Nel mondo dei libri: bizzarrie
Part 4
Ma non credete che quel libro abbia perduto il suo dominio! Non volete seguire l'esempio del De Amicis? peggio per voi. Di buona o mala voglia, dovete ricorrere sempre a quel grosso libro. Disprezzatelo, guardatelo con occhio bieco, ma dovete convincervi una buona volta che il vocabolario è il solo, il vero libro indispensabile a tutti. Potete fare a meno della Divina Commedia e della Bibbia (e molti ne fanno a meno); del vocabolario, no.
Prima di tutto bisogna comprarlo. Avreste il coraggio di dire ad un amico “Mandami un po' il vocabolario Italiano?„ Vi sentireste rispondere: “Non hai il vocabolario? compralo.„
Nè basta comprarlo. La maggior parte dei libri si fanno rilegare per lusso: il vocabolario per necessità. Quel librone, a differenza di tutti gli altri, lavora, lavora molto: occorre quindi che sia rilegato in pelle e pelle fortissima. Di più, tutti i libri, piccoli e grandi, belli e brutti, utili e inutili, se ne stanno negli scaffali. Appena comprati, restano pochi giorni sul tavolino; alcuni si leggono, altri si sfogliano; ma tutti, letti o non letti, raggiungono la loro residenza stabile. Il vocabolario invece, dal primo giorno che è entrato in casa, se ne sta sempre sul tavolino. Accanto al calamaio, alla penna, alla cartella, il vocabolario. Spesso per i vostri studi avete bisogno di consultare molti libri; ne prendete uno, poi un altro. Dopo una settimana il tavolino n'è pieno: quei libri si accavallano maledettamente. Che disordine! Che oppressione! Bisogna far piazza pulita, bisogna che ognuno ritorni al suo posto. Ma il vocabolario non si muove: il suo posto è là, sul banco del lavoro.
Sentite: se entrando in una stanza da studio, non trovate sul tavolo il vocabolario, dite subito: “Qui non si legge, nè si scrive„! Infatti è mai possibile leggere o scrivere, senza ricorrere a lui, consigliere, maestro, despota del nostro patrio linguaggio?
La legge ha il Codice, la Chiesa il Concilio di Trento, la lingua il vocabolario. Potete rasentare il codice, ignorare il Concilio di Trento, ma il vocabolario, no. Dal giorno che avete incominciato a scrivere due parole siete suo suddito.
Che dittatore, che autocrate! Non discute, decreta; non consiglia, comanda. Il giudice per formulare e rafforzare la sua sentenza richiama articoli e testi unici; il vocabolario non ha bisogno di altre autorità: è lui la Legge, lui la Cassazione, lui l'Alta Corte.
Come è modesto nella sua grandezza, come è superbo nella sua pedanteria! Sempre pronto alle vostre chiamate, sembra un servitore, ed è un padrone!
Non è botanico e vi parla di piante; non è medico e vi fa conoscere le malattie, cui andate soggetto; non è un Santo Padre e vi descrive il Paradiso. Entra nei postriboli e nelle chiese, vi porta in mare e in cielo! Che verista! Ciò che voi non avete il coraggio di dire neppure con gli amici più intimi, egli lo dice, senza sottintesi, a tutti: lo dice ai vecchi, agli adulti, ai ragazzi, alle fanciulle. Non ha scrupoli, nè reticenze, non professa nessun sistema, non appartiene a nessuna scuola, non impone nessuna morale. Dite quello che volete; predicate in chiesa o nella camera del lavoro; calunniate o incensate; pregate o bestemmiate; educate o corrompete; incitate alla guerra o consigliate la pace: il vocabolario vi seconda sempre.
Cattolici, protestanti, ebrei, panteisti, razionalisti, modernisti, massoni, atei: aprite il vocabolario; per formulare a dovere il vostro _credo_, avete bisogno di lui!
Monarchici, repubblicani, socialisti, anarchici, terroristi, nichilisti, il vocabolario! Per predicare il vostro _verbo_, dovete ricorrere a lui.
Che gran complice! Eppure chi glie ne fa una colpa? chi lo chiama responsabile delle utopie, delle stranezze, dei paradossi, delle abberrazioni che si pensano e si scrivono?
Il vocabolario, pure essendo di tutti i colori, di tutte le tendenze, resta sempre il grande areligioso, apolitico, amorale. È l'unico libro, che mentre fornisce a tutti il materiale, può, in ogni quistione, in ogni polemica, esclamare come Pilato: — Io me ne lavo le mani! —
Questo furbo non fa che definirvi le parole, registrarvi le frasi, i motti, i proverbi. Non tenta, non solletica, non seduce; siete libero di scegliere ciò che volete: ne ha per tutti i gusti.
Agli innamorati presta il dolciume, al pessimista le parole di colore nero, al rivoluzionario le mitraglie, all'asceta le vaghe aspirazioni, all'umorista le arguzie, al maligno i sarcasmi, all'invidioso gli scherni.
Dovete scrivere in prosa? Il vocabolario vi offre parole piane, facili, casalinghe. Amate scrivere in versi? Il vocabolario vi presta parole dolci, diafane, armoniose. Che? dovete preparare un discorso che faccia rumore? ricorrete a lui: ha un centinaio di parole rimbombanti che fanno al caso vostro.
Ah! se aveste la pazienza di cercare, frugare, rovistare quel librone, potreste esprimere una vostra idea in venti, trenta modi differenti e produrre venti, trenta effetti diversi.
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Eppure questo libro che vi favorisce in tutto, che è sempre pronto a servirvi, non è amato, no; è sopportato, lo si considera come un grande importuno; che vuol ficcare il naso in tutte le cose.
Domandate ai vostri ragazzi che ne pensano del vocabolario. Dio mio, è il libro più antipatico! Almeno quegli elementi di storia hanno dei fatterelli piacevoli, il libro di lettura attira con qualche raccontino; ma il vocabolario? pesa un mondo e annoia per dieci.
Ogni giorno bisogna portarlo a scuola, ogni giorno bisogna riscontrare, trascrivere e mandare a memoria dieci vocaboli. Il maestro spesso grida: — Come, roba con due b! perchè non l'hai trovato nel vocabolario? — E così i vostri poveri ragazzi, per non avere rimproveri a scuola e castighi a casa, ricorrono al vocabolario. È un libro che li perseguita sempre e da cui non possono liberarsi. Scrivono il componimento italiano? Dopo aver consumato due ore a mettere insieme dieci periodi, vocabolario per i benedetti errori di ortografia. Mandano a memoria una poesietta, un brano di prosa? vocabolario per assicurarsi del significato di tre o quattro parole.
Hanno torto i ragazzi a considerarlo come un libro noioso? Non credo.
Hanno torto invece gli scienziati, i quali vorrebbero fare a meno del vocabolario. Essi dicono: “Il vocabolario a noi? Ma non sapete che la scienza ha un linguaggio proprio, ha parole tecniche, che non sono italiane, nè francesi, nè tedesche, ma scien-ti-fi-che! La scienza è universale, e quindi è libera di servirsi dove vuole e come vuole!„
E così i medici, ricorrono direttamente al greco antico e, per intimorirci di più, battezzano le malattie con parole lunghe un metro; i naturalisti si servono del latino; gl'ingegneri rubano un po' da per tutto. E la lingua italiana? Si lascia ai letterati di professione. Finchè si frequentano le scuole secondarie, si studia un po' di lingua; ma dopo il liceo, si manda a quel paese. Ognuno prende la sua strada. Chi entra nelle cliniche, chi si cristallizza coll'algebra e con la trigonometria, chi si dà anima e corpo all'elettricità, chi si rinchiude in un osservatorio per studiare, la luna, il sole, e le stelle fisse o erranti, chi si ostina e restarsene, giorno e notte, in un sotterraneo per darvi la lieta novella che all'ora B, al punto C, c'è stata una forte scossa di terremoto, e chi va ramingo per piani e per valli, in cerca di piante rare. E così ognuno vive nel suo mondo, ognuno legge i libri del proprio mestiere.
La letteratura? Che letteratura! Ricordano come un sogno di aver un tempo letto l'_Iliade_, il _Furioso_, i _Promessi Sposi_. Oggi hanno altro per il capo.
Eh! signori miei, fate male; potete dare il ben servito a tutti i libri, ma al vocabolario, no. Prima di essere medici, astronomi, naturalisti, ingegneri, siete italiani ed avete il sacrosanto dovere di parlare e scrivere in lingua italiana. E poi... non vi siete accorti che il vocabolario si vendica degli apostati? Voi consumate i migliori anni nello studio, vi affaticate, incanutite innanzi tempo, ma la scienza resta sempre il patrimonio di pochi. Perchè? Perchè i vostri libri sono scritti in una forma arida, stucchevole, saracinesca. Ricorrete al vocabolario, fatevi guidare da lui. La scienza sarà popolare e un po' di popolarità l'avrete anche voi.
* * *
Faccio una proposta: presentatevi a un uomo di Governo, a un'Eccellenza, a una sotto-eccellenza e parlate di lingua! Sareste accolto con un sorriso canzonatorio! Questi signori del Ministero, che hanno in mano i destini della patria, non possono pensare alla lingua.
L'alta politica assorbe, l'alta politica è come l'amore: fa perdere tutti i sensi. Appena un giurista, uno scienziato, un cultore di lettere ha la fortuna o la disgrazia di afferrare un portafogli o mezzo portafogli, addio professione, addio studî! Non è più medico, avvocato o letterato, è un uomo politico.
Valga per tutti l'esempio dell'on. Sacchi. Chiamato per la prima volta da Sonnino a guardare i sigilli reali, corre a Torino, licenza clienti e scrivani e chiude bottega. Che avvocato e avvocato! Il ministro è ministro! Roma, la potente incantatrice, lo chiama a sè, e lo trasforma in un matematico; gli presenta dieci, dodici problemi — problema economico, problema finanziario, problema del mezzogiorno (siamo diventati un problema, noi del Sud!) e gli dice: “risolvi„.
Eppure questi uomini, che volontariamente, per la salute... della patria, si espongono alla terribile prova, e diventano vittime del quarto potere, che li spia, li sorveglia, li censura; oltre a doversi parare i colpi mortali delle estreme destre e sinistre, — oggi veramente non più: gli estremi si son toccati e l'opposizione la fanno i liberali del centro —; oltre al pericolo di trovarsi domani dinanzi all'Alta Corte di giustizia per il _redde rationem_, questi uomini debbono pensare, — guardate un po'! — alla lingua e consultare il vocabolario. Specie il Ministro della Pubblica istruzione, questo Pontefice Massimo dei nostri studi, deve maneggiar bene il patrio linguaggio. Nè lo dico per celia: il ministro Baccelli si permetteva di dire in pubblica Camera, che il Bonghi _guardava il letto_. Subito l'Imbriani a rimbeccarlo: “Guarda il letto! Ma non sa il signor ministro della Pubblica Istruzione che _guardare il letto_ è francesismo?„
Il Baccelli tacque: aveva torto.
Ricordate lo scandalo di quattro anni fa? Dalla Minerva vennero fuori certi temi d'italiano! I professori si guardarono in faccia e a bassa voce si andavano susurrando, non senza compiacimento: — hanno perduto la testa quei signori! — Ma il ministro non aveva perduto la testa, no; aveva solo dimenticato di consultare il vocabolario. E questa dimenticanza continua. Spesso dopo aver letto una circolare vi viene la tentazione di scrivervi sotto a grossi caratteri — _vocabolario_ — e spedirla raccomandata “_a Sua Eccellenza il Ministro della Pubblica Istruzione_„.
Al ministro? Ma è lui che scrive le circolari? Quel poveretto non ha neppure il tempo di grattarsi il capo: firma, non scrive. Questa, però, non è una buona ragione: chi firma, ne assume la paternità. Anche la cambiale si firma, e noi, disgraziatamente, sappiamo a prova quali danni morali e finanziari può regalarci quel pezzetto di carta, a cui appiccichiamo la nostra riverita firma.
Il Ministro è occupatissimo. Ne convengo. Ma, Dio benedetto! invece di mandar fuori in un anno, centinaia e centinaia di _circolari_, di _normali_, di _ministeriali_, che lasciano il tempo che trovano, se pure non si contraddicono e non ingarbugliano di più la matassa, ne scriva una dozzina, una al mese, avrà così il tempo di studiarle meglio e di presentarle, con l'aiuto del vocabolario, in bella forma italiana.
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Dunque vi siete convinti che il vocabolario è indispensabile a tutti! Chiamatelo pedante, importuno, seccatore, ma dovete tenerlo sempre sul tavolo, anzi... Qui mi fermo, voglio prima raccontare un aneddoto.
Siamo in un caffè. Un signore dall'aspetto aristocratico, sorseggiando una bella tazza di moka, dice al cameriere:
“Di grazia, potrebbe favorirmi una cartolina postale?„.
— Presto servito. —
In un attimo il cameriere ritorna con penna, calamaio e cartolina. Il signore lo ringrazia con un sorriso, dà l'ultimo sorso al moka, inforca gli occhiali e si mette a scrivere. Scrive, scrive; ad un tratto si ferma. Dà uno sguardo all'intorno, resta un po' sopra pensiero, carezza i suoi enormi scopettoni, riprende la penna, la immerge nel calamaio e resta così. Poi di botto, con la sinistra preme il campanello elettrico.
Si ripresenta il cameriere.
— Il signore desidera? —
“Scusi, sa', mi favorisca il vocabolario italiano.„
— Il vocabolario! non l'abbiamo il vocabolario! —
Tutti, a questo breve dialogo, se la ridono sotto i baffi; anzi due, imprudenti, ridono così forte che quel signore stizzito, esclama in tono minaccioso: “C'è poco da ridere! Sono un galantuomo e non ho detto mica una sciocchezza, io!„ Poi, getta pochi soldi sul tavolo, prende bastone e cappello, e via!
Appena si fu allontanato, cominciarono nel caffè i commenti. “Sarà un pedante! Sarà un maniaco! Che bel tipo da commedia!„. E qui a ridere, a celiare, a mettere in canzonella tutti i puristi passati, presenti e futuri.
È comodo tagliare i panni al prossimo, mentre si gusta un gelato o un bicchierino di Strega!
Ma ripensando a quel signore, veggo che alla fin fine non aveva torto, no.
Siamo ragionevoli! Noi italiani, più degli altri popoli, si ha sempre bisogno del vocabolario. Ogni regione del nostro bel regno possiede il suo dialetto, e nel dialetto parla, impreca, bestemmia, ride, piange, delira, sogna. Specie noi del mezzogiorno, siamo abituati fin da bambini a trattare col nostro dialetto, gaio, vispo, birichino, licenziosetto, che è un miscuglio bizzarro di latino, greco, spagnuolo, francese — sacra reliquia dei nostri antichi padroni. — In famiglia, tra gli amici, nelle conversazioni casalinghe, tutto è dialetto. La parola, come è naturale, non ci viene mai meno: sempre pronta, sempre propria. Le frasi, gl'idiotismi, i vezzi si succhiano col latte materno. Siamo degli artisti nel raccontare un aneddoto, nel ritrarre una scena, nel rimbeccare — botta e risposta — chi vorrebbe divertirsi a nostre spese.
Ma tutta questa geniale gaiezza si estingue, ogni qualvolta siamo costretti di ricorrere alla lingua italiana. Con le persone di riguardo, con le signorine bisogna parlare in lingua ufficiale.
Quale martirio! Si piglia la rincorsa, ma che è che non è, il carro stride: voi vi sentite inceppato, le labbra quasi non sanno pronunziare una parola. Si va avanti barcollando, ricorrendo agli _insomma_, ai _perciò_, ai _naturalmente_, passando dal _lei_ al _voi_, aiutandovi col gesto, con gli occhi. Spesso per pensare a uno strafalcione detto, vi ingarbugliate di più e ne dite altri. Spesso fate a meno di prendere parte alla discussione, il silenzio in quel caso è oro di ventiquattro carati; e se non è possibile tacere, rispondete a monosillabi, servendovi di un vezzoso e comodo: _Sì, signora! No, no! Non ci mancherebbe altro! È verissimo!_
E quando, come Dio vuole, la conversazione è finita sembra esservi liberato da un peso enorme. Vi resta però il rimorso, e tra voi e voi andate ricordando gli spropositi e i farfalloni pronunciati con tanta solennità. Che bella figura! e dire che libri ne avete letti, studi di lingua ne avete fatti!
Finchè si parla, passi pure: _verba volant_ e volano pure le improprietà, i francesismi, le sgrammaticature, le lunghe perifrasi scialbe e inconcludenti, i periodi lasciati in asse. Del resto, mal comune è mezzo gaudio. Ognuno ha sull'anima di tali rimorsi e non potrebbe gettare la prima pietra!
Ma il guaio, il guaio serio è quando si scrive: le idee vi frullano nel cervello e fanno ressa per uscire: voi le ordinate, le accarezzate e giù in fretta a versarle sulla carta. La penna corre, vola! Che bei pensieri! Modestia a parte, voi siete uno scrittore coi fiocchi. Bravo, bravo! Domani starete sugli altari a fianco al D'Annunzio e al De Amicis.
Ma che! quella prosa che calda calda vi sembra bellissima, dopo due ore ha perduto tutto il suo incanto. È accademica, slavata, piena di francesismi, di provincialismi, di contorsioni, di luoghi comuni. Voi non siete più contento dell'opera vostra. Quanti dubbi, quante incertezze! Questa parola è italiana? e quest'altra? Questa frase mi sembra di averla letta, dove? nell'epistolario del Giusti? No, nei _Proverbi_? Quali proverbi! nelle lettere! e qui a scartabellare, a ricercare, a perder la testa!
Noi siamo infelici nella lingua. Le cose più comuni non sappiamo esprimerle con garbo. Spesso per nascondere la nostra povertà, si ricorre ai punti sospensivi, alle interiezioni. Tutto questo perchè? perchè facciamo poco uso del vocabolario. Lo teniamo sul tavolo, sì, ma lo consultiamo di rado. Ecco l'errore. Noi dovremmo avere sempre fra le mani quel libro.
Signori proprietarî di hôtel, in ogni camera, oltre le sedie, la spazzola, il pettine, non dimenticate di mettere sul tavolo il vocabolario della lingua italiana; vocabolarî nei palchi dei teatri, vocabolarî nelle pullman dei treni diretti, vocabolarî negli uffici postali e telegrafici, vocabolarî nei caffè, nelle trattorie, nei tribunali, vocabolarî... debbo dirlo? nel Parlamento. Ogni deputato abbia il suo _Petrocchi_, legato in pelle e oro. Forse così, molti nostri Rappresentanti, prima di domandare la parola e metter fuori certi discorsi, che per maggiore disgrazia vengono stenografati e conservati gelosamente negli Atti della Camera — _ad perpetuam rei memoriam_ — avranno la comodità di consultare quel libro e parlare meno barbaramente. E i senatori? Lasciamo stare questi poveri vecchi. La vista è debole, le mani sono rattrappite e poi... parlano tanto poco! Ma i deputati, questi signori che sono pieni di vita, che rappresentano il popolo italiano, dovrebbero parlar bene e dare il buon esempio.
E voi, signor Ministro della Pubblica Istruzione, non alzate la voce a difesa del nostro “Idioma Gentile?„.
Eccellenza Credaro, invece di accarezzare gl'insegnanti primarii e secondarii, i quali, ringalluzziti come i ferrovieri, sono incontentabili e tirano sempre calci, pensate al vocabolario.
Oggi tutto è Stato. Chinino dello Stato, Ferrovie dello Stato. E la lingua non è dello Stato?
Sta bene combattere la malaria, che infesta le nostre campagne e miete migliaia di vittime; ottima idea disciplinare ferrovieri e treni diretti con un nuovo Ministero; ma la lingua? Avete mai pensato che noi italiani non sappiamo parlare? avete mai pensato che quando una povera recluta del Napoletano è spedita, a grande o a piccola velocità nel Veneto o nel Piemonte crede trovarsi nella California, perchè parla e nessuno l'intende, è interrogato e non sa rispondere?
Eccellenza, gl'Italiani sono stranieri tra loro per la lingua.
E che bisognerebbe fare? Abolire i dialetti? No; rendere popolare la lingua per mezzo del vocabolario. E poichè so che vostra Eccellenza,
in tutt'altre faccende affaccendata, a questa roba è morta e sotterrata,
mi permetto abbozzarvi un progetto di legge, che dovreste avere la bontà di caldeggiare in seno al Consiglio dei Ministri e in seno alla Camera. I nostri cinquecento l'approveranno, non dubitate. Del resto si tratta appena di due o tre articoli e andrebbe sotto la categoria di leggina. Sentite.
Art. I. Dal 1 Gennaio 1912 tutti gl'impiegati civili e militari del Regno e della Colonia Eritrea avranno per proprio uso e consumo il vocabolario della lingua italiana.
Art. II. Sorgerà in Roma, sotto la dipendenza e vigilanza diretta del Ministero della Pubblica Istruzione, la Tipografia dello Stato per la esclusiva pubblicazione del vocabolario della lingua italiana.
Art. III. I Primi Presidenti e Procuratori Generali di Corte d'Appello, i Comandanti di Corpo d'Armata, i Prefetti, i Direttori Capi delle Poste e Telegrafi, gl'Intendenti di finanza faranno pervenire, per il tramite del proprio Ministero, non più tardi del 10 Novembre, l'elenco nominativo dei loro subalterni, affinchè ogni impiegato abbia per il 31 Dicembre un esemplare del Regio Vocabolario.
Ecco tutto: appena tre articoli, ma siate sicuro che la lingua se ne avvantaggerà di molto. Dal Primo Presidente di Corte d'Appello all'ultimo usciere di Conciliazione; dal Generale di Corpo d'Armata alla più ingenua ordinanza del più ingenuo sottufficiale, tutti, tutti impareranno a maneggiare con più urbanità la propria lingua. Forse così i signori Prefetti, Sotto-prefetti, segretarii, sotto-segretarii daranno il bando a certe lettere stereotipate, che si tramandano di generazione in generazione e che sotto la forma burocratica, nascondono una lingua barbara.
Ma, Eccellenza, scusate: bisogna aggiungere un altro articolo al progetto di legge.
Art. IV. Ogni comune del Regno, in ragione dei suoi abitanti, riceverà gratis un numero di esemplari del Regio Vocabolario. I Consigli comunali avranno cura di distribuirli ai cittadini che ne fanno richiesta.
Sì, sì, seminate vocabolarî da per tutto, in cielo, in terra, in ogni luogo. Dopo un paio di anni in Italia si parlerà davvero la lingua italiana.
Signor Ministro, il giorno in cui lascerete la Minerva, potrete dire ad alta voce: Ho salvata la lingua!
Ma che, voi fate boccuccia! Non vi va, è vero? Ebbene, questo aureo e salutare progetto di legge lo farò proporre dal Deputato del mio collegio, cui parlerò alla vigilia delle prossime elezioni generali. Son sicuro che mi dirà di sì, salvo a vedere se il furbo manterrà la parola. Sanno così bene promettere e non mantenere i nostri Onorevoli!
* * *
Tempi beati i nostri! Oggi con dieci, quindici lire avete fino in casa il vostro bravo vocabolario della lingua italiana. Non vi piace il Fanfani? comprate il Petrocchi. Non vi garba il Petrocchi? eccovi il Rigutini. Volete il nuovo vocabolario del Giorgini e del Di Broglio? Padronissimo.
Del resto tutti seguono lo stesso metodo. Dopo aver data la spiegazione di una parola, vi mettono sottocchio proverbi, motti, frasi, in cui sempre artisticamente è incastrato quel vocabolo.
Un esempio pratico. Che cosa significa _mano_? Mano — direte voi — significa la mano. È vero. E nient'altro, proprio nient'altro?
Aprite il Fanfani. Due pagine fitte, quattro colonne, per questa parola. Significato ufficiale: _membro dell'uomo, attaccato al braccio e per cui mezzo fa tutte le sue operazioni_. Significato speciale per i medici: _tutto l'organo possessorio che suddividesi in omero, cubito e mano estrema_; per i costruttori di corda: _forca di ferro, con la quale si tiene il filo nella conca, quando si vuole incatramare_.
Ma basta con i significati, diamo piuttosto uno sguardo alle frasi.
Noi tutto facciamo con la mano. Il Montaigne, non so se per il primo, ebbe la pazienza di notare tutto ciò che l'uomo fa con la mano.
“Con la mano — egli dice — si domanda, si supplica, si rifiuta, s'interroga, si dubita, si teme, si insegna, si comanda, si imita, si dà coraggio, si accusa, si condanna, si assolve, si disprezza, si sfida...„ e continua così per una pagina, conchiudendo trionfalmente “la mano gareggia con la lingua nelle molteplici sue variazioni„.
Sono celebri le sfide di Roscio e di Cicerone: il primo pretendeva di esprimere col gesto tutto ciò che con la lingua esprimeva l'eloquentissimo oratore.
Credo però che nessuno abbia mai pensato quante cose noi diciamo con la parola mano. Sentite. Due persone si aggruffano? _Vengono alle mani_. Tizio ruba? _lavora di mano, giuoca di mano_. Caio gode la simpatia di tutti? _è tenuto in palma di mano_. Chi ama l'ozio, _sta con le mani alla cintola, con le mani in mano_. Quel signore è spilorcio? _ha una mano!_; è prodigo? _è largo di mano_; è severo? _che mano di ferro_; è debole? _si fa prendere la mano_.