Nel mondo dei libri: bizzarrie

Part 3

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Ma, checchè si dica, queste poesie hanno un valore indiscutibile. La Guacci non piagnucola per amore, non si rinchiude in argomenti sacri, per terminare il suo canto con un sospiro alla petrarchesca o con una giaculatoria: nessun frastuono, nessun rimbombo; la forma classica, naturalmente castigata e densa di pensiero, rivela un animo virile, più di certi poeti moderni, che trattano la poesia come un gingillo.

Qui debbo fermarmi e prendere fiato.

Sono giunto a metà del cammino e quel che è peggio sto per entrare in un campo molto vasto. Mi tocca parlar delle letterate moderne. Dio mio, che esercito! Se fossi poeta ricorrerei alle Muse per essere illuminato e sorretto; ma non posso invocarle in un modesto lavoro di prosa. Le nove verginelle se ne stanno in Elicona a solo uso e consumo dei vati! Mi tocca dunque entrar solo nell'agone.

Innanzi tutto metto fuori le letterate straniere. Ognuno decanti le sue eroine. E poi come parlare della Sand, la quale cambiandosi il nome e vestendosi spesso da uomo, quasi rinnegò il proprio sesso? come parlare di Madama De Staël, di questa amazzone che scrisse di politica, di storia, di sociologia e che ebbe l'audacia di voler insegnare ai filosofi come va intesa la vita, ai re, come si governa?

Unica eccezione dovremmo farla per Carmen Sylva, che di tanto in tanto, fa sentire la sua voce melodiosa: ma le regine debbono essere giudicate dalle regine! Noi siamo monarchici e rispetto ne abbiamo per le signore coronate, specie quando sono colte, amabili, caritatevoli.

Sentite: se l'Alighieri, il Petrarca ecc. potessero ritornare in vita, resterebbero molto maravigliati nel vedere che le nostre donne somigliano poco alle Beatrici e alle Laure. Oggi le donne scrivono romanzi, novelle, studî critici, storici; sono ascritte a circoli di cultura, dirigono riviste e periodici, danno brillanti conferenze, facendo restare con un palmo di naso noialtri uomini.

Un tempo una donna che si presentava in pubblico era accolta con una certa indulgenza; tutti la guardavano con benevole superiorità, come per dire: poverina, è una donna! Ma oggi, eh! oggi dinanzi a una donna colta siete voi che vi sentite piccino!

Un secolo fa la Guacci, timida, aveva quasi vergogna di far sapere che scriveva versi e solo per le continue insistenze di parenti e di amici dette alle stampe le _liriche_; Ada Negri invece, confinata a Motta Visconti ad insegnare l'abbecedario, sente una voce interna che le dice: Tu non devi consumare così la tua vita:

Vedi laggiù nel mondo Quanta luce di sole e quante rose! Senti pel ciel giocondo I trilli delle allodole festose Che sfolgorío di fedi e d'ideali Quanto fremito d'ali!

No, non può restare in quel paesello, ella vuole la sua parte di sole e di gloria. E quanto la Bisi la presenta all'Italia, l'umile maestrina lascia i quaranta scolaretti stizzosi e poltroni e si consacra all'arte. Non si nasconde sotto un pseudonimo. Nascondersi! e perchè? Mi chiamo Ada: sono una donna, come tua sorella, come la tua sposa. Che! non ho anch'io un cuore che palpita?

E non solo la Negri coltiva con successo le lettere.

Guardate: quello scaffale a destra è pieno di libri di donne.

Ecco le poesie della Fusinati e della Brunamonti, le due care poetesse che accordano in bell'armonia i santi affetti domestici col sacro amor di patria. Sono due mamme, due buone mamme; l'una un po' austera per la sua forma classica e, quasi direi, aristocratica; l'altra più dolce anche quando tocca la molla potente dell'amor di patria. Qui gli _Amanti e l'albero della Cuccagna_ di Matilde Serao, di questa instancabile lavoratrice, vero ritratto della vita napoletana; là gli _Innamorati_ della Contessa Lara. Povera Evelina! vittima delle proprie passioni, avventuriera per natura, trascorse una vita infelice. Leggete i suoi versi: sotto quell'ardore sensuale, sotto quella sete di voluttà peccaminosa si sente una voce di tristezza languida. È rimorso? è disgusto? Lasciamola in pace nella sua tomba insanguinata, ricordando per lei quella massima del Vangelo, tanto sublime e tanto modernamente giusta: _molto le va perdonato, perchè molto ha amato_.

Qui due nitidi volumi della Deledda. Come è simpatica questa giovane sarda! Le popolane della sua isola, ignoranti e superstiziose, gridano allo scandalo, vedendo che una fanciulla si è data a scrivere libri. Ella intanto, rinchiusa nella sua romita Nuoro studia, studia indefessamente e senza essere ascritta ad alcuna conventicola letteraria, senza la comoda _reclame_ di amici, arriva a farsi un buon nome nell'arte, rievocando con i suoi romanzi il passato glorioso della sua isola. Noi abbiamo sempre creduto che la Sardegna fosse un covo di briganti, una terra semi selvaggia. La Deledda ci dice: no, vi siete ingannati, i sardi non sono briganti, sono uomini forti, uomini di cuore.

Qui un numero della _Moda del giorno_ fa pensare a Donna Paola, questa brillante e bizzarra scrittrice. Sentite: se il feminismo va avanti, nel 2000 le signore e le signorine saranno tutte sul tipo di lei. Poveri uomini! avrete che fare con delle donne spregiudicate e originalissime.

Curioso! tra le _Tempeste_ della Negri e i _Momenti lirici_ dalla cara e sventurata Aganoor, ecco le poesie erotiche e scarmigliate di Annie Vivanti, la quale con un forte spintone del Carducci fu messa in prima fila e brillò come un pianeta. Ma oggi che il dittatore è morto, la poverina si trova a disagio e ha pensato bene a ritirarsi e a non aprir più bocca: scrive romanzi, sì, ma non canta più.

Là, in fondo _Le liriche_ di Luisa Anzoletti, di questa simpatica trentina, che educata allo studio profondo dei classici, riveste di eletta forma le dolci aspirazioni del suo cuore. Cattolica per convinzione, canta la carità, l'amore per tutti, e dedica i suoi versi alle

genti meste Che lagrimar non vidi indarno mai!

E la Baccini, la Bisi, la marchesa Colombi, la Vertua Gentile? Queste buone signore entrano nelle scuole primarie e con i loro libriccini dànno dei buoni consigli, dei sani ammaestramenti ai nostri bimbi. Sono le mamme di tutti, le quali pare che dicono come Cristo: lasciate che i fanciulli vengano a me!

E noi fidenti li mettiamo tra le vostre braccia i bimbi. Parlate loro di Dio e della patria, spargete i semi di quella sana morale, di cui la donna dovrebbe essere la banditrice e la gelosa custode!

Ma chi può parlare di tutte queste poetesse, romanzieri, educatrici? Voi ve le vedete davanti, come in una grande fotografia, con quel fascino, con quella dolcezza, con quella soavità che incanta e conquide.

Sono madri, sono spose, sono figliuole, che pur non tralasciando i sacri doveri domestici, coltivano l'arte con vero intelletto d'amore.

Oh! siate benedette! Voi affermate in modo solenne che la donna può, e deve sollevarsi dall'abbiezione, in cui il pregiudizio e l'ignoranza l'avevano trascinata.

* * *

Ma appena staccate l'occhio da questi libri vi assale un grande sconforto.

— Perchè — vi domandate — mentre nell'Italia settentrionale e centrale fioriscono tanti eletti ingegni, la maggior parte delle nostre donne meridionali sono ancora ignoranti e superstiziose? È inutile andare arzigogolando pretesti; la colpa è nostra che siamo ancora attaccati agli antichi sistemi educativi. Com'è mai possibile che la donna possa sollevarsi dall'abbiezione in cui si trova, se appena ha terminate le classi elementari, le dite imperiosamente: _basta!_ — I giovani debbono ad ogni costo continuare gli studî ed anche se svogliati, poltroni, deficienti, frequentar licei ed università; alle fanciulle si dice invece: _basta_. Basta e perchè? perchè condannarle a consumare i migliori anni sui merletti, nelle trine, su tanti altri puerili ornamenti, i quali non fanno che svegliare quel basso sentimento di vanità, cui la donna, per un principio atavico, è naturalmente tirata?

Confessiamolo: i doni, i ricordi, che le nostre fanciulle ricevono dai genitori, dai parenti, dai fidanzati sono sempre oggetti di lusso — cappellini, guanti, sciarpe, ecc. — giammai un libro educativo, che parli al cuore, che arricchisca la mente di utili cognizioni.

Se vi permettete di dire a qualche padre. “Sa', la sua figliuola ha una bella disposizione allo studio; perchè non le fa frequentare il ginnasio?„ vi sentite rispondere: “Non ci mancherebbe altro!„

Qual maraviglia dunque se le nostre figliuole vengono su piene di pregiudizi e passano il loro tempo ad ornarsi, ad imbellettarsi, per apparire un po' più leggiadrette e vezzose? Inaridite le facoltà intellettive, non resta che darsi ai gingilli e alle moine. Così si presentano all'altare, così si preparano ad essere madri.

Quante signore conosco, signore rispettabili per censo e per nobiltà di natali, che leggiucchiano appena la cronaca del giornale e il libriccino della messa! Quando vi trovate in conversazione con queste poverette vi tocca discorrere di faccende domestiche, trattare argomenti frivoli; più in là non si può andare: quelle nobili matrone non avrebbero la forza di seguirvi.

Si dice in una forma più o meno enfatica che la donna deve essere la vestale domestica, destinata da Dio ad alimentare la fiamma dell'amore, della carità, del sacrificio; si dice che la donna ha il dominio intero della casa; si dicono tante cose sulla donna. Ma di grazia, che potrà mai compiere una vestale superstiziosa, una regina semi ignorante?

Oggi l'uomo sente il bisogno di trovare nella sua compagna non solo la buona massaia, la semplice madre dei figli, la muta e involontaria ispiratrice, ma una creatura intelligente e colta, che lo consigli, lo sorregga nelle aspre lotte della vita moderna. Intanto si vede a fianco una donna piena di pregiudizii, che crede ancora alle fate, che non sa decidersi a viaggiare di venerdì, che chiama opera diabolica il cinematografo, che ignora in breve tutto quello che l'umano ingegno ha prodotto in questo secolo.

Non sono un femminista, nè credo vantaggioso per la società che la donna entri nella vita pubblica, sieda al banco del governo, si covra della toga del magistrato, declami dalla cattedra universitaria. Ciò che vorrebbero alcuni fanatici innovatori è un'utopia! La differenza fra l'uomo e la donna ci dev'essere. L'uomo assennato per logica, la donna per sentimento, l'uomo giudica per riflessione, la donna per istinto.

Ma rendete _ragione_ quell'_istinto_, e la donna, pur restando donna, pur restando l'amabile e fedele compagna, non sarà più ciarliera, superstiziosa, ciecamente impulsiva. Istruitela, fatele comprendere che ha un'anima, che ha un'intelligenza e la donna, conoscendo così la propria dignità, potrà compiere intera quella santa missione cui la Provvidenza la destinava.

Gli umili e i superbi.

Un tempo i libri si pagavano un occhio.

Nel secolo XIII una Bibbia, ad esempio, costava la bella somma di 60 fiorini d'oro. Nel 1392 una baronessa di Germania dette alla propria figliuola per dote, e parve dote grandissima, pochi libri usati; un vescovo lasciò un breviario per comprare delle terre; il Poggio, con la vendita di un Tito Livio acquistò un villa; Luigi XI di Francia per leggere non so qual libro dovè dare in pegno tutte le sue argenterie; un certo Goffredo di Saint Leger nel 1332 confessa “avanti notaro aver venduto, ceduto, trasferito sotto ipoteca di tutti i singuli suoi beni e garenzia del corpo stesso al Signor Gerardo di Montagu lo _Speculum Historiale_.„ La moglie di un altro Goffredo, Conte di Augou — a quanto dicono gli annali Benedettini — comprò da un vescovo una raccolta di omelie, pagando “ducento pecore, un moggio di frumento, uno di segale, uno di miglio e finalmente cento pelli di martora„. Pochi libri sacri e qualche classico greco e latino costarono al Cardinale Bessarione la bellezza di trentamila zecchini.

Nè ciò dovrà far maraviglia. Si scriveva sopra le foglie di palme o sulle fibre del papiro, e fortunato chi possedeva un libro.

E quando il papiro d'Egitto venne a mancare per la dominazione degli Arabi, si raschiavano le scritture per sovrapporvi delle altre e la _Repubblica_ di Cicerone, il _codice_ di Teodosio dovè cedere il posto a qualche antifonario o trattato di confessione.

I poveri letterati mancavano di libri. Bisognava ricorrere alla Corte o al Santo Padre, perchè solo re e papi si potevano permettere il lusso di una discreta biblioteca. E noi sappiamo di molti scrittori che non potendo possedere un esemplare dell'_Iliade_ o dell'_Odissea_ si accontentavano di un compendio, di un estratto, come se si trattasse di un'opera filosofica o scientifica.

Il Petrarca dovè copiarsi di sua mano le opere di Cicerone e si lamentava sempre dei copisti.

"Chi recherà — egli esclamava — efficace rimedio alla loro ignoranza e viltà? Non parlo dell'ortografia già da lungo tempo smarrita. Costoro confondendo insieme originali e copie, dopo aver promesso una, scrivono cosa affatto diversa, sicchè tu stesso più non riconosci quanto avevi dettato.

Se Cicerone, Livio, Plinio Secondo risuscitassero, credi tu che intenderebbero i propri libri? Non v'ha freno, nè legge alcuna per tali copisti, senza esami, senza prova alcuna prescelti: pari libertà non si dà per i fabbri, per gli agricoltori, per i tesserandoli, per gli altri artigiani.„

Questo lamento non era solo del Petrarca, ma di tutti gli studiosi. Quei benedetti amanuensi si servivano spesso di abbreviature, di ghirìgori, di tratti verticali più o meno inclinati da rendere la scrittura bizarra e indecifrabile. Un salterio latino, trovato a Stramburgo dal Tritennio, si credeva scritto in lingua armena. Alle volte nello stesso manoscritto si trovavano brani di opere disparate, parole sconnesse; “c'era sempre da dubitare — dice il Petrarca — se era opera di scrittore o di barbaro.„ Qualche buon copista o calligrafo non mancava. Il Petrarca negli _Scrittori Parmensi_ parla di sedici calligrafi valenti; nella _Storia di Parma_ ne ricorda altri otto. Sappiamo pure di un certo Jacopo Fiorentino, frate camaldolese, il quale, con una pazienza tutta monastica, copiava con caratteri nitidi opere latine e greche. Fu molto stimato in vita e in morte: basti dire che la sua mano destra fu conservata in un tabernacolo come una reliquia di santo. Ma fatta eccezione di questo Jacopo e di altri pochi, i copisti erano una ciurma di speculatori e d'ignoranti che guastavano o sconvolgevano ogni cosa con grave danno delle lettere.

Evviva Giovanni Guttemberg che dette il bando alle tavolette incerate, ai papiri, alle pergamene, ai palinsesti! La stampa, la stampa!

I sonnacchiosi copisti strillarono contro questo nuovo ritrovato e chiamarono la stampa col nome di magìa.

Sì, quale scoperta è stata più magica della stampa? Neppure il Guttemberg poteva mai immaginare che i suoi modesti caratteri mobili, perfezionati attraverso i secoli, avrebbero apportata così straordinaria innovazione nel campo del sapere. Oggi i libri non sono più il patrimonio di pochi privilegiati, nè c'è bisogno di zecchini per avere l'_Iliade_ o l'_Eneide_. Con una lira avete fino a casa la vostra brava _Divina Commedia_; l'_Iliade_ tradotta, annotata, commentata, preceduta da cenni biografici sull'autore, una lira; _Le storie_ di Erodoto, una lira; le _Tragedie_ di Sofocle o di Euripide una lira. Abbiamo biblioteche classiche, biblioteche romantiche, biblioteche amene, biblioteche scientifiche ad una lira al pezzo. Ed ogni pezzo è costituito da un volume più o meno tarchiato, ma sempre pregevole.

Fino a pochi anni fa quel capo ameno del Perino vi mandava per cinquanta centesimi i _Promessi Sposi_, le _Poesie_ del Giusti o del Leopardi, la _Gerusalemme Liberata_ o l'_Orlando Furioso_. È vero; i caratteri sono un po' minuti, di tanto in tanto sfugge qualche errore di stampa; ma paragonate questi volumi con i manoscritti antichi e c'è da ringraziare la Provvidenza.

Con cinque soldi il Sonzogno vi offre un volume della _Biblioteca universale antica e moderna_, in cui trovate i migliori lavori letterarî, storici, scientifici, filosofici, politici di tutti i tempi e di tutti i paesi. Come sono preziosi questi volumetti che vi fanno gustare le più belle creazioni dell'arte! Non avete familiarità col greco? con cinque soldi potete leggere nella vostra bella lingua italiana le _Odi_ di Anacreonte, le _Rane_ di Aristofane, il _Manuale_ di Epitteto, le _Storie scelte_ di Erodoto, le _Odi_ di Pindaro, i _Detti memorabili_ di Socrate. Balbettate appena l'inglese? vi sa duro il tedesco? leggiucchiate lo spagnuolo? Questa benemerita biblioteca vi offre tradotti i più bei lavori del Cervantes, del Moro, del Calderon, del Goethe, dell'Heine, del Klopstock, dell'Ibsen, del Wal Wsitman: vi traduce finanche dal Cinese lo _Scic-mai-ghan_, e per cinque soldi vi dà un _Dente di Budda_.

Quel benemerito editore va ancora più in là: tre soldi una bella Vita di Dante o del Petrarca o del Manzoni; una piccola grammatica francese, o inglese, o spagnuola; una modesta antologia di prose italiane; brevi racconti morali, un manualetto dei sinonimi più comuni, un compendio di storia.

Evviva il progresso! evviva il buon mercato! Con un centinaio di lire potete acquistare un discreto numero di libri, e metter su una piccola biblioteca a modo.

Romanzi però non ne comprate nè a una lira, nè a cinquanta centesimi. O non sapete che quest'anno un editore di Firenze, il Quattrini, ha avuto un'idea genialissima? Ha detto o pure ha pensato così: “Il romanzo non è un poema, una storia, un saggio critico o filosofico che va letto, riletto, studiato e postillato. Il romanzo si legge e basta. Dunque perchè dargli la forma di un libro e farlo pagare col pepe? Facciamolo comparire sotto gli abiti di un giornale.„ E il signor Quattrini pubblica ogni giovedì un _giornale-romanzo_, che costa tre miserabili soldi e che contiene un intero romanzo. E che romanzi! _Il Padrone delle Ferriere_, il _Quo vadis?_, l'_Olmo e l'Edera_, _La signora dalle Camelie_, _La vita Militare_, _Un giorno a Madera_, _La torpediniera N. 39_, _Una sonata a Kreutzer_.

Insomma per farla breve con sette lire, cinquantadue romanzi completi. E dategli un po' di tempo a questo Sig. Quattrini. Egli promette la serie B, per i romanzi di avventure, la serie C, per i poemi. Insomma fra dieci anni tutti i libri diventeranno giornali.

* * *

Ma anche oggi ci sono i libri superbi.

Gli scrittori moderni somigliano alle donne: alzano un po' troppo la cresta, quando si vedono corteggiati.

La _Divina Commedia_, cinquanta centesimi; il _Canzoniere_, cinquanta centesimi; i _Promessi Sposi_, cinquanta centesimi; ma l'_Idioma Gentile_, quattro lire; _Maternità_, quattro lire; _il Santo_, quattro lire; _la Cena delle Beffe_, quattro lire; _Leila_, cinque; _la Nave_, sei; _Fedra_, sette.

E poi questi signori si lamentano che i loro libri non sono popolari. Che pretenzione! popolari a quattro lire? Con i tempi che corrono, pochi possono metter mano al borsellino e sacrificare quattro lire per un romanzo, per un dramma, per una dozzina di novelle o un centinaio di sonetti.

Lo so, altro è un libro che si ristampa, altro è un libro nuovo, ma da cinquanta centesimi a quattro lire ci corre.

Sentite a me: come si fa in teatro? C'è posto per tutti. Il principe, il conte, il barone, l'onorevole, l'alto magistrato si pavoneggia nel suo palco; l'agiato borghese si sprofonda nella poltrona; il povero operaio se ne sta là impalato sul loggione. Si tratta di maggiore o minore comodità, di sedere sul damasco o sulla nuda panca, ma la musica e il canto arriva all'orecchio di tutti con egual dolcezza.

Fate anche voi così. Di ogni opera due edizioni: una economica e un'altra di lusso. Date le illustrazioni, gli acquerelli, i tagli in oro, le legature rosee a chi le vuole; noi studiosi, noi modesti insegnanti, vogliamo sapere semplicemente che cosa avete scritto.

Alcuni l'hanno capito. Lo Zanichelli, ad esempio, raduna tutte le opere poetiche del Carducci: le _Odi barbare_, le _nuove Odi barbare_, le _Terze Odi barbare_, le _Rime nuove_, _Iuvenilia_, _Levia Gravia_, _Giambi_, _Epodi_, _Intermezzi_ ecc. e dice: Andiamo, tutta questa roba per dieci lire! E questa roba, com'è da immaginarsi, è andata a ruba.

Imitate lo Zanichelli; sarete più popolari e... farete quattrini!

Il vocabolario.

Prima che lo diciate voi, lo dico io: il De Amicis ha parlato del vocabolario e ne ha parlato da par suo. Questo simpatico scrittore somiglia un po' a Victor Hugo: vuol far amare tutto ciò che egli ama. Seguendo le orme del Manzoni, che ebbe la pazienza di “spogliare e rispogliare il vocabolario„, volle anche lui mettersi all'opera e leggerlo da capo a piedi.

“Che bellezza! Che incanto! Il vocabolario diletta più di un romanzo.„ E per due pagine il De Amicis tesse il panegirico di questo librone, che nessuno, a quanto mi sappia, aveva pensato di mettere sugli altari con tanto entusiasmo.

Però dopo averlo letto e postillato a dovere esclama: Italiani, noi siamo poveri di lingua, noi siamo anemici. Ognuno di noi non conosce che poche centinaia di parole e di modi, e stiracchiando, ricorrendo a perifrasi, cerca di esprimere alla meglio ciò che vuole. Perchè questo sforzo? perchè questa miseria? La nostra lingua è ricca, straricca. Aprite il vocabolario. Voi, ad esempio, dite: — Ho mangiato qualche cosa prima del pranzo, ho preso un piccolo pasto dopo il pranzo, quel piatto era così squisito che n'ho mangiato un'altra porzione. — Che sciupìo di parole inutili, che noiosa ripetizione del verbo mangiare! Colpa vostra, signori miei. Se aveste un po' più di familiarità col vocabolario, direste semplicemente ho fatto uno _spuntino_ o un _ritocchino_ o un _contentino_.

E il De Amicis da bravo medico prescrive una cura ricostituente per questa anemìa. “Prendete il Fanfani, ultima edizione, mille e settecento pagine, otto volumi di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, cinquanta pagine al giorno. Un anno„.

Benissimo. Un anno di cura, un anno per imparare la lingua, un anno per scrivere davvero con arte!

Molti — piccoli e grandi — vollero far tesoro di quella ricetta e subito si misero all'opera. Ogni mattina, a stomaco vuoto, cinquanta pagine di vocabolario.

Ma che! chi dopo una settimana, chi dopo un mese, chi dopo due, tutti incominciarono a sentirsi male; quelle pillole erano indigeste: ognuno interruppe la cura e non volle più sapere di vocabolario.

Era da immaginarsi. Con questi chiari di luna chi volete che consumi un anno sul vocabolario? Oh! il De Amicis non sa che nel nostro secolo c'è una fretta indiavolata in tutte le cose? Oggi i libri un po' voluminosi si presentano sotto forma di dizionarî o almeno offrono un indice alfabetico analitico, per comodità dei lettori, che non hanno tempo da perdere!

I nostri padri — beati loro! — si leggevano da capo a fondo un grosso volume e spesso ritornavano volentieri a leggerlo; ma oggi, oggi no: i libri che pesano più di duecento grammi ci danno noia e si lasciano dormire nello scaffale.

Proprio in questi giorni, scorrendo un catalogo di opere sacre, ho letto che un certo prof. Sestili ha pubblicato un _Dizionario Tomistico ad uso degli studiosi di Teologia e Filosofia_. Un tempo gli studiosi postillavano, commentavano la _Somma_ dell'Aquinate, oggi si contentano di leggerla tagliuzzata in un dizionario. Che volete? quella _Somma_ ai giorni nostri è diventata _Soma_ e per conseguenza molto pesante.

Dunque, se i libri si riducono a vocabolarî, è mai possibile che un vocabolario possa diventare un libro e leggersi per disteso come una storia, o un trattato, o un romanzo, tenerlo sul tavolino da notte e portarlo, a fascicoli, nelle passeggiate in campagna? No.