Nel mondo dei libri: bizzarrie
Part 21
Chi non ha spiccioli per far colezione si reca subito ad una R. Biblioteca, e col pretesto di studiare, consultare, riscontrare, mangia. Comprendo benissimo che i Governi, savî e previdenti, aggiungeranno nuovi articoli al Codice Penale; comprendo che nelle Biblioteche Nazionali, Provinciali e Comunali ci saranno in permanenza soldati e guardie di città con le baionette in punta, per tener d'occhio gli studiosi. Opera vana! Ci vuol tanto poco ad ingoiare una pagina di libro. Che cosa potrebbero fare quei soldati? Ammazzare un povero diavolo perchè mangia? Starebbero freschi! Credete che nel duemila non ci siano socialisti? I partiti estremi farebbero cadere il Parlamento. Ammazzare chi mangia! Oh! dunque bisogna star digiuni? Reazionari! forcaiuoli! assassini!
Allegri dunque, signori studenti del duemila. La vita per voi costerà poco, giacchè al cibo dell'anima e del corpo provvederanno le R. Biblioteche.
Un vero guaio lo passeranno i poveri maestri elementari.
I nostri marmocchi, quando vanno a scuola, si riempiono le tasche di ciliege e di biscotti, e, mentre il maestro si sfiata per far capire il meridiano o la divisione a due cifre, essi si sgranano la merenduccia; ma domani si adatteranno con i libri.
“Signor maestro, Margiotta si mangia l'aritmetica!„
“Signor maestro, De Nicolais ha mangiato due pagine del mio libro di lettura!„
“Signor maestro! signor maestro!..„
Ed il povero pedagogo a gridare, a minacciare, a castigare, a persuadere con la voce e con gli scappellotti — secondo i regolamenti non si dovrebbero dare, ma si danno lo stesso! — che i libri si mangiano a fin d'anno, dopo gli esami.
Avviso alle future madri: sia abbondante la colazione ai vostri figliuoli. Se voi risparmiate il pane e il companatico, i birichini ricorrono ai libri!
E basta con gl'inconvenienti. A parlarne troppo potremmo sembrare retrogradi. Oggi bisogna dare il benvenuto a tutte le cose nuove e battere le mani ad ogni scoperta: quindi parliamo dei vantaggi.
I vantaggi sono stragrandi. Sentite.
Tutta l'immensa pleiade di poeti, di romanzieri, di novellieri di bassa forza, che non incontrano fortuna e che, malgrado il lavorìo di spalle, non arrivano ad uscire dall'oscurità, potranno cessare i loro lamenti. Se il pubblico è ignorante (lo battezzano sempre così quei signori!) se le conventicole letterarie congiurano a danno di quei poveretti, il caso non è disperato: le spese di stampa non sono mai perdute. Quelle poesie, quei romanzi, quelle novelle, non comprese, resteranno per uso di famiglia, e i fanciulli a colazione, a pranzo e a cena faranno pasqua con i libri del genitore.
Ma ho detto uno sproposito. Nel duemila tutti i libri, tutti, saranno comprati e gustati. E perchè no? Quelli che non vogliono passare per il cervello si faranno passare per lo stomaco. Il benefico effetto si avrà sempre. Che? vi siete dimenticato dell'apologo di Menenio Agrippa? Lo stomaco è la grande Cassa di Depositi e Prestiti, è il quartiere generale, da cui muovono tutte le forze di terra e di mare. Affidate un libro a lui: dopo quattro ore quel libro sarà sangue di prima qualità; e il buon sangue, voi lo sapete, dà buone idee.
Secondo vantaggio. Però questo secondo vantaggio sarà tutto a beneficio dei critici. Dovete sapere che in Italia la professione del critico, specie di quello un po' benevolo, è fastidiosa. Ogni giorno gli piovono addosso una cinquantina di libri nuovi o rimessi a nuovo. E il poveretto, per non essere chiamato scortese o peggio, deve leggere, magari scorrere a volo di uccello quelle primizie ed avere una parola di lode per tutti.
Domenico Oliva si lamentava con alcuni amici di questa pioggia quotidiana. “Ma mi vogliono soffogare? Debbo io dormire, debbo mangiare, debbo farmi una passeggiata, debbo attendere ai fatti miei? Un bel giorno dirò sul _Giornale d'Italia_ che non leggo più libri!„
Signor Oliva, non lo faccia. Oggi è una noia, ma domani? Domani quella pioggia sarà una manna. Cinquanta libri al giorno sono cinquanta ciambelle per i suoi nipotini!
Terzo vantaggio. _Le journal de la librerie_ ci fa sapere che ogni anno si pubblicano un miliardo e mezzo di volumi letterari; e se aggiungi le pubblicazioni scientifiche, le riviste, i giornali, si arriva all'infinito. Migliaia e migliaia di stabilimenti tipografici metton fuori, a getto continuo, libri, libri, libri!
Giustamente molti si sono preoccupati di questa enorme quantità di carta stampata e temono ohe forse un giorno questa pletora di libri, di opuscoli, di fogli, inonderà la terra. L'immane produzione libraria ha colto alla sprovvista le nostre biblioteche. Esse sono piene, strapiene e non possono accogliere neppure un libriccino di poche pagine. Bisogna allargarle, aggiungere nuove sale; ma aggiungi e aggiungi il mondo diverrà tutto una grande biblioteca.
Fino a pochi anni fa, i libri vecchi o inutili si vendevano ai droghieri, ai salumai per carta da avvolgere, e con un soldo vi davano una bella salacca, chiusa in due sonetti del Poliziano o in mezza egloga di Virgilio; ma adesso che la scienza ha scoverto nei libri tutto un esercito di streptococchi, di stafilococchi, di bacilli di Kock e di Therth, bisogna guardarsene.
Dunque che fare di tanti libri? Ricorrete al mare? profanazione; appiccarvi il fuoco? sacrilegio.
Un lord inglese lasciò detto nel suo testamento che voleva essere cremato con i suoi libri. Bel metodo per alleggerire un po' il peso, e noi lo consigliamo a tutti quei signori che anelano alla postuma voluttà di abbrustolirsi, pregustando così un anticipo d'inferno. Ma anche alimentando i forni crematorî il problema non si risolve. I posteri però, lo risolveranno. Si pubblicano un miliardo e mezzo di volumi all'anno? E che? non ci sono altrettante bocche affamate?
Beati i nostri figliuoli che si troveranno a questi lauti banchetti intellettuali!
E poi vengono a dirci che il mondo invecchiando peggiora. Due bugie. Non invecchia, nè peggiora: diventa pratico!
L'ultimo saluto.
Mi dispiace, ma proprio in coda dovrò darvi una brutta nuova: un giorno io che scrivo, voi che leggete, moriremo.
Cosa ordinarissima, lo so; ma ordinaria per gli altri, non per me. Io sono abituato a veder morire; con la più grande disinvoltura accompagno amici e nemici al camposanto; ma mi sembra quasi impossibile che la morte debba colpire proprio me! Che muoiano gli altri, è naturale, che debba poi morire io!... Io? Io che sto così bene di salute, che mangio con appetito! Oggi parlo, penso, ragiono e sragiono, domani debbo chiudere gli occhi e lasciarmi aggiustare come una salacca in una cassa funebre più o meno dorata... No, non può essere!
Eppure è. La vita somiglia ad una cambiale. Alcuni, fortunati, l'hanno a lunga scadenza, altri no. Io non ho potuto sapere a quale categoria appartenga, ma ammesso pure che mi trovi tra i fortunati, da qui a quarant'anni avrò fatto i miei bauli.
E quel che è peggio con la morte bisogna lasciare ogni cosa! Gli antichi mettevano in bocca al defunto un obolo. Caronte voleva essere pagato, e poi il danaro non è mai soverchio. I moderni, che non sono superstiziosi e se ne ridono del tartareo barcaiuolo, non mettono in bocca al defunto neppure un soldino. I marenghi restano in casa, e la famiglia, dopo pochi giorni di lutto stretto, li divide con lo Stato, il quale, con la leonina tassa di successione, si è solennemente dichiarato primo erede di tutti quelli che lasciano qualche cosetta mobile o immobile. Ciò non m'inpensierisce. Io nulla lascio, perchè nulla posseggo. Non ritorno nudo in seno alla madre comune per decenza e perchè un abituccio costa poco.
Anzi debbo dire la verità: la morte non mi fa paura per la semplicissima ragione che quando essa viene, io me ne vado. Mi fa invece paura la vecchiaia.
Noi tutti ci auguriamo di vivere cento anni e saremmo capaci di tentare ogni cosa pur di giungere a questa cifra tonda, senza sapere quanto è doloroso l'ultimo trentennio!
La vecchiaia, brr! I poeti l'hanno paragonata al tramonto, all'inverno: similitudini pietose! La vecchiaia non ha paragoni. Dopo i settanta non si vive più: le gambe non vogliono saperne, lo stomaco chiude il suo gabinetto chimico, il tubo maestro è quasi sempre ingombrato, i polmoni sfiatano da ogni parte, insomma locomotiva e vetture non funzionano.
E si potesse almeno mangiare a proprio gusto! Niente maccheroni al sugo, niente fritture, niente aromi. Latte e brodo, brodo e latte: si ritorna bambini. Vi nuoce il caldo, vi nuoce il freddo, vi nuoce l'umido, vi nuoce il levante, vi nuoce il ponente: tutti i punti cardinali vi danno fastidio! Dei trecentosessantacinque giorni appena una ventina sono per voi, gli altri si passano inchiodati sulla fida poltrona o a letto. Il medico? È inutile chiamare il medico. Questo signore accoglie con un sorriso canzonatorio tutti i vostri malanni e mette sempre in campo l'età. Non potete dormire? è l'età; vi duole la testa? è l'età; sentite un ronzìo nell'orecchio e un peso nello stomaco? è l'età. A credergli, questa benedetta età ha messo l'anarchia in tutte le parti del corpo.
E in casa non siete più il Pontefice Massimo, lo Zar delle Russie, nè potete più dire: “Così voglio, così comando.„ Nessuno vuol sentirvi. Finanche la vostra signora, che si mantiene un po' meglio in sesto, vi sopporta a stento e spesso spesso esclama: “Come sei noioso! Faresti passare la pazienza anche a Giobbe!„
Per me, visto e considerato che la vecchiaia è un anticipo di Purgatorio, se grazie a Dio e al medico di famiglia, metterò il piede nel settantesimo anno, ho stabilito di non dare noia a chicchessia. Convinto di non appartenere più nè alla milizia attiva, ne alla territoriale, starò al mio posto di semplice pensionato e, pur di non far perdere la pazienza agli altri, cercherò di essere io un vero Giobbe.
* * *
E intanto come passare quei giorni? I nipotini vi vogliono bene, ma si seccano di stare sempre col nonno; le nuore, i generi, la persona di servizio, il portinaio, tutti, tutti dicono che voi siete pesante. E dunque? Sentite: Cicerone, l'unico che ebbe la buona idea di consolare i vecchi con un bel libro, che si legge dai giovani, dice: “Non credere che la vecchiaia sia addirittura un supplizio. Se possiedi un orto e una biblioteca, nulla ti mancherà.„
L'orto? L'orto era possibile a quei tempi: oggi no. Specie in città il suolo costa, e invece di piantarvi aranci o fiori vi si edifica una palazzina.
Ma Cicerone, da uomo di mondo, aggiunge subito: “Del resto l'orto non è poi tanto necessario: basta la biblioteca„, e ricorda tanti vecchi, greci e romani, che trascorsero gli ultimi anni in mezzo ai libri e furono felici.
Facciamo tesoro di questo consiglio, e gli ultimi anni passiamoli qui, nella stanza da studio. Quando tutti ci abbandonano, quando ci vediamo soli, in mezzo ad una generazione che non ci comprende, che non ci sopporta, chiudiamoci in questo sacro eremitaggio. Qui troveremo gli amici della nostra infanzia, i compagni dei nostri studî prediletti.
Venga, venga la vecchiaia, con i suoi acciacchi, con i suoi disinganni, con le sue ingratitudini, con i suoi rimpianti: finché avremo un libro, avremo un consolatore.
E venga anche la morte. Quando tutto ci dirà che bisogna partire, noi ci faremo condurre qui, in questa stanzetta di pochi metri, dove abbiamo trascorsa la maggior parte della nostra vita. E quando il nostro cuore darà l'ultimo palpito, quando la nostra intelligenza avrà l'ultimo bagliore di luce e ci sembrerà sentire tanti suoni impercettibili, tante voci misteriose allora, o cari libri, vi daremo l'ultimo saluto riverente ed affettuoso.
Forse non ci sarà possibile pronunziare la dolce parola di addio. Appena uno sguardo, appena un cenno della mano tremante; ma quello sguardo, quel cenno dirà che noi vi ringraziamo dell'opera benefica esercitata sul nostro spirito.
Noi moriremo, ma resteranno i nostri figliuoli, questi giovani baldi, pieni di fede e di entusiasmo. Accompagnateli per il sentiero dell'arte, e dite loro che “gli studî, fatti in silenzio, con la quieta fatica di tutti i giorni, con la feconda pazienza di chi sa aspettare, con la serenità di chi vede in fine d'ogni intenzione la scienza e la verità, rafforzano, sollevano, migliorano l'ingegno e l'anima!„
FINE
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.