Nel mondo dei libri: bizzarrie

Part 17

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Oggi nell'anno di grazia 1911 non abbiamo più adulatori. Gli scrittori moderni non hanno nulla da temere o da sperare dai Coronati.

È finito il tempo dei Dionisî. Se l'Imperatore di Germania, che si atteggia a letterato, scrivesse domani dei brutti versi, cento critici tedeschi gli direbbero in faccia che la poesia non è per lui.

Che mecenati e protettori! Oggi il Gran Mecenate è il pubblico. Allettate il pubblico, carezzatelo, seguitelo nei suoi gusti, solleticatelo nelle sue passioncelle, distraetelo, divertitelo, storditelo, egli saprà fare il suo dovere: vi darà quattrini ed onori.

Essere attaccati alla gonna di una regina ed esaltarne i begli occhi, le graziose manine, brrr! è una abiezione.

Dall'altra parte non crediate che i re abbiano vaghezza di tenere al loro servizio poeti, che cantino la ninna nanna in tutte le ore del giorno. Hanno da sentire altre ninna nanne, i poveretti! Neppure lo Zar, che si ostina a conservare una imbalsamata autocrazia e manda al fresco eremitaggio siberiano chi alza un po' la voce, vuole poeti imperiali. Ed ha ragione. In quella Corte non ci mancherebbero che una dozzina di poeti per accrescere la confusione ed il disordine.

Ma zitto, noi non dobbiamo mettere il naso nei fatti degli altri. Confusione e disordine ce n'è dovunque!

* * *

Mi frulla un'idea nel cervello e fa ressa per uscire. Ma esci alla malora e non rompermi più la testa!

Ecco: quanti poeti nostri non vorrebbero anche oggi far parte della Real Casa, e vivere all'ombra del Quirinale con un lauto assegno? Rende tanto poco la poesia! Certamente il D'Annunzio, il Pascoli, lo Stecchetti, il Baccelli rinunzierebbero a un tale ufficio: vivono bene a casa loro, ma tanti altri poeti, che si ostinano a cantare al deserto tutto il giorno e gran parte della notte, l'accetterebbero come una manna.

Che cosa canterebbero questi vati? Eh, c'è tanto da cantare!

Il Principino mette un dente? un sonetto; il Principino sa montare a cavallo? una canzone. La Regina cade e si fa male o meglio non si fa male al braccio? un inno di ringraziamento a Giove. La Regina Madre va ai monti? la Regina Figlia va al piano? le Reginette vanno in giardino? Per tutti gli atti reali, grandi e piccoli, una canzone, un sonetto, un madrigale, uno strambotto!

È una insinuazione la mia?

Vorrei che al nostro Re saltasse davvero il grillo di avere una coppia di poeti regi. Naturalmente bandirebbe un concorso. Quanti concorrerebbero? I nostri poeti oggi a tale domanda rispondono sdegnosi: “Nessuno!„ Non li credete: imitano la volpe. Se venisse quel giorno!...

Ma questo giorno non verrà. Il nostro Re è pratico, praticissimo, e se non dà il ben servito ai maggiordomi e compagnia, non dipende da lui: così vuole il cerimoniale. Dei poeti però è poco tenero. Vedete: ogni giorno nomina cavalieri e commendatori. Un decimo degli italiani hanno una croce. Un avvocato, un medico, un negoziante, che acquista, con l'arte o con l'astuzia, un po' di nome, o un numero discreto di biglietti di banca, toh! una croce o un cordone. Ai poeti? Un corno.

Eh! la poesia è finita. Se volete entrare nelle grazie dei potenti, mandate alla malora la poesia e datevi... al giornalismo. Oggi i veri potenti non sono i re, i principi, i duchi, gli arciduchi, i marchesi, i baroni. I Governi costituzionali hanno gentilmente spotestati i re, mettendoli in seconda fila: in prima fila sono i ministri, i quali per restare sempre innanzi e non indietro, si afferrano alla stampa... amica.

Vangelo. Il ministro Giovanni Nicotera con la più grande disinvoltura diceva ad un amico: “Ogni Ministero ha bisogno di un milione all'anno per puntelli.„ Sua Eccellenza per puntelli intendeva la _libera_ stampa.

Come cambia il mondo! Nei secoli scorsi quelli che avevano il mestolo in mano carezzavano e sussidiavano gli storici per essere tramandati ai posteri con un mezzo panegirico. Oggi non si pensa ai posteri. Che immortalità d'Egitto! Ciò che impressiona è il presente, non il futuro.

I libri educativi.

Noi consumiamo la maggior parte del nostro tempo a leggere libri inutili. Saranno libri belli o brutti, attraenti o noiosi, con arte o senz'arte, ma inutili alla vita.

Si legge un romanzo, un volume di poesie, un dramma; che scene, che descrizioni, che lingua forbita! La fantasia ne gongola, il cuore si dilata o si restringe. Benissimo. Ma quale vantaggio? Diletto dieci, profitto zero.

Diciamolo francamente. Di tanti libri che abbiamo letti, quale è valso a renderci migliori, a correggerci magari di un piccolo difetto?

Eravamo un po' superbi e siamo restati tali, eravamo indolenti e lo saremo fino alla consumazione dei secoli. E perchè? Dal libro vogliamo essere allettati, dilettati, carezzati, magari storditi, non educati. Cioè vorremmo essere educati, ma senza sforzi, a nostra insaputa. Non si è detto sempre che leggere è mangiare? Mettete in bocca un bel pezzo di carne; masticatelo un pochino e inghiottitelo. Appena andato giù, deve lo stomaco utilizzarlo e renderlo chilo e sangue. È un processo che si svolge da sè, senza che voi ve ne curiate nè punto nè poco. Siamo d'accordo. Ma ogni libro è per la mente ciò che il pezzetto di carne è per lo stomaco? No. Allo stomaco diamo carne, alla mente intingoli, pasticci, dolciumi più o meno nocivi. Sono degl'intingoli che stuzzicano l'appetito, carezzano il nostro palato, soddisfano la nostra ghiottoneria, ma non dilettano lo stomaco.

Libri-carne, libri-pane ne leggiamo pochi, libri pasticci un mondo. Ma vale la pena di consumare tempo e danaro per un passeggiero diletto, per un'efimera commozione? Noi italiani, a preferenza degli altri popoli, amiamo assai gl'intingoli in letteratura. E perchè? Per seguire la moda, per far sapere a cielo e terra che a noi piace l'arte! E sempre questa benedetta arte! Ma possiamo vivere di sola arte noi? Eccetto pochi privilegiati che si allontanano, quasi direi, dal mondo reale e passano gli anni in continua contemplazione, tutti gli altri debbono vivere. E abbiamo mai pensato che cosa importa, specialmente oggi, vivere? _Vita, motus_: moto continuo, incessante, e in questo moto perpetuo, quante lotte, quante sorprese, quante cadute!

Convinciamoci: nè l'arte, nè la scienza potrà insegnarci a vivere. Abbiamo per tanto tempo studiato, investigato, scrutato, di tutto conosciamo la ragione intima; la natura in parte ha ceduto le armi, ma che? noi siamo scontenti, noi siamo sfiduciati. Sfiduciati del progresso? No, di noi stessi. Chiediamo alla vita più di quello che dovremmo. Nessuno si mette nei giusti limiti. Si vuol giungere in alto senza noviziato, senza sacrifici.

Di qui malumori, scoraggiamenti, disillusioni: di qui lotte sorde, disoneste!

Ecco la necessità di libri eminentemente educativi, di libri che ci facciano conoscere i nostri doveri, che ci dicano come la vita è nell'operosità!

Mettiamo da banda romanzi e poesie che ci fanno sognare: chi sogna dorme e chi dorme — voi lo sapete — non piglia pesci; mettiamo da banda tanti libri che ci commuovono, ma che non ci educano. Il cuore, il cuore, sempre il cuore! A furia d'intenerirlo, l'abbiamo tanto rammollito! Il cuore, ricordiamolo, è un organo che deve lavorare giorno e notte ed ha bisogno di forze vitali!

* * *

Di libri educativi ne abbiamo un mondo.

La pretenzione di educare l'hanno tutti gli scrittori. Eccetto pochi, i quali scrivono per scrivere, senza curarsi di ciò che mettono fuori, tutti gli altri credono o fingono di credere che i loro libri siano educativi. Il poeta vuol educare col sentimento, il romanziere con la favola, lo storico col passato, il filosofo con l'avvenire.

Mettiamo da parte i poeti e i romanzieri. A tirar le somme, questi signori hanno fatto più male che bene alla povera umanità. Parliamo di quegli scrittori, che _ex professo_ vollero trattare di educazione. Date una sguardo ai vostri scaffali: libri educativi non ne mancano, anzi occupano un posto importantissimo. Ma educano davvero?

Non vi disturbate, anche questa volta mi ostino a rispondere: no. Ho le mie buone ragioni. Ditemi: una raccolta di precetti, di ammaestramenti un elenco dettagliato dei nostri doveri si può chiamare libro educativo? A noi non piace la predica, non piace sentirci dire a bruciapelo: _hoc faciendum, hoc fugiendum_. Il moralista riesce sempre un po' antipatico. Catone, per aver voluto alzar troppo la voce, è restato nella storia come il tipo delle persone noiose. Lo ricordino i compilatori di libri educativi e si convincano che l'educazione vera, sana, feconda non si apprende con le formole come la matematica!

Si disse un gran bene della _Morale Cattolica_ del Manzoni e dei _Doveri degli uomini_ del Pellico. In Italia quei due libri, diversi per peso e misura, furono letti e riletti, ma non cavarono un ragno dal buco.

Solo il Tommaseo, vera stoffa di educatore, avrebbe potuto darci un bel libro, ma volle anche lui predicare e i suoi _Pensieri_ sono un po' pesanti. Bellissimi gli argomenti, debole e scialbo lo svolgimento.

Il primo che fece vedere al mondo come va trattata questa materia fu lo Smiles, quando scrisse _Chi si aiuta Dio l'aiuta_. Il titolo dice tutto. Lo Smiles non è un letterato; raccoglie un certo numero di fatti, li racconta così alla buona, e ne trae insegnamento pratico per tutti. Non alza la voce, non ha la pretensione d'insegnare nulla; narra, semplicemente narra.

Eppure quel libro, scritto in una forma semplice e piana, ci fa pensare: ci dice che nel mondo c'è un posto onorevole per tutti, che ognuno ha il dovere di essere benemerito della società; ci dice che se la maggior parte degli uomini non giungono alla meta è perchè non sono perseveranti, non occupano bene il loro tempo, non conoscono se stessi.

I nostri educatori sono soliti darci come modelli di operosità e di perseveranza solo quegli uomini eminenti, che si distinsero nelle arti, nelle lettere, nelle scienze. Lo Smiles, no; trova esempi salutari in ogni classe sociale. Classe? Ma chi ha diviso gli uomini in classe? Chiunque tu sii: letterato, medico, statista, sacerdote, operaio, contadino, sei uomo: hai una mente, hai due braccia, devi compiere la tua missione.

Sei povero? Eh, la povertà non ti condanna all'impotenza. Avanti, da coraggioso! E qui innumerevoli esempî di Inglesi, di Francesi, di Italiani, che, poveri in canna, occuparono i primi posti nell'arte, nelle scienze, nella politica.

Vi avvilite dinanzi agli ostacoli? Fate male; Colombo, Alfieri, Newton, Beel, Gialdini, Gibbon e cento altri non si avvilirono e vinsero. Iddio non creò i dotti e gl'ignoranti, i ricchi e i poveri, gli onesti e i disonesti: creò Adamo, solo Adamo. L'ignoranza, la miseria, la disonestà la vogliamo noi, perchè siamo vili, perchè ci facciamo vincere dall'ozio e dalle avversità!

E lo Smiles tutto ciò non lo dice in forma di predica, come disgraziatamente faccio io, ma con esempi storici. Ognuno leggendo quelle pagine dovrà dire a sè stesso: “È vero!„ Molti lo dissero e si corressero. L'autore negli ultimi anni mostrava ai suoi amici intimi centinaia di lettere, pervenutegli da tutte le parti del mondo. Non erano lettere di complimento, non dicevano: “Il vostro libro è bellissimo, è un capolavoro„; no, dicevano semplicemente: “debbo al vostro libro la mia posizione sociale, debbo al vostro libro la mia onestà!„

Quando Cecil Rhodes inaugurò una biblioteca in una città dell'Africa meridionale, esclamò commosso: “Mi chiamano un creatore d'imperi. Non lo so, nè capisco bene che cosa si voglia dire. Ma un'altra cosa so e ne sono sicuro ed è che in questo libro — e sollevò in alto il _Self-help_ — abbiamo un creatore di uomini, un creatore di caratteri!„

Lord Cecil aveva ragione. Quel libro, tradotto in tutte le lingue del mondo civile, destò un grande entusiasmo.

Anche da noi fu letto ed encomiato, ma i frutti furono scarsi, perchè la maggior parte degli esempî, riportati dallo Smiles, sono inglesi. Per convincere e impressionare di più occorrono esempî paesani. Quest'idea viene al Barbera; ne parla al Lessona: questi si mette all'opera e dopo un paio di mesi ecco _Volere e Potere_. Il Lessona non è lo Smiles; il suo libro risente molto della fretta; manca quella minuta, scrupolosa osservazione, manca quel nesso logico tra un fatto e l'altro; ma nell'assieme è un bel libro, che ci onora presso le altre nazioni.

L'esempio del Lessona fu seguito da altri, e in pochi anni fiorì tutta una letteratura sanamente educativa.

Ma la moda, maledetta moda, ci ha reso anche questo brutto servizio. Leggiamo noi oggi volumi dello Smiles, del Lessona, dell'Alfani, del Gotti? No. Eppure sono questi i libri che dovremmo sempre avere sul tavolo da studio. Noi italiani siamo un po' anemici ed abbiamo bisogno di una buona cura ricostituente. Il nostro cielo, il nostro clima ci avvezzano al dolce far niente, all'ozio beato. Siamo di sangue caldo, noi; in un momento vorremmo ingoiare il mondo, ma al primo ostacolo deponiamo le armi, imprecando contro la natura.

* * *

Quando si parla di educazione, il pensiero va subito ai giovani. Ed è giusto. Oramai noi ci troviamo a due terzi del cammino e da un momento all'altro potremmo avere l'ordine di fermarci. La nostra parabola è quasi descritta; i conti sono per chiudersi e chi ha dato ha dato. Se si potesse rifare la strada, vorremmo metterlo a dovere il signor io!.

Ma i giovani? Abbiamo mai seriamente pensato che mentre noi ci troviamo negli ultimi giorni del nostro autunno o addirittura nell'inverno, altri si trovano al principio della primavera? Abbiamo mai pensato che questi bimbi, rosei e paffutelli, che oggi ci scherzano d'intorno, domani saranno uomini?

Non voglio fare della rettorica io, nè del sentimentalismo. Dico semplicemente che i nostri figliuoli dovranno imparare come noi, a proprie spese, un po' di esperienza della vita, impararla molto tardi e a caro prezzo. E perchè? perchè noi pensiamo ad istruirli, non ad educarli. Appena un bimbo sa mantenersi in piedi e balbettare — mammà! papà! — subito a scuola. Lo vuole la legge, lo vogliamo noi. Dopo quattro anni il bimbo è già maturo e bisogna che entri nel ginnasio. Noi da una parte, i maestri dall'altra, non si predica che istruzione.

È approvato agli esami di licenza. Benissimo. Avanti al liceo, avanti all'Università! Viene il gran giorno. Il vostro figliuolo è avvocato, è medico-chirurgo, è professore, è ingegnere. Ma che! quel povero giovane, imbottito di scienza, entra nella vita impreparato. Vi sa tradurre un pezzetto di Platone o di Omero, sa risolvere un'equazione di terzo o quarto grado, vi discute sui diversi strati della terra, ma non sa vivere. Colpa nostra che abbiamo pensato solo ad istruirlo. Esami! esami! esami! È questa la nostra unica preoccupazione. Il resto faccia da sè. Per le ragazze rigore immenso: non debbono uscir di casa, non debbono trattare certe amiche, non leggere certi libri; per i giovani libertà assoluta. Teatri, divertimenti, viaggi, tutto è lecito purchè si arrivi a carpire un titolo accademico! Domandate a vostro figlio se ha letto _Chi si aiuta Dio l'aiuta_, se ha mai visto i _Pensieri_ del Gabelli. Neppure per ombra. Egli si delizia con i romanzi dello Zola, del D'Annunzio, ecc.

E così prepariamo una generazione di fiacchi, di illusi, di pessimisti.

A trenta anni i nostri giovani sono stanchi di vivere. Hanno ragione: chi ha detto loro che la vita è azione, la vita è lotta? Una ragazza li tradisce? stricnina; si falla ad un concorso? revolver. La vita si butta via come un cencio. È storia quotidiana questa: ogni giorno una dozzina di giovani se ne vanno a l'altro mondo, o meglio al cimitero. Essi non credono alla vita futura. Diavolo, se non credono alla vita presente.

* * *

Molte sono le cause di una sì desolante epidemia, ma io credo che il colpo di grazia è dato dalla nostra letteratura.

In questi cinquant'anni di vita italiana che cosa ha fatto la letteratura in riguardo ai costumi?

I nostri scrittori, precedenti all'Indipendenza, non si preoccuparono che della patria. E sta bene. Bisogna essere liberi, mandar via lo straniero. Poeti, romanzieri, storici, filosofi, educatori, si consacrarono interamente alla patria.

Chi con audacia, chi con calma, chi con sottintesi, tutti si dettero a preparare il gran giorno. “Lasciatemi fare — diceva il Guerrazzi a chi lo rimproverava del troppo fiele messo nella _Beatrice Cenci_ — quel fiele purifica!„ E noi lasciamo fare a lui e agli altri. Ma fatta la patria, mandato via lo straniero, restati noi donni e padroni del nostro, in virtù del grande istrumento, notaio Napoleone III, bisognava cambiar rotta. Lo disse il D'Azeglio: l'Italia è fatta, occorre far gl'Italiani.

Non è nostro compito giudicare l'opera degli scrittori viventi, ma, a parlar chiaro, questi signori hanno disfatto noi e si preparano a disfare i nostri figliuoli. E si va avanti così; nessuno protesta, nessuno dà l'allarme.

Se la mia voce non fosse così fioca direi agli scrittori italiani: “Per carità, lasciate il pessimismo, lasciate le analisi psichico-antropologiche, lasciate certi fattacci, certe situazioni raccapriccianti, dateci libri di sana educazione, libri che siano vero nutrimento per i nostri giovani, per questa nuova generazione, già così inferma e indolente!

I microbi nei libri.

Ma in quali libri?

Se si parla di quelle antiche, antichissime edizioni di storia e di filosofia, che mandano un tanfo di vecchiume, possiamo rispondere col Davanzati: _sapevamcelo_; ma no, la scienza moderna, rappresentata da arcigni professori tedeschi e francesi, ci viene a dire che i microbi pongono stanza anche nei libri nuovi.

Nè deve far maraviglia. Sono i libri nuovi che più si leggono, che passano per tante mani, che riposano sui tavoli di persone sane o malate; sui libri nuovi si respira, si starnuta, si tossisce, si sbadiglia!

Quindi, signor De Amicis, signor Fogazzaro, signor Pascoli, signor D'Annunzio, i vostri libri così eleganti, così leggiadri, non sono che un veicolo d'infezione. Se abbiamo l'influenza, la bronchite, la polmonite, la pleurite, la tisi o altro ben di Dio, bisogna ringraziare voi altri. Col pretesto di arricchirci la mente, di sollevarci lo spirito, ci mandate all'altro mondo, in barba alla legge e alla civiltà!

Bel servizio! E dire che noi non ce n'eravamo accorti e che delle nostre continue infermità si dava la colpa all'aria, all'acqua, ecc.

Ma è vero ciò che asseriscono così dommaticamente i nostri medici? o i poveretti a furia d'indagare hanno perduto la testa?

Chi lo sa! Chi può entrare in una clinica, in un gabinetto di batteriologia e dire: “Lei, signor direttore, signor assistente, signor aiutante, si inganna a partito: la cosa va così e così!„.

Siamo dei profani noi, e bisogna tacere.

Ma io non so tacere; io voglio parlare, a costo di sentirmi dire davanti, di dietro e anche di traverso, che sono un ignorante. Ignorante e doppio: ma questa faccenda dei microbi non mi va!

Che smania si ha oggi di voler trovare microbi da per tutto: microbi nei libri, microbi nei fazzoletti, microbi sulle mani, sul volto, sulle labbra: microbi in cielo, in terra e in ogni luogo. Noi respiriamo microbi, mangiamo microbi, depositiamo microbi!

Io non ho la pretensione di negare ciò che la scienza afferma. Me ne guarderei bene. Dico semplicemente: questi benedetti microbi ci sono stati sempre? Forse oggi che ci diamo a perseguitarli con tanta rabbia viviamo di più? No. E dunque? Sentite a me: lasciamoli in pace. I poveretti si sono resi invisibili per non essere disturbati. I nostri padri, che avevano ben altro per il capo, li lasciavano vivere e i microbi corrispondevano con egual cortesia. Noi, no; guerra ad oltranza, e forsennati ci siamo messi a gridare: cacciateli, cacciateli!

Non so chi sia stato il nuovo Pier l'Eremita, che abbia per il primo alzata la voce per bandire una crociata contro di essi. Ma piano con la guerra! Il recente conflitto Russo-giapponese, ci ammaestra che non sempre vince il più forte, specie quando il nemico si sa rendere invisibile. Mettiamoci piuttosto a loro discrezione. Infatti come lottare con i microbi? Dovremmo vivere soli, allontanarci dal consorzio umano, guardarci financo di stringere la mano ad un amico.

Stringere la mano? Per l'amor di Dio! Finora la stretta di mano era considerata come uno scambio di gentilezza, invece è uno scambio di microbi. Nella palma della mano — senza parlare di quelle un po' grassocce — se ne contano ben 89450. Quale esercito di piccoli assassini voi regalate agli amici e alle amiche!

“Volete stringere la mano? — dice il signor Congel — ebbene insaponatela per cinque minuti, servendovi di uno spazzolino; immergetela in una soluzione alcalina calda, sciacquatela con acqua sterilizzata, lavatela di nuovo con alcool e con etere solforico, immergetela per una seconda volta in una soluzione di sublimato e poi stringete pure la mano.„

Se non volete credere al signor Congel, che è del resto un valente chimico-farmacista, si presenta il dottor inglese Leedham Green, il quale vi prescrive un più lungo e fastidioso lava lava a base di sublimato, di ioduro, di cianuro, di mercurio, ecc.

Ciò bisognerebbe raccomandarlo specialmente ai signori Deputati al Parlamento, quando in tempo di elezioni fanno il giro doloroso per il Collegio e debbono stringere la mano a tutti. Poveri Rappresentanti dei popoli civili! Spandono grazie e ricevono microbi!

Ma via! Ci lascino stringere la mano a nostro bell'agio. Del resto se i microbi dell'amico vengono sulla mia mano, credo che anche i miei abbiano piacere di passare su quella dell'amico. Si tratta infine di uno scambio, e quando non possiamo far altri doni scambiamoci microbi!

E che dire poi della condanna brutale data ai fazzoletti? La scienza — diciamo _la scienza_ per non compromettere nessuno — ha scoverto che nei fazzoletti ci sono delle vere colonie di microbi. Quindi, senza tante cerimonie, bando ai fazzoletti di tela, di lino, di seta. “I fazzoletti — dice il dottor Iorisenne — debbono essere di carta e una volta usati non bisogna metterli in tasca, ma gettarli via.„

Addio, addio dunque, vaghi fazzoletti di battista, ornati di trine, ricamati agii angoli con i colori più leggiadri! Addio, veli diafani, candidi come le mani che vi donavano! La scienza vi scaccia, la scienza vi ha solennemente dichiarati covi di microbi!

Ma, mettendo da parte la retorica, domando umilmente io: un povero diavolo, che ha un po' di catarro, deve uscire di casa con le tasche piene di fazzoletti e andarli poi seminando per la strada? Sono di carta, sissignore; ma bisogna sempre aggiungere un'altra partita al bilancio, giacchè non si daranno mica gratis quei fogliettini.

E così quel benedetto naso diventerà un organo dispendioso e dopo la bocca è lui che ci tira alla miseria. Fortuna che di naso ne abbiamo uno solo. Se Domineddio avesse avuto vaghezza di situarci sotto gli occhi un paio di quegli arnesi, staremmo freschi! Ci vorrebbe in permanenza una dozzina di fazzoletti per quelle quattro fontane.

Vi siete accorto che oggi massima parte degli Americani, buona parte dei Francesi, o per dirla in breve, un quinto dell'aristocrazia mondiale va senza baffi?

Parlo degli uomini, non delle donne; qualcuna di esse ha i baffi e se li conserva: è un privilegio concesso a poche e i privilegi non si buttano via. Gli uomini invece se li fanno radere senza misericordia. Specie gli Americani hanno un gusto ad apparire... cantori della Cappella Sistina. Così rasati, verniciati, sembrano dei plenilunî, dei grandi salsiccioni.