disgrazie? Nossignore. Avremo _nuove scoperte_ — _un matrimonio principesco_ (ah! miss Elkins, la fretta ti ha rovinato!), _buone vincite al lotto, cattura di un pericoloso malfattore, si scopre l'autore di un atroce delitto_ (e poi diciamo che la nostra Polizia dorme!), _nuova opera in musica, applauditissima_ (assicurate Mascagni!), _crisi mini_... A proposito: i nostri giornali spiano gli uomini politici, assistono alle sedute del Parlamento, intervistano. Deputati e Senatori, eppure non sapevano che il Ministero Luzzatti-Sacchi sarebbe stato messo in sacco in modo curioso. Il Barbanera invece lo sapeva! _22 gennaio — crisi ministeriale in vista_. Il 22 gennaio? ma il povero Luzzatti cadde il 18 Marzo. Sissignore, ma ricordatevi bene: l'agonia incominciò il 22 gennaio. E Barbanera sa pure un'altra cosa, sa che Giolitti cadrà il 29 Novembre. Ma lasciamo stare la politica. Oramai i ministri somigliano ai bimbi irrequieti: salgono e scendono, scendono e salgono, senza sapere che potrebbero rompersi la nuca del collo. Questo però non lo dice Barbanera, lo diciamo noi. Il buon astronomo invece, ci offre _l'indicazione delle fiere e dei mercati, l'elenco di tutte le vigilie comandate, una tavola di Saturno per il lotto, la gerarchia cattolica, la genealogia delle principali case regnanti_ (nel Portogallo governa ancora Manuel II!), _le lunazioni ebraiche, una dozzina di aneddoti_ ecc. ecc.

Ecco perchè il popolo ama il suo Barbanera. Specie il nostro contadino n'è entusiasta. Due o tre giorni prima del Santo Natale, acquista un po' di grazia di Dio, ma il primo acquisto è Barbanera. Lo accoglie con un sorriso, come si accoglie un amico di vecchia data, lo mette in tasca e per un anno intero consulta questo vangelo. Prima d'intraprendere qualunque lavoro di campagna interroga il suo inseparabile lunario. Bisogna seminare? ma che ne dice Barbanera? Piantar patate, faggiuoli, cavoli? e che ne pensa Barbanera? Mietere? per l'amor di Dio, in questi giorni abbiamo piogge. _Giove è in congiunzione con la luna._

E pare che quest'anno Giove voglia divertirsi un po' di più. Sempre piogge, piogge, piogge! Potrebbe finirla. È vecchio e fa il libertino!

* * *

Sfortunatamente questa letteratura minuscola, unico cibo intellettuale del popolo, accenna a scomparire. Il Barbanera è ancora vegeto e sano, anzi quest'anno è in rialzo, perchè nel passato inverno si avverò, con una precisione maravigliosa, tutto ciò che aveva preannunziato; ma dolorosamente bisogna constatare che tutti questi libriccini, a poco, a poco son messi da parte. E sapete perchè? Alcuni in nome della civiltà, del progresso cercano mettere nelle mani del popolo altri libri che parlano di dritti manomessi, di emancipazione di proletariato ecc. E quei cari libriccini sono chiamati grotteschi, ridicoli, incompatibili con lo spirito moderno.

Ma il giorno in cui il popolo avrà perduta la sua letteratura e quel non so che di poetico primitivo, che è l'unico balsamo nella sua fatale infelicità, quel giorno, solleticato, ma non soddisfatto dalle massime utopistiche degl'innovatori, vedrà la vita come una maledizione!

Per carità, lasciate che il popolo sia popolo. Proteggetelo, emancipatelo, ma non lo snaturate, non gli strappate quei libriccini di poche pagine, che furono scritti per lui, che gli fanno dimenticare tanti dolori, che commovendolo, divertendolo, educandolo, lo conservano sempre fantastico, sempre pietoso, sempre bambino nei suoi sentimenti, nelle sue credenze!

I libri nuovi.

Quanti libri nuovi avete comprati quest'anno? Pochi? O pochi o molti, libri nuovi se ne comprano sempre.

Spesso si fa il proponimento di non comprare più un libro: sono già tanti! Ma bisognerebbe vivere in un deserto, non leggere alcuna rivista, alcun periodico, nemmeno il giornale, anzi il giornale politico più degli altri vi tenta: ogni giorno una rubrica, una specie di stato civile per i nuovi venuti. Senti oggi, senti domani: l'appetito si stuzzica.

Qualche cosa dunque si deve comprare, si sente il bisogno di sapere che cosa vogliono questi scrittori nostri.

E quando si ha nelle mani un libro nuovo, nuovo di zecca, si prova una certa voluttà. Si mira, si palpa, si apre. Bravo, bravo il D'Annunzio! Dovrà essere bellissimo questo dramma. Vediamo un po' che vuole il Graf, che vuole la simpatica Negri, che vuole il Pascoli, che vuole il Marradi. È morto il Carducci, è morto il De Amicis, è morto il Barrili, è morto il Fogazzaro. Santo Iddio, che se ne vogliono andare tutti? Tutti? Eh! scrittori ce ne sono in Italia e scrivono, sa: sempre con la penna in mano. Ogni giorno un romanzo, un dramma, una qualche cosa.

Sì, venite, venite! Se i volumi che conserviamo negli scaffali ci parlano del passato, ci ricordano le lotte, le aspirazioni di altri tempi, voi cari, voi benedetti, ci parlate dell'oggi, ci dite che in Italia, nella patria Dante, l'arte non muore.

Ma quanto sono belli questi libri nuovi! Donde vengono? chi ha data loro tanta grazia e tanta leggiadria? Ah, è quel mago dell'Hoepli, quel furbo dello Zanichelli, quel tentatore del Voghera, quei burloni di Treves, che mandano questi gioielli così vezzosi per il mondo.

Ma diverranno vecchi e scompaginati? No, no. Li conserverete con cura, non vi farete mai uno sgorbio, una postilla, una piegatura, non li presterete mai ad alcuno: sono belli e debbono restare sempre belli!

Voi fantasticate e intanto quel furbo dello Zanichelli, quel mago dell'Hoepli, quel demonio del Sandron, par che se la ridono alle vostre spalle. Ridete, ridete, verrà il tempo della giustizia e allora faremo una rivoluzione contro di voi, vi manderemo all'inferno tutti, nella nuova bolgia dei tentatori.

* * *

I libri sono come le donne: non debbono presentarsi discinti e negletti, hanno bisogno di un tantino di eleganza, di un tantino di lusso. Una _Divina Commedia_ con una cartaccia ruvida e porosa, con caratteri grossolani non vi sembra più il Sacro Poema. Se invece la _Divina Commedia_ la fate uscire dai tipi eleganti, fini, sopraffini dell'Hoepli, del Barbera, del Le Monnier, allora ci sembrerà un Vangelo.

La buon'anima di Dumas padre, in un suo romanzo diceva: “La donna bella adornata artisticamente è bellissima: la donna brutta, adornata artisticamente è bruttissima.„ Così è dei libri. Voi vedete un volume elegantissimo, con tagli in oro, con caratteri nitidi, con carta rosea; lo aprite, lo leggete: sono venti, trenta poesiole insipide e stomachevoli. Quell'eleganza, quel lusso lo rende più sciocco.

Ma quest'editore è pazzo? Eh! non è pazzo l'editore, è pazzo chi compra questa roba, è pazzo chi si ferma all'apparenza.

Attenti, attenti con i libri nuovi! Oggi c'è una smania morbosa di stampare.

Iddio conoscendo la nostra natura ciarliera ci dette una lingua, affinchè potessimo dalla mattina alla sera annoiare parenti ed amici; ma no, si vuole annoiare anche i lontani ed ecco la stampa.

Nei secoli scorsi pochi avevano il coraggio di mettere fuori qualche cosetta. Stampare! faceva paura. Era un passo pericoloso. Si restava per un buon pezzo come Cesare dinanzi al Rubicone. Oggi non si conoscono più Rubiconi. Tutti sono letterati.

Ognuno scrive il suo romanzo, ognuno sente il bisogno di mandare per il mondo i suoi belati poetici, ognuno pubblica il suo lavoro critico. Tutto questo per essere chiamato autore, per far sapere che nel cervello si ha un granellino di sale.

Ma piano, piano! lasciateci prendere fiato: con questa gazzarra maledetta, non abbiamo nemmeno l'agio di scorrere i cataloghi.

Come cambia il mondo! Un tempo i manoscritti prima di essere pubblicati si lasciavano per lunghi anni nel tavolino, come per farli fermentare e dopo una lunga quarantena, venivano corretti, ricorretti e qualche volta bruciati. Il Bembo teneva quaranta grossi portafogli e faceva passare le sue composizioni dall'uno all'altro per meglio correggerle. Il Giusti nella sua autobiografia dice: “A correggere non mi basta mai il tempo: o è scrupolo o è coscienza, mi piace sempre rivedere, mutare.„ Il Tommaseo a proposito del lavoro di lima, esclamava: “L'arte dello scrivere è l'arte dei pentimenti.„ Il Manzoni,... del Manzoni non ne parliamo: se ne stava anni e anni a tavolino a ripulire i suoi _Promessi_.

Oggi al contrario si scrive e si stampa sollecitamente, frettolosamente. Specie i giovani, che escono dalle nostre Università, forse per non aver la noia di ben digerire quel poco che hanno imparato, lo mettono subito fuori... con la stampa, come per disfarsene per sempre.

Ma invece di fermentare i manoscritti, fermentano i libri e quel che è peggio, alcuni restano sempre in fermentazione.

Ogni anno nel nostro bel regno si pubblicano dieci mila volumi, ma la maggior parte non veggono la vera luce.

Poveri esseri, creati senza necessità, condannati a restare per anni e anni nelle vetrine dei librai e a chiedere sommessamente, a chi passa, la carità di essere comprati! Poveri infelici, che, non trovando un compratore, si offrono in dono, _in segno di omaggio, in segno di stima, come ricordo affettuoso_, tanto per cambiar aria e domicilio!

Veramente alcuni autori, dopo un primo saggio, conoscendo forse di aver dato un passo falso, si fermano. Speravano di ottenere gloria e ricchezze, ma non avendo ottenuto nè l'una, nè le altre si ritirano, dicendo corna del pubblico _ignorante_. Altri invece non si arrendono mai: ogni anno metton fuori un volume; cercano la gloria ad ogni costo, vogliono per forza essere riconosciuti ufficialmente poeti o romanzieri. A furia di importune e continue preghiere, dopo tante umiliazioni e dinieghi, supplicando, scongiurando, arrivano a carpire una parola di lode da qualche illustre letterato e così giungono ad ottenere un po' di nome. Essi ne gongolano, ne vanno superbi, senza accorgersi che sciupano danaro e tempo. Altri infine, poco fecondi, ma molto infatuati, amano ripubblicare sempre il medesimo lavoro in una seconda, in una terza, e in una quarta edizione.

Ma, signori miei, volete persuadervi che non tutti siamo nati poeti o romanzieri? Finitela una buona volta di far gemere i torchi e... il pubblico. La legge non vi punisce, ma voi siete rei di un gran delitto: voi date l'esistenza a questi poveri libri destinandoli a piangere il giorno della loro nascita.

Dite di aver nel cervello un granellino di sale. I nostri complimenti. Ma credete che basti quel granellino per condire un libro? Errore, errore. Quando manca quel bernoccolo, di cui parla il De Musset, o per dirla tra noi, quando manca il genio, lavoro sprecato.

“Certe teste — dice argutamente Aristide Gabelli — ribollite nello studio, somigliano alle uova: più bollono e più diventano dure.„

* * *

Curioso! Oggi avvertiamo una grande carestia di tempo. Il positivismo ce lo ruba. Da ogni parte si sente dire: — Mi manca il tempo! non ho tempo! — Pare che le giornate non siano più di ventiquattro ore. Subito giorno, subito notte.

Eppure moltissimi, invece di utilizzarlo questo po' di tempo, che quantunque _galantuomo_ ci scappa di mano, lo consumano a scrivere libri inutili. Il tempo è oro e perchè mandarlo via come ferro vecchio? Se ve ne avanza, se non sapete che farne, se non avete bisogno di lavorare, perchè le vostre rendite tornano bene, passeggiate, viaggiate: se ne avvantaggerà l'organismo. Il moto è salutare.

Nossignore, debbono ammazzare il tempo a tavolino, senza accorgersi che ammazzano se stessi. La vita sedentaria ci predispone alla gotta, al diabete, e ad altro ben di Dio.

Ma fino a prova contraria non saprei gridare la croce addosso a questi poveretti: mi vado convincendo che essi sono affetti dal _morbus letterarius_, di cui parla Terenzio. Chi sa: forse è qualche microbo, che entra nel cervello e che li spinge a scribacchiare.

Bisognerebbe ricorrere all'opera di un sanitario e sottomettere quei malati ad una cura rigorosa. Peccato che i nostri chimici farmacisti non abbiano pensato a preparare pillole per combattere questo nuovo morbo!

Ma lasciamo la celia. C'è poco da scherzare. Questa mania della stampa deve impressionarci davvero e sarebbe provvidenziale una legge che limitasse la stragrande produzione di opere inutili, o peggio. Ma zitto! Saremmo chiamati reazionarî. La stampa è libera. O perchè i nostri padri hanno combattuto, perchè, a costo del proprio sangue, scacciarono Borboni e Austriaci? Libertà su tutta la linea: libertà di parola, libertà di azione, libertà di stampare le proprie corbellerie! E poi che vi interessa se un Tizio vuol mettere fuori un romanzo, una raccolta di novelle o dieci odi davvero barbare? A voi quel romanzo sembra insipido, quelle novelle scialbe? tanto piacere! A lui piacciono e basta. Chi rimette le spese di stampa è liberissimo di preparare la carta al salumaio e al droghiere. Come potrebbe la legge intervenire? con qual diritto? Ogni cittadino che paga le sue tasse può stampare!

Intanto la marea cresce e forse un giorno saremo sopraffatti dall'enorme quantità di carta stampata.

Per mettere un po' di argine occorrerebbe un buon servizio di pulizia urbana rappresentato da una critica sana, scrupolosa e indipendente, la quale senza livore e senza debolezze illuminasse il pubblico. Solo così a certi Tizi passerebbe la velleità di essere chiamati autori.

Ma questo giorno è ancora lontano; oggi la critica è nelle mani del giornalismo che ne fa una fonte di guadagno.

Voi pubblicate un libro, un libro che vale poco o nulla? Se avete i mezzi di far parlare un po' la stampa, il colpo è fatto. Domani, giornali, giornaletti diranno che voi avete riempito un vuoto. Benedetti vuoti! La repubblica letteraria sembra un pozzo senza fondo. Ogni libro nuovo ne riempie uno; ma rifacendo i conti ne restano sempre altri da riempire.

Eppure i giornali hanno ragione: essi parlano di altri vuoti! Sentite: un libro che incontra il favore del pubblico, riempie due, o meglio tre vuoti: la tasca dell'autore, la tasca dell'editore, e un tantino anche quella del critico panegirista.

Ecco perchè oggi la letteratura è industrialismo. Si decanta un libro come si decanta una merce. E si cercano tutti i mezzi per infinocchiare il pubblico grosso.

Ho sott'occhio un numero del “Journal„ (17 Aprile 1907) in cui si legge: “Una signorina sui sedici anni è stata ieri vittima di un furto. Camminava per via della Pace leggendo un libro, allorchè un ladro le strappò di mano la borsetta: alcuni passanti che avevano osservato la scena, lo arrestarono e lo consegnarono alle guardie. Ma il più strano è che la signorina non s'era accorta di niente, assorta com'era nella lettura di un romanzo dal titolo _Vertigineux amour_. Si tratta di un racconto così interessante e che incatena l'attenzione del lettore a tal segno che può benissimo rendere una persona insensibile a tutto ciò che le avvenga d'intorno.„

Ecco come si fa la reclame ai libri nuovi. Molti naturalmente comprarono quel romanzo e a conti fatti si accorsero che i derubati erano essi, non la signorina... immaginaria.

Il signor Hervier nella _Nouvelle Revue_ tratta con molta genialità quest'argomento e ci dice che spesso si immaginano cose sbalorditorie per muovere la curiosità del pubblico “Un giorno — sono sue parole — dagli uffici di una Casa Editrice di Melbourne, la gente vede uscire una splendida donna, vestita in costume arabo, inseguita da un vecchio, pure vestito da arabo, con un pugnale in mano. La donna grida disperatamente invocando aiuto, il vecchio ruggisce parole di ira. La gente si ritrae spaventata: la donna cade, il vecchio le è sopra col pugnale. Qualche animo pietoso accorre in difesa della donna, la quale si alza e con un sorriso trae da una borsa manifestini che distribuisce al pubblico per far sapere che quello è un episodio di un nuovo romanzo di prossima pubblicazione!„

In Italia non si è arrivato tant'oltre. Noialtri siamo un po' più serî e meno audaci, ma il cattivo esempio ha le gambe come la bugia e temo che tra qualche lustro anche da noi la reclame sarà la grande dea onnipotente, sovrana nel commercio, nelle lettere e nelle scienze.

E dunque? dunque bisogna stare con tanto d'occhio quando si compra un libro nuovo. Non ci facciamo adescare dai titoli, nè dai giudizi di certi critici, che molto condiscendenti mettono la loro firma ai panegirici, con la stessa disinvoltura, con cui i nostri Ministri sottoscrivono tutto ciò che vien loro presentato.

Attenti, attenti! La vita è troppo breve per poterla consumare nelle letture inutili e spesso dannose. Un libro nuovo, comprato alla cieca, porta via tempo e danaro, ed oggi sia l'uno che l'altro è prezioso!

Le antologie.

Mi sono fermato, ma non ho finito. Se mi permettete, io continuo a parlare dei libri nuovi e propriamente delle antologie.

Non sono del parere del Bonghi, il quale senza alcuna riserva sentenziava: “Se vuoi dimenticare quel po' che sai, leggi le antologie.„ Credo che l'illustre critico, storico, giornalista abbia parlato così in un momento di malumore.

No, un'antologia ben fatta, è, specialmente per i giovani, un mezzo potente di educazione e d'istruzione. E solo per i giovani? E per noi, per noi che ci vogliamo far credere persone colte? Un'antologia riempie davvero parecchi vuoti e ci dà una vernice di cultura letteraria. Difatti è possibile leggere tutti i nostri classici? No. Sono tanti ed hanno scritto tanto quei signori! Però in grazia ad una buona antologia possiamo gustarne i migliori pezzetti. Ditemi la verità, non dovete essere grati alle antologie se avete saggiata qualche cosa del Malespini, di Fra Bartolomeo da S. Concordio, dei fratelli Villani e nipote, del Vasari, di Baldassarre Castiglione? Non dovete ringraziare i compilatori di antologie se conoscete un po' da vicino il Bembo, il Ruccellai, l'Alemanni e tutti quei poeti, poetucci e poetini che belavano a mo' di agnelli, capretti e caproni per le Corti d'Italia? Vi atteggiate a persona erudita, sapete che Michelangelo oltre ad essere quello che fu nella pittura e nella scultura, scrisse bei sonetti. Ma mettete la mano sulla coscienza: quei sonetti voi li leggeste la prima volta in un'antologia. Un'antologia vi ha offerto qualche episodio del _Morgante Maggiore_, dell'_Orlando Innamorato_, della _Secchia rapita_; un'antologia, le favolette del Pignotti, qualche pezzettino del _Galateo_, le più belle stanze del Poliziano. Insomma un buon terzo della vostra cultura letteraria la dovete alle antologie; giacchè la cultura è come la ricchezza: non si sa mai come s'acquista!

Ma non crediate che io voglia tessere il panegirico delle antologie, tutt'altro. Ho incominciato a scrivere questo capitolo con ben altro intendimento. Il Bonghi mi ha distratto, trascinandomi a dire, ciò che non avrei voluto. Dunque il capitolo incomincia adesso o per dirla in termini notarili — l'_antedictum_ non fa parte integrale del presente... atto —.

Voi non sapete quante antologie si sono pubblicate in Italia e non ve ne fo un torto. C'è tanto da pensare oggi! Io però che vado ammazzando la mia porzione di tempo col fare la statistica di tutto ciò che vien fuori alla giornata, posso assicurarvi che di antologie ne abbiamo parecchie centinaia.

È un campo aperto a tutti e tutti l'hanno più o meno sfruttato. Il primo, a quanto io ne sappia, fu il Leopardi, il quale ci lasciò due grossi volumi, accresciuti per giunta dal Fabbricatore e pubblicati dal Morano, con un caratterino minuto, che stanca terribilmente l'occhio.