Nel mondo dei libri: bizzarrie
Part 11
Più barbaro, ma più logico fu Nabonassar, fondatore del Secondo Impero Babilonese. Costui, non per capriccio — i re non hanno capricci! — ma per apparire innanzi ai posteri il primo re di Babilonia, bruciò tutti i libri dell'Impero, volendo così cancellare il più lontano ricordo della dinastia, da lui distrutta. Non vi riuscì; ma il poveretto mise tutto del suo. Per un mese intero, per trenta giorni continui, ci fu fuoco nelle principali piazze.
E il mondo è sempre mondo! Ricordatevi di quel decreto, emanato da quei _macellai_ della rivoluzione francese. “Bruciamo tutte le biblioteche di Francia! I libri teologici contengono fanatismi; quelli di storia, bugie; quelli di filosofia, stranezze; quelli di scienza...„ Quei signori non seppero dire che contiene la scienza, ma dissero che si dovevano bruciare anche i libri scientifici, perchè sono inutili.
Per fortuna il decreto non fu eseguito e in Francia restarono i fanatismi, i cavilli, le bugie e le stranezze.
E i monaci? Sono benemeriti della cultura nazionale, hanno conservato le migliori opere, sissignore; ma anch'essi ne sanno qualcosa.
Benvenuto da Imola ci fa sapere in quale stato miserando il Boccaccio abbia trovato la biblioteca di Montecassino. “Essendo il venerabile maestro mio — egli dice — andato nelle Puglie, si fermò al nobile monastero di Montecassino e avido di vedere la libreria, che aveva inteso di essere colà nobilissima, domandò ad un monaco graziosamente che gli dovesse di grazia aprire la biblioteca. Ma questi rispose bruscamente mostrandogli un'alta scala: salite, che è aperta. Lieto vi ascese e trovò il luogo di tanto tesoro senza porte nè chiave ed entrato vide l'erba nata per la finestra e libri e scaffali coperti di polvere alta.
Maravigliato cominciò ad aprire ora questo, ora quel libro e vi trovò molti e varî volumi d'antichi e rari, dei quali ad alcuni erano strappati dei quaderni, a altri recisi i margini delle carte e così in molte guise sformati. Compassionando che le fatiche e gli studî di tanti incliti ingegni fossero venuti in mano di gente ignorantissima, se ne partì con le lacrime agli occhi. E imbattutosi in un monaco del chiostro, gli domandò perchè sì preziosi libri fossero tanto indegnamente mutilati. Il quale rispose che alcuni monaci per guadagnare due o cinque soldi radevano un quaderno e ne facevano uffiziuoli da vendere ai bambini e con i ritagli dei margini formavano _brevi_ per le donne. Or va — conchiude dolorosamente Benvenuto — va, uomo studioso, e rompiti il capo per far libri!„
Ma non solo i monaci di Montecassino la pensavano così: i colleghi di Saint Gall avevano per i libri lo stesso culto. Il Poggio, che andava arrampicandosi per i solai del convento, trovò una gran parte della Biblioteca in una cantina, in mezzo a ragnatele e a sudiciume. “Otto _Orazioni_ di Cicerone, le _Istituzioni_ di Quintiliano, tre _Libri_ di Valerio Fiacco li rinvenni — dice il Poggio — in una specie di prigione, oscura e umida, ove non si sarebbe pur voluto gettare un condannato a morte.„
Ed anche oggi c'è il bel costume di imitare quei frati; imitarli fino a un certo punto, perchè i moderni, più pratici, invece di mettere i libri a marcire accanto alle botti, li barattono con quattrini.
Vedete: muore un letterato, uno scienziato, un porporato? Gli eredi, dopo cinque o sei mesi, mandano via per poche migliaia di lire la biblioteca dell'illustre estinto. Peccato mortale vendere il vecchio pianoforte, anche se deve restare di passatempo ai topi; sacrilegio mettere al fuoco certi armadi-nonni, lasciati dai capostipiti; insomma tutto si conserva con più o meno cura e venerazione, solo i libri, via! Quei volumi che si trovano in buone condizioni vanno a cadere tra gli artigli dei librai; gli altri, più malconci, perchè più consultati dal povero estinto, restano per uso di famiglia, cioè per i piccoli bisogni di casa, in cucina o... altrove.
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Ma i veri nemici dei libri, i nemici accaniti e brutali, che si possono a tutta ragione chiamare biblioclasti, sono stati quei Re, quegli Imperatori, quei Capi di Governo, che si dettero forsennatamente a perseguitare la stampa.
Questi Dittatori, questi Autocrati, questi voluti Onnipotenti, che si facevano chiamare _sacri_ e _inviolabili_, che venivano pomposamente coronati in un tempio, che avevano in mano la vita e la morte di milioni di sudditi, odiavano la stampa; e spesso per una parola, per una frase, distruggevano opere pregevolissime. I poveri scrittori erano tenuti d'occhio e spiati come miseri delinquenti. Guai a pubblicare un libro senza il _R. Imprimatur_, senza sottoporlo alla censura reale! Confisca di beni, esilio, ergastolo, rogo!
Il tiranno, circondato da ministri e da consiglieri, forte di cannoni e di sgherri, aveva paura del libro, che arrivava nella reggia come un terribile monito, come una sfida, come una minaccia, come la mano nera, apparsa a Baldassarre.
Egli perdonava al ladro e l'assassino per comprarsi l'affetto del popolo, per farsi chiamare _clemente, pio, benigno_, ma era inesorabile con chi avesse alzata la voce in nome della libertà.
Francesco I diceva: “Io voglio sudditi che sappiano ubbidire, non leggere.„ Ed è giusto. Il dispotismo ama l'ignoranza e vive di tenebre. Solo così una corona può coprire delitti.
Ma la storia ci dice che il loro desiderio fu vano. Le congiure si scovrono con l'astuzia e si sciolgono col patibolo; il popolo s'inganna con le feste e si rende docile con i cannoni, ma contro il libro, — contro quest'atomo, che sembra meno importante di un granellino di sabbia, meno pungente di una spilla, scritto da un uomo solo, spesso povero, sconosciuto, errante, — chi può opporsi? chi può lottare?
Quel libro è la coscienza. E la coscienza non si strappa come i beni di fortuna, non cede come la vita.
Perseguitate, esiliate lo scrittore; il libro resta. Iddio vuole che ogni tiranno abbia il suo giudice, ogni Cesare il suo Svetonio!
I libri scolastici.
Il giorno, in cui siete ritornato a casa con tanto di laurea in tasca e i vostri concittadini hanno incominciato a chiamarvi professore, avvocato, dottore, ingegnere, quei poveri libri scolastici di bassa forza sono stati gettati in un vecchio armadio.
I classici latini e greci, qualche grammatica, qualche storia letteraria o politica, che si trova ancora di sana costituzione, è ammessa agli onori degli scaffali, ma tutti gli altri giù nel cassettone. La stanza da studio dev'essere elegante, signorile. Non ci mancherebbe altro che mettere in mostra quei libri, mal ridotti, senza frontespizio e senza dorso!
Avete ragione. Voi, superbo della vostra scienza, orgoglioso di quella pergamena che vi dichiara in nome del Re qualche cosa, avete quasi vergogna di far sapere che quei libriccini furono i mostri primi maestri.
Questa però si chiama ingratitudine! Venti anni fa eravate un ragazzo ignorante, credulone, e quei libri vi insegnarono i primi elementi di storia, di aritmetica, e seminarono nell'animo vostro i germi del buon costume e del retto vivere. La mamma spesso vi sgridava, il babbo vi picchiava, tutti, in casa e fuori casa, erano burberi e severi con voi, solo quei libri non alzavano mai la voce: sempre con amabilità, sempre con dolcezza a ripetervi che bisogna essere buoni, ubbidienti, caritatevoli.
Oggi che siete uomo, non li benignate neppure di uno sguardo. Ma disprezzateli, nascondeteli, essi continueranno sempre nella santa missione di modesti precettori. Con la medesima cura avvieranno i vostri figliuoli per il sentiero della sapienza e della virtù!
* * *
In verità si potrebbe scrivere un intero volume sui libri scolastici, cominciando da quei poveri sillabarî di pochi soldi, macchiati d'inchiostro, imbrattati di olio, che si portavano nel panierino della merenda, in compagnia delle ciliege e de' fichi secchi, e continuando con quei libri, dimenticati sopra un muro, nascosti tra le siepi, abbandonati sulla riva di un lago, lasciati a pie' di un albero, quando invece di andare a scuola si prendeva il largo per la campagna.
A principio d'anno questi libri si compravano con gran piacere, si sfogliavano delicato delicato, per vederne le incisioni; e guai se la sorella ci avesse fatta una macchia d'inchiostro o una lieve piegatura: erano pianti eterni, litigi continui, scambio di invettive e di busse. Ma passati due mesi, addio libri! Non si conoscevano più. Il babbo, la mamma, il maestro, a turno vi rimproveravano, vi picchiavano, vi chiamavano sporcone, ma i libri erano già sdruciti, mancavano di parecchie pagine e a stento si poteva tirare avanti fino agli esami.
Di questi libri non resta che un ricordo vago. Dove sono? Ne conservate qualcuno? Dov'è il sillabario, il grande ed unico sillabario dalle lettere cubitali, dalle bizzarre e curiose vignette? Dov'è questo papà di tutti gli uomini di studio, questo primo pedagogo, modesto e paziente, che si lasciava sgorbiare e ridurre in cenci? Dove sono quelle letture graduate, quei raccontini, quelle poesiette, così liete d'invenzione, così fresche di lingua, così dense di concetti sani? Dove sono? I vostri figliuoli frequentano le classi elementari, ma non conoscono quei libri. Oggi, l'insistenza degli editori e la tolleranza delle autorità fanno entrare nelle scuole primarie certi libercoli, così scipiti, così pomposamente vuoti. Vogliono sembrare succose enciclopediette, ma sono invece... molto povera cosa.
Se fossi un Credaro, farei ritornare nelle scuole i libri del Dazzi, del Thouar, della Baccini. Forse così i nostri ragazzi sarebbero meno immaturi, dopo l'esame di maturità!
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Ma i libri scolastici, che in massima parte voi conservate, sono quelli delle classi secondarie. Dopo le scuole elementari, rattoppate in paese, quasi sempre da qualche prete, si andava in città per il ginnasio.
Il ginnasio! Questa parola aveva per voi del magico: si sentiva un gusto matto a far sapere ai parenti, agli amici, a tutto il mondo che voi incominciavate a far davvero.
E si scrivevano lettere di partecipazione a tutti. “Carissimo papà, stamane abbiamo avuto la prima lezione di latino„. “Carissimo zio, io studio sette ore al giorno„. “Carissimo cugino, carissimo„... Insomma a tutti si comunicava la grande nuova.
A Natale, a Pasqua, toh, una scappatina in paese e subito a farla da dottore con gli antichi compagni di scuola. Il latino! Eh, non si scherza con il latino! E in verità, col latino non si scherzava. Si era indulgenti con la lingua italiana, con la storia, con l'aritmetica, ma col latino, rigore immenso!
Quei buoni maestri, quasi tutti pedanti, ci imbottivano di Portoreale.
Il primo anno se ne andava con la rituale _Selecta_, poi se ne veniva Fedro e Cornelio: favola e storia, poesia e prosa; un giorno parlavano gli animali, un giorno gli uomini. Debbo dire la verità, trovavo più cortesi i primi. E fin d'allora mi convinsi che gli uomini sono intrattabili.
Ma ogni anno si cambiava padrone. Cornelio dava il posto a Cesare, Fedro ad Ovidio; infine se ne veniva Virgilio, Orazio e Livio.
Livio! Oggi è un amico, ma allora vi sembrava un tiranno. Quando dopo due ore di studio e di meditazione non sapevate come interpetrare un periodo della sua _Storia Romana_, vi veniva il giusto e santo desiderio di menargli dietro un accidente!
E Orazio? E Cicerone? Che il Signore li abbia in gloria! Certe sere galantuomini perfetti. Quella prosa, quei versi si snocciolavano sotto le dita; altre volte duri come macigni.
Il tiro birbone poi lo combinava Tacito. Si chiudeva a catenaccio e non c'erano Santi a sbottonarlo. Pensa, ripensa, riscontra nella grammatica, consulta il vocabolario; inutile, il senso logico non andava. Che rabbia! Avreste voluto piangere, fuggirvene, andar ramingo, fare il facchino, il lustrascarpe, pur di liberarvi da questo carnefice.
Nè parlo del greco. Nei primi mesi si provava un'avversione per questa benedetta lingua. La sera, dopo aver ingoiato spiriti aspri e spiriti dolci, consonanti che spariscono con compenso o che vanno via senza avere un centesimo, vi domandavate: “Ma a che serve il greco? È necessario mandar giù tutta questa roba, per essere avvocato o medico?„ Intanto la grammatica di Curtius era sempre là sul tavolo a guardarvi bieco, e voi, pensando che l'ora dello studio passava, che il professore era severo, che il rettore la sapeva lunga con la bocca e con le mani, vi gettavate in quel mare di geroglifici, sicuro di perdere la vista e il senno!
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Oggi questi classici vi sono cari. Apriteli, scorreteli: vi trovate pagine ancora piegate, segni di matita, impressioni fatte con le unghie. Vi sono cari, perchè ricordano i vostri studi, i vostri compagni, i vostri maestri.
I maestri! Ve li vedete tutti dinanzi, come in una grande fotografia, queste simpatiche figure di precettori, severi o indulgenti, burberi o cortesi.
Il professore d'italiano entrava in iscuola sempre frettoloso, come se fosse stato inseguito, e appena seduto, triii... una scampanellata, dicendo immancabilmente ogni mattina: “Andiamo, andiamo, oggi c'è molta roba!„ Il professore di latino, mezzo nevrastenico, si metteva a declamare due pagine dell'_Arte Poetica_, e poi, gettando il libro sul tavolo, esclamava convulso: “Che bellezza! Che incanto!„ Il professore di fisica, selvaggio, picchiava senza misericordia per un nonnulla, e una mattina, parlando della bussola, la perdè talmente, che si mise a dare manrovesci alla cieca. Il professore di storia borbonico sfegatato, si sarebbe fatto ammazzare — diceva lui — per Ferdinando e Francesco II. Guai a chi proferiva in iscuola una mezza parola a favore di un certo Vittorio Emanuele II. “Uscite, uscite! voi siete un carbonaro!„
E i compagni? Chi può ricordare quella schiera interminabile di amici, che venivano da tanti paesi per formare una sola famiglia?
Ma tra questi giovani intelligenti, svogliati, buffoni, permalosi, attaccabrighe, sinceri, maligni, vi sono dei tipi che non si dimenticano: capi ameni che venivano a scuola senza aprire un libro, che facevano dei tiri birboni al maestro o al prefetto di disciplina con tale abilità da non avere mai un castigo.
Ma oggi dove sono questi vostri compagni? Vivono? Sono felici?
Qualche volta, trovandovi in città, mentre tutto frettoloso attraversate il Corso, vi sentite battere dolcemente sulla spalla. Teh! è un compagno di collegio. Dopo un oh! di maraviglia, dopo due baci sonori —, ecco un dialogo a fuoco di fila.
— Tu —
“Che baffi!„
— Che barba! —
“Già i capelli bianchi!„
— Sei ammogliato? —
“Sono nonno!„
— Bravo, sempre alla svelta tu! —
Tutto il giorno si passa insieme: insieme a pranzo, insieme a teatro. La notte non si dorme. Egli racconta, voi raccontate.
“Ti ricordi?„ — Ti ricordi? — Si passano a rassegna tutti gli anni di studio, tutte le scappate, tutte le scenette curiose.
Ma viene il momento che dovete separarvi.
“Scrivimi, sa', non fare il pigro!„ Una stretta di mano, due baci, un'altra stretta di mano e via.
Passa un mese, due; silenzio da ambo le parti. Voi vi dimenticate, lui si dimentica.
Ma ogni secondo giorno si hanno queste sorprese. In treno, mentre ve ne state tra sonno e veglia, turandovi le orecchie per non sentire uno sproloquio di un viaggiatore che vi siede a fianco, entra il controllore.
“Signori, biglietti.„
Un po' seccato, mettete fuori quel pezzettino di cartastraccia, bucato già tre volte.
Voi stendete la mano, il controllore stende la mano. Ma curioso! lui guarda voi, voi guardate lui.
“Toh! Sei tu?
— Sei tu! —
È un altro compagno di collegio.
Naturalmente strette di mano e baci.
Si siede al vostro fianco e alla presenza di tutti i viaggiatori incomincia a parlare del passato e anche del presente. Ne ha sofferto il poveretto! Morta la moglie, morto un figlio; l'anno scorso a Roma, mentre...
Ma il treno si ferma; lui si alza di botto: il dovere lo chiama. —
— Addio, addio! —
“A rivederci!„
— Addio. — E scende.
Dopo un minuto voi vi fate allo sportello, lo cercate con l'occhio: vorreste chiamarlo...
Vorreste chiamarli tutti, questi compagni di collegio, radunarli, stare insieme un giorno, due giorni, una settimana, vivere insieme, studiare insieme!
Studiare insieme! Ah! oggi siete solo, sempre solo! Vi tocca stare da mattina a sera nella stanza da studio, senza vedere un volto amico, senza sentire uno scricchiolar di sedia. È una solitudine che spaventa. Vi sembravano mille anni di uscire dal collegio, di essere uomo; oggi vorreste ritornare ragazzo. E perchè? Che cosa si diparte da voi?
Si è detto che il cuore non invecchia. Illusione! Ogni giorno che passa lascia una ruga sul volto e un rimpianto nel cuore!
La Bibbia.
Che cosa sono tutti i vostri libri dinanzi alla Bibbia, che contiene in sè tanta eloquenza, tante verità storiche, tante ricchezze poetiche, che giammai si potrebbero raccogliere dalle opere di tutti i tempi e di tutti i popoli?
La Bibbia è la voce dell'universo, che canta la grandezza e la maestà di Dio.
Nell'infanzia del mondo parlò a' sensi, nell'età di mezzo al cuore, oggi parla all'intelletto.
La Bibbia non è la storia di un popolo solo: è la storia dell'umanità, è la storia nostra, la storia de' nostri padri, de' nostri figliuoli, è la storia del cuore umano. Ognuno di noi trova in quel libro, il suo libro.
La Bibbia ha un non so che di sovrannaturale e di indeciso per tutti. Atteggiatevi a miscredente, predicate il libero pensiero, dichiaratevi materialista ed ateo: appena aprite la Bibbia, non avrete la forza di impugnare o di contraddire.
Ora immaginoso, fantastico e conciso, ora leggiadro, flessuoso e abbondante, parla incessantemente in un linguaggio arcano.
È sempre mirabile, sia se si consideri dal lato artistico, scientifico, letterario, sia dal lato storico, astronomico, cosmologico.
Amate la poesia? Ezechiele vi rapisce con la sua straordinaria potenza; Davide tocca le corde flebili della sua arpa angelica; Geremia vi riempie l'anima di una sacra mestizia; Giobbe, il martire della sciagura, vi commuove con le malinconiche ed appassionate elegie.
Tipi da poema eroico Giosuè e Gedeone; tragico il racconto di Giuditta; romantico il libro di Ester e di Giuseppe. Che piccolo capolavoro la storia di Tobia e di Ruth! Che quadro il martirio de' Maccabei!
Nessun libro ha un canto nuziale, così gentile, come il _Cantico de' Cantici_, apoteosi purissima dell'amore. Mettendo da parte i profondi misteri che vi si adombrano, quel cantico è la poesia della vergine natura, che dispiega il suo sacro ammanto, tutto intessuto di fantastiche figure, coverte da arcano simbolismo, che non affatica lo spirito umano, ma che lo acquieta e lo soddisfa.
Peccato che pochi possono gustare questi sublimi saggi di poesia epica o lirica nella lingua ebraica, la quale è la più ridondante di immagini e di tropi, la più florida di vitalità poetiche, per la singolare organizzazione de' suoi verbi, che hanno solamente due tempi indeterminati, quasi oscillanti tra il passato e l'avvenire! Spesso, nel breve giro di un versetto, una sola voce di verbo è l'eco che va morendo nella notte del passato, è il grido della speranza che guarda il futuro.
Amate la filosofia? Tutti i misteri dell'uomo e dell'universo che affaticano la mente umana, sono risoluti nella Bibbia. La _Genesi_ risponde alla domanda che il filosofo fa invano a se stesso: _donde vieni_? Gli altri libri dell'antichità vi popolano la mente di Dei, di Semidei e di Eroi, qui invece trovate la grandezza della creazione, senza commenti, senza lusinghe: il vero, il grandioso si dimostra da sè.
Amate la storia? Ecco l'_Esodo_, il _Levitico_, i _Paralipomeni_, i _Libri di Esdra_. Volete conoscere la legislazione di quei primi popoli? Ecco il _Deuteronomio_, il _Libro de' Giudici_. Desiderate un saggio di sentenze morali, di ascetiche meditazioni, di santi precetti? Leggete l'_Ecclesiaste_, la _Sapienza_, i _Proverbî_.
E questo libro, questo gran libro, in cui troviamo tanti capolavori di arte, si completa con l'Evangelo, codice salutare e mirabile di rigenerazione e di civiltà.
E in fine ecco l'_Apocalissi_, poema grandioso, che sotto le immagini di un cataclisma terribilmente sublime, adombra la profetica rivelazione di un nuovo mondo.
La storia ci dice che la Bibbia fu scritta da diversi autori, lontani di tempo e di luogo. È vero; ma ciò non fa che accrescere la sua grandezza. Furono diversi gli autori, ma in quel libro invano voi cercate due principî che si contradicano, due fatti che si smentiscano!
La Bibbia è la voce di Dio che parla notte e giorno, all'Oriente e all'Occidente, ai buoni e ai cattivi.
Ah! felice chi in questo libro sa scovrire grandi idee e vasti orizzonti: ne riporterà, come Mosè, due raggi di luce sulla fronte!
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Ma perchè la Chiesa Cattolica, che è l'unica depositaria di sì gran tesoro, non cerca ogni mezzo come diffondere questo libro?
Un tempo tutti gli uomini entravano in chiesa e ascoltavano dalle labbra del sacerdote la parola divina; oggi che le masse, ingannate da maligni o fanatici innovatori, di rado entrano nel tempio e si danno a leggere libri, che rovinano l'anima e il corpo, — fate conoscere la Bibbia!
Oggi tutto congiura contro la Chiesa: storia, letteratura, filosofia. C'è la smania di voler distruggere questa grande Istituzione Divina. I suoi nemici, per attirare il popolo, non ricorrono più alle opere dello Strauss o del Renan, ma scrivono dei volumetti di poche pagine e cercano così strappare ogni sentimento di fede dal cuore umano.
Ma voi avete la Bibbia! Ai trattatucci di falsa morale opponete i Proverbî, l'Ecclesiaste, l'Ecclesiastico, il Vangelo; ai libercoli di mondana filantropia, le lettere mirabili di Paolo, specie quella sulla carità, così eloquente, così dolce, così persuasiva; ai volumetti di poesia snervante ed erotica, il Libro di Giobbe, di Ezechiele, di Daniele, i Salmi; ai velenosi opuscoli materialisti, la Genesi, la Sapienza; ai loschi racconti, alle scipite novelle, la storia semplice e commovente di Giuseppe, di Giuditta, di Sansone, dei Fratelli Maccabei.
Seminate nelle famiglie questi preziosi volumetti, spargete dovunque questi semi fecondi.
La Bibbia, la Bibbia! Date a tutti la Bibbia! Oh! fate che il popolo s'innamori di questo libro, fate che in ogni casa ci sia questa voce che parla sempre per unire, mai per dividere, sempre per il perdono, mai per la vendetta, sempre per l'amore, mai per l'odio.
I libri allegri.