Nel mondo dei libri: bizzarrie
Part 13
Di storici obbiettivi non ne abbiamo, non ne avremo mai. Ammesso pure che uno storico riesca a spogliarsi di ogni passione partigiana e prometta a se stesso di voler essere il sereno espositore dei fatti, l'eco genuina di tutti gli avvenimenti; — l'indirizzo dei suoi studî, la predominanza di questa o di quella idea basta a turbargli il giudizio. Guardate: fra tanti libri di storia ci sono forse due che la pensano allo stesso modo? Ognuno alza la voce, ognuno nega ciò che un altro afferma. “Il Papato ha rovinato l'Italia!„ dice il Macchiavelli. “Il Papato è stato sempre la nostra salvezza!„ grida il Cantù. Il Sarpi scrive la _Storia del Concilio di Trento_ per dichiararlo un intrigo; il Pallavicino lo rimbecca con un'altra_ Storia del Concilio_; il Courayer ne scrive una terza per rimbeccare l'uno e l'altro; in ultimo il Servita ne fa una quarta per rimbeccare il primo, il secondo e il terzo. Ma dunque si può sapere che cosa è questo benedetto Concilio?
Nè parlo del Medio evo. Povero Medio evo! È come un cadavere sotto i ferri anatomici. Ognuno vi trova la malattia che vuole: chi il fanatismo, chi la corruzione, chi l'ignoranza; e, a corona dell'opera, il Botta lo qualifica “età pazza, scarmigliata, da cronicacce di frati e di castellani ignoranti„.
Abbiamo detto che i letterati sono sempre in lotta fra loro. E che dovremmo dire degli storici? Immaginate per poco che tutti questi signori si trovassero per un giorno solo a congresso: altro che Parlamento Italiano!
Ma lasciamo che essi gridino a loro talento. Come dall'attrito vien fuori la luce, così da questi libri, che affermano, negano, difendono, alterano, mentiscono, falsificano, nasce la storia, la grande maestra della vita.
* * *
E parliamo della storia! Ultimi venuti nel mondo non potremmo vivere che del presente, ma la storia ci fa vivere del passato.
Sono tutte le epoche che s'intrecciano, si inanellano, si completano con i loro massacri di sangue! Essa raccoglie il grido della guerra e l'inno della pace, il sarcasmo del tiranno e il lamento della vittima.
Le più belle creazioni dell'arte si offuscano dinanzi a questo libro, in cui sono ritratti gli uomini che innalzarono o distrussero Stati e Monarchie, Regni ed Imperi, confini e frontiere.
La storia — questo monumento, più grandioso del S. Pietro di Roma, più antico delle Piramidi di Egitto — ci dice che l'umanità ha avuto i suoi eroi, i suoi martiri, i suoi carnefici, i suoi salvatori, i suoi angeli, i suoi dèmoni.
Essa è la voce di Dio, è il grande giudice degli uomini nel tempo. Molti seppero ingannare i loro contemporanei e procacciarsi con l'astuzia e con l'ipocrisia un applauso o un monumento; ma la storia li ha colpiti! Inesorabile nella sua giustizia, divide gli uomini in ischiere: i pazzi, capitanati da Caligola; i sanguinari, da Nerone; le vittime, da Belisario; gli avventurieri, da Pirro; gli eroi, da Leonida; i traditori, da Baglione; i dominatori, da Carlo V; i salvatori, da Pietro Micca; e al di sotto, tutta una immensa moltitudine di milioni e milioni di uomini, che sono come il fondamento del grande edificio sociale; di uomini, che vissero e morirono senza avere un nome una volontà, una coscienza propria. Questa moltitudine immensa è il popolo.
Il popolo! Chi può parlare di quest'Ercole incatenato, cieco come il Polifemo della favola, mite come l'agnello, sanguinario come la tigre; ora umile e sottomesso, ora superbo e ribelle? Oggi, timido, si lascia quasi calpestare; domani, insorge e non si arrende neppure dinanzi alla bocca di mille cannoni.
Il popolo! Guai a chi non ascolta per tempo i suoi lamenti! Quei lamenti potranno in un istante mutarsi in un ruggito feroce; ed allora egli non prega più: comanda. Di rado si sveglia questo leone dal suo letargo, ma quando si scuote e manda il primo ruggito, gli basta un'ora per allagare di sangue una città, per abbattere corone e scettri, confini ed imperi.
Per convincersi della sua onnipotenza bisogna vederlo in azione, il popolo. Io ne ebbi un'idea il 17 ottobre 1888. Sulla grande piazza di S. Ferdinando, in Napoli, duecentomila cittadini acclamavano i Reali d'Italia e l'Imperatore di Germania. Vecchi, adulti, giovani, fanciulli, donne applaudivano freneticamente e sembrava che un fluido magnetico li agitasse tutti.
Quegli evviva, confondendosi nell'aria, mi arrivavano all'orecchio come un frastuono, come l'eco di mille voci lontane. Io non sentivo gli applausi, vedevo la potenza del popolo. Non so quali pensieri si agitassero nella mente di Umberto e di Guglielmo; ma credo che quella folla compatta, convulsa, li abbia un po' sconvolti; credo che i due Coronati, sotto quel sorriso compiacente e dignitoso, nascondessero un timore, quel timore che si prova dinanzi al leone, sia pure addomesticato.
Il re si crede forte nella sua reggia, ma quando si trova a tu per tu con il popolo, allora sente una voce segreta che gli dice: “Attenti! attenti! Questa folla sterminata è il popolo. A che varrebbero i tuoi soldati, i tuoi cannoni, le tue carceri se ti venisse meno il suo affetto?„
Felici i re che ascoltano questa voce e si ricordano che il popolo esiste!
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La storia seduce.
Pigliando la rincorsa dall'età eroica, che vi alletta con i suoi dei, semidei, eroi, ciclopi; dando uno sguardo di ammirazione a Sparta e ad Atene, ci fermiamo a Roma, a Roma nostra, che incatena al suo cocchio trionfale intere regioni. Per noi Italiani, che orgogliosamente possiamo chiamarci figli dei Bruti, dei Fabrizi, dei Fabi, dei Cesari, la storia di Roma ha un incanto, un fascino immenso.
Ma Roma cade e gli Unni, i Vandali, i Goti, i Visigoti, gli Ostrogoti, i Longobardi si gettano come corvi famelici sopra di essa, e con la spada insanguinata segnano una nuova epoca: il Medio-evo, tempo di transazione, che non ha una vera storia, ma che prepara la storia; epoca enigmatica e oscura, che ricorda la biblica torre di Babele.
Infatti, quando si presenta innanzi a voi il grande ed infelice Colombo, vi sembra di essere usciti come da una bolgia infernale. Guardate indietro, e mille ombre vi inseguono: — è Alboino, che con la tazza ferale vi invita a bere del sangue; — è Teodora, Macrozia, Ermengarda, le turpissime donne di Roma, che con l'astuzia e la disonestà creano scandali e rovine; — è Barbarossa, che scende cinque volte a incendiare città e villaggi; — sono insomma tanti spettri orribili, che escono dai loro sepolcri e si fanno innanzi minacciosi.
Al Medio Evo fanatico e sanguinario succede l'età moderna, in cui tutti i popoli, ripetendo il grido di Giulio II: “Fuori i barbari!„ cercano acquistare la propria indipendenza.
Questo periodo più vi appartiene e voi lo scorrete con ansia. Finalmente gl'Italiani si sono svegliati! Caduti con Roma, per tanti secoli fummo dominati, disprezzati, e la nostra Patria venne chiamata una _espressione geografica_. Ma il tempo della rivendicazione è venuto. Non è la Lega Lombarda, non sono i Vespri Siciliani, non è la rivolta di Masaniello, sono tutti gl'Italiani che si ribellano ai propri tiranni. Fuori, fuori! abbasso gli Austriaci! abbasso i Borboni! abbasso i Duchi, gli Arciduchi, i Vicerè, i Potestà! Vogliamo l'Italia una e indipendente!
Voi pieno d'entusiasmo accompagnate Cavour al congresso di Parigi, assistete ai segreti colloqui tra D'Azeglio e Vittorio Emanuele; e quando la guerra contro l'Austria incomincia, voi tremate: è quel sacro timore che si prova alla vigilia delle grandi imprese. Sorpassate le lunghe descrizioni, le biografie, i commenti e correte alle battaglie: a Montebello, a Palestro, a Varese, a Camerlata, a Melegnano, a S. Martino, a Calatafimi, a Milazzo, a Capua, a Gaeta. Da per tutto si combatte e si vince!
Gli Austriaci si ritirano, i Borboni fuggono, la Patria finalmente è nostra! E la storia contemporanea si chiude con il trionfo degl'Italiani.
All'ultima pagina vi destate come da un sogno incantevole; ma subito dopo vi assale una malinconia.
I nostri padri affrontarono l'esilio, il carcere, la morte e noi che cosa abbiamo fatto per rendere rispettata la nostra Patria, questa terra benedetta, ricca di tante bellezze di natura, sempre maestra nelle arti e nelle scienze?
* * *
La storia fa ribrezzo.
In essa vive un mostro che ora striscia come un rettile e riesce a nascondersi, ora si solleva gigante ed urla come un demone: la guerra!
Scorrete la storia; ad ogni passo una guerra. Leggi, proclami, guerre; invenzioni, scoperte, guerre; pace, trattati, guerre. Guerre sanguinose, che si trascinano per anni e anni, come una vendetta di Dio; guerre insulse, nate per capriccio o volute da un despota; guerre ridicole, che fanno vergogna a vinti e a vincitori; ma sempre guerre, guerre!
Ogni epoca si apre e si chiude con un massacro, ogni nuovo regime è preparato col sangue di migliaia di vittime. Sulla punta della spada e sulla bocca del cannone è il diritto.
Non parlate alle nazioni di giustizia. La guerra è il grande, inappellabile Tribunale, che legalizza usurpazioni e violenze, che rende o strappa libertà ed onore.
Il sogghigno beffardo di Brenno ha echeggiato in tutti i secoli!
Intanto noi leggiamo la storia con la più grande indifferenza. Le guerre non ci fanno impressione, sembrano la cosa più naturale del mondo. Siamo abituati fin da ragazzi ad assistere in ispirito ai grandi macelli di carne umana. A che cosa si riducevano quei _Compendî di storia,_ imparati nelle scuole primarie o secondarie? Se togli le leggende e qualche racconto un tantino educativo, tutto il resto: guerre. Bisognava sapere dove avvennero, quanti furono i combattenti, quanti i morti, quanti i feriti, quanti i prigionieri. Dàlli oggi, dàlli domani, si finiva col pigliarvi gusto. Alla battaglia di Canne settantamila morti, ventimila prigionieri. Bravo Annibale! In Gallia, Cesare lascia un milione di morti. Benissimo!
E Napoleone? Quest'uomo fatale, esercitava sul vostro animo un fascino irresistibile. Quando il professore di storia vi descriveva a vivi colori i grandi successi militari di Cherasco, di Lodi, di Rivoli, di Marengo, di Austerlitz, voi a battere le mani freneticamente. Napoleone è un genio!
Come siamo facili all'entusiasmo! Abbiamo innalzato monumenti ai grandi conquistatori e li salutiamo col nome di eroi! Eroi che grondano sangue, eroi che seminarono la morte e la distruzione, eroi-carnefici, che non ebbero nemmeno il pregio di essere sinceri e di confessare come Attila: “Io sono il flagello di Dio!„
Quanti milioni e milioni di uomini non furono massacrati sui campi di battaglia?
Poveri illusi! Credevano di compiere un dovere verso la Patria, e il più delle volte non fecero che secondare le sfrenate passioni di pochi. La Patria, sempre la Patria si mette in ballo per attirare il popolo e trascinarlo al macello. “Ogni anno — esclama il De Musset — la Francia faceva regalo a Napoleone di trecento mila giovani: era l'imposta pagata a Cesare, era la scorta che gli bisognava per attraversare il mondo. Mai vi furono tante notti senza sonno, mai si vide sporgere dai bastioni delle città tanta moltitudine di madri desolate, mai vi fu tanto silenzio intorno a coloro, che parlavano di morte!„
Ma i libri storici che davvero fanno ribrezzo sono quei grossi volumi del Taine, del Michelet, del Blanc, del Thiers. Se siete di animo delicato, non aprite quei libri: ivi è descritta minutamente la più grande aberrazione umana: la Rivoluzione Francese. Raccogliete le malvagità di tutte le guerre, non avrete mai la Rivoluzione Francese, “in cui l'uomo — secondo il Taine — non è solo barbaro, come il Vandalo, crudele, come l'Unno, ma un animale sanguinario e lubrico„.
Dio mio! ad ogni passo una mannaia, in ogni casa un eccidio, in ogni tempio una profanazione. E in mezzo alle strade, allagate di sangue, vi appaiono come nella penombra, gli spettri di Marat, di Danton, di Robespierre. Che infernale trinomio! Marat riarso da una sete insaziabile di sangue, con tutti i sintomi fisici di un mostro: Danton, maschera convulsa di mastino ruggente, capace di strapparvi il cuore con uno sguardo; Robespierre, grande macellaio di carne umana, che parla con la schiuma alla bocca, che digrigna i denti e getta fiele anche sui morti! Queste ombre vi atterriscono; un fremito convulso vi agita, i capelli si rizzano sulla fronte, e voi chiudete il libro, esclamando:
“Maledetta la guerra e le rivoluzioni!„
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Ma è inutile maledire. La guerra ci sarà sempre. L'uomo, per un fatale destino, deve di tanto in tanto dar prova della sua malvagità.
Lo Zar, in un momento di santo zelo, ricordandosi di essere non solo Imperatore, ma padre e Pontefice Massimo di milioni di anime, ebbe la felice idea della pace universale. Si, si, la pace! Vogliamo la pace!
Tutti i Moneta di questo mondo misero fuori un sospiro di soddisfazione. Finalmente!
Ma vedete un po': proprio lo Zar, forse per aggiungere l'esempio al precetto, attaccò lite — e che lite! — col Giappone.
Egli voleva la pace, sissignore; ma voleva anche la Corea. Gli Occhietti a mandorla si opposero. “La Corea è nostra!„ Nicola montò in bestia. “Nani screanzati! Voglio darvi io una lezioncina!„
Disgraziatamente invece di darla la ricevè.
Ma siamo giusti: come abolire la guerra, come darle il ben servito e metterla bruscamente alla porta, se essa oggi impera sovrana in tutte le Nazioni?
I nostri Governi non si preoccupano che della guerra.
Siamo amanti della pace, vogliamo la pace, ma intanto abbiamo un Ministero della Guerra, non della pace; scuole di guerra, non di pace! I nostri R. Cantieri non lavorano che per la guerra. A Roma, vi sono in permanenza Commissioni e Sottocommissioni, che studiano notte e giorno, e, a basi di calcoli, di esperimenti, mutano, trasformano tutto il materiale da guerra. Ogni anno nuovi fucili, nuove cartucce, nuove uniformi, nuove tende, nuove corazze, nuovi tipi di navi e di sottomarini. Lo Stato Maggiore sta sempre con l'occhio alla penna. I piani di attacco, di invasione, di difesa sono completati, sissignore, ma non possono restare allo _statu quo_; occorrono continue modifiche. Debbono essere ritoccati, perfezionati, secondo le circostanze e le esigenze militari.
Il soldato dev'essere sempre pronto; ed ecco le grandi manovre, che sono come i concerti di quella terribile musica.
E dovunque è così: tutti gli Stati sono all'erta per ben riceverla.
Si racconta: il feld-maresciallo von Moltke, Capo dello Stato Maggiore Tedesco, se la dormiva una notte saporitamente, quando venne destato di soprassalto dal suo Aiutante di campo, il quale gli annunziò che era stata dichiarata la guerra con la Francia. Von Moltke, senza punto scomporsi, disse: “Incartamento N. 5.„ Si voltò dall'altro lato e ricominciò a russare.
L'Aiutante aprì l'incartamento indicato e trovò tutto il piano di mobilitazione, con annessi ordini già firmati, da spedirsi ai comandanti di Corpi d'Armata. Non fece altro che aggiungervi la data e correre al vicino ufficio telegrafico. Dopo due ore tutti pronti per dar principio allo spettacolo!
Questo cinquant'anni fa. Oggi _l'incartamento N. 5_ non contiene solo il piano di mobilitazione, ma inchieste segrete, statistiche, carte geografiche, topografiche sulla Francia. E sapete perchè? Le Nazioni civili si spiano maledettamente. I nostri piani di guerra, segreti, segretissimi, custoditi da una dozzina di chiavi, si conoscono a Vienna, a Parigi, a Berlino, a Londra, a Pietroburgo; come dall'altra parte a Roma si conserva una copia in carta libera de' piani, sottopiani e terrapiani delle Nazioni amiche. Potreste dire: ma sarebbe meglio che questi benedetti piani si preparassero in piazza, una volta che... Avete ragione, ma le spie? Dovrebbero morir di fame? No, in questo mondo tutti debbono vivere!
* * *
Però, bisogna confessarlo, noi moderni l'abbiamo molto perfezionata la guerra. I nostri padri, felini e ignoranti, si scannavano come cani. Armati fino ai denti, coverti di corazze e cimieri, si davano colpi da orbi. Vergogna! Un po' di umanità ci vuole anche quando si ammazza. Siamo uomini o belve noi?
Per fortuna un monaco inglese, nei suoi ozî beati, inventa la polvere. Bravo il figlio di S. Francesco! Invece di recitare l'Ufficio Divino o preparare liquori per i palati aristocratici, ci combina il bel servizio! Ma zitto, noi dobbiamo essergli grati. La polvere ha portato il progresso, la civiltà, l'umanità nella guerra. Via, via le daghe, i dardi, le baliste! Roba da selvaggi. Noi moderni abbiamo il cannone Krupp, che tira a 5000 metri e regala 35 colpi al minuto. Si muore, ma nessuno si macchia le mani di sangue.
Oggi la guerra è una scienza e tiene a sua disposizione fisica, chimica, elettrotecnica.
La polvere fa molto fumo? Male, malissimo; sul campo di battaglia ci vuole... arrosto; e perciò un italiano, pratico e umanitario, ha inventato la polvere senza fumo. Sta bene. Ma sapete: quello scoppio del cannone dà sui nervi. Santo Iddio, dopo cinque minuti si è sordi! È un inferno, un inferno perfetto!
Avete ragione; ma si è provveduto anche a questo. Noi oggi abbiamo la polvere muta, che fa i fatti suoi senza la minima ciarla. Il cannone non brontola più, il fucile non cinguetta; l'uno e l'altro lavorano in silenzio. Il proiettile arriva, vi colpisce, voi ve ne andate all'altro mondo, senza sentire il minimo rumore. Calma perfetta. Si sentirebbero volare le mosche, se questi animalucci avessero la pazza curiosità di assistere a quei drammi!
A noi moderni spetta un altro vanto: oltre a rendere la guerra meno antipatica e più umana, le abbiamo dato un po' della nostra fretta.
I nostri padri perdevano molto tempo. I Romani, per citare i maestri dell'arte, consumarono 33 anni per vincere i Sanniti, 44 per domare i Cartaginesi. Un'eternità! La incominciavano i padri e la terminavano i figli! Noi invece ci sbrighiamo in pochi giorni.
Eh! ci vuol tanto poco a bombardare una città! Dieci bocche di cannone, a getto continuo, in mezz'ora vi distruggono New York!
E poi, lasciate che si perfezioni il dirigibile e l'areoplano: la guerra, anche più importante, sarà ridotta a pochi minuti. In un giorno solo: _ultimatum_, guerra, pace.
Altro che _veni, vidi, vici_ di Cesare!
I romanzi.
Ne trovate da per tutto. Sul tavolo, sul comodino, sulle sedie, in mezzo ai giornali: in ogni angolo una rappresentanza. Ma il grosso dell'esercito è qui, in questo scaffale a sinistra. Grandi, piccoli, in edizioni di lusso, in edizioni economiche, rilegati in tela, in pelle, sciolti, sdruciti: sono due o trecento, tutti in fila come soldati.
Succede spesso. Quando non si ha voglia di leggere e la penna pesa un quintale, quasi senza volerlo, fermate l'occhio su questi libri e ne andate scorrendo i titoli. Curioso! Ora la fronte si corruga, ora si spiana; ora le labbra abbozzano un sorriso, ora vi assale un fremito; ora il naso si aggrinza, ora gli occhi scintillano. È naturale: sono le diverse impressioni che hanno lasciato in voi questi libri, impressioni che non si cancellano, impressioni che ricordano tutto un periodo di vita gaia e spensierata. Qui sono romanzi, divorati in un giorno con la più grande voluttà; romanzi noiosi, dieci volte incominciati e dieci volte mandati a quel paese; romanzi lascivi, assaporati di nascosto come frutti proibiti; romanzi placidi, sereni come un tramonto d'autunno; romanzi burloni, che leggeste ridendo a crepapelle; romanzi tetri, che vi lasciavano un vuoto nell'anima; romanzi paurosi che vi facevano rizzare i capelli!
Oggi di tanti romanzi non vi resta che un ricordo vago. Di alcuni ricordate appena il protagonista, di altri una scena, di altri una descrizione: tutto il resto, silenzio. Vi date a frugare nella memoria, unite, coordinate, ma ad un punto non si può andare più avanti; si perde ogni traccia. Buio, buio pesto! È vero; ma guardando questi libri, sentite come una musica lontana, che dolcemente vi accarezza e vi culla. Vi arrivano suoni, armonie, grida laceranti; è come un'eco di baci, di sospiri, di gemiti, che s'inseguono, s'intrecciano, si urtano. La fantasia corre, corre... Voi vedete sfondi di foreste e di acque azzurre, poveri abituri e sale dorate, riflessi di nevi e di cieli rosei! Che odore di gelsomini e di aranceti! Che tanfo di sudiciume!
Ma in un momento, come al colpo di magica bacchetta, vi appaiono guerrieri, dame, assassini, padroni, servi... Voi fissate bene lo sguardo; li conoscete tutti. Ecco Valijean, ecco l'astuto Rodin, lo spavaldo D'Artagnan, il laido Francesco Cenci, il patriarcale Niccolò dei Lapi, il buon Ivanhoe, il timido D. Abbondio. Gilliat lotta con la terribile piovra, Fleur de Marie cade nelle mani di quelle donnacce, papà Goriot agonizza, Cesare Borgia alza il pugnale, il Conte di Montecristo fissa Villefort, Emma, la Bovary, vi tenta, l'Innominato si dispera; e nel fondo di questo gran quadro si elevano, quasi simboli sovrumani, fanciulle infelici, strappate alla vita nel fiore degli anni.
O Lisa, Bice, Lucia, Clotilde, Giulia, Caterina, Esmeralda, Rebecca, Ginevra, Maria! I primi palpiti del nostro cuore, vergine e immacolato, furono per voi. Prima che una ragazza ci avesse ammaliati col suo sguardo, noi vi amammo, o fanciulle, o fiori delicati, che chinaste in su lo stelo nella primavera della vita!
Nel silenzio della nostra cameretta abbiamo pianto, vi abbiamo seguite nella dolorosa via crucis delle vostre sventure e, non potendovi salvare, abbiamo imprecato contro la malvagità degli uomini.
Ci dissero più tardi che voi non siete mai esistite. E perchè? non vivete in tante fanciulle che soffrono, in tante fanciulle che muoiono senza il sorriso dell'amore?
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Oggi quei romanzi riposano.
Rileggerli? No. Rileggere un romanzo è come sposare una vedova. _Nuptia calefacta._ Nessun entusiasmo. Bene o male, voi già conoscete per sommi capi la favola: vi è noto che farà Tizio, che farà Caio, chi ne uscirà bene, chi male, chi vi lascerà la pelle. Situazioni, caratteri, azioni, catastrofe: tutto vi è presente.
Gli idillî più dolci, le storie più raccapriccianti, le scene più commoventi vi lasciano freddi. Quella ragazza smania, si dispera? Pazienza; verranno le nozze. Quel giovanotto è accusato di alto tradimento, è condannato al carcere perpetuo? Un bel giorno sarà libero, milionario e si vendicherà dei suoi calunniatori.
Il romanzo non è uno spartito di musica; più si sente, più si gusta. No, l'illusione è per una volta sola. Il romanzo si legge, non si rilegge. E dolorosamente debbo aggiungere che bisogna leggerlo in gioventù. Solo i giovani possono delirare col Guerrazzi, sognare con lo Scott, fantasticare col Dumas.
E sapete perchè? Il giovane facilmente si commuove, e quando è commosso ingoia tutto, crede a tutto, approva tutto. Noi, invece, appena si prende in mano un romanzo, vogliamo far da critici. “Questa scena è inverosimile, questa situazione è impostata male, questo carattere è abbozzato. Che dialogo scialbo! Che descrizione noiosa!...„ E si va avanti facendone l'autopsia. Non si legge così il romanzo. Bisogna mettersi a sua completa disposizione, dire semplicemente: “Parla, chè il tuo servo ti ascolta„. Noi no, vogliamo fermarci a mezzo, vogliamo controllare, discutere, analizzare, dettare leggi; e il romanzo si vendica: invece di dilettarci, ci annoia.
Lasciamo dunque ai giovani ciò che la natura e l'arte riservava per essi. A noi non resta che guardare in faccia il romanzo e domandargli: chi sei?
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I retori non sono d'accordo nell'assegnare al romanzo un posto nella letteratura. A qual genere appartiene? Al didascalico? al poetico? al drammatico? allo storico? Quistioni oziose. Il romanzo non pretende di occupare alcun posto; viene fuori così, senza blasone, senza diplomi e commende. Conosce i suoi umili natali e non accampa diritti. Mettetelo in platea, mettetelo nel loggione: si accontenta.