Nel mondo dei libri: bizzarrie
Part 18
È moda? Niente affatto. È misura igienica. Il professore Dalgren ha scoverto che nei baffi si rannida un numero sterminato di batterî. E che batterî! I più pericolosi. Si tratta di commessi, rappresentanti le Case — _Cancro & figli, Tubercolosi & C._ — Ed è naturale. I baffi sono più esposti alla polvere, al contatto, e poi i microbi hanno voglia di fermarsi là. I baffi rappresentano una specie di villa, dove i furfantelli si godono il fresco e gustano tutto ciò che noi gettiamo in bocca. Quando si mangia o beve, qualche cosa resta sempre nei baffi, magari un po' di odore, e quell'odore basta. O credete che i microbi abbiano una fame da lupi come noialtri?
Io però credo un'altra cosa: credo che questi irrequieti dai baffi passassero ai capelli. No? vedrete! Un bel giorno la scienza ci farà radere anche i capelli, per farci apparire... più zucche di quel che siamo!
Se i microbi si limitassero a prendere domicilio sulle mani, sui peli della barba, sui fazzoletti, pazienza, ce la potremmo intendere; ma nossignore quei birichini come a farlo apposta, si vanno, a nascondere —, indovinate un po'! — sulle carte monetarie, e lì vivono, prolificano e trincano a nostro marcio dispetto.
Il prof. Morisson ci dice che i biglietti da cinque, da dieci, da venticinque ecc. sono pieni zeppi di batterî. L'improvvisa apparizione del vaiuolo, del morbillo, della difterite è dovuta a quei bigliettini. Noi ci facciamo ammazzare per possederli, ed essi, ingrati, ammazzano noi!
Nel portafogli dunque abbiamo nemici, nemici terribili, che di nascosto minano la nostra salute.
Potreste dire: “Ma io sto attento, io non ricevo biglietti logori e sudici.„ Peggio! Il prof. Warron Ululditch, assistente al laboratorio di batteriologia e igiene dell'Università di Yale, ci assicura che un biglietto nuovo è infestato da numero maggiore di microbi. “Un biglietto sudicio — egli dice — ne conta 3800, l'altro 405000.„
Bisogna dirlo: i microbi pur avendo per la carta monetaria la stessa tenerezza che abbiamo noi, amano la pulizia.
Dunque? dunque il portafogli ogni mattina dovrebbe disinfettarsi come un qualsiasi...... recipiente. Ciò, ben inteso, va detto per i ricchi, per noi no. Il nostro portafogli è sempre vuoto e c'è poco da disinfettare. Bisognerebbe prima riempirlo: operazione difficilissima, che riesce solo a pochi!
Mi viene un'idea: vorrei recarmi a Roma, ove da due giorni furoreggia il Secondo Congresso Femminile Italiano e dire a quelle rispettabili dame e damine: “Signore colendissime, che pazzia è mai questa? Voi pensate alla politica e non sapete del brutto tiro che vi sta preparando un americano, il dott. Malffots? Costui, dopo dieci anni di studio e di esperimenti, ha detto che l'amore è un morbo contagioso come il colera, ha scoverto anche la nuova _virgola_ e sta preparando un siero anti-amoroso. E che sarà di voi, che sarà delle vostre figliuole? A che varrebbero congressi e ordini del giorno, se quel malaugurato dottore mettesse domani in vendita il siero anti-amoroso? Sentite un mio consiglio: chiudete il congresso e correte tutte in America. Cercate di questo maledetto dottore, gettatevi ai suoi piedi, pregatelo, supplicatelo, scongiuratelo. E se l'amico non si lascia nè intenerire, nè commuovere, ricorrete alla violenza. Mandate al diavolo lui e i ferri del mestiere.
Non so se in America ci sia la condanna condizionata, ma in ogni caso è meglio un annetto di carcere che l'eterna rovina di tutte le donne presenti e future!
Questo vorrei dire alle congressiste, ma le mie parole potrebbero essere accolte da una risata generale. Le donne sono sicure del fatto loro e non temono le americanate!
Ma io straripo. In questo capitolo dovevo parlare dei microbi nei libri e invece me ne sono andato oziando con le carte monetarie e con l'amore. Ho torto, e entro subito in argomento.
* * *
I nostri vecchi esculapî non sapevano che nei libri vi sono milioni e milioni di microbi. Bisogna compatirli. I poveretti non avevano microscopî; si accontentavano solo di buoni occhiali, quando la vista incominciava a venir meno, e così i signorini microbi facevano il loro proprio comodo. Con i medici moderni invece c'è poco da scherzare. Non contenti di esaminare, scrutare, tagliuzzare i visibili — che sfortunatamente siamo noi! — hanno preso di mira gl'invisibili ed hanno giurato di farli sloggiare da ogni parte. I poveri perseguitati si nascondono nei libri, si raggruppano fraternamente sulle parole scritte, fanno corona ad una bella incisione, ma la scienza implacabile li ha scoverti ed ha gettato l'allarme fra gli studiosi, gridando: “Sciocchi, i libri vi danno la morte!„
Ma vediamo un po' che cosa vorrebbe da noi questa scienza.
Il dottor Balville, francese, dice che il mezzo più pratico e più efficace per evitare l'infezione è... la distruzione. Quindi quando vi sorge il dubbio che un libro sia stato in casa di un ammalato, bruciatelo. _Salus ante omnia._ Potreste dire: ma io ho assoluto bisogno di quel libro, ma io non posso comprarne un altro esemplare! Mi dispiace, ma la scienza non vuol saper ragioni. Si tratta della pelle. È meglio un asino vivo che un dottore morto. Dunque, non potendo addivenire un dottore, senza sottoporci alla morte immatura, contentiamoci di restare... quel che siamo.
Il Foucoult, meno brutale, ma più cinico, prescrive un bagno in un certo liquido da lui inventato (bel metodo questo per far la reclame ai propri prodotti!). In verità, dopo tal lavacro, i poveri libri e specie le legature in tela e in oro, vengono barbaramente deturpate. “È vero, — dice il sullodato professore — ma non c'è via d'uscita: o voi deturpate i libri o i libri deturpano voi!„.
Meno male che la via d'uscita la trova un tedesco, il dott. Volfagg. Egli dice: “La cosa è semplicissima. Il bagno deturpa il libro? Ebbene, nella fabbricazione della carta e nella composizione dell'inchiostro, mettiamo una buona dose di aldeide formica, di cloruro di calce, ecc. Il libro, così vaccinato, darà un odore di catrame, di acido fenico, ma non ci sarà più pericolo d'infezione, anzi il libro diventerà un antisettico. _Ubi olim mors, ibi vita_.„
Ma nè io, nè voi possiamo accettare questa via d'uscita. E chi leggerebbe più un libro? chi avrebbe la forza di sopportare quegli aromi? Specie certi libri!... Sono inodori e rivoltano lo stomaco, immaginate poi se si presentassero in compagnia del catrame!
Signor Volfagg, grazie del complimento, ma tenga per lei questa via d'uscita; noi non vogliamo che la stanza da studio si trasformi in un gabinetto chimico-farmaceutico!
Molto più logico è il signor Sheugh, americano. Egli dice: “I miei colleghi s'ingannano a partito. Nè un bagno, nè prolungati soffumigi possono togliere questa infezione. Oh! non sapete che alcuni batterî resistono a tutti i bagni di questo mondo? Dunque? dunque bisogna prima esaminare la natura di essi e poi stabilire il da farsi„.
Insomma, secondo lui, ogni libro è un malato, ogni libro deve avere la sua brava visita medica e il suo rimedio speciale.
Poveri letterati! Non è solamente la vostra signora, che ad ogni piccola indisposizione vuole il medico; non bastano i benedetti figliuoli, che spesso spesso, e a turno, hanno la febbre, il morbillo, la bronchite; oggi ci sono i libri, e i libri pretendono il medico!
È inutile tentennare la testa. Se amate la vita, dovete compiere quest'altro sacrificio e seguire le seguenti norme. Quando comprate un libro nuovo di zecca, non vi lasciate allettare dalla sua freschezza e leggiadria; bisogna sapere se la Casa Editrice ha un personale che gode buona salute, se il libraio è di sana costituzione e non abbia qualche male contagioso. Se poi il libro non è nuovo e vi vien dato da un amico, o ritorna da un lungo pellegrinaggio, la faccenda è un po' seria. Prima di tutto bisogna informarsi chi ha letto il libro, in casa di chi è stato, per quali mani è passato.
In pratica ogni libro dovrebbe avere l'elenco dei suoi lettori e il loro stato di salute. Per esempio, un amico vi dà a leggere un volume di novelle, un romanzo o che so io. Alla prima pagina dovrebbe avere questo specchietto:
4 Novembre ritirato direttamente dalla Casa Editrice.
Dal 7 al 25 Gennaio, letto dalla contessa C., convalescente d'influenza.
Dal 5 al 19 Marzo, in casa del signor B., probabilmente affetto di emottisi.
Dal 13 al 21 Maggio, letto dal teologo R., sofferente di nefrite e di indisposizione al fegato.
Voi, senza perdere tempo, portate il libro al medico di famiglia, il quale, dopo aver consultato questi appunti, vi darà la sua brava ricetta.
Vi sembra strano ciò che io dico, eppure con questa malnata microfobia si arriverà forse più oltre, escogitando mezzi più ridicoli. Forse i posteri, andando di questo passo, saranno più fanatici e pazzi di noi. Ma il giorno in cui il mondo metterà senno (e quando si dice il mondo s'intende gli uomini: il mondo ha avuto sempre senno!) avremo una brutta condanna. Noi oggi mostriamo di aver buona vista, ma poco buon senso; e se fosse ancora in vita Salvator Rosa, ci avrebbe coniati due versi, un po' simili a quelli che scriveva per Michelangelo:
Michelangelo mio, nol dico a gioco: Quello che hai fatto tu è un bel giudizio, Ma di giudizio però ne hai poco!
Signori medici, lasciate stare i microbi; pensate che avete dei figli. Se essi arrivano a mettersi in testa che i libri fanno morire, abbiamo fatto la festa; e se oggi si studia poco, domani le scuole si dovranno chiudere!
Lasciateci dunque studiare. Chi è morto per i libri? È l'ozio che genera i microbi della morte. Allontaniamoci dai vizî e non avremo più microbi. Che se poi questi invisibili guastafeste hanno il mandato di molestarci sempre, si muoia, ma si muoia lavorando. Chi ha detto che noi viviamo per vivere e tutto bisogna tentare per prolungare la vita? Quando con l'ozio e con l'ignoranza abbiamo reso la vita inutile, per non dire un peso, a che vivere?
È meglio chiudere una buona volta gli occhi, che tenerli aperti e non vedere!
I pessimisti.
Non li chiamate così: chiamateli le vittime del dolore!
Un giorno essi amarono la vita, ma o traditi nell'amore o sconvolti dal dubbio o combattuti dall'avverso destino, si rinchiusero in sè stessi e quasi non vissero più: divennero misantropi, scettici, atei.
Poveri genî, che un momento di sconforto precipitò nella gelida apatia! Nessuno si accorse che i loro occhi erano languidi, che a traverso la livida fronte aveva sede un terribile mostro: la disperazione! Cantarono per calmare un po' la tempesta, che sconvolgeva il loro animo, per rievocare un passato di gloria; ma quel canto è lugubre: è una tomba che si schiude!
Spesso attratti dall'arte, vinti dalle bellezze della natura, hanno accenti di arcana melodia, di incantevole dolcezza; ma dopo questa fugace serenità di spirito, la ferita del cuore si riapre, ritornano i fantasmi orrendi dello sconforto; ed ecco imprecazioni, bestemmie. Nessuna speranza, nessun entusiasmo!
Ma sotto quella apparente indifferenza, sotto quello scherno, c'è un cuore che ancora sente l'influsso vivificatore della vita. Da ogni pagina dei loro libri esce una voce straziante e supplichevole: “Pietoso lettore, guariscimi! Io sono infermo! Dammi la speranza, dammi la luce!„
L'Heine sul letto di dolore grida: “Fantastico, senza scopo è il mio canto, senza scopo, come la vita, come il creatore e la creazione!„ Il Leopardi vuol comporre l'arte di essere infelice, “quella di essere felice — esclama — è cosa rancida, insegnata da mille, conosciuta da tutti, praticata da pochissimi e da nessun con effetto!„
Ma la terribile bestemmia del primo, il freddo sarcasmo del secondo è il grido angoscioso di due anime che vorrebbero essere risanate. Guaritele! E la vita, il creatore, la creazione avranno uno scopo, e l'arte di essere felice non sarà più rancida!
* * *
Ma tutti i pessimisti sono davvero gli uomini, del dolore? No.
Taluni, come il Byron e il Rousseau, sono per così dire, pessimisti di circostanza. Di natura irrequieti, turbolenti, impulsivi, si lasciano facilmente dominare dalle proprie passioni, e alla più piccola avversità, ecco a imprecare, a maledire.
Il Byron, ad esempio, oggi erra solitario come il suo Manfredi ed esclama: “Sono solo come il leone!„ domani lieto se ne sta a spandere grazie e complimenti nelle sale dei principi e dei conti. Oggi grida: “Tutti siamo infelici!„ anche Iddio!; domani è nelle braccia della contessa Guiccioli e canta l'amore.
Altri, come il Lamartine, mentiscono. Un arguto critico a tal proposito diceva: “Conviene procedere guardinghi, nè è prudente spargere lacrime su tutte le miserie e su tutti i dolori che siamo invitati a piangere. In più d'un caso si correrebbe il rischio di veder far capolino fra le quinte il sorriso canzonatorio del poeta stesso.„
Ed è così. Il Lamartine, questo spavaldo e fortunato poeta, proprio nei fugaci bagliori della sua gloria, acclamato da tutti, carezzato dalle donne, si atteggia a pessimista e viene a dirci che la vita è una valle di lacrime. Non gli credete! La vita potrà essere tale per gli altri, non per lui.
Il vero poeta del dolore, il vero pessimista per natura, non per circostanza, è il Leopardi. Convinto che la vita non gli avrebbe dato alcun conforto, rinunzia al mondo esterno e tormenta il proprio pensiero con una incessante e dolorosa meditazione. Isterico nell'anima, trova in altri il suo male e assorge, con la potenza del suo genio, a cantare l'infelicità di tutti. “A che vale il progresso, la ricchezza, l'amore, il coraggio? Tutto inganna, tutto è fallace: l'unico bene dell'uomo è la morte!„ La sua lirica non è personale, come quella del Byron, dell'Heine, del De Musset, ma universale: chi soffre, trova nel Leopardi il suo poeta. Egli canta, non perchè spera di averne un sollievo, non perchè desidera far conoscere agli altri il suo stato di animo, ma perchè il destino, quasi per renderlo più infelice, l'ha voluto poeta. Il canto per lui è un bisogno.
Attratto dall'arte, tenta l'epica e la satira, ma non vi riesce: il suo _pensiero dominante_ non gli permette di cantare imprese eroiche o di sorridere argutamente. La lirica, solo la lirica è per lui, una lirica concisa, frutto di quel continuo martirio che egli dà al suo pensiero. Gli altri poeti imprecano clamorosamente, gridano come energumeni, bestemmiano da forsennati, perchè il loro stato morboso è momentaneo; il Leopardi invece non si scompone; freddo, impassibile, pare che faccia l'autopsia al proprio cuore. Ciò che gli altri poeti esprimono in dieci versi, egli racchiude, come in una morsa di ferro, in due parole: ma quelle due parole sono pasticche di arsenico. Scioglietele nell'acqua: avrete cento litri di veleno potente.
Ecco perchè il Leopardi non potrà mai avere degli imitatori. Per bene imitarlo, occorrerebbe non solo possedere il suo genio, ma trovarsi nelle sue terribili condizioni fisiche e morali.
* * *
Tolti questi pessimisti maggiori, che sono come i capiscuola di una sì funesta tendenza dello spirito umano, viene fuori tutta una turba di poeti, di terzo o di quarto ordine, di cui nella vostra libreria c'è larga rappresentanza. Di cento volumetti di poesie, novantanove veggono tutto di color nero e tengono appiccicati alla porta d'ingresso qualche motto desolante dello Shopenhauer, dell'Hartmann, del Puskin, del Guerrazzi, del Tolstoi.
Oggi il pessimismo è di moda. Un tempo i poeti minori erano considerati come buontemponi, che stemperavano i loro pensieri in versi, o per aggraziarsi i potenti o per allietare la conversazione di belle donne. Spesso l'amore li sconcertava un pochino; e i poveri poeti o uscivano in istranezze come Orlando o piagnucolavano a guisa di bimbi stizzosetti. Ma si guardavano bene a maledir la vita!
Si andò così fino alla coda del settecento, in cui, essendo stata proclamata l'uguaglianza universale, anche i poeti minori alzarono la cresta e, lasciando i gingilli di una volta, invece di trastullarsi con i madrigali, con le ballate, con le canzonette, con gli strambotti, vollero assorgere a nobili ideali. Il poeta — esclamarono — non è un buontempone, ma un maestro, un apostolo, un profeta.
Disgraziatamente però la poesia è passata da un estremo all'altro. Le severe e paradossali investigazioni della filosofia tedesca, la miscredenza religiosa, i malumori e i desiderî non soddisfatti, che tengono sempre dietro alle rivoluzioni, hanno creato un perturbamento, nella società moderna.
Distrutta ogni idealità, n'è venuto fuori un pessimismo pratico che, bisogna confessarlo, è un portato della nostra civiltà e dei nostri studî. È vero: nell'arte e specie nella letteratura vi è sempre un'evoluzione di forma e di pensiero che corrisponde ai nuovi stati dello spirito umano. Oggi il concetto della vita è più grave, le induzioni più intime, le aspirazioni più alte e per conseguenza le disillusioni più dolorose. Possiamo dire col Lammenais: “Gli antichi guardavano ciò che guardiamo noi, ma non vedevano ciò che vediamo noi„. Essi non sentivano così forte la lotta fra l'ideale e il reale, fra i bisogni indefiniti dell'anima e le istintive compiacenze del corpo. L'uomo diventa sempre più adulto. Ogni secolo che passa imprime sulla fronte dell'umanità nuove aspirazioni. Ma perchè oggi l'arte è precipitata in un pessimismo sconfortante?
Signori miei, l'arte non è sincera. Quel pessimismo è falso, è retorico, non nasce da convinzione di animo: è un atteggiamento artistico e nulla più.
Vedete: i nostri poeti, i nostri romanzieri si godono la vita, ma appena si siedono a tavolino, appena prendono la penna in mano, ecco pensieri nebulosi, concezioni lugubri, situazioni raccapriccianti. È un pessimismo superficiale che si indossa come la veste da camera.
Ci dispiace che il Nordau, il quale ha voluto con tanta brutalità far conoscere le _Menzogne Convenzionali della civiltà moderna_ si sia dimenticato di dire che anche questo ultra-pessimismo in letteratura è una menzogna. Il vero pessimista è un amante che odia, perchè si vede disprezzato; ma se domani è bene accolto, l'odio cessa e ritorna l'amore. Leggete le poesie dell'Heine e del Leopardi. Sotto quel sarcasmo vi è il dolore delle speranze infrante, vi è, quasi direi, la vendetta dell'entusiasmo deluso.
Ma il pessimismo dei nostri poeti è puro scherno, è pretta buffoneria: domani, se il gusto cambia, si adatteranno alle nuove tendenze.
Si è detto che la nostra poesia è ritornata al classicismo antico. Nella forma, non nel pensiero. Il classicismo greco e latino ci dava almeno il culto per la patria, l'amore al sacrifizio, l'esempio di virtù pubbliche. Oggi si ricorre al metro greco e latino, si scrivono odi saffiche, alcaiche ecc.; ma sotto quella veste pindarica, virgiliana, sbuca una lirica personale, la quale ci offre lo spettacolo di credenze distrutte, di anarchia intellettuale.
* * *
Disgraziatamente, o falso o vero, questo pessimismo apporta sempre i suoi funesti effetti. Ognuno di noi sente in sè l'influenza malefica di questi libri che tentano strappare tutte le speranze, tutte le dolci illusioni!
Quante volte, leggendo il _Caino_ del Byron, la _Metafisica_ dello Schopenhauer, la _Filosofia dell'inconscio_ dell'Hartmann, il _Ratcliff_ dell'Heine, gli _Spettri_ dell'Ibsen non vi siete domandato: ma dunque la vita è un male! ma dunque davvero dobbiamo maledire il giorno della nostra nascita? Quelle frasi terribili vi scendono nell'anima come la lama fredda di un pugnale. A poco a poco vi assale un grande scoraggiamento. Addio speranze! addio entusiasmo! Tutto è lugubre, tutto è desolante; pare che da un momento all'altro debba sparire financo il sole. E voi vi fate alla finestra per respirare, per vedere la luce, per confortarvi con la visione della natura. Solo così il vostro cuore si calma e nell'animo ritorna la serenità e la pace. Ciò succede, perchè voi avete un'età e un po' di esperienza. Ma guai se questi libri cadono nelle mani de' giovani, i quali facilmente si lasciano impressionare! Attenti! attenti! Quando le prime lotte della vita ci appaiono terribili, appunto perchè il nostro carattere non si è ancora ritemprato, abbiamo bisogno di chi ci incoraggia, di chi ci mostra una mèta da raggiungere, di chi ci dica che la vita sta nel dovere e che nell'adempimento del dovere troviamo il premio al nostro lavoro. Specie quei giovani che per natura tirano alla malinconia, dovrebbero star lontani da certi libri, che disseccano ogni germe d'idealità. Via, via il pessimismo che distrugge e non riedifica, che imperversa nell'animo, come una bufera devastatrice, che ci passa davanti come il cavallo di Attila!
Con questo però non si vuol dare l'ostracismo a tutti quei libri, in cui predomina la nota del dolore. E che? i nostri giovani debbono forse trastullarsi con le letture frivole, che se non fanno maledire la vita, la rappresenta come una combriccola di spensierati e di capi ameni? Debbono gingillarsi con la letteratura cavalleresca, che dilettando solo la fantasia, fa sognare castelli incantati e ippogrifi?
Oggi il problema della vita è grave: il dolore c'è, il dolore domina e signoreggia dovunque; e se i giovani non si abituano a guardare in fronte questo terribile Briareo, non avranno domani la forza di resistere ai suoi assalti. Cullateli nelle dolci illusioni, dite loro che la vita è cosparsa di fiori; e domani? I Lacedemoni facevano assistere i fanciulli alla guerra per far sì che un giorno non avessero a temere dinanzi al nemico.
Anche noi dobbiamo preparare i nostri figli non alla guerra con i propri fratelli, ma a quella più terribile, che un giorno dovranno sostenere con se stessi.
Un poeta persiano del secolo X diceva:
— V'è dolor che dà fuoco senza fumo.
Questo dolore dobbiamo cercare nei libri, questo dolore che è solo fuoco, fuoco che vivifica, purifica, rinvigorisce!
Attenti: se dopo aver letto un libro, sentiamo un vuoto nell'animo, uno scoraggiamento, un'apatia, un disgusto della vita: quel libro ha molto... fumo, fumo che annebbia e annerisce; se invece ci sentiamo migliori, quel libro ha fuoco.... senza fumo!
Il giornale.
Sapete quanti giornali, giornaletti, riviste e periodici si pubblicano in Italia? No, non lo sapete; neppure io lo so. Ma tutti — io e voi — siamo convinti che di giornali, fra grandi e piccoli, se ne pubblicano una infinità.
Monarchici, repubblicani, radicali, socialisti, cattolici, liberi pensatori, anarchici: uomini dell'ordine e uomini del disordine hanno il loro giornale. Un tempo gli organi erano soltanto nelle chiese per accompagnare gli uffizî divini, oggi ogni partito politico ha il suo organo: il giornale. E che armonie! Che pezzi a quattro mani! È una lotta continua, incessante, frenetica di principî, di idee, di tendenze. Ognuno alza la voce, ognuno ha la pretensione di illuminare le menti, di risolvere i grandi problemi sociali.
Non li credete: la maggior parte di essi mirano alla soluzione di un sol problema: afferrare il potere. Lo diceva il Giusti:
Tutto si riduce a parer mio: Levati tu chè mi vo' metter io.
Ma lasciamo la politica, tanto più che non tutti i giornali parlano di politica.
Oggi, ogni classe ha il suo giornale. Medici, avvocati, ingegneri, maestri secondarî e primarî, militari di alta, bassa e media forza, fotografi, commercianti, impiegati a milleduecento, macellai, barbieri, facchini, lustrini, spazzini hanno il loro giornaletto. Financo gli accattoni! Sì, gli accattoni. A Parigi si pubblica un giornaletto per questi signori. Costa un centesimo ed esce ogni settimana. Certamente non tocca quistioni politiche, scientifiche o letterarie, — gli accattoni hanno ben altro pel capo! — ma parla di feste, di fiere, di nozze, di funerali, dove quei poveretti possono _lavorare_ di più. In quel giornalucolo si legge, ad esempio: