Nel mondo dei libri: bizzarrie

Part 12

Chapter 123,719 wordsPublic domain

Qualche giorno si ha un gusto matto di ridere. Avete avuta una buona notizia? avete guadagnato un terno al lotto? Niente di tutto questo. Si è di buon umore: ecco tutto. E mentre la vostra signora con un certo compiacimento vi dice: “Sei in vena oggi!„ voi vorreste chiamare a raccolta cinque o sei amici, capi ameni, e darvi il bel tempo: un viaggetto, un pranzo, magari una colazione lì, sui monti, e, se occorre, una sbornia. Sì, una sbornia! Vadano al diavolo tutte le quistioni politiche, scientifiche o religiose, che ci fanno morire innanzi tempo con la nevrastenia, con la bile, con il mal di fegato! Pensiamo a passare allegramente la vita che ci è stata concessa, e che si riduce a ben poca cosa, se si toglie l'infanzia, il sonno e le infermità! Nell'infanzia cerchiamo i giocattoli e ci danno il pedagogo; nell'adolescenza vogliamo il sollazzo e ci danno la disciplina civile e spesso militare; e quando finalmente siamo divenuti uomini, quando potremmo essere donni e padroni di noi stessi, ecco ansie, lotte, disinganni. Si va avanti così a spintoni, imprecando, calpestando i piedi al prossimo, il quale non manca di renderci la pariglia. Ma un bel giorno, o meglio un brutto giorno, viene un serra serra, un colpo apopletico, un attacco di nefrite, una polmonite acuta o galoppante ci dice che bisogna fare le valigie per l'altro mondo. Morire! Come, io morire! Così presto? No, non posso morire, ho tante cose da aggiustare. Ma è inutile. La morte non accoglie reclami. E mentre il notaio si prepara solennemente, in nome del Re, a ricevere l'Atto di Ultima Volontà e il medico di famiglia vi va bucherellando il corpo con iniezioni, il prete, senza tante cerimonie, vi susurra all'orecchio — _proficiscere, anima cristiana_. E come non morire con questi tre apostoli a fianco, che rappresentano la legge, la scienza e la religione?

E sapete perchè questi signori vi vogliono spedire a grande velocità?

Il notaio desidera quanto prima i suoi diritti curiali; il medico ha più piacere di essere pagato dagli eredi che da voi, il prete vi ha preparato dei funerali con i fiocchi. Dunque la miglior cosa è di chiudere gli occhi e contentar tutti questi signori.

Li aprite nell'altra vita, siamo d'accordo; ma chi vi assicura che andando magari in Paradiso, potrete spesso unirvi in lieta compagnia e ridere un po' spensieratamente?

Forse il gran portiere Pietro, che la tradizione popolare ci presenta un po' permaloso e attaccabrighe, potrebbe dirci che in cielo non si ride. Ridere in cielo? Profanazione! Ridere alla presenza dei santi, che, fatte poche eccezioni, sono dei musoni? In cielo si prega, si adora, si gusta la musica, il canto, ma ridere, no.

Veramente il Segneri, che si vantava di conoscere un pochino le cose celesti, ci fa sapere che in Paradiso si mangia, si beve, si sollazza.

Ma ammesso pure che il Segneri dica il vero, ammesso pure che in Paradiso si rida, perchè non ridere anche in terra e prendersi così un anticipo di allegria?

Dicono i filosofi che il dolore purifica e solleva. Bugia. È il riso, il riso gaio, spensierato, che c'innalza cinque metri dal suolo. Erasmo ebbe salva la vita per uno scoppio di riso; il Tisson racconta che un malato, vedendo un suo compagno tinto di nero, rise così forte da guarirne; Paolo De Koch, ancora bambino, salvò sè e la madre col riso; il Mazzarino si liberò da una postema alla gola col riso.

È vero che Filossene e l'Aretino morirono per il riso, ma questi signori ne vollero un po' troppo; bisogna ridere, ma da galantuomini!

E dunque ridiamo. Il Giambullari, che, come storico, doveva avere senno ed esperienza, definiva l'uomo un animale che ride; di modo che chi non ride, corre il rischio di essere chiamato semplice animale.

Entrando con tale disposizione d'animo nella stanza da studio, i poeti sentimentali, gli storici, i filosofi, i moralisti, i critici sono messi da parte e viene la volta dei libri allegri.

Fate largo al glorioso D. Chisciotte, che si avanza pomposamente, seguito dal buon Sancio Pancia; salutate Tartarin, che si decide a fare i bauli per l'Algeria; stringete la mano allo zio Tobia, che, incapace di ammazzare una mosca, vi parla sempre di assedî e di guerre; accompagnate Raineri a Parigi e Gulliver a Lilliput; congratulatevi col Guadagnoli pel suo naso-portento!

Qualche abate, come il Casti, qualche cavaliere, come il Marino vi susurrano dei versi... No, si deve ridere, ma non a discapito del buon costume. Un po' di solletico piace a tutti, qualche licenza... poetica si permette; ma scendere a sozze oscenità, è troppo!

E poi, c'è bisogno di abati e di cavalieri per ridere? La nostra letteratura è ricca, straricca di lavori gai. Vi piacciono le novelle? Il Boccaccio, il Firenzuola il Sacchetti, vi divertono un mondo. Chi cento, chi duecento, chi trecento, questi signori ne mettono a vostra disposizione un mezzo migliaio. Volete epigrammi? Ecco il Pananti. Il poveretto per meglio servirvi è ricorso financo a ditte estere.

Volete commedie? Il Goldoni e il Giraud vi offrono tutto il loro repertorio artistico.

Da ogni parte dunque sbucano libri allegri. Frottole, arguzie, parodie, caricature, scherzi comici. Che risate grosse, patriarcali, scoppiettanti, maliziose, equivoche, birichine! Tassoni, Bracciolini e Pulci mettono in canzonella la cavalleria terrestre e celeste; Aristofane si burla di Socrate e della sua dialettica; Plauto motteggia i venerandi Quiriti; Molière carezza il suo Tartufo... Ma che! in un momento tutti ridono: ride Omero, ride Dante, ride Shakespeare, ride Milton, ride Manzoni, ride Carducci: ridono tutti!

Evviva l'allegria!

* * *

Oggi gli oratori sacri rispettano se stessi e il pubblico: sono serî, dignitosi; non una parola plebea, non un motto triviale. _Sancta sancte tractantur._ Ma un tempo i predicatori mutavano la chiesa in un teatro.

L'Alighieri n'era stomacato.

... si va con motti e con iscede A predicare; e pur che ben si rida, Gonfia il cappuccio e più non si richiede.

Se dunque volete santamente ridere e seguire il precetto del profeta _servite Domino in laetitia_, bisogna dare un'occhiata agli antichi libri di prediche. Sono un po' pesanti per le citazioni, per le filze sterminate di proverbi, per quei lunghi testi latini, ma li garantisco come rimedio miracoloso contro l'ipocondria.

Padre Emanuele Orchi da Como è uno specialista per le descrizioni e per le metafore. Non dimentica neppure gli _artificiosi tiritiri degli uccelli_, il _soporoso sapore_ e il _saporito sopore_ con cui mangiano i bachi da seta. Con tre pennellate maestre vi dipinge la Maddalena: _sollevata di fronte, sfrontata di faccia, sfacciata di aspetto_. Il peccatore è goffamente paragonato alla lavandaia. Contro il ricco fa un processo penale in tutta regola: lui il Presidente, lui il Pubblico Ministero, lui la Parte Civile.

Il Padre Caracciolo da Lecce, nel primo discorso del suo quaresimale, per inculcare ai fedeli il digiuno, grida: “_Dicetemi, dicetemi un poco, signori, donde nascono tante e sì diverse infermità in gli corpi umani? gotte, doglie di fianchi, febbri, catarri, non da altro se non da troppo cibo. Tu hai pane, vino, carne, pesce e non ti basta, ma cerchi nei tuoi conviti vin bianco, vin nero, malvagia, vin di tiro, rosso, lesso, zeladia, fritto, frittelle, capperi, mandorle, fichi, uva passa. Confeziona ed empi questo tuo sacco di fecce. Empi, gonfia, allarga la bottonatura e dopo el mangiare come un porco, va e bottati a dormire._„

Ma le prediche che si potrebbero leggere in una brigata di buontemponi sono quelle di P. Gabriele da Barletta. Nel giorno di Pasqua egli vuol dimostrare perchè la Maddalena e non altri andò ad annunziare alla Vergine la risurrezione di Gesù.

“Non andò Adamo, egli dice — perchè piacendogli i fichi non si distraesse per la strada; non Abele, perchè incontrandosi con Caino sarebbe stato di nuovo ucciso; non il patriarca Noè, perchè un po' beone; non Isacco, perchè invitato a qualche minestra di lenticchie, avrebbe perduto tempo e primogenitura; non Giuseppe, perchè calunniato dalla moglie di Putifarre, sarebbe stato chiuso in carcere;„ e così continua con Mosè, con Davide, col buon ladrone, per conchiudere trionfalmente: “Solo la Maddalena poteva compiere questa missione!„

Ma il papà degli artisti è il vescovo Andrea. Un giorno sale sul pulpito e fa vedere un piccolo seme; poi tira fuori una grossissima rapa e grida: “Ecco quanto è mirabile la potenza di Dio! Da sì piccolo seme trae un sì gran frutto!„

Il buon vescovo volle scomodarsi a portare sul pergamo quella rapa: avrebbe potuto farne a meno. C'era la sua testa!

* * *

Sentite un mio consiglio. Non vi fate mai mancare i libri allegri.

Nelle uggiose giornate d'inverno, nelle lunghe convalescenze, nelle ore di noia, si ha bisogno di un libro, che ci metta un po' di buonumore nelle vene.

Siamo isterici nell'anima, noi moderni. Per natura o per abitudine, tiriamo alla malinconia, ostinandoci a vedere tutto buio, buio pesto. Ma il sole c'è, c'è la luna, ci sono le stelle!

Oggi tutti soffrono allo stomaco, tutti digeriscono male. E perchè? perchè si è ipocondrici.

Se fossi medico, prescriverei ai miei malati cinque o sei pagine del D. Chisciotte. Danno più globuli rossi quelle sei pagine che quaranta scatole di pillole Pink! Senza dire che quelle sei pagine costano molto, ma molto di meno!

I libri che si prestano.

Siete solito far rilegare in tela e pelle i grossi volumi di storia, di filosofia, di critica. Errore. Quei libroni non escono mai di casa. Fate rilegare invece i viaggi del De Amicis, i romanzi del Fogazzaro, del Tolstoi, del Barrili, del D'Annunzio; le novelle della Serao, del Verga; le poesie dell'Heine, del Leopardi, del Pascoli, della Negri; sono questi i libri, che vanno sempre in giro e che vi vengono sempre chiesti. Spesso non vi si dà nemmeno il tempo di poterli rileggere a tutta comodità. Le richieste degli amici piovono. Chi viene personalmente a casa, chi vi manda un bigliettino, chi vi abborda in mezzo alla strada: tutti vogliono leggere; e voi di buona o mala voglia dovete contentarli.

Convenite con me: è una cattiva, cattivissima usanza quella di prestare libri.

Niente si presta con tanta facilità, niente si chiede con maggiore disinvoltura.

E quel che è peggio non si sa mai in quali mani vadano a cadere i vostri libri. Voi li prestate all'amico tale, ma poichè ognuno ha la sua schiera più o meno numerosa di amici, questo signor tale si crede nel diritto di farli leggere ad un altro, e così di amico in amico, i vostri poveri libri sono eternamente in moto.

Dopo un paio di mesi, dopo un anno ritornano a domicilio, ma in quale stato miserando! Sono dei feriti che vengono dalla guerra: malconci, piegati, ripiegati, sdruciti. Ad uno manca la copertina, ad un altro il dorso, ad un terzo un intero quaderno. E bisogna star zitto. Se ve ne risentite, l'amico è lì pronto a dirvi che il libro è stato trattato con ogni riguardo. “È sdrucito? ma se era sdrucito!„ “È macchiato d'inchiostro? ma se era così!„

* * *

Quando vi viene restituito un libro, dategli sempre un'occhiata. Certi signori hanno il gusto di scrivere a margine le loro impressioni. È una critica spicciola, a monosillabi, spesso triviale, spesso arguta. Alcuni scrivono col lapis come per dire: se non vi piacciono queste osservazioncelle, cancellatele; altri non accettano revisione, vogliono eternarle con l'inchiostro!

Conservo i “Miserabili„ pieni di esclamazioni e di applausi. Ad ogni pagina: _sublime! divino! insuperabile! impareggiabile_! A fianco ad una poesia della Negri: _Bravo la signorina!_ In un romanzo moderno, di cui taccio il nome dell'autore, trovo scritto di lungo e a grosso carattere questo bel complimento: _Sei un porco!_ Nè credo che il poco cortese lettore abbia torto: certe espressioni somigliano davvero ad un grugnito!

A metà di “Biancospino„ del Barrili veggo un gran crocione in blu e sotto: _Mi hai scocciato!_

All'ultima pagina del “Conte di Montecristo„ _Il finale non mi piace un fico secco!_ A piè di un capitolo di “Spagna„ proprio dove il De Amicis parla della Cattedrale: _Non è vero, io ci sono stato tre mesi a Madrid!_ Ma che cosa non è vero? Non è vero che ci sia la Cattedrale!

Carina quella che leggo nella “Margherita Pusterla„. Tutti sanno che il Cantù alla porta del suo patetico romanzo incide questo breve dialogo:

“Lettore, hai mai spasimato?„

— No. —

“Questo libro non è per te.„

_Tanto piacere!_ aggiunge un capo ameno.

Nè mancano i commentatori. “Niccolò dei Lapi„ è stracarico di note insulse e puerili. _Firenze al tempo di Savonarola contava 30 mila anime. Massimo D'Azeglio era pittore e ministro di Vittorio Emanuele. I Palleschi e i Piagnoni erano due partiti politici, come oggi abbiamo i clericali e i liberali. Il Guerrazzi ha scritto una bella vita di Francesco Ferruccio._

Altri, come se la lettura di un libro fosse un avvenimento di massima importanza, vogliono far sapere a cielo e terra il tempo che hanno impiegato a leggere un volume. All'ultima pagina delle tragedie del Shakespeare trovo scritto: _Incominciato a leggere il 15 giugno, terminato il 21 settembre dello stesso anno_. E si limitassero a queste due date! Nossignore. Uno si esprime così: _Terminato oggi 25 marzo, festa dell'Annunziazione di Maria SS._ Scommetto che questo complimento me l'abbia fatto un canonico, il quale aspiri alla nomina di Vescovo. Un secondo: _Letto in una giornata d'inverno._ Sarei tentato a scrivervi sotto: “Stupido, le Ricordanze del Settembrini non si divorano in un giorno!„ Un terzo sarà un astronomo, si esprime così: _2 gennaio — mezzanotte — fulmini — freddo da cane_.

E che dire poi di quelle signore, che si divertono a scrivere a margine dei nostri libri note di famiglia, indirizzi di amiche, ecc.? L'“Abate„ dello Scott n'è zeppo._ — Fazzoletti 5 — lenzuola 4 — asciugamani 5 — calzoni 2 — camicie 12 — Domani 26 luglio bisogna pagare il sarto — Per la gonna a Carmela metri 3 di stoffa — Elvira Taiani, Via Bezzecca 15, Roma — Dottor Ernesto Solmi, Via Firenze N. 19, 2º piano, per consulto L. 10._

E ci sono delle sorprese anche più sensazionali. Sentite. Presto i “Racconti„ del Panzacchi ad un amico. Lo chiamo amico, perchè disgraziatamente si chiamano amici anche quelli che fanno dei brutti servizî. E questo signore me lo fece a modo o meglio me lo stava facendo, che io me ne accorsi a tempo e detti il “chi va là!„ Dunque dicevo, presto i “Racconti„ del Panzacchi. Dopo un paio di mesi non so come, nè perchè quel libro mi serve e glielo chiedo.

“Ve lo manderò oggi per mio figlio; ve lo manderò domani per la domestica„. Intanto passa oggi, passa domani; si arriva alla domenica, e il libro non viene. Un comune amico mi dice che i “Racconti„ del Panzacchi sono presso una signorina. Mando un biglietto alla signorina, e dopo mezz'ora ecco il libro, accompagnato da un altro biglietto. La signorina si dichiara fortunata potermi servire, ma mi prega di restituirglielo con una certa premura, perchè è un dono, e i doni sono molto cari. Un dono? dunque non è il libro mio questo? No, è il mio; sì, sì, è il mio! Apro e alla prima pagina trovo scritto: _Alla signorina B. in segno di affettuoso ricordo l'amico_ (e qui nome e cognome di quel signore).

Santo Iddio! Del mio libro ne aveva fatto un dono! Che si voglia rubare... ma donarlo!...

Dopo un paio di giorni seppi da quel comune amico che il donatore stava disturbato con me. Io non mi dovevo permettere!.. O bella, e lui si doveva permettere?...

* * *

E ritornassero tutti, i vostri poveri libri!

Diciamolo a onore e gloria del genere umano: pochi sono gli onesti che restituiscono un libro. Il Descuret nella _Medicina delle Passioni_ dice: “Non prestate mai un libro ad un bibliomane, è capace di ritenerselo!„

Come è ingenuo il signor Dottore! Questa malattia la tengono un po' tutti. I libri escono, ma spesso non ritornano. Voi vi dimenticate, l'amico si dimentica o finge di dimenticarsi e buona notte!

Viene però il giorno del _redde rationem_. Il giornale, ad esempio, vi dà una brutta nuova: è morto Vittoriano Sardou. È morto? come è morto? Che peccato! Sardou è un artista! E senza volerlo l'occhio corre allo scaffale: sentite il bisogno di rileggere ad alta voce una scena del _Rabagas_. Ma dov'è questo dramma? L'ho visto sempre qui, insieme coi lavori dell'Hugo. Fosse nella camera da letto? no; sul comodino? no; in mezzo a quei giornali? nemmeno. L'avessi prestato? Già, già, l'ho prestato, l'ho prestato: mi ricordo. Ma a chi?„

Qui vi smarrite e si smarrirebbe il più abile commissario di polizia. Come prenderne le tracce? Ne domandate agli amici, ne scrivete a qualche collega lontano, che spesso spesso ricorre a voi per buoni libri; ma, com'è facile immaginare, chi fa il nescio, chi si disturba, chi cade dalle nuvole.

— Rabagas? tu sai che i drammi voglio sentirli a teatro!

— Ma se non l'ho letto!

— Io Rabagas!

— Fammi il piacere, ricordati a chi l'hai dato! —

— Ma sei pazzo? —

Eppure fra tutti questi signori che dicono no, c'è uno che dovrebbe dir sì, c'è uno che mentisce, c'è uno che in barba ad ogni regola di buona creanza si tiene il vostro libro.

Vi vengono dei sospetti, voi conoscete i polli, sapete più o meno chi sa giuocare di scherma. Vorreste entrare zitto zitto in casa sua, rovistare nella libreria, trovare la refurtiva e dirgli in faccia: “Sei un ladro!„ Ma chi vi dà questo diritto? Violare il domicilio! ci sono da sei mesi ad un anno di detenzione!...

Per due o tre giorni siete disturbato, disturbatissimo. Fate mille giuramenti. Non darò un libro neppure... Che mi tagliassero le mani!...

Giuramenti da donnicciuole. Dopo un paio di giorni l'ira passa e si ritorna da capo. Come si fa a negare un libro, come si fa a dire lì sul muso ad un amico: “Non posso servirti, perchè tu non lo restituisci più, perchè tu forse sei un ladro!„

E ladri di libri ve ne sono: ladri di cartella, ladri che dovrebbero comparire dinanzi alle Assisi. Ne conosco alcuni che raccattando libri da Tizio e da Caio mettono su un po' di libreria. E che arte ad allontanare ogni traccia! Se il libro ha sulla copertina il vostro nome, strappano la copertina; se il libro è rilegato ed ha il vostro nome sul dorso, raschiano la pelle finchè il nome va via e il libro... resta nelle loro mani.

Il miglior modo sarebbe quello di non prestar libri a chicchessia. Ma è possibile? Sareste qualificato per orso e peggio! Negare un libro. Vergogna! I libri non si negano. Dunque? Bisogna ricorrere a pretesti, a sotterfugi, a bugie. Esempio. Viene un amico a casa vostra e dopo avervi coperto di complimenti, dopo essersi premurosamente informato della vostra salute vi chiede, con bel garbo, il “Piccolo mondo antico„.

Voi su due piedi, da bravo avvocato, rispondete con cortesia:

— Non te lo consiglio, non ne vale la pena, sai. È un libro che annoia. —

“Come! mi hanno detto... ho letto sul giornale che...„

— Senti a me: non credere ai giornali. Del resto se lo vuoi, padronissimo; ma son sicuro che te ne pentirai. È un libro poco interessante. —

Lui resta per un momento sopra pensiero e poi quasi rassegnandosi:

“Se me lo assicuri...„

— Ma ti pare! —

Nuove strette di mano, nuovi complimenti.

L'amico se ne va. E voi, dopo averlo accompagnato fino alla porta, ritornate indietro, esclamando con un sorriso a fior di labbra:

— Sicuro il _Piccolo mondo antico_ è un capolavoro, ma non voglio farlo uscire di casa! —

Forse questa _reclame_ dispiacerebbe al povero Fogazzaro. Ma che c'entra lui? Il padrone siete voi, avete voi sborsate le brave cinque lire!

La Storia.

Le Cronache dei Malaspina, dei fratelli Villani, i Compendî del Comba, del Ravasio del Ferrero, del Bertolini, ecc. — modesti e senza pretensione — stanno alla rinfusa tra romanzi e libri scolastici; ma gli storici di professione, gli alti dignitarî sono al posto d'onore. Per il grande formato, per i titoli in oro, impressi sul dorso, spiccano superbamente e pare che dicano: la storia è qui!

Ecco in prima fila i diciassette grossi volumi del Cantù. Molta roba, lo so; ma qui non è la semplice narrazione dei fatti, qui è la storia civile, religiosa, intellettuale, morale, economica di tutte le nazioni. In un volume, il _racconto_: in un altro, le _religioni_; in un terzo, la _letteratura_: in un quarto, _schiarimenti e note_; e così di seguito.

Il Cantù, da questo informe materiale, ha ricavato poi la _Storia degl'Italiani_, la _Storia dei cento anni_, la _Storia della letteratura greca, latina_, ecc. E se il Signore non l'avesse chiamato in residenza per la compilazione di una storia del Paradiso, chi sa quante altre ce ne avrebbe regalate!

Ecco gli _Annali d'Italia_, scritti alla buona, senza ostentazione o apparato di forma, dall'erudito e benemerito Muratori. A destra, la Storia del Guicciardini, orrido e vivo ritratto della bassa politica del Medio evo; qui, la _Continuazione_ del Botta, eccellente descrittore di pesti, tremuoti, battaglie; là, la _Storia d'Italia_ del Balbo, dettata in uno stile, quasi direi, geometrico, che non divaga nei particolari, ma che tira diritto alle inevitabili conclusioni; in fondo, i sette volumi del Giambullari, opera, che al Giordani sembrava “un amenissimo giardino per i fiori di lingua„, ma che a noi è arrivata come una foresta, piena di labirinti, di burroni e di nascondigli.

Quante storie, Dio mio! Chi la sa lunga e va da Adamo a Marconi, chi ha fretta e se la sbriga con cento pagine. Chi illustra un'epoca, chi lumeggia un secolo, chi rischiara o annebbia una dinastia. Insomma non vi è fatto, impresa, rivoluzione che non sia stata descritta, discussa commentata, sviscerata.

Gli storici antichi però mettiamoli da parte. Essi segnano gli avvenimenti quali appaiono attraverso le gloriose tradizioni, e tutto lo studio è di ritrarre a smaglianti colori un assedio, una battaglia, una fuga. Che quadri bellissimi, che vive descrizioni! Ma è storia questa? No, sono dei poemi eroici in prosa. Ogni città, a somiglianza di Roma, è stata edificata da dei o da figli di dei; ogni impresa militare è circondata da un non so che di maraviglioso, che ricorda l'_Iliade_ e l'_Eneide_.

I nostri padri bevvero grosso, ma noi moderni... Eh! oggi la storia va fatta a dovere. L'arte, sissignore; ma l'arte deve stare al suo posto. Via, via le fiabe, e i racconti maravigliosi! Noi vogliamo la verità vera, noi vogliamo il documento, l'analisi, l'autopsia!

* * *

Ma è sempre vero ciò che scrivono gli storici moderni? Signori, no.

Il Voltaire chiama gli storici: “bugiardi ufficiali„ e in parte ha ragione. Quasi tutti abusano del loro ufficio nobilissimo. Alcuni, trascinati dalle proprie convinzioni politiche o religiose, diventano partigiani; altri, vittime di un preconcetto, non negano alcun fatto, ma qui esagerano un particolare o lo sopprimono, là velano un delitto sotto un'arguzia, e tutto questo per coordinare gli eventi al loro supposto; altri infine, non per malignità, ma per la fretta o per la mancanza di acume critico, sogliono giudicare il passato con criterî moderni e dànno in falsi apprezzamenti.