Nel mondo dei libri: bizzarrie
Part 15
“Teresa, stamattina doppia razione al gallo. Quel gallo merita tutti i riguardi.„
Fortunatamente di questi ultra-pedanti ne abbiamo avuti pochi; pochi sono arrivati a mandare alla forca una povera gallina e a nominare Commendatore un gallo, ma tutti sono inesorabili.
Il giudice spesso si commuove ed assolve, il critico, anche il più severo, alle volte si impietosisce ed ha una parola di semi-lode per un povero diavolo; il pedante, no, non transige. Ha giurato eterna fedeltà alla sua sposa: alla lingua. Egli non giudica, controlla; non esamina, verifica. Siete un bravo scrittore, i vostri libri vanno a ruba? Ma se disgraziatamente vi sfuggono due o tre francesismi, addio! Il pedante vi chiama barbaro e vi scomunica. E non c'è acqua lustrale che vi purifichi. Voi non siete degno di essere chiamato scrittore, voi non avete studiato a dovere la lingua!
* * *
Ma è davvero curioso il pedante! Egli divide le parole in categorie: parole rozze e gentili, aspre e dolci, nobili e plebee, in uso, fuori uso, in disuso: tollerate, decadute, morte; e di ogni parola vi fa la storia, vi racconta le scappate, le avventure, i torti, i soprusi. Aggiungi poi le simpatie e antipatie. Questa parola è italiana italianissima ma è antipatica. “Non adoperate mai la parola _truppa_ — sentenziava il Puoti — essa mi ricorda _trippa_!
Il Salvini ad un modesto letterato, che aveva sottoposto al giudizio di lui certe novelle, diceva: “Non c'è male, ma noto una scarsezza di _si_; spargetene a larga mano. Il _si_ è un aroma„, e si lambiva il labbro superiore come se avesse gustato davvero una ciambella.
Il Napione non predicava che guerra ai francesismi; ed era divenuto così furibondo contro la nostra Consorella da preferire in Piacenza l'antico ponte di legno al bellissimo ponte di pietra, solo perchè quest'ultimo fu fatto costruire dal Bonaparte francese.
Paolo Brozzolo padovano traduce una, due, tre, undici volte Omero e in ultimo si scanna, perchè non è contento del suo lavoro!
Del Padre Cesari non ne parliamo. Il poveretto compone, traduce, insegna, discute, prega, sogna nella lingua del trecento. Con una pazienza da cappuccino raccoglie tutte le frasi, i proverbi, gl'idiotismi che si leggono nel _Decamerone_, nello _Specchio della penitenza_, nelle _Vite dei Ss. Padri_, nei _Fioretti di s. Francesco_ e dice: “Se volete scrivere bene, ecco il materiale!„ Il poveretto non sa prendere la penna in mano, senza ricorrere al trecento: là _le perle_ e _l'oro di lega._ Traduce le _Lettere familiari_ di Cicerone e le imbelletta di frasi auree. Cicerone, ad esempio, scrive ad Attico che vorrebbe volentieri maritare la sua Tullia; e il Cesari spiega: “cavami, se nulla se ne può fare, questo cocomero di casa„. Traduce le _Commedie_ di Terenzio e le lardella di motti triviali e plebei. L'autore latino scrive: “Dii deaeque perdant„; lui spiega: “Ti venga il cacasangue„; un personaggio in fine di vita esclama: “Pereo„, il nostro pedante gli fa dire “Puoi andar per il prete„. Prete! Quale prete? se al tempo di Terenzio non c'erano ancora preti! “Silenzio! — ci grida il Cesari — io muoio„ è un modo di dire molto comune, “puoi andare per il prete,„ è una bella frase.
Era un brav'uomo il Padre Cesari. Di animo mite non avrebbe dato fastidio all'aria, nè serbava rancori con quelli che lo deridevano. Soleva dire, come il Divino Maestro, perdonate loro, perchè non sanno quello che si fanno. Ma quando si trattava di lingua, addio calma, addio pazienza: diveniva una belva ed era capace di gettare alle fiamme opere pregevolissime, in cui la forma non fosse stata secondo il suo gusto. Curioso nei precetti di retorica. Domandategli che cosa è l'eleganza. Vi risponde subito: “Per eleganza io intendo un'ispezialità, un _certo_ spirito che ricevono le parole da _certi_ congiungimenti, onde pigliano un _certo_ lustro„. Vi siete persuasi? l'eleganza è composta di tre certi, che messi insieme producono.... l'incerto!
E il Puoti? La parola era per lui qualche cosa di luccicante come l'oro. Perdonava le sgrammaticature, gli errori di ortografia, ma era inesorabile con la lingua e con lo stile. La sua ricetta era questa: studiare gli scrittori del trecento, prima quelli di stile piano, poi quelli di stile forte, poi quelli di stile fiorito, in ultimo, come piatto dolce, Dante e Boccaccio.„ Il Marchese — dice il De Sanctis — faceva un minuto esame delle parole, parte benedicendo, parte scomunicando. Questa è parola poetica, questa è plebea, questa è volgare, questa è troppo usata. L'è un arcaismo! L'è un francesismo! Accompagnava queste sentenze con lazzi, esclamazioni e pugni sulla tavola. Spesso stava una mezz'ora ad acchiappare una parola o una frase che non voleva venire e tutti gli scolari a suggerirgli e lui a dar col pugno sulla tavola e a gridare: No!
Il povero Villari aveva scritto in un suo lavoro: “alcuni studiano la teologia o la medicina o la giurisprudenza„; il Puoti corregge: “sono di quelli che studiano la divinità, di quelli che danno opere alle mediche scienze, molti alla ragione civile e ai canoni„.
Ma oggi chi studia più le _Grazie_ del Cesari e l'_Avviamento al ben comporre_ del Puoti? Ieri erano consultati come oracoli e condannavano spietatamente, oggi destano un senso d'ilarità.
Poveri pedanti! Credevano che la lingua italiana fosse una lingua morta e perciò vestiti di toga volevano conservarne il sepolcro.
Ma la nostra lingua è sempre giovane, come la natura, e sorride in una eterna primavera di amore e di gloria, mentre quei poveri pedanti stanno là, nella vostra libreria, come sovrani spotestati, cui non resti che una vecchia corona di bronzo e una spada arrugginita!
* * *
Ma non li mettiamo alla berlina.
Sono originali, è vero, sono curiosi, bizzarri; ma un po' di bene l'hanno fatto.
Noi italiani siamo stati molto disgraziati nella lingua. I Francesi, i Tedeschi, gli Spagnuoli — che oggi con tanto entusiasmo inneggiano alla nostra indipendenza! — tra gli altri servizî vennero pure ad imbastardirci la lingua. Ci toglievano la libertà, spogliavano i nostri musei, le nostre chiese, ci gravavano di balzelli e in ricompensa ci regalavano... parole.
Da una parte i dialetti, da l'altra le invasioni: la nostra povera lingua divenne “un'insalata di molte erbe.„
Che Torre di Babele! E questa torre era così alta che si mise in campo una graziosa novella. Si disse: dovete sapere che Domineddio, quando vide che tutto il mondo si era popolato, prese con sè delle boccettine, in cui aveva racchiuso le semenze di tutte le lingue e le andò spargendo per le nazioni. Dove buttò semenza d'inglese, ivi si parlò inglese, dove spagnuolo, spagnuolo. Giunto in Italia, o che gli girasse il capo, o che gli tremassero le mani, o che volesse farci un brutto scherzo, il certo si è che gettò un poco di ciascuna semenza. Ecco perchè da noi si parla un po' francese, un po' tedesco, un po' spagnuolo. Che volete? Si tratta di semenze. Se piantate cavoli, non potranno venir su patate!
Ma pochi prestarono fede a questa fiaba. Che semenze e semenze! Noi abbiamo una lingua come tutti gli altri popoli. Vi siete dimenticati di Dante, dei Petrarca, del Boccaccio?
E vennero su leggi eccezionali. Rigore su tutta la linea. Si scomunicarono gli scrittori un po' di maniche larghe, si chiamarono barbari quelli che avevano dato ospitalità a qualche vocabolo estero. Batti oggi, batti domani: ecco l'idolatria, ecco i pedanti.
Naturalmente si passò da un estremo all'altro; e, come sapete, gli estremi sono sempre dannosi.
Questo rigore eccessivo, queste scomuniche purificarono la lingua, sì; ma la resero artificiosa e manierata. Il pedante, lasciandosi abbagliare da quel falso splendore che la parola ha in sè, dimenticò il pensiero.
Catone sentenzia: “Studia la materia, la parola viene da sè„. I pedanti invertirono i termini: “Studia la parola, la materia viene da sè.„
Spesso questa benedetta materia non veniva. Peggio per essa; se ne faceva a meno.
Ecco perchè da noi abbondarono le traduzioni. Quando non si sa pensare con la mente propria, si pensa con la mente degli altri, si traduce, si rivestono con abiti paesani i classici latini e greci. Virgilio, Ovidio, Orazio, Cicerone, Pindaro, Anacreonte, divennero fiorentini. Anche Tacito, il burbero e severo storico, dovè lasciare la toga romana e accettare dal Davanzati un abito alla moda. Il Davanzati non è un pedante professo, ma diviene tale per quella famosa scommessa. Si diceva e si dice tuttora che la lingua latina è concisa, l'italiana ciarliera. Il Davanzati ci vuol dar la prova del contrario. Si mette a tavolino e traduce Tacito con minor numero di parole.
Il Giordani n'è entusiasta e dice che la traduzione del Davanzati è “una miniera preziosa, copiosissima di lingua nobile„. Sia pure, ma è più Tacito? Neppure per ombra. E così potremmo dire di molte traduzioni che si leggono, si studiano e di cui si fa il panegirico.
Altri invece non si limitarono a tradurre, vollero comporre.
Fino a pochi anni fa il Bartoli stava sugli altari ed anche oggi c'è in Italia chi sostiene che le opere di lui sono esempio di bello scrivere. Fatemi un favore: leggete una pagina dell'Asia. Che arteficio! Vuol sembrare semplice, ma è ampolloso. Ciò che in Boccaccio e negli altri trecentisti è arte, qui è maniera.
Il Bartoli scrive per far pompa di tutto quel bagaglio di belle frasi, pescate nei classici. Il suo scopo non è di “dare gloria a Dio e lustro alla Congregazione„, ma di far vedere come maneggia la lingua, come arrotondisce i periodi, come snocciola gl'idiotismi.
Il Giordani (sempre lui!) gli canta un solenne _Te Deum_; noi... un _De profundis_. “Il Bartoli — esclama — è singolare in questa grande arte di scrivere, non pur tra gl'italiani, ma in tutto il mondo, terribile, unico!„
Forse questo panegirico, in forma di epigrafe, fece gola al P. Bresciani, il quale volle ad ogni costo imitare l'illustre confratello. Se ne andò per molti anni in Toscana per una cura termo-linguistica, ingoiò frasi, frasi, frasi e quando si sentì ben nutrito, giù novelle, romanzi, viaggi. Il Giordani si scandalizzò. “Insolente! vuoi imitare il Bartoli? Credi tu che somiglianza di berretto faccia somiglianza di cervello?„
Calma, calma, abate Giordani, entrambi hanno berretto ed entrambi... poco ingegno! L'ingegno non si misura dalle frasi, dalle descrizioni, ma dal pensiero. A tutti piace la lingua, a tutti piace la pulizia e l'eleganza di linguaggio; ma la troppa ricercatezza riduce l'arte dello scrivere a un giuoco di parole.
“Noi — dice il Guerrazzi — restiamo sempre in dubbio se la parola che si adopera sia o non sia di buona lega, e il pensiero aspetta fremendo che noi abbiamo esaminato prima se la veste, con la quale anela prorompere, sia veramente italiana. E intanto, mentre apparecchiamo la veste, il pensiero per eccellenza s'è dileguato e troppo spesso avviene di vestire cadaveri!„
Ma al pedante interessa poco che “il pensiero etereo per eccellenza„ si dilegui. Buon viaggio! Finchè la lingua è viva, pulita, elegante, non ci sono cadaveri!
Errore. Sono cadaveri! Tanto è vero che i libri del Bartoli, del Bresciani ecc. non si leggono: riposano e riposeranno per sempre!
* * *
Oggi ne abbiamo pedanti? No.
Fino a pochi anni fa avevamo i puristi; oggi anche i puristi sono andati via o non hanno il coraggio di aprir bocca. La letteratura in genere e la linguistica in ispecie è in ribasso. Chi volete che studi la lingua? Bisogna pensare al suffragio universale, al feminismo e a tante altre cose belle e brutte. Che lingua d'Egitto! Ognuno parli e scriva come meglio gli aggrada. Francesismi! È più tempo di parlare di francesismi? Con i Francesi siamo fratelli germani, con i Tedeschi alleati, con gl'Inglesi, eh! con gl'Inglesi amicissimi! In somma noi siamo una sola famiglia e in famiglia tutto è comune, o meglio è comune... la lingua!
I libri che non si leggono.
Voi siete una persona colta, avete comprato molti, moltissimi libri e continuate a comprarne; ma ditemi la verità — così a quattr'occhi, veh! nessuno ci sente ed io vi prometto di mantenere il segreto — tutti quei libri li avete letti?
Fate un breve esame di coscienza e poi rispondete, o meglio non rispondete, perchè direste una bugia!
Noi vogliamo far entrare l'amor proprio in ogni cosa e spesso mentiamo per non compromettere la nostra dignità. Ma, a voler essere sinceri, non tutti i libri che si comprano, si leggono.
Dite un po': quei grossi volumi di storia li avete letti? e quei poemi cavallereschi? e quei poemi didascalici? e quella falange immensa di romanzi e di novelle?
Ma non ci perdiamo in ciarle. Sedetevi a tavolino e fate una minuta e scrupolosa inchiesta su voi stesso, notando sopra un bel foglio di carta i libri che avete letti e quelli che avete solamente comprati, come utensili di lusso. Coraggio! siete solo. Incominciate da quei volumi di destra. Sono le _Opere_ del Giambullari. Dunque segnate sulla carta:
Del Giambullari.... Che? del Giambullari non avete letto neppure una pagina? Ebbene, scrivete: Del Giambullari zero.
Del Thiers.... Che avete letto del Thiers? Un libro solo? Un libro solo. Del Guicciardini due capitoli, del Monti l'_Aristodemo_, del Pellico le _Mie Prigioni_ e la _Francesca da Rimini_; metà dell'_Odissea_, tre o quattro poesie del Prati, due commedie del Molière; del Gioberti il _Gesuita Moderno_, di Tacito zero, del Petrarca una dozzina di sonetti, dell'Hugo _I Miserabili_ e l'_Uomo che ride_. Mezz'_Asino_ del Guerrazzi, tre elegie di Ovidio, due canti dell'_Eneide_...
Continuate, continuate e quando avete finito, tirate le somme.
Vergogna! Sette decimi dei vostri libri non sono stati letti, tre decimi sono ancora intonsi. Ma voi naturalmente non lo dite neppure agli amici più intimi e fate bene, o meglio fate come fanno gli altri. Noi tutti, proprio tutti, vogliamo comparire enciclopedici e far credere che ogni cosa passa sotto i nostri occhi. Tutte le debolezze, tutti i difetti, tutti i vizî si mettono alle volte in piazza, con più o meno ostentazione o sincerità, ma la propria ignoranza, mai. Ognuno di noi vuol sembrare più di quello che è, e in fatto di studio vuol far credere che tutti i libri sono stati letti, studiati, commentati, discussi.
Alle volte — e quante volte — con una faccia tosta diciamo di aver letto quel tal libro, mentre non l'abbiamo mai visto. E di simili peccati ognuno ne ha sull'anima. Io, ad esempio, che mi do l'aria di uno studioso, non ho letto la _Storia delle Crociate_, la _Messeide_, le _Confessioni e Battaglie_, _Malombra_....
Peccati veniali! Lo so. Oh, che volete che metta in piazza i peccati mortali? Se sapeste, quanti vuoti!... Ma non ne arrossisco. Di fronte a certi peccatori sono un mezzo santo!
Sentite:un maestro elementare — non di quelli, vecchio tipo, che si trovano nelle scuole, perchè un giorno furono a fianco a Garibaldi e fecero, bene o male, un paio di campagne, ma un maestro, tipo moderno, che ha frequentato il corso normale, che ha nella sala da studio tanto di diploma con tanto di cornice indorata, — una sera, non so a che proposito, disse che l'_Orlando Furioso_ è in terza rima. Veramente il poveretto disse: _mi pare_. Avrei voluto rispondergli: “A me pare un'altra cosa: pare che lei starebbe meglio in una bottega di calzolaio che nella scuola!„
Potreste dirmi: ma scusate, per essere un buon maestro non è necessario sapere se il _Furioso_ sia in terza o in ottava!
È vero, ma è vero puranche che quel precettore ha studiato e studia con passione i classici nostri.
E di questi ce ne sono!... Quanti, che si atteggiano a letterati, a critici, non hanno letto neppure i quattro Poeti!
Ma basta, basta. Mi accorgo che faccio della maldicenza, e sta male: ce n'è già tanta nel mondo! Io voglio dire semplicemente che noi acquistiamo molti libri e poi non ci diamo la briga di leggerli. Sapete perchè? La maggior parte dei libri si comprano o per semplice curiosità, o per istintiva imitazione, o per errore ingenerato dal titolo, o per un momentaneo entusiasmo.
Un giorno, ad esempio, vi salta il grillo di vedere un po' da vicino la questione sociale. Tutti parlano e scrivono di questa benedetta quistione. Bisogna saggiarne un pochino, tanto per non fare la figura d'ignorante con gli amici, che spesso ne discutono calorosamente.
Comprate così una dozzina di libri più o meno grossi e incominciate a leggere. Ma che! dopo una settimana la smania passa: quei volumi vi annoiano. Sono così strane, utopistiche, cervellotiche quelle dottrine che voi mandate a quel paese tutte le democrazie di questo mondo.
Un altro giorno un amico vi parla delle tante e belle scoperte nel campo astronomico: monti e valli nella luna, canali in Marte, nuovi pianeti, nuovi satelliti. Sta a vedere che in cielo si prolifica come sulla terra!
Intanto voi siete preso all'amo e comprate subito due o tre trattati di astronomia. Era una vergogna! Ignorare tutto ciò che avviene nel cielo! non ricordarsi neppure la distanza che ci separa dal sole! E così, per mettervi in regola con la coscienza, incominciate a sfogliare questi volumi illustrati e con tavole a colori fuori testo. “Ah! ecco la cometa del 1885! Già, me la ricordo! Com'è curiosa la cometa del 1835! Questi sono i crateri lunari, queste le protuberanze. Bella la nebulosa di Orione! Chi è costui? Giovanni Schiaparelli. È Direttore dell'Osservatorio di Genova; no, di Brera, già di Brera. Che cannocchiale! Ah! questo è il cannocchiale gigante che si sta costruendo a Parigi. Niente di meno farà vedere la luna a un metro solo di distanza...!„
Ma dopo un paio di giorni anche il cielo vi annoia. È tempo di pensare alla luna? Disgraziatamente nella luna ci siamo un po' tutti. E così senza tante cerimonie mettete a dormire anche questi libri.
Viene in voga il _Quo vadis_. Che bel romanzo! che capolavoro! _Quo vadis_ a destra, _Quo vadis_ a sinistra: non si parla che di _Quo vadis_. E bisogna convenire, romanzi simili ne abbiamo pochi! Mentre dura quest'entusiasmo, i Fratelli Treves vengono a dirci che hanno pubblicato molti romanzi del Sienkiewicz. Ah, dunque il Sienkiewicz è un romanziere provetto? Già, ha scritto una dozzina di romanzi! Immagino che romanzi! La tentazione è potente. Subito una cartolina vaglia ai signori Treves. I volumi arrivano. Voi vi chiudete nello studio dispostissimo a gustare queste ciambelle polacche. Ma, vedi un po': quanto più si va avanti nella lettura, più vi convincete che i fratelli non rassomigliano al fratello. Tentennando la testa, mettete questi libri nuovi nuovi nello scaffale. Venti lire buttate al vento!
Un altro giorno... ma basta; a dire in pubblico quanti libri avete comprati e quanti ne avete letti vi dareste la scure sui piedi: fareste sapere ad amici e a nemici che la tanto vantata cultura si riduce a zero. E poi, la vostra signora non vorrebbe sentir altro! “Come, comprare i libri e non leggerli!„ E qui una predica con i fiocchi sull'economia domestica per conchiudere che lei è economica e che voi gettate il danaro!
* * *
Molti libri, elogiati, premiati, messi sugli altari, dichiarati monumenti nazionali o universali, non si leggono.
La Bibbia! Giù il cappello, signori miei. Abbiate o no una fede, la Bibbia incute rispetto e riverenza. Tutti ne fanno il panegirico, tutti la chiamano il _libro divino, il libro dei libri, il vero libro dell'umanità_. Che miniera inesauribile di bellezze! Il Milton ne trasse il _Paradiso Perduto_, il Klopstock la _Messeide_, l'Alfieri il _Saul_, il Varano i _Canti_, il Metastasio _Abele_ e _Giuditta_, il Byron le _Melodie_, il Rossetti i _Salmi_ e il _Veggente_: insomma tutti i poeti — primarî e secondarî — ne hanno modellato un quadretto.
D'accordo. Ma chi legge la Bibbia? Se ne pubblicano migliaia e migliaia ogni anno, in italiano, in latino, in greco, in ebraico; chi preferisce il commento del Martini o del Curci, chi, per atteggiarsi a libero pensatore, vuole le note di Lutero o del Diodati. La Bibbia è in tutte le librerie, ma per la maggior parte degli uomini è un mobile, un mobile di lusso: basta possederlo. Si compra, si fa rilegare in pelle e oro e si espone alla comune ammirazione, come un bel quadro antico.
La storia di Adamo, di Caino, di Noè, di Mosè, di Isacco, di Giuditta, di Sansone ecc., l'abbiamo appresa nelle prime classi elementari o ci fu raccontata dal nonno. Ma chi legge i Salmi di Davide, la Sapienza di Salomone, le Lezioni di Giobbe, il Vangelo di S. Giovanni? Se qualche cognizione abbiamo della Bibbia è sempre di seconda mano o per vie indirette: la fonte, la vera fonte è ignorata.
E sia detto fra noi, anche i preti l'ignorano. Essi nelle prediche, nelle conversazioni, ne citano versi e versicoli, ma credete che l'abbiano letto da capo a piedi? Ah! se la Chiesa non avesse imposto la recita quotidiana dell'Ufficio Divino, molti Reverendi non conoscerebbero neppure di nome Davide, Ezechiele e Geremia!
* * *
Non mi chiamate pessimista: io credo che si possa dire lo stesso della Divina Commedia.
Il Voltaire scriveva: “Dante entra nelle biblioteche, ma non è letto. Mi rubano sempre un tomo dell'Ariosto, non mi hanno mai rubato un Dante!„
Signori miei, non fate il muso duro. Questa volta il Voltaire ha ragione. Egli non dice che Dante è un poeta da strapazzo, dice solo che in Francia si compra e non si legge. E volete offendervi per questo? E che? forse in Italia non si fa lo stesso?
Noi italiani siamo idolatri del sommo Poeta. Dinanzi alla sua tomba a Ravenna arde notte e giorno una lampada, a cui _Trieste nostra_ manda ampolla e olio.
Due anni fa, si pensò di mettere una targa pel Carducci proprio presso la tomba di Dante. Ci fu un po' di subuglio. Nossignore; il Carducci è un poeta emerito, ma non deve stare a fianco al nostro Vate! La targa si pose, perchè così volle il Consiglio Comunale di Ravenna, ma a parecchi sembrò una profanazione. Dante deve restar solo. Non è mica un pianeta che ha bisogno di satelliti!
Tre anni fa, Catullo Mendes, alla fine di un banchetto, si permise sentenziare che Dante era francese. Il telegrafo ci portò subito la sacrilega asserzione. Dante francese! Chi l'ha detto? Chi è questo pazzo? Si parlava già di duelli, e se il Mendes avesse continuato a insolentire, cento nuovi Guglielmo Pepe erano pronti a sbudellarlo. Ladro screanzato! volerci rubare Dante! E non sa questo signor Catullo che l'Alighieri è per noi come la corona di bronzo di Napoleone? Iddio ce l'ha dato e guai a chi lo tocca!
Ma quanti degli italiani leggono la Divina Commedia?
Alcuni versi del Sacro Poema sono diventati proverbiali e si tramandano di generazione in generazione. Chi, incominciando un elogio funebre non esclama: _farò come colui che piange e dice_, mentre poi non sa fare nè l'uno, nè l'altro? Chi, trovandosi a corto di argomenti in suo favore, non bolla col nome di invidiosi i suoi avversarî, dichiarando chiusa la polemica col provvidenziale: _non ti curar di lor, ma guarda e passa_?
Insomma è sempre un verso di Dante, e nei casi solenni, una terzina, che chiude o apre il fuoco in tutte le discussioni scientifiche, politiche o religiose.
E nel campo letterario? Dio mio, i letterati ne abusano maledettamente! Per tutti i bisogni grandi e piccoli, Dante, sempre Dante! Non sanno muovere un passo, non sanno aprir bocca senza ricorrere al gran papà. E come certi oratori sacri, per mantenere in piedi una tesi cervellotica, cercano rafforzarla con qualche sentenza di S. Tommaso o di S. Agostino, così molti conferenzieri ricorrono a Dante, al padrino universale, per essere protetti e difesi.
Eppure, mentre la Divina Commedia è così saccheggiata, è poco letta. Noi abbiamo Cattedre di Dante, Società della Dante Alighieri, ma se togli pochi, proprio pochi, veramente studiosi, che sono chiamati per celia Dantofili, gli altri se ne disinteressano completamente.