Nel mondo dei libri: bizzarrie

Part 2

Chapter 23,747 wordsPublic domain

Questi libri, pieni di lambiccature retoriche, di antitesi, di metafore, di periodi contorti e arrotonditi, meritano il primo posto tra i sonniferi. Le notizie più curiose, i racconti più commoventi si scolorano sotto quelle parole di piombo, e voi ad ogni pagina pensate al D'Azeglio, il quale voleva che al Decalogo si aggiungesse, come undicesimo comandamento: _non seccare_.

Nè sono libriccini di poche pagine, ma grossi volumi di prosa fredda, compassata, vuota di ogni calore ed affetto. Qualche volta per necessità dovete leggerli; vi tocca tenerli in mano parecchi giorni per sgranarli alla meglio e quando siete all'ultima pagina, quando vedete la parola _fine_ esclamate trionfante come Diogene: “Finalmente veggo terra!„

Ma spesso, malgrado tutta la buona volontà, non si arriva a veder terra. Dopo una decina di pagine la fronte si corruga, le labbra naturalmente eseguono quella brutta smorfia che precede la nausea: si sbadiglia, e gli occhi non funzionano bene. Voi resistete ancora: ma è inutile. Gli occhi vi mettono davanti questo dilemma: o chiudi il libro o ci chiudiamo noi.

L'Imbriani, a proposito delle poesie dell'Aleardi, confessa: “Presi il libro, tagliai con la stecca i fogli dissi a me stesso, — coraggio, avanti, _marche_! — e lessi tutto, tutto„.

Voi alle volte fate lo stesso proponimento, ma che! dopo trenta, quaranta pagine, non si può andare nè avanti, nè indietro; vi piglia il sonno e buona notte!

* * *

Sono molti questi libri che fanno dormire? Molti? ci sarebbe da compilarne un catalogo sterminato. Ma sia per non perdere tempo, sia per non far dormire il lettore, li raggrupperemo in categorie.

Innanzi tutto mettiamo fuori concorso i libri degli autori viventi, non solo perchè il numero è purtroppo considerevole, ma anche per non venire a polemiche disgustose. Sono così attaccabriga i nostri letterati!

Prima categoria. Chi vuol dormire placidamente ricorra ai trecentisti e ai secentisti minori. Tutte quelle novelle, novellette, canzoni, canzonette, pastorali, madrigali vi fanno addormentare nel bacio degli angeli. C'è troppo zucchero in quei libri e il troppo zucchero stomaca e fa dormire.

Il Cavalca, il Passavanti si rinchiudono in argomenti religiosi e giù miracoli, leggende, visioni, parabole, ammaestramenti, precetti; voi sognate di stare in chiesa e di ascoltare una di quelle prediche, noiose e stucchevoli del vostro vecchio pievano, buon'anima.

I tre Guidi, il Gianni, il Guinicelli, Cino da Pistoia, parlano invece di amore, ma sembrano dei bambini che piagnucolano, dei malati che si lamentano. Non è un amore sentito; regolato da certe forme o da certi sentimenti di convenzione, si stempera in frasi comuni e sciupa venti versi per un'idea. In tutte queste poesie trovate lo stesso meccanismo, la stessa posa: _trecce d'oro, guance di rose, denti di perle, occhi di sole_. È una continua ninna nanna, patetica, melata. Le personificazioni, le allegorie, i bisticci, le rime — che si affollano in mezzo e in fine del verso — vi ballano davanti e voi dormite.

Seconda categoria. Chi vuol sognare cavalieri, dragoni, maghi, fate, castelli incantati, ricorra ai nostri poemi cavallereschi. Fortunatamente essi accennano a scomparire e nessun editore ha la pazza idea di far risorgere il _Malmantile_, l'_Italia liberata_, il _Girone_, l'_Aquileia distrutta_, l'_Amadigi_ e tutte quelle centinaia di poemi che ammorbarono la nostra letteratura. Se togli i due _Orlandi_ e il _Morgante Maggiore_, tutti gli altri, che vollero trattare con serietà della cavalleria, riescono pesanti e artificiosi. Lasciateli dormire nella libreria; se li svegliate, faranno dormire voi.

Nessuno nega che il Trissino, il Lippi, il Tursini, il Tasso (padre) tengano un posticino discreto nella letteratura; anzi voi fate di cappello a questi signori; ma con i poemi, alla larga. Ne assaggiate un pezzetto nelle antologie, nei manuali di letteratura ed è già troppo. Leggerli da capo a piedi? Per l'amor di Dio, non lo consiglio neppure ai miei nemici! Quelle ottave sembrano mattonelle: la stessa struttura, la stessa posa, la stessa chiusa. Dopo un paio di canti vi sentite come una stanchezza negli occhi, la testa vi duole e se non smettete, c'è pericolo di un'emicrania.

Si potrebbe dire; come va? questi libri formavano il diletto dei nostri padri; si leggevano nelle accademie, nelle corti dei Mecenati, nelle veglie dei popolani e non c'era mai caso che il lettore o gli uditori si addormentassero. Verissimo. Ma non sapete? I nostri maggiori, beati loro, erano tutti Paladini di Francia a tempo perduto. Non andavano in guerra contro Turchi e Saraceni, non erravano per le foreste in cerca di Dulcinee, ma in casa e a comodo facevano un po' di cavalleria con questi poemi.

Oggi non è più il tempo di cicli e di cavalieri erranti. Erranti siamo un po' tutti, ma non in cerca di avventure, bensì di quattrini, che spesso, come a farlo apposta, si rendono irreperibili e ci fanno proprio quei brutti tiri che Angelica faceva ai suoi spasimanti. Una bricciola di cavalleria è restata nel duello a uso e consumo di quei fanatici, i quali per far sapere al mondo che hanno ragione, finiscono spesso col ricevere una sciabolata sul volto e una manata di torto: il torto è sempre del vinto.

Ma volete sapere perchè i nostri riveriti padri non dormivano nel leggere quei poemi? Ve lo dico subito: non dormivano, perchè non avevano sonno. La sera andavano a letto per tempo, la mattina si levavano col sole, il dopo pranzo facevano il pisolino, che spesso diventava un pisolone. Data questa grande provvista, potevano sopportare qualsiasi lettura: il sonno non veniva. Noi no, noi si dorme poco. Il giorno e gran parte della notte si passa in moto. Di qua, di là, di sotto, di sopra: non c'è un momento di requie. Chi più e chi meno siamo tutti dei commessi viaggiatori. Che succede? Il sonno, vedendosi trascurato, come un impertinente creditore, sta sempre alla vedetta e quando trova l'occasione propizia si fa avanti.

Terza categoria. Ogni scrittore da Dante al Manzoni, ci ha lasciato qualche cosa per farci dormire.

Confessiamolo francamente: quante volte non ci siamo addormentati con il _Convito_ di Dante, con il _Mondo creato_ del Tasso, con l'_America libera_ dell'Alfieri, con la _Colonna infame_ del Manzoni, con le _Tragedie_ del Foscolo, con le _Cantiche_ del Pellico, con i _Panegirici_ del Giordani? E per citare un esempio più fresco il lavoro drammatico del D'Annunzio _Più che l'amore_ non fa dormire? Il pubblico che va a teatro per divertirsi, lo fischia maledettamente. L'autore abituato ai trionfi, è andato in furia, ha detto corna del pubblico, ha scomunicato tutti, dichiarando modestamente che il suo dramma è un capolavoro. Ma che volete? _Più che l'amore_ è noioso. Provatevi a leggere senza sbadigliare quel lungo dialogo fra Corrado Brando e il suo fedele Rendu; vi piglia il sonno ad ogni pagina.

Questi libri vi indispongono di più, perchè di buona o mala voglia bisogna leggerli, tanto richiede la vostra professione di letterato. Ogni cittadino che non ha la disgrazia di essere chiamato o creduto uomo di lettere, può leggere ciò che vuole, scegliere i libri che più gli aggradano, farsene il chilo con il poeta che più gli va a genio. E quando dopo cinque o sei pagine o anche prima si accorge che quel romanzo annoia, quel dramma è monotono, quella commedia è scipita, quei sonetti sono fiori appassiti, getta via il volume e buona notte. Se glie ne domandate, non fa misteri: confessa candidamente che quei libri lo seccano. Ma voi potreste dire in pubblico: Non leggo il _Fuoco_, perchè mi fa dormire. Zitto, quel romanzo è un capolavoro. È stato tradotto in tutte le lingue, è arrivato al cinquantesimo migliaio in Italia, al ventesimo in Francia, al decimo in America ecc. Dunque silenzio e buon sonno.

E così senza volerlo siamo entrati in un altro campo... molto fiorito. Quanti libri degli scrittori moderni fanno dormire? Non parliamo dei tanti volumi di poesie barbare o paesane, dei tanti romanzi, delle tantissime novelle, che vengon su alla giornata; questi libri non fanno dormire, perchè non si leggono. Intendiamo parlare degli astri maggiori, di quelli che occupano i primi posti nel moderno sistema planetario della letteratura.

Ma chi ha il coraggio di dirlo? Quando un poeta, un romanziere è messo sugli altari è un santo; a lui incenso, a lui onore e gloria nel più alto dei cieli. Si vocifera, si dice a qualche amico che certe poesie del Pascoli fanno sognare, che in qualche libro del Fogazzaro c'è molto oppio, ma nessuno ardisce metterlo in piazza. Avreste il coraggio di dire ad alta voce che la _Nave_ del D'Annunzio fa dormire? Fa dormire! Ma siete pazzo! Giornali ne leggete sì o no?

Eppure vi posso assicurare che la _Nave_ fa dormire. Il pubblico è vero, non dormì, perchè fu stordito dalle grida dei Catacumeni e dei Nàumachi; non dormì, perchè assistette al varo e credè trovarsi a Castellammare di Stabia o a Spezia. Ma tutti quelli che applaudirono, che entusiasti chiamarono fuori l'autore, metteteli a tu per tu con il volume; fate che essi invece di essere spettatori, siano lettori. Sentite a me, dormiranno alla grossa!

Alla fine dei conti anche il sonno è buono e dormire un'oretta con un libro in mano non è un gran danno. Vergogna? Ma che vergogna! se siete solo. Chi viene a casa vostra a spiarvi se dormite a letto o a tavolino? E poi, parliamoci chiaro, volete dormir voi! Quando vi siete assicurato che un libro contiene molto oppio, chiudetelo. Non dovete dar conto a nessuno. L'autore, anche vivente, non potrà offendersi, per la semplicissima ragione che è lontano.

* * *

Ma nelle conferenze? Già, il guaio è nelle conferenze. L'autore è presente, l'autore vi guarda. Voi avete la santa intenzione di comportarvi sempre da galantuomo, di non fare scortesie ad alcuno, ma come resistere a certe conferenze noiose, noiosissime che non dicono nulla di nuovo e di interessante, se pure non vi ripetono ciò che in una forma migliore avete letto in qualche libro? E fossero almeno brevi queste cicalate! Passa un quarto d'ora, due, tre, vorreste gridare — basta, basta, mi hai rotto... i timpani —; ma non si sta mica in teatro! Vi scuotete, tossite, adagiate sulla palma della mano uno sbadiglio, un altro, ma gli occhi non vogliono affatto saperne. Che martirio!

E dire che questo martirio è continuato. Non passa una settimana che un amico non v'inviti ad una conferenza. E sempre conferenze, conferenze! È una manìa. Noi ci lamentiamo che oggi si stampa molto, ma non abbiamo mai pensato quanto si parla. Non tutti sono disposti a comporre un libro: anche a scriverlo male occorre tempo. Poi vengono le spese di stampa. Non è così facile trovare oggi un editore che gli faccia da padre putativo: bisogna sborsare un mezzo migliaio di lire, col pericolo che il libro se ne resti eternamente nelle vetrine dei librai, per mancanza di lettori.

Ma la conferenza, che bellezza! Si scrive in due o tre giorni e non si spende un centesimo: la sala gratis, gli uditori gratis, gratis gli applausi. Si ha così la grande soddisfazione di far conoscere ad amici e a nemici che qualche cosa si sa, che non si è perfettamente digiuni di scienze e di lettere.

Ma è da gentiluomo invitare due, trecento poveri diavoli che hanno tante noie per la testa, inchiodarli per un paio di ore sopra una sedia e dir loro: Non vi movete, non fiatate? I poveretti ubbidiscono, ma spesso, non potendo far altro, dormono, salvo a svegliarsi ad opera finita, per applaudire e stringere la mano al _bravo_ conferenziere!

Evviva la sincerità!

I libri di donne.

Di donne? Sì, di donne. O non vi siete ancora convinto che la donna fa davvero?

Date uno sguardo ai vostri scaffali. Vedete: tra i romanzieri trovate donne, tra i poeti donne, tra gli storici donne, tra i filosofi donne, tra gli scienziati donne. Insomma ce n'è una rappresentanza dovunque.

E poi qual maraviglia? scorrendo le nostre storie troviamo che la donna ha messo lo zampino in tutti i rami dello scibile e n'è uscita sempre con onore.

L'Agnesi a sedici anni parlava già molte lingue ed era dottissima nelle discipline filosofiche e matematiche; l'Ardighelli a quattordici anni teneva un forbito discorso sulla forza dell'elettricità; l'Amoretti, molto encomiata dal Parini, a quindici anni sosteneva per due giorni una lunga disputa filosofica con un fanatico accademico e una brutta figura non la fece; la Cicci a dieci anni, quando voi sgranate a stento un libriccino di quarta elementare, sapeva a memoria la _Divina Commedia_! Orologi caricati! Si fa presto a dirlo. Il fatto si è che la donna sa fare qualche cosa.

Se avessi tempo vorrei scrivere un libro su queste donne, che si sono distinte nelle scienze e nelle lettere, che hanno dato il loro contributo, forse minimo, ma sempre efficace, finanche in quei tempi di schiavitù, in cui la donna, condannata a restarsene in casa, come umile ancella, dava occasione a far discutere se avesse perfino... un'anima.

Questo libro dovrebbe essere dettato senza quell'aria di superiorità che siamo soliti prendere noialtri uomini, quando parliamo delle donne; ma giacchè non posso scrivere il libro, non ho diritto di dare consigli a chi forse un giorno lo scriverà e a modo. Anzi metto da parte le donne scienziate. Non ho letto i loro libri, non li ho neppure visti. Dovrei ricorrere alle grandi biblioteche e starmene un paio di mesi a divorare diversi volumi, che, quantunque dettati da amabili signorine e da rispettabili dame, potrebbero farmi un gran male. Di scienze son quasi digiuno e credete che bastino due e quattro mesi per assaporarne un pochino? Ingoiando così alla diavola tutta quella roba, correrei il rischio di una indigestione a onore e gloria del sesso gentile. Dunque lasciamo stare. Delle donne scienziate ne parlino con competenza gli scienziati. Ognuno faccia il suo mestiere. La coscienza mi va ripetendo di aver già detti molti spropositi in questo libro e non voglio di proposito aggiungerne altri. Solo Pilato poteva permettersi di dire _quod scripsi scripsi_. Noialtri dobbiamo pensarci bene; in caso contrario ci tocca rimangiare ciò che abbiamo scritto.

Dunque saluto rispettosamente queste donne scienziate, e parlo di quelle non meno rispettabili, che si dettero a coltivare le lettere.

La storia letteraria ci dà un elenco sterminato di poetesse, che in tutti i secoli hanno cantato più o meno melodiosamente. Sempre così! La scienza è la _sancta sanctorum_, dove pochi sono ammessi, è la ricca, ma severa matrona, che prima di concedere le sue grazie impone un lungo noviziato. Ma la letteratura — che democratica! — accoglie tutti. Potrebbe meritare, se non fosse profanazione, quella coppia di versi che Dante scriveva per la misericordia di Dio:

. . . . . ha sì gran braccia Che prende ciò che si rivolve a lei.

Un povero diavolo, che vuol ottenere il nome di scienziato, deve logorarsi per una ventina d'anni nei gabinetti fisici, nei gabinetti di anatomia, negli orti botanici, negli osservatori meteorologici. Ma la letteratura, sia sempre benedetta, non impone tutti questi sacrifici. Basta che sappiate leggere un po' da cristiani e mettere insieme un periodo che non zoppichi; avanti! la letteratura vi apre le braccia: potete scrivere, pubblicare sonetti e canzoni. Nessuno avrà che dirvi, nessuno potrà domandarvi “come sei entrato?„

Quindi non fa maraviglia se le scienziate sono poche e le... poetesse, una legione. Le donne più degli uomini sono nate col bernoccolo della cicala. O allora perchè la cicala è di genere femminile?

Ma lasciamo stare lo scherzo. Volevo dire che in ogni secolo ci sono state delle poetesse, le quali hanno meritato congratulazioni e applausi dai letterati del tempo. Per lo più le principesse, le baronesse, le dame di corte, le mogli e le figlie di artisti, passavano la vita in mezzo ai poeti. Ogni sera sentivano declamar poesie; senti oggi, senti domani, finivano coll'imparare il mestiere, e prima timidamente, poi con disinvoltura, dettavano poesiette, per lo più amorose, tanto per far sapere che un po' di gusto l'avevano anch'esse. E i signori poeti, un po' per cortesia cavalleresca, un po' per rispetto alle padroncine, un po'... voi m'intendete, si davano subito a battere le mani, a chiamarle _Saffo novelle_!

Ma oggi chi ricorda più quelle poetesse, encomiate dall'Ariosto, dal Tasso (padre e figlio), dal Bembo, dal Poliziano, dal Varchi, dal Caro, dal Firenzuola, dal Berni e compagni? Una certa Giulia Rigolini ebbe vaghezza di comporre una dozzina di novelle sul metro del Decamerone, e i sopracciò della letteratura sentenziarono che tali composizioni _insigni argumento, artificio mirabili, eventu vario, esitu inaspectato_, stavano alla pari col modello, anzi erano un tantino _clariores_!

Tarquinia Molza, figlia del poeta Francesco, fu sollevata tanto in alto che forse perciò noi oggi non la vediamo più, neppure con forti telescopî. Venne chiamata _la più dotta fra tutte le più illustri matrone che sono, che fûro e che saranno in avvenire_. E questa corona di superlativi non le fu intrecciata da un poeta, il quale si lascia facilmente prendere la mano, ma da un filosofo, da Francesco Patrizi, che doveva essere poco tirato all'entusiasmo. Il Tasso fece di più, volle eternarla nei suoi _dialoghi_. Ma questa volta sia il filosofo, sia il poeta non riuscirono che ad imbalsamare un cadavere. La Molza è morta e seppellita.

* * *

Il Sonzogno ha raccolto in un modesto volume della Biblioteca Classica le poesie di Vittoria Colonna, di Gaspara Stampa e di Veronica Gambara, come per dire: “Solo queste tre donne meritano di essere chiamate poeti. Fino all'ottocento non c'è altro.„

Ha torto il Sonzogno? Non credo. Del resto così la pensano tutti i compilatori di antologie. Aprite le nostre migliori antologie e non trovate che un paio di canzoni della Colonna, qualche sonetto della Stampa e una dozzina di strofe della Gambara. E delle altre poetesse? Silenzio.

Solo il Torraca nel suo _Manuale di letteratura_, fa un'eccezione per la Torelli e ne riporta un sonetto. Ma che volete! quel sonetto sembra bellissimo al Carducci e il Torraca per mostrarsi ossequente al dittatore ha dato uno strappo alla consuetudine.

Dunque se alcuno desidera conoscere come le nostre donne maneggiassero il verso nei tempi andati, deve ricorrere a quel volume del Sonzogno, che costa appena una lira. Una lira, venti soldi tutta la produzione poetica del sesso gentile!

Ci dispiace però che queste tre gentildonne sono presentate dallo Stecchetti con una _prefazione critico-biografica_. Che bel cavaliere! È vero che qui lo Stecchetti prende il vero nome di battesimo — Olindo Guerrini — e non ricorda affatto l'autore di _Postuma_. Corretto, correttissimo: non una parola equivoca, non una frase men che onesta. O credete che lo Stecchetti sia davvero uno screanzato! Io non credo niente, dico semplicemente: il Sonzogno avrebbe fatto meglio a dare un altro maggiordomo a quelle tre poetesse. Lo Stecchetti è indicato per una prefazione alle _Novelle_ del Casti o alle _Poesie_ del Marini, — si troverebbe nel suo mondo. Per quelle distinte signore ci voleva o il Pascoli, o il Fogazzaro, o il Panzacchi!

Ma ritorniamo al nostro argomento. Queste tre poetesse — che si sono salvate dall'oblío, che hanno vinto il gran concorso bandito dal tempo — sono tre infelici amanti, e le loro poesie sono quasi sempre un pianto, un pianto monotono, reso più monotono dalle continue figure retoriche. Non manca il sentimento, specie nella Stampa, ma quel sentimento spesso si raffredda a traverso i contrasti, le metafore, le similitudini artificiosamente ricercate.

Vittoria Colonna erra di convento in convento, di ritiro in ritiro e non sa parlare d'altri che del povero marito morto; ne canta la bellezza, ne enumera i pregi, ne immortala le imprese. Che eroe, che eroe! Se fosse vissuto al tempo di Roma, Virgilio l'avrebbe preferito ad Enea!

Spesso ha momenti di vera disperazione:

. . . mi sforza la nemica sorte Le tenebre cercar, fuggir la luce, Odiar la vita e desiar la morte.

Poi ricorre alla religione, pensa ai dolori della Vergine, medita sulla caducità della vita umana: ma che! sul più bello, il pensiero dello sposo ritorna: siamo daccapo, l'elegia incomincia:

Or vedi come m'ha cangiato il dolor fiero ed atroce, Che a fatica la voce, Può dar di sè la conoscenza vera.

La seconda, la Stampa, molto più infelice, va dietro al Conte Collatino, il quale, dopo averla amata, non vuol saperne più e si tedia di quei piagnistei. La innamorata fanciulla non sa rassegnarsi a questo abbandono e come per richiamarlo all'ovile gl'indirizza una sequela sterminata di sonetti, di canzoni, di capitoli. Lo bamboleggia, lo carezza, lo chiama con i nomi più dolci, lo paragona al cielo, al sole, al Parnaso. O il Conte! il Conte! io voglio seguirlo dovunque.

Ponmi ove il mare irato geme e frange, ... ove il sol più arde e più sfavilla; Ponmi al Tanai gelato, al freddo Gange, ove per l'aria empio velen scintilla: io sono sempre lieta, Purchè le fide sue due stelle vere Non rivolgan da me la luce usata.

Difatti, finchè questo benedetto Conte (poeta anche lui!) le fa buon viso, la fanciulla è contenta più degli angeli che se ne stanno presso il trono di Dio.

Io non vi invidio punto, angeli santi, Mentre ho davanti i lumi almi e sereni, Di cui convien che sempre scriva e canti.

Ma quando il Conte l'abbandona, la poveretta è disperata: piange, piange da commuovere le pietre.

Piangerò, arderò, canterò sempre. Finchè morte e fortuna il tempo stempre. All'ingegno, occhi e cor, fuoco e pianto.

Fortunatamente la morte, più pietosa del Collatino, venne e la povera Stampa cessò di piangere e di cantare.

In ultimo si presenta la Gambara, la quale in mezzo alle noie del suo piccolo stato, spesso tocca la lira. È una donna di animo virile, che canta in una forma piuttosto classica, ispirandosi all'arte greca e latina, di cui è amantissima.

Appena le muore il consorte riveste di nero gli appartamenti, i cocchi, i cavalli e anche... la lira; ma non si avvilisce, non si dispera: chi si dispera, si danna e lei vuol andare invece in paradiso per rivedere lo sposo:

La tema di non andar ove il bel viso risplende sopra ogni lucente stella, mitigato ha il dolor sperando in paradiso l'alma veder oltre le belle bella.

Brava la Gambara che pensava all'eternità! Oggi è certamente felice, perchè ha ritrovato il consorte!

Ma abbiamo pianto abbastanza con queste tre gentildonne; è tempo di presentare i nostri ossequi ad altre poetesse, che non ebbero la disgrazia di restare vedove.

Ecco: in mezzo alle opere del Foscolo, del Giusti, trovo le poesie della Guacci. È un volume del 1847, resosi oramai raro, perchè i nostri editori non credono opportuno farne una ristampa; nè il Croce, che raccoglie, cura, commenta i lavori del De Sanctis, dell'Imbriani, dello Spaventa, ha finora pensato alla Guacci.

Eppure questa nobile e cara poetessa meriterebbe di entrare nella moderna letteratura. Mi sembra vederla, quando ancora giovinetta declamava le sue poesie alla presenza del Puoti, del Poerio, del Dabbono, del Leopardi e del Giusti.

Il suo genere preferito è la lirica, lirica forte che ricorda quella del Foscolo e del Prati. Il Settembrini, sempre un po' eccessivo nei suoi giudizî, presenta il volume della Guacci come “uno scrignetto di gioielli, diamanti di acqua purissima, di lavoro perfettissimo„. Questa volta il Settembrini merita venia: una fanciulla che canta con tanta grazia e leggiadrìa innamora.