Nel mondo dei libri: bizzarrie
Part 16
La grande sala del Collegio Romano è adibita per le conferenze dantesche, che si tengono per lo più durante la quaresima. E' un sacro ritiro. I tempi mutano; i nostri padri, compunti e contriti, se ne andavano in chiesa, nella quaresima, a sentire l'oratore sacro, il quale cominciava col _pulvis es_ e finiva col _resurrexit_. Oggi no, si va al Collegio Romano, dove un professore vi legge, vi commenta, vi tagliuzza, vi sviscera un canto del Poema. Il pubblico sempre numeroso. Spesso interviene il Re, la Regina Madre e Figlia, i Ministri, i Presidenti dei due Rami, il Corpo Diplomatico; e quando il conferenziere ha finito, gli applausi arrivano alle stelle: Bene, bene! bravo, bravo! Il Re si congratula, le Regine si congratulano, si congratulano tutti.
Ma credete che fra tutto quel pubblico “colto„ vi siano dieci persone, che abbiano studiata la Divina Commedia?
Questo libro è per noi come l'Arca Santa per gli Ebrei: si adora, ma non si tocca. Si è avuto nelle mani solo nelle classi liceali e, secondo la maggiore o minore pedanteria del professore di italiano, si sono perdute molte lezioni nel fare insulse indagini sul veltro, nello stabilire che cosa rappresenti Beatrice, quali diavolerie si nascondano sotto quel benedetto o maledetto _pape Satan, pape Satan aleppe_! Oggi si fa un parallelo con il Caronte di Virgilio, domani si mettono in bilancia i demoni di Milton. Infine si apre il libro del dare e dell'avere: qui imita Omero, qui Virgilio, là è stato saccheggiato dall'Ariosto e dal Tasso. Insomma un po' di autopsia, un po' di anatomia comparata e basta.
Conosco un professore, mente vuota addirittura, il quale pretendeva dagli alunni la pianta topografica di tutte le bolgie infernali, e l'anno scolastico passava in questi noiosi esercizi. Forse il disgraziato, temendo che l'inferno sarebbe stata la sua eterna dimora, ne voleva una guida per non smarrirsi!
I tre anni del liceo passano e si dà il benservito alla Divina Commedia, per entrare nella grande e vera commedia della R. Università.
Ma siamo giusti: se questo libro è poco letto, la colpa è dei commentatori e dei maestri. A furia di voler vedere in ogni verso un'allegoria, ci annebbiano talmente l'intelligenza che non sappiamo dove dar di capo. E fossero almeno d'accordo questi signori! No, lì per picca a contraddirsi.
Il proverbio dice: “Dove molti galli cantano, non fa mai giorno.„ È proprio il caso nostro. La _Divina Commedia_ non appare così luminosa per i tanti galli e capponi che vi cantano intorno.
Si vocifera che a Ravenna debba, quanto prima, sorgere una grande Biblioteca Dantesca. Oltre le edizioni estere e nazionali, raccoglierà i commenti estetici, filosofici, filologici, storici, politici ecc., che saranno naturalmente migliaia e migliaia, giacchè tutti i critici hanno voluto dire la loro parola sulla _Divina Commedia_.
Ravenna dunque avrà una biblioteca monumentale. Benissimo. Idea degna del nostro secolo. Però vorrei che innanzi al maestoso edificio si scrivesse a grossi caratteri: — _Dante e la Torre di Babele!_ —
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Sentite sempre dire: “Che vuoi, segue il principio di Machiavelli! È della scuola di Machiavelli! È seguace di Machiavelli!„
Per la maggior parte degli Italiani, Machiavelli è un furbo matricolato, un cinico terribile, un ministro di tirannia, un uomo senza coscienza, senza morale, senza fede. E sapete perchè questo poveretto è così calunniato? Ve lo dico subito: non si legge.
Noi siamo soliti ripetere da pappagalli ciò che ci vien detto da altri. Machiavelli ha scritto: _il fine giustifica i mezzi, ciò che giova lice_, ecc. Verissimo. Ma mettete queste massime in relazione col tempo in cui visse il Machiavelli, studiate quel periodo storico in cui Firenze si dibatteva tra il servilismo e l'abiezione, e poi ditemi se una voce, che richiami al rigido diritto, merita encomio o disprezzo.
Il Villari nel suo pregiato lavoro _Machiavelli e il suo tempo_ conchiude trionfalmente: “Oggi che l'Italia ha incominciato a redimersi e si è costituita secondo la profezia di lui, è venuto il momento, in cui gli sarà resa giustizia.„ Ma quale giustizia? La calunniosa leggenda dura, perchè le opere del Segretario Fiorentino non si leggono, e molto meno si studiano.
Il Bonghi nelle sue lettere critiche grida: “Chi non legge il Machiavelli è un uomo mediocre e di animo piccino.„ È inutile! _Il Principe e Compagni_ resteranno sempre negli scaffali con tutti gli onori civili e militari, ma senza essere mai consultati. Si leggiucchiano le poesie e le commedie, perchè un po' scollacciate, ma le opere storiche _requiescant in pace_! Solo quei signori della Minerva di tanto in tanto ne mandano un pezzetto ai candidati di licenza liceale, i quali, frettolosamente — appena in sei o sette ore — gli confezionano un abituccio alla latina, tutto toppe e topponi. E come a farlo apposta si scelgono pezzetti difficili ed aridi, forse per innamorare sempre di più i giovani.
La Minerva sa rendere simili servizî!
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Specialmente noi meridionali parliamo sempre della _Scienza Nuova_ di Giambattista Vico. Ne andiamo orgogliosi, come se questo libro fosse stato lasciato in eredità a noi, e solo a noi. In tutte le conversazioni, in tutte le dispute, in tutte le polemiche, il Vico vien tirato sempre in ballo.
Ma chi lo legge? Fino a pochi anni fa nessun editore credeva opportuno riprenderne la ristampa, e per averne un esemplare bisognava ricorrere ai venditori di libri usati o alle R. Biblioteche. Oggi, grazie a Benedetto Croce, ne abbiamo una bella edizione. Anzi il Croce, con lo zelo di un apostolo, va predicando che noi italiani abbiamo il sacrosanto dovere di leggere e studiare la _Scienza Nuova_. Ma come succede a tutti quelli che ricordano doveri, il Croce predica al deserto.
Anche il Michelet, a suo tempo, voleva che i Francesi studiassero quel libro, ma poi si convinse che pretendeva l'impossibile. “Giovan Battista Vico — egli disse — non può essere inteso dal secolo decimottavo, perchè parla al decimonono.„ Non l'avesse mai detto! Sapete che cosa è successo? Quelli del secolo decimonono dissero che il Vico parlava al ventesimo, noi del ventesimo diciamo che parla al ventunesimo, e siate sicuro che i nostri figliuoli diranno che parla al ventiduesimo. Insomma quel libro parla sempre al secolo futuro, e intanto... non parla mai.
Ma volete sapere perchè la _Scienza Nuova_ non si legge? Sentite: il Settembrini, che ne parla con la riverenza di un discepolo, servendosi, come al solito, di una similitudine, dice: “Il Vico è come una immensa statua colossale che riguardata da vicino ti pare mostruosa nelle sue membra quasi formata con la zappa, gli occhi cavati con la vanga, tutto scabrezza e rozzezza; ma a certa distanza la scabrezza sparisce, e vedi la figura proporzionata e maestosamente bella.„
Ecco la ragione, per cui non si legge il Vico: vogliamo guardarlo da lontano, per vederne meglio i pregi!
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E il Darwin? È oramai mezzo secolo che si ciancia di Darvinismo. Questo sistema evoluzionista, che apre un abisso nel campo biologico, e per conseguenza inevitabile, anche morale, ha dato origine a una turba immensa di seguaci e di avversarî, turba di profani che non sono entrati mai nel santuario della scienza e che scorgono in Darwin o un simpatico libero pensatore o un terribile ateo.
Di Darwinismo si parla nei caffè, nei circoli, su pei giornali, e mentre sono pochi i veri cultori di scienze naturali, tutti vogliono esprimere la loro opinione su tale argomento. Alcuni, per darsi la posa di uomini evoluti, sostengono quelle teorie con qualche debole argomento, letto in una rivista scientifica; altri, nemici di ogni nuovo portato della scienza, si fanno il segno della croce come se si parlasse del diavolo in persona.
Ma domandate a tutti questi fanatici ammiratori o avversarî se hanno letto una pagina sola dell'_Origine della Specie_.
Nemmeno per ombra!
Vorrei parlare di altri libri, ma veggo che questo linguaggio dà sui nervi a parecchi. Forse m'inganno, ma ho ragione di credere che molti libri importantissimi non si leggono e si ha poi la pretenzione di discuterne!
Per carità, si finisca una buona volta di fare i pappagalli! Quando non si è letta un'opera, o confessatelo sinceramente o acqua in bocca. Chi viene a domandarvi se avete studiato il _Principe_ o _L'Origine della Specie_?
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Fin qui le persone che si chiamano colte, che vengono dette a ragione, e spesso a torto, menti direttive. Che se parliamo poi del pubblico, del pubblico grosso, c'è da mettere le mani nei capelli.
Cinquant'anni fa, il Bonghi diceva che in Italia si legge poco, e ne dava la colpa alla lingua. Ma che lingua d'Egitto! Il pubblico si è dato mai pensiero della lingua? Nei secoli scorsi teneva i suoi procuratori legali — i pedanti —, oggi se ne disinteressa addirittura: ognuno parli e scriva come vuole!
E allora perchè il pubblico non legge?
Ve lo dico subito: non legge, perchè non ne sente il bisogno. Dovrebbe leggere per distrarsi, per divertirsi, ma se si distrae e si diverte così bene con lo sport, con la bicicletta, con l'automobile, col grammofono; col cinematografo, con l'areoplano! E poi, se il pubblico non legge, è un po' corrucciato; ha ricevuto un torto dai nostri letterati e vuol vendicarsi. Fino a pochi anni fa divorava i romanzi francesi, e il Dumas, il Sue, l'Hugo, il Verne, ecc. erano popolarissimi tra noi. Solo i romanzi? E' naturale. Il pubblico grosso se legge, legge romanzi. Nei secoli passati, quando la vita era meno febbrile, il pubblico prendeva parte alla letteratura classica, leggiucchiava poemi, tragedie, storie, ma a poco a poco si allontanò da questa roba un po' pesante; e quando lo Scott in Inghilterra, il Dumas in Francia e il Manzoni in Italia presero a battesimo il romanzo, il pubblico dette il benservito alla letteratura classica e giurò eterna fedeltà al romanzo. Sempre e soli romanzi!
Ma un giorno si incominciò a dire: lasciate stare questi libri. Non vi accorgete che tutto è fantastico e strano? non vi accorgete che il romanziere vi burla e vi tratta da bimbi?
Il pubblico sempre credulo, sempre scolare, sempre amante di novità, mise da banda quei libri, che lo avevano divertito un mondo, ed aprì i romanzi moderni. Ma che! questi romanzi non lo dilettavano un fico. Poca invenzione, poca azione drammatica e molta analisi. Il pubblico restò male. E che specie di romanzi son questi? Noi vogliamo distrarci, vogliamo sognare e questi libri mettono in campo quistioni scientifiche, tesi psicologiche, antropologiche!
Che fare? Ricorrere di nuovo al Dumas e C.i? No. E dunque? dunque faremo a meno di leggere. C'è tanto da fare nella vita!
Ma non crediate che il pubblico davvero non legga; legge, sissignore, ma legge male.
So di un editore fiorentino, il quale mette in piazza migliaia e migliaia di libercoli, che vanno a ruba. Sono delle porcheriole non tanto per il soggetto, quanto per la forma. E quest'editore confessa, a onore e gloria di noi italiani, che a pubblicare buoni libri c'è da rimettere le spese, mentre con queste porcheriole si fanno quattrini. A Napoli parecchie Case Editrici non confezionano che questa roba; roba sudicia, roba da trivio, che fa vergogna alla natura umana. Sono libercoli dai titoli ambigui o spudorati, con fotografie sconce, che svegliano e solleticano i più bassi istinti.
Mi sono caduti sott'occhio parecchi volumetti di una biblioteca così detta, _scientifica_. Che scienza! Si parla delle anormalità più nauseanti.
E come sono furbi questi editori! Per stuzzicare di più l'appetito, presentano i libercoli, chiusi come in una busta. Dicono che la legge vuole così. Bugia. Il nostro Codice sorvola su queste bazzecole. Si chiudono in busta per rendere la merce più appetitosa. Il frutto proibito attira: non per niente siamo figli di Adamo e di Eva!
A credervi, nessuno legge queste porcheriole, ognuno se ne mostra disgustato, ognuno aggrinza il naso e si atteggia a Catone, ma di grazia dove vanno a finire le tante edizioni, che si tirano così frettolosamente? Eh! questi libri si comprano, si leggono e si rileggono.
Ma c'è bisogno di tanti esempi per dimostrare che il pubblico nostro legge male? Ricordatevi di _Quelle signore_. Veramente un tal successo si deve un po' a quel buon Procuratore del Re, che volle sequestrare il libercolo e trascinare l'autore dinanzi al tribunale. Non l'avesse mai fatto! I giudici l'assolsero e il pubblico l'arricchì!
E quel che è peggio il signor Notari ha avuto degli imitatori. Molti, vedendo che quel genere era ricercato, ci regalarono subito: _Le Figlie di quelle Signore, Quelle Signorine, Quelle ragazze, Quelle Matrone_ e simili dolciumi.
Qui mi verrebbe la tentazione di fare un po' il moralista, ma a che pro? Tempo perduto! Sua Eccellenza — di felice memoria — on. Luzzatti, volle alzar la voce in nome della pubblica morale. Scrisse una bella lettera ai prefetti del Regno, e disse solennemente: “Io non voglio più vedere libri, libercoli e cartoline pornografiche!„ Il buon uomo per raggiungere più presto lo scopo promise premi e minacciò castighi, ma fece fiasco. E faranno fiasco tutti. Noi dobbiamo imparare a proprie spese e metteremo senno solo quando l'acqua ci sarà arrivata alla gola. Pazienza. Io intanto penso: il Notari ha comprato una bellissima villa e fa la vita da signore a spese di _Quelle Signore_; mentre parecchi letterati nostri, valenti, vivono... da poveri cristiani.
Bisogna dire che nel mondo v'è giustizia!
Gli adulatori.
Non ci avete mai pensato, ma la vostra libreria è piena zeppa di cortigiani.
Vedete un po': Stazio s'inchina dinanzi al trono del lurido Domiziano, Virgilio apre le porte dell'Eliso ad Augusto, l'Ariosto tira incenso al suo Cardinale, l'Achillini affastella sonetti per quel sozzo Luigi XIII ed arriva a dirgli goffamente
ai bronzi tuoi serve di palla il mondo,
il Metastasio piega le ginocchia dinanzi alla sua padrona, il Cesarotti e il Monti inneggiano al Bonaparte!
E li conservate voi questi libri? li leggete? li studiate?
L'arte! Ma che arte d'Egitto! Noi non vogliamo colori e immagini: ci basta la natura. Noi abbiamo bisogno di chi sostenga e difenda la verità, di chi sappia educare il nostro carattere. Lo scrittore è un giudice ed ha il dovere di dire ai cattivi: “Io accuso, io protesto!„ Se si lascia intimorire o allettare è un colpevole; e un nuovo Nazzareno dovrebbe cacciare a colpi di fune questo profanatore dal tempio dell'arte!
Si sa, pochi hanno la forza di affrontare pericoli per la propria e l'altrui indipendenza, pochi hanno il coraggio di presentarsi, come Mosè, dinanzi agli eterni Faraoni e perorare la causa del popolo. L'eroismo non si può pretendere da tutti, ma nessuno deve essere vile: la viltà è abiezione. Se non sapete volare, camminate: strisciare è dei rettili, e ai rettili non è dato coltivare l'arte, la quale deve serbarsi immune dalla bassa adulazione.
Plinio, per liberarsi dai malvagi capricci di Nerone, trattava quistioni grammaticali. “Mi piace vivere — diceva — e voglio sfuggire il serpe.„ Il Machiavelli, dovendo scrivere per incarico dei Medici le _Istorie di Firenze_, diceva al Guicciardini: “Consiglierommi meco medesimo e mi ingegnerò a far sì che pur dicendo la verità a niente possa ella rincrescere„.
Filosseno, per aver dato il suo franco parere sopra alcune sciocche poesie del tiranno Dionisio, fu messo in carcere. Liberato poi per le preghiere degli amici, fu di nuovo chiamato da Dionisio a giudicare altri versi. Filosseno ascolta, e mentre la ciurma degli adulatori applaude, egli senza pronunziar parola si avvia alla porta. Domandato dal tiranno dove andasse, “ritorno al carcere„ rispose.
Noi non sappiamo quali opere scrisse Filosseno, non sappiamo quale fu la sua vita, ma quest'atto nobilissimo lo solleva al di sopra di tanti poeti, che pur di avere titoli, decorazioni e ricchezze, vissero come schiavi. Gallonati, stipendiati, vendevano l'arte al miglior offerente.
Grandi artisti furono il Corneille e il Racine, ma quando noi li vediamo nella reggia di quel mostro imbellettato di Luigi XV, vorremmo gridare: “Vergogna! vergogna!„ Sono dolci i drammi del Metastasio, ma chi può perdonargli i salamelecchi a Teresa d'Austria? Ah! questo beato Metastasio è davvero il tipo dell'adulatore gaudente! Dal giorno in cui con gli _Orti Esperidi_ dette il pomo di Paride all'Imperatrice Elisabetta comincia la sua vita di cortigiano. Vive 50 anni a Vienna, scrivendo drammi per nozze ed onomastici e non si ricorda mai di avere una patria. Per lui la patria è dove si sta bene, dove ci sono quattrini e belle donne. Carlo VI lo nomina barone dell'impero, Maria Teresa gli manda la decorazione di S. Stefano, ma lui come un vezzoso paggio gentilmente rifiuta. Non crediate che lo faccia per un sentimento di dignità: no, il latte e il miele gli è arrivato alla gola. “Non mi affogate; — par che dica — lasciatemi vivere nella mia corte!„
E così vivevano un po' tutti i nostri letterati.
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Ma noi siamo ingiusti! Prima di bollare col nome di adulatori quei poeti dovremmo ricordarci che nei secoli andati la carriera delle lettere non offriva vantaggi se non all'ombra di una corte.
Oggi la condizione del letterato è molto diversa. Bene o male c'è sempre da sbarcare il lunario. I romanzi si vendono, le novelle si vendono, i lavori critici, storici, si vendono. Insomma chi si dà alle lettere, ed ha davvero un po' d'ingegno, non muore di fame. In ultimo caso c'è l'insegnamento: una cattedra di liceo o di Università si afferra e lo stipendio viene da sè. Non vivono da signori i letterati, ma vivono!
Nel cinquecento, invece, o giù di lì, le cose andavano un po' male. La scuola non rendeva, pochi imparavano a leggere o a scrivere, e quei pochi la pretendevano _gratis et amore_; la luce non si paga o meglio non si pagava.
Vivere con le pubblicazioni? La stampa era ancora piccina e camminava con le grucce. E poi a chi vendere i libri? Il popolo non leggeva o leggeva senza spendere un soldo. Dunque? dunque i poveri letterati dovevano ricorrere ai principi e recitare ad essi il _pater noster_ col relativo _dacci oggi il nostro pane quotidiano_. Il principe era il mecenate, il protettore, che dispensava grazie e quattrini. E bisognava aiutarsi con la lode: con la lode toccare il cuore del magnanimo signore, con la lode ben disporlo ai futuri benefici. Non lo dico io, lo dice il Tasso (padre), il quale non fu, o meglio non voleva essere, un cortigiano, ma dinanzi al dilemma — o incensare o morir di fame — prese anche lui un turibolo ed esercitò... l'arte.
Di buona o di mala voglia, un padrone bisognava tenerlo. Cantare come la cicala? Nossignore. Viene l'inverno e bisogna fare i conti con la formica. I poeti, edotti da questa favola, entravano per tempo in Corte, a formare la grande famiglia artistica. Il Cardinale Ippolito aveva a suo servizio circa 300 letterati; e avendogli un giorno Clemente VII fatto osservare che erano troppi, lui rispose: “Non li tengo a Corte, perchè io abbia bisogno di loro, ma perchè essi l'hanno di me„. Sua Eminenza aveva ragione. Per lui era un lusso, per i poeti una necessità.
Ma quel lusso ai principi costava un occhio! I letterati in genere e i poeti in ispecie sono incontentabili! Amano la bella vita; vogliono mangiar bene, vestir bene, divertirsi meglio; e tutto a spese del padrone, tutto, anche gli abiti, anche le scarpe! Il Poliziano scriveva al Magnifico: “Gli stolti ridono dei cenci ond'ho coperto il corpo e dei sandali bucati che ho in piedi. Mandatemi una delle vostre vesti migliori e un paio di scarpe.„ Il Guicciardini ha bisogno della dote per le sue figliuole e il Machiavelli lo consiglia a rivolgersi a Leone X, perchè “tutto consiste nel domandare audacemente e mostrare male contentezza non ottenendo„.
E guai se il principe faceva il sordo o si mostrava un po' spilorcio. Il Giovio aveva due penne: una di oro e un'altra di ferro e “ben sapete — egli diceva — che con questo santo privilegio ne ho vestiti alcuni di brutto cannevaccio!„ L'Aretino mal ricompensato rifiuta. “Vi rimando — scrive a Leone X — i dieci ducati pregandovi che vi degnate rendermi le lodi da me datevi. A quelli che vogliono la fama conviene essere larghi a senno.„
Così i Principi, i Cardinali, i Papi per non essere messi alla berlina sborsarono danaro, e i poeti alla vista dell'oro cambiavano metro.
L'Alemanni, cantando in lode di Carlo V, si sentì rimproverare da costui perchè in altro tempo ne aveva detto corna. “Maestà, — gli rispose con la più grande disinvoltura — l'ufficio della poesia è mentire.„
L'Alemanni si espresse male, egli voleva dire: Maestà, la poesia è una merce; si vende.
E si vendeva davvero. Andrea dell'Anguillara vendeva le sue ottave a mezzo scudo caduna. Curioso davvero questo poeta! Prima d'incominciare la traduzione dell'Eneide, manda ai Principi d'Italia una specie di lettera circolare per far sapere che il suo Enea troverà nell'Eliso tutti i magnanimi, e nell'inferno gli spilorci, e conchiude: “Spero che non mi bisogni mandar Lei e gli altri tutti a casa del diavolo e che Enea non abbia troppo da fare nell'inferno a parlar con tante anime dannate, quante io sono per mandarvene, se non fanno il debito loro„.
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Si potrebbe dire: ma dunque i nostri letterati vivevano bene! Accarezzati, acclamati, festeggiati passavano gli anni in continua agiatezza.
Eh! come inganna l'apparenza. Scorrete la vita di quei poveretti. Quante umiliazioni, quanti rimproveri, quanti disinganni! Bisognava stare sempre agli ordini, secondare il principe nei suoi pettegolezzi, seguirlo nelle insulse guerricciuole. Quei Mecenati oggi decretano pensioni e titoli, domani per un equivoco o capriccio vi mettono fuori; e il povero poeta doveva trovarsi un nuovo padrone e recitare un nuovo atto di fede. Chi dei poeti nostri visse felice o almeno tranquillo? L'Ariosto fa il governatore, il segretario, il messo d'ambasciata, il cavallaro, e un giorno, solo perchè non vuole recarsi in Ungheria, gli è negata la pensione; il Tasso, invidiato, calunniato, burlato, vi perde la ragione e vien rinchiuso in un manicomio; il Guarini è cacciato dalla Corte dei Savoia; il Marino è messo in carcere; il Tassoni passa da una Corte all'altra e dolorosamente esclama: “I principi hanno le mani lunghe, ma non larghe„ e si fa dipingere con un fico in mano per indicare ciò che ha riportato dalle Corti.
Fortunatamente quei tempi passarono e la nostra letteratura a poco a poco ruppe le vergognose catene ed acquistò la propria indipendenza. Al principio dell'ottocento non si lasciò nè allettare, nè intimorire.
Peccato che mentre la coscienza italiana si formava per l'opera di tanti valorosi scrittori, il Monti volle restare all'ombra del manto imperiale. Il Parini si negava finanche di tessere il panegirico a Maria Teresa. “Io non trovo veruna idea soddisfacente su cui tessere l'elogio dell'Imperatrice. Ella non fu che generosa: donare l'altrui non è virtù„. Il Foscolo, pur di non inneggiare agli oppressori se ne andava ramingo, scriveva su riviste inglesi, trattando argomenti pedestri di critica e di storia letteraria. “Mi sono esposto — diceva alla sorella — colla vergogna sul viso e col cuore afflittissimo a dare lezione in pubblico non in università, che sarebbe un onore, bensì in una specie di teatro: senza questo duro espediente non avrei di che vivere.„
Il Monti invece, che pure aveva gran cuore e forte ingegno, s'inchinava ora al Papa, ora a Napoleone, ora all'Austria. Realista con i re, imperiale con gl'imperatori, repubblicano con le repubbliche, fu il poeta dei vincitori.
I suoi contemporanei lo chiamano il Dante redivivo, ma la nuova Italia non l'ha riconosciuto come suo poeta nazionale!
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E basta col passato.