Nel mondo dei libri: bizzarrie
Part 5
Un mal vivente, dopo averne fatto di cotte e di crudo cade in trappola? _è la mano di Dio!_ In questo affare non c'entro, _me ne lavo le mani_. La cosa è così, ne sono certo, _metterei la mano sul fuoco_. È colpa tua? _morditi le mani_. Invece di consumare venti parole per dire ad un amico o ad un seccatore, che siete dispostissimo a favorirlo, ma che non dipende solo da voi, bisogna parlarne anche a Tizio, vi sbrigate subito — _lui con una mano ed io con due_. Il _do ut des_ dei latini, che sa molto d'egoismo, si raddolcisce col vezzoso _una mano lava l'altra_. _Dammi una mano_, aiutami. _Hai le mani in pasta_ non si dice dei fornai, ma di molti uomini politici — voi m'intendete — che spandono grazie e favori. Aspettate l'occasione per rendere la pariglia a quel farabutto? s_e mi cade in mano!_ Il cavallo si sbizzarrisce? _ha guadagnato la mano_. Chi perdona, _alza la mano_, chi riesce in ogni cosa _ha una mano benedetta_„.
Ma mi accorgo di fare un lavoro inutile. Aprite il vocabolario; ne trovate a bizzeffe di queste frasi.
E quanto il vocabolario vi ha detto che una frase è italiana, servitevene a vostro bell'agio: mangiatene a colazione, a pranzo, a cena e andate a letto senza pensieri. Nessuno potrà attaccarvi sulla lingua.
Ma prima di addormentarvi, pensate un po' a quei poveri letterati antichi, che si trovarono in ben altre condizioni. Fino al cinquecento si scriveva senza vocabolario. Ognuno doveva accattar voci, frasi, regole sui classici canonizzati, formando così un zibaldone più o meno grosso per proprio uso e consumo. Si passavano anni e anni per un estratto di parole sulla _Divina Commedia_, sul _Canzoniere_, sulle _Vite dei Santi Padri_; e di ogni parola bisognava esibire il certificato di nascita, “L'ha detto Dante? ma dove? in qual verso? L'ha usata il Boccaccio? Ma santo Iddio, il Boccaccio non è sempre imitabile.„
Di qui polemiche, discussioni eterne che spesso andavano a finire in contumelie ed insulti. I pedanti stizzosi, cocciuti si ostinavano a scrivere l'oro di lega del trecento e non volevano d'un palmo staccarsi dal toscano, servendosi di parole rancide, imbalsamate; altri, di maniche larghe, mettevano in campo l'uso e quindi la lingua parlata; altri infine pur non dando troppo peso a tali pettegolezzi, per non venire alle mani con i pedanti, piegavano la testa. Il Bembo, vedendo che questa benedetta lingua bisognava cercarla con la lanterna di Diogene, diceva all'Ariosto: “Senti a me, scrivi in latino: il tuo Orlando potrà impazzire come vuole e nessuno avrà che dirci„.
E perchè? perchè mancava il vocabolario. Veramente un certo Padre Ambrogio Calepino (da cui ne venne Calapino, vocabolario) volle tentare la prova e mise fuori un lessicon. Ma che dizionario! Basti dire che il buon monaco agostiniano ingarbugliò di più la matassa.
E così la povera lingua italiana, disprezzata, bollata col nome di volgare, serviva per i piccoli atti, per gli atti grandi c'era il latino.
Ma un giorno, cinque accademici degli Umidi: Giambastista Dati, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiano de' Rossi si distaccano dai compagni, si radunano in luogo ameno e alterando squisite cenette con spensierato cicalare, passano parecchie ore della sera.
Il Salviati, che più degli altri conosceva le misere condizioni della lingua, si mette in mezzo a questi cinque capi ameni e dice loro: “Perchè non compiliamo un vocabolario? Nella nostra lingua, insieme alla farina c'è molta crusca: dunque fondiamo l'Accademia della Crusca.„
Della crusca! Bisognava fondare l'Accademia della farina. Ma tant'è, vollero chiamarla della Crusca e vada per la Crusca. In quei tempi tutte le accademie, anche le più assennate, prendevano nomi bizzarri, per non dire ridicoli.
Anzi questi signori, continuando la celia, presero per stemma un frullone, lasciarono il nome di battesimo e si chiamarono l'_Infarinato_, l'_Inferigno_, il _Rimenato_, l'_Insaccato_. Solo il Grazzini restò col primitivo pseudonimo di _Lasca_, perchè la lasca è un pesce di fiume che va fritto con un po' di farina.
Questo comitato dei cinque il 1612 pubblicò il _Vocabolario della Crusca_. Finalmente! Ma che, credete che cessassero le polemiche? Non era mica il vangelo, la Crusca. Chi ne rise, chi l'accolse come un brutto scherzo, chi ne disse corna.
Aprì il fuoco il Beni con la viperina _Anticrusca_, ma gli restituì capitali e interessi il Pescetti con la terribile _risposta all'Anticrusca_.
Curioso fra tutto il Gigli. Fa un estratto di voci occorrenti nelle opere di S. Caterina e le dona ai Cruscanti, affinchè arricchissero il vocabolario di un tanto tesoro. Gl'Infarinati però fecero gli schizzinosi. “Santa Caterina, ne facciamo di cappello; ma quelle voci, no!„
Apriti cielo! Il Gigli si piccò e mise fuori il _Vocabolario Cateriniano_, con cui menò colpi da orbo a destra e a sinistra, attirandosi l'odio dei grandi e dei piccoli.
Ma se volessimo andar ricordando tutte le dispute, non la finiremmo più. Basti dire che dal Tassoni al Monti e cognato, moltissimi assalirono la Crusca.
Eppure, malgrado tutte queste lotte, la Crusca è restata l'Arca Santa ed è arrivata a noi come il più grande documento storico della nostra lingua. Or combattuta, or difesa, or calunniata, or disprezzata, la Crusca è stata sempre il codice supremo, il fuoco sacro della nostra nazionalità. Ed oggi? Oggi l'accademia della Crusca, lavora indisturbata. Ogni anno una seduta plenaria. Il Segretario Capo, Guido Mazzoni, legge la sua relazione e dice all'Italia che si è giunto alla lettera N; cioè vorrebbe dirlo all'Italia, ma lo dice ai compilatori e ai pochi socii che si trovano in quell'occasione a Firenze.
Quest'anno s'è fatta un po' di festa: si è celebrato il centenario del decreto di ricostituzione dato dal Bonaparte, il 19 Gennaio 1811. Tutte le autorità presenti. Mancava solo l'On. Luzzatti, allora Eccellenza, il quale si fece rappresentare dal ministro dell'Istruzione e da un telegramma classico.
Ferdinando Martini, socio corrispondente, fece il suo bravo discorso commemorativo.
Naturalmente vi furono applausi e strette di mano, e in ultimo ognuno se ne andò per i fatti suoi, un po' seccato, non del discorso, che fu bellissimo, ma della funzione. È tempo di pensare alla Crusca! Che Crusca e Crusca! Non ci mancherebbe altro. Noi vogliamo il fiore di prima qualità, anche a costo che questo fiore bianchissimo risulti da una miscela più o meno dannosa allo stomaco.
Fino a pochi anni fa avevamo la classe dei puristi, che si erano dati anima e corpo allo studio della lingua e alla compilazione di vocabolari. Ne vollero un po' troppo questi signori. E come sapete chi tira la spezza. Il soverchio rompe il coperchio e noi per conservare questo benedetto coverchio, abbiamo messo da parte ogni pedanteria. In Italia si parla e si scrive — e quanto! — ma non in lingua italiana. Le parole francesi e un tantino anche le inglesi abbondano nel nostro linguaggio. Appena esse arrivano da oltre Alpi si scrivono con riserva e in carattere diverso, come per far vedere a tutti che è merce estera; ma a poco a poco diventano pan di casa e non ci si bada più.
_Hôtel_, per esempio, oramai è concittadino. I nostri padri dicevano _albergo_, noi _Hôtel_. Che volete! _Hôtel_ è più aristocratico, più signorile. I borghesi, i modesti negozianti vanno all'albergo, ma i principi, i marchesi, i conti, i deputati, i pezzi grossi della magistratura, dell'esercito e anche del socialismo vanno all'Hôtel. Si predica l'uguaglianza, è vero; ma un riguardo bisogna sempre averlo per il sangue bleu e per i gallonati!
Una persona vi passa frettolosamente di fianco e non volendo o pur volendo — chi lo sa, sono tanti i gusti! — vi pesta un piede. Voi mandate un grido, aggrizzando il naso, lui con un sorrisetto vi dice _pardon_ e via. E perchè _pardon_? perchè questa parola antipatica? Non basta il dolore al piede, bisogna sentirne un altro all'orecchio?
È vero che oggi siamo amici dei francesi, è vero che il nostro Re fu accolto a braccia aperte a Parigi, ma non è detto che agli amici bisogna conceder tutto. E l'esempio l'ha dato proprio Sua Maestà.
Il nostro Re, un paio di anni fa ordinò che il menu dei suoi pranzi ufficiali fosse redatto in lingua italiana. E n'era tempo: Perchè ricorrere al francese?
In quell'occasione il _Giornale d'Italia_ fece un passo avanti e disse ai suoi lettori: “Perchè non mandar via anche _menu_ e sostituirlo con parola italiana?„
La proposta piacque e per dieci o dodici giorni non si parlò che di _menu_. Chi voleva sostituirlo con _lista_, chi con _elenco_, chi con _nota_, chi con _minuta_. Lo Stecchetti, sempre all'erta quando si tratta di pranzi, cene e altro ben di Dio, rispose: “Zitto! _Lista_ è antipatico, perchè ricorda il conto da pagare: _elenco_ è troppo solenne e cattedratico; _minuta_ è d'italianità dubbia, specie in questo significato. O dunque come si fa? Come facevano i nostri antichi!„ E citando esempi di molti cuochi, conchiuse che “sul cartoncino si potrebbe scrivere: “Pranzo offerto da S. M. il Re d'Italia al corpo... diplomatico.„
Ma anche lo Stecchetti parlò al deserto. _Menu_ può dire come Vittorio Emmanuele II: “Ci siamo e ci resteremo„. Non vedete come è dolce questa parola? _Menu_ ci fa venire l'acquolina in bocca e ci prepara alla bella funzione. Chi volete stomacare con lista, elenco e nota?
E così allegramente, in nome del buon gusto, si dà il benvenuto alle parole straniere, e il ben servito alle paesane. E quel che è peggio, i nostri letterati maggiori, questi Santi Padri, che più degli altri dovrebbero essere gelosi custodi di un tanto tesoro, sono di maniche larghe, se pure non si arrogano il diritto di arricchire la lingua con parole di nuovo conio.
Il D'Annunzio, che dopo la morte del Carducci, a dispetto del _fratello_ Pascoli, dell'amico Graf e degli altri dignitari, si è solennemente dichiarato, come il leone della favola, re della poesia, del romanzo, del teatro; ha il vezzo di incastrare nei suoi lavori parole nuove. Potrei fare un menu, cioè un elenco, di queste parole, che egli ricava dal suo dialetto, dal latino e forse dall'arabo o dal fenicio. Ma è inutile: leggendo una sola pagina di una sua tragedia o di un suo romanzo ne avrete piene le tasche o meglio le orecchie, perchè le parole non hanno mai riempite le tasche, quantunque spesso le.. rompono.
Fra tante parole nuove, introdotte dal D'Annunzio ne scelgo una: _sororale_. Che significa? Ecco: abbiamo detto sempre fraterno per indicare tutto ciò che appartiene a fratello o a sorella. Ma ciò non garba al D'Annunzio. Egli dice: “Mettiamo le cose a posto. Oggi che la donna deve emanciparsi, bisogna che abbia un aggettivo proprio. Per il fratello, fraterno, per la sorella, sororale. È un vocabolo un po' ruvido, poco degno del sesso gentile? Eh, come v'ingannate! Assaporatelo bene, mettetelo in circolazione e vedrete come è dolce e armonioso„.
Potreste dire: Il Fanfani non la registra. Bella ragione. Chi è Fanfani? Fanfani comanda a casa sua, o meglio comandava, perchè è morto già da un trentennio. Ma ammesso pure che il Fanfani fosse vivo, potrebbe imporsi al D'Annunzio e compagni? Oggi libertà per tutti. Chi ha il coraggio di alzar la voce a favore della lingua? Vocabolarî ce ne sono, ma che vocabolarî! Se togli il Petrocchi, che si ostina a voler purificare il patrio linguaggio, tutti gli altri letterati che potrebbero insegnarci un po' a parlare o si danno alla politica, come il Martini, o sonnecchiano, come il Morandi.
Oggi il vocabolario si è trasformato in una piccola enciclopedia: la lingua è in terza o in quarta linea.
Scorrete per un momento il _nuovissimo Melzi_, che corre per le mani di tutti e che ha invaso le nostre scuole: 1600 pagine — 4420 incisioni — 78 tavole di nomenclatura figurata — 40 carte geografiche — 1072 ritratti — 1005 figurine e tipi dei diversi paesi — 12 cromolitografie.
Questo signor Melzi, imitando l'esempio del Larousse, ha detto che il vocabolario va scritto per tutti; dovrà essere un succoso prontuario di storia, di geografia, di scienze naturali, d'igiene; già, anche l'igiene! La salute del prossimo innanzi tutto, e perciò l'umanitario autore mette una tavola a colori, fuori testo, indicando i funghi velenosi e i funghi mangiabili.
È sconfortante, non è vero? Si studia il francese, l'inglese, il tedesco; l'italiano no: si ha la pretensione di saperlo.
Meno male che fra un centinaio di anni e forse prima avremo la lingua universale.
Il Trombetti ci ha dimostrato che in principio il linguaggio era uno; non fa dunque maraviglia se ritorni ad essere uno. L'umanità — è un fatto assodato — dopo essere andata avanti, avanti, avanti, deve tornare indietro, indietro, indietro. E poi della lingua universale se ne parla da un pezzo e siate sicuri che dopo la larghissima riforma elettorale, dopo l'ascensione dei socialisti al Potere, dopo aver aggiustata la faccenda con le donne, che ad ogni costo vogliono un posticino nei parlamenti nazionali, si penserà alla lingua.
E sì, una lingua per tutti.
Avete mai pensato in quante lingue i signori uomini e donne parlano, scrivono, imprecano, mentiscono? Abbiamo le lingue monosillabiche o a bocconi, indicatissime per chi soffre di cardiopalmo; le lingue agglutinanti, in cui radice e desinenza non si uniscono in matrimonio, ma restano eternamente fidanzati; le lingue inflessive, le quali imbrogliano talmente le radici, che per scovarle c'è da perdere il senno.
E poi ognuna di queste tre lingue si divide in famiglie. E che famiglie! Famiglie patriarcali.
Non sarebbe dunque una bella cosa, mandare a far benedire tutte queste lingue e scegliere tra esse la più facile per le nostre bisogna? Noi mangiamo, i Francesi mangiano, mangiano gl'Inglesi, mangiano gl'Indiani, mangiano i Cinesi, e perchè il pane, questo primo elemento, comune a tutti, deve essere chiamato con diversi nomi? Che anarchia! Che torre di Babele!
Signori miei, questo si chiama disordine, si chiama confusionismo. Io mi reco ad esempio in Austria e debbo restare lì muto come un pesce, esposto ai motteggi dei riveriti alleati, senza poterli ricambiare con egual cortesia.
Potreste dirmi: “Ma impara il tedesco!„
Sì, e doman l'altro che vado in Inghilterra, e nell'està che sarò in Russia, e l'anno venturo che farò una scappatina nel Giappone? Impara, impara. Ma non si vive mica cento anni. Per imparare tutte queste benedette lingue occorre del tempo e son sicuro che dopo averle imparate sarò vecchio e non potrò più fare un viaggio.
E poi si dice che noi, popoli civili, non siamo mai d'accordo. Ma santo Iddio, come possiamo intenderci con tante lingue? Ci dovranno essere sempre malintesi ed equivoci!
Ma io sono convinto, convintissimo che la faccenda sarà aggiustata. Quando il potere sarà in mano ai socialisti vedrete anche questo miracolo!
* * *
Ma fino a che non viene questo giorno, siamo attaccati alla nostra lingua, al dolce e caro idioma dei nostri padri. La lingua è il pensiero, la lingua è la libertà.
Chi disse l'Italia _una espressione geografica_ non s'accorse che la nostra Patria, anche divisa e dominata, è stata sempre una nazione, perchè ha conservato sempre il proprio linguaggio.
In tanti secoli di oppressione e di schiavitù gl'Italiani custodirono la lingua come una protesta della nazionalità che ad essi voleva strapparsi.
Due cose gl'Italiani non hanno mai perduto: l'onore e la lingua.
E perchè oggi che abbiamo una Patria libera e indipendente, perchè oggi che siamo uniti, si ha poca cura della lingua?
Conserviamo gelosamente questo sacro tesoro e i nostri figli imparino da noi il culto al patrio linguaggio!
I libri del popolo.
Anche il popolo ha i suoi libri.
Quel simpatico lustrascarpe che v'invita con tanto garbo a posare il piede sulla cassetta e vi copre d'inchini e di _illustrissimo_; quel burbero omone, che incontrate sempre alla ferrovia e che quasi a malincuore piglia i vostri bauli; quel vecchio pescivendolo dalla barba patriarcale, che vi dice a proposito o a sproposito: “compatitemi, sono un _affabeta_„; quell'arzillo portinaio che vi saluta con un sorriso e mormora maledettamente quando vi ritirate tardi e non mettete la mano in tasca; tutti questi signori hanno i loro libri, hanno una letteratura minuscola, umile, semplice, dimessa, che sfugge all'occhio della critica e della storia.
Noi, superbi della nostra scienza, orgogliosi della nostra cultura, spesso effimera e superficiale, non conosciamo questa letteratura, che vive col popolo e che risponde alle sue ingenue e primitive aspirazioni.
Sono volumetti di poche pagine, che si vendono negli angoli delle strade remote, sui muricciuoli, sulle gradinate delle chiese, dei tribunali, alle porte dei teatri di terz'ordine.
Povere animucce! vanno in giro nascondendo la loro nudità. Si tramandano di generazione in generazione, senza nome di autore o di tipografo, senza indicazione di luogo e di tempo. Costano un soldo, mancano spesso di frontespizio e di indice, sono laceri, sono sciupati; ma il popolo li compra, perchè gli somigliano; li legge, perchè lo commuovono; li ama perchè sono scritti per lui, solo per lui.
Che cosa dicono questi libriccini? Ricordano vecchie tradizioni, raccontano avventure comiche o cavalleresche, narrano la vita di santi o di assassini famosi, di grandi capitani o di ladri.
Le scuole letterarie si succedono le une alle altre, nuove dottrine abbattono le antiche, i capolavori di ieri sono giudicati oggi sdolcinature, ma i libri del popolo, lontani dalla moda bizzarra e febbrile, che regola il nostro gusto artistico, sono sempre nuovi, sempre belli. Il popolo non discute, non analizza, non si lascia prendere dai momentanei successi o dalle ingrate cadute, è fedele ai suoi libriccini: non li abbandona, non li tradisce. Li legge con piacere, li rilegge, li manda a memoria e li conserva gelosamente. Ciò che lo commoveva ieri lo commuove oggi, lo commuoverà domani.
L'età eroica è finita, Giove è caduto, l'Olimpo è chiuso, chiusi i cicli cavallereschi. Voi non credete più all'ippogrifo, ai castelli incantati, alle dame bianche; il popolo vi crede. Tutto ciò che riesce a commuoverlo, è bello, è vero!
Egli non appartiene a nessuna scuola: è classico e romantico; è poeta e storico; è antico e moderno; è cristiano e pagano; è tutto e niente: è popolo. Sempre vario e sempre uniforme come la natura, conosce una sola arte: il sentimento.
È un bambino il popolo: un bambino un po' capriccioso, un po' irruente, spesso brutale, ma sempre bambino. E questo eterno bambino compra quei volumetti come per comprarsi un soldo di svago. Vuol ridere, vuol punzecchiare, vuol fantasticare.
La sua tenerezza è per gli amanti infelici, per le donne tradite. La storia pietosa di _Pia dei Tolomei_, di _Genoveffa_ lo commuove fino alle lacrime.
Grande entusiasmo per i rivoluzionari. Nel popolo c'è sempre l'odio contro le autorità costituite. Ieri gridava “abbasso i Borboni!„ oggi griderebbe “abbasso Savoia!„ Il Governo per lui è sempre un nemico che lo sfrutta con balzelli, che gli strappa i figliuoli a venti anni, che fa pagare un sigaro due soldi, e non vuole che porti in tasca neppure un piccolo coltello per fettarsi il pane.
Per voi Musolino è un brigante, un pericoloso delinquente; per il popolo è un buon figliuolo, tradito dagli amici, angariato dai potenti e precipitato in una oscura prigione, perchè... perchè il povero ha sempre torto. Si dà alla macchia, è vero; ma come potrebbe diversamente far trionfare la giustizia e vendicarsi dei suoi nemici? La vendetta! Il popolo è cattolico apostolico romano, adora Dio, la Vergine e i Santi, digiuna e fa elemosina; ma il perdono alle offese, no, bisogna vendicarsi: per lui la vendetta è un dovere sacrosanto. Chi non si vendica, è vile, e il popolo non vuol essere vile.
* * *
Chi scrive quei libriccini? Non si sa. Nascono, quasi direi, da per sè: nascono come l'erba nei campi. Sono i trovatelli, sono i figli del popolo. L'autore, modesto, si nasconde: non ci tiene a far sapere il suo nome e cognome. Se il libriccino piace, se incontra la simpatia del pubblico, non è merito suo. Non ha neppure il coraggio di farsi chiamare poeta. Poeta? Confessa lui stesso che le sue rime sono rozze:
Tanto eseguì quel cavalier sublime Or qui finisco le mie rozze rime.
Da quanto tempo esistono? Alcuni forse videro la luce ieri, altri sono antichi, molto antichi, — ricordano secoli —; ma tutti, vecchi e nuovi, vivono insieme, vanno insieme per il mondo, entrano insieme nei tuguri, nelle casupole di campagna, nelle bottegucce, e sono accolti sempre con piacere.
Quanti sono? Ne ho contati 1012, ma ve ne saranno altri. Questi libercoli sono come le stelle: non si possono mai enumerare tutti. E crescono sempre: un contadino vede in sogno la Madonna, una donna a Senerchia ammazza a colpi di scure il drudo di sua figlia, un cane salva la sua padroncina, i Portoghesi mandano a spasso il proprio re: ecco cinque libriccini per questi avvenimenti. Lasciate che termini il processo Cuocolo, avremo subito un altro libriccino per quella Venerabile Confraternita!
Il popolo dunque ha la sua ricca, ricchissima letteratura, che non conosce orizzonti, che non ha limiti: basta dire che incomincia con la _Creazione dell'uomo_ e termina con il _Giudizio universale_.
Signori letterati, le vostre grandi librerie non fanno gola al popolo. Egli non ha nulla da invidiarvi. Voi avete l'_Orlando Furioso_, il _Morgante Maggiore_: il popolo tiene il _Guerrin Meschino_, i _Reali di Francia_, le _Meravigliose Avventure del Valoroso Leonildo_, gli _Amori di Florindo e Chiarastella_, la _Storia di Chiarina e Tamante_.
Voi leggete l'_Iliade_, l'_Odissea_, l'_Eneide_, il _Paradiso Perduto_, la _Storia delle Crociate_; il popolo senza conoscere Omero, senza ringraziare il Monti, il Pindemonte o il Caro, senza far di cappello al Milton o al Michand, possiede l'_incendio di Troia_, la _Storia di una regina chiamata Elena, che fu rapita da un principe e che fece nascere una grande guerra_, gli _Amori di Enea e di Didone_, gli _Angeli superbi che diventarono demoni con le corna e furono precipitati nell'inferno_, la _Presa di Gerusalemme, ossia il Santo Sepolcro conquistato dai cristiani_.
Voi conservate gelosamente le opere storiche, le biografie dei grandi uomini; il popolo conserva con egual cura la _Vita_ e i _Miracoli di S. Antonio_, _Giuditta l'ebrea_, _Sansone_, _Masaniello_, _Pietro Micca_, _Giuseppe Garibaldi_, _Giuseppe Mastrillo_, _Giuseppe Musolino_.
Voi educate il vostro cuore all'osservanza del dovere con le opere istruttive dello Smiles, del Tommaseo, del Thouar, del Lessona, del Gotti, dell'Alfani; il popolo si lascia ammaestrare dal _Buon figliuolo_, dal _Cattivo figliuolo_, dall'_Albero fruttifero_, dal _Contadino che si fa milionario_, dal _Principe che va chiedendo l'elemosina_, dal _Contrasto bellissimo tra un povero ed un ricco, che disputano chi di loro è più felice_, dai _Dotti e saggi consigli, lasciati in punto di morte dal vecchio Guidone, padre di famiglia_.
Voi ridete col Goldoni, col Rabelais, col Molière, col Cervantes; il popolo ride con i _166 difetti delle donne_, con la _Storia di Pulcinella_, col _Testamento di un avaro, che lasciò i suoi beni a sè stesso_, col _Vecchio che sposa dieci mogli_.
Ma bisogna dirlo a suo onore, il popolo non ride mai a discapito del buon costume, non ha come noialtri un cavalier Marino, un abate Casti, un Aretino, un Batacchi. Il suo riso è saporoso, geniale, schietto, non equivoco. Nella sua natura un po' selvaggia, c'è molto pudore!
* * *
Ma tutti questi libercoli debbono essere scritti in poesia. Il popolo è per natura poeta e non sopporta la prosa. La prosa l'annoia, la prosa è pesante e fa dormire.