Nel mondo dei libri: bizzarrie
Part 10
E il Rapisardi? Dio mio, ha un gusto matto a comparire come un masnadiere. Con quella cera sinistra, con quel cappello a cencio alle ventitrè, sembra un bandito siculo-calabrese. Gli manca solo lo schioppo per essere qualificato come uno zio paterno di Giuseppe Musolino. Eppure il Rapisardi — a quanto dicono i suoi scolari — è un agnello tutto cuore, tutto bontà!
Si hanno queste sorprese. Il Pascoli, ad esempio, è un poeta caro assai. Che versi! che dolcezza! Dovrà essere una figura serafica la sua, un tipo alla Bellini. Toh! un bel giorno vi cade sott'occhio il suo ritratto. Santo Iddio, com'è borghese! Il Pascoli ha tutta l'aria di un negoziante di coiame! Che peccato, scrive così bene!
* * *
Non tutti i libri portano il ritratto dell'autore.
Avete mai visto dinanzi all'_Iliade_ o all'_Odissea_ l'effigie di Omero? Omero? ma è veramente esistito Omero? Alcuni dicono sì, altri, no; infine di accordo — in sezioni riunite — gli storici hanno proclamato l'esistenza di Omero! Benissimo. Ma era un bell'uomo? Chi lo sa? Gli Zeusi e i Parrasii di quel tempo pensavano a dipingere grappoli d'uva per ingannare gli uccelli, senza ricordarsi che un poeta di quella forza meritava un ritratto a grandezza naturale.
Nel Museo di Napoli molti e molti anni fa — ero studente allora — mi fu mostrato un busto con un barbone patriarcale e con un paio di occhi grossi quanto due uova sode. Nessuna espressione, nessuna grazia nei lineamenti. “Ecco Omero!„ mi disse la guida. Omero! Avrei voluto rompere quel busto e gridare come un pazzo: “Questi non è Omero, poeta sovrano!„ Ma non feci nè l'uno, nè l'altro e mi ritirai a casa.
Lo credereste? quel busto mi si è talmente fitto nella memoria che appena apro l'_Iliade_ me lo vedo davanti. Leggo il bellissimo episodio di Ettore e di Andromaca? Sul più bello, proprio quando l'Eroe Troiano, quasi presago della sua prossima fine, prende fra le braccia il caro pargoletto, mi veggo presentare quel _coso_! L'_Iliade_ è un capolavoro, ma, dico la verità, alle volte faccio a meno di rileggere qualche canto, per non vedermi quel brutto ceffo, che mi fa rabbia!
Ho voluto riportare quest'aneddoto, per dire con argomento di prova che spesso un ritratto, messo innanzi ad un libro, fa acquistare simpatia o antipatia, non solo per l'autore, ma anche per l'opera.
Quante volte, vedendo un ritratto che fa paura, non avete chiuso subito il libro esclamando: “Com'è brutto!„ Invece se alla prima pagina trovate la figura di un bell'uomo, voi dite subito: “Vediamo un po' che vuole costui!„
* * *
Certi editori meriterebbero tre anni di reclusione. Perchè? perchè guastano l'effigie dei nostri letterati. Una Casa Editrice di Milano intraprese, molti anni fa, la pubblicazione delle opere complete del Shakespeare, del Byron, del Monti, del Foscolo, del Manzoni, e credendo di far cosa grata, volle aggiungervi anche i ritratti. Poveri poeti, dipinti con cannello di bracia! Il Shakespeare sembra uno scimunito; il Manzoni è addirittura senza naso, mentre ne aveva abbastanza di naso — e naso fino! — lo Schiller più masnadiere dei suoi _Tre Masnadieri_; il Goethe un ubbriaco che va barcollando; il Pellico, un allampanato con una coppia di occhiali sul naso così grossi, da non potersi sostenere, tanto che il poverino par che dica: “Mi cascano! mi cascano!„; il Metastasio è un bambolone degno di quel paese.
Ma, Dio benedetto, occhi ne avete? Sono ritratti questi o caricature? Un po' di rispetto ci vorrebbe!
E il bel vezzo continua. L'anno scorso nelle nostre scuole secondarie, fu adottata un'antologia italiana di A. Nota e P. Fontana, dal titolo _Pagine gaie e Pagine forti_. Non conosco questi due egregi professori e non so dirvi quindi chi sia più _allegro_ e chi più _robusto_. Posso dirvi però che quest'antologia ha molti pregi. Prima di tutto, due prefazioni. La _prefazione degli altri_, — una selva di massime, di sentenze, di proverbi, di motti, in latino, in francese, in italiano — che si apre con Salomone e si chiude con Leonardo Bianchi, ex ministro della Pubblica Istruzione. La _prefazione nostra_, con cui i compilatori fanno sapere che in Italia mancava un libro gaio e forte, tanto necessario ai nostri giovani. “La maggior parte delle antologie — essi dicono — tutti ninnoli e fronzoli, immagini e forme, si aggirano tra ospedali, manicomî e galere. Il nostro libro invece tratta di cose gaie! Via, via il _Gobbo di Peretola_ e tutti quei brani che parlano di ciechi, di zoppi, di storpi, di sordi!„ E per quattro pagine continua il panegirico di questa nuova cura ricostituente, a base di pillole classiche.
Secondo pregio. “L'editore Sandron, per rendere più suggestiva l'opera nostra, ha voluto ornarla di una graziosissima galleria di ritratti.„ E in verità, ogni pezzetto di prosa o di poesia tiene a fianco l'effigie del suo padrone. Ma che ritratti! Il De Amicis sembra allora allora uscito dal bagno: batte i denti dal freddo e i capelli sono ancora inzuppati d'acqua; il Ferrigni (Yorik) aggrinza il naso, come se gli avessero cacciato sotto un barattolo di ammoniaca; il Poliziano, un vero buffo da teatro, con cappello a casseruola e con un naso lungo un metro; l'Alberti, una mummia; il Boccaccio, una monaca... di Monza; il Giusti tutto peli; il Tassoni un bravaccio. Il Guerrazzi soffre ai molari di destra, l'Albertazzi, il Berni, il Pindemonte, il Botta hanno bisogno di pillole Pink!
Ecco la geniale galleria, di cui bisogna essere grato all'editore Sandron. Solamente vorrei dire a questo signore: “È da gentiluomo deturpare così barbaramente tanti poveri cristiani?„
Potrebbe rispondere che duecento ritrattini a modo costano una bella somma. Siamo d'accordo; ma quando non è possibile una riproduzione discreta è meglio farne a meno. Di cose brutte ne abbiamo già tante!
* * *
I signori poeti, non contenti di scambiarsi contumelie e sonetti con una coda più o meno lunga e indecente, spesso appiccicavano dei versi sotto il ritratto del collega.
Il Foscolo, ad esempio, vedendo che il Monti gli aveva rotto l'uovo in mano con la traduzione dell'_Iliade_, arse di ira, _non santa_, e scrisse a pie' di un ritratto dell'avversario:
Questi è Vincenzo Monti cavaliero, Gran traduttor dei traduttor d'Omero.
La stoccata era terribile, tanto più che fra i due non correva buon sangue; e il Monti rispose con quattro versi, meno famosi:
Questo è rosso di pel, Foscolo detto. Sì falso, che falsò fino se stesso, Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto: Guarda la borsa se ti viene appresso.
Qui c'è fiele, non arte.
Due secoli innanzi un'altra coppia, uno storico e un poeta, tutti e due arnesi da galera, si scambiarono lo stesso complimento, in una forma triviale e villana. Aprì il fuoco il Giovio. Scrisse sotto l'effigie dell'Aretino:
Questi è Pietro Aretin, poeta tosco: Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo, Scusandosi col dir: “Non lo conosco.„
E l'Aretino, maestro nel genere, gli rispose subito per le rime:
È questi Giovio, storicone altissimo: Di tutti disse mal, fuorchè dell'asino. Scusandosi col dir che gli era prossimo.
Trenta anni fa il brutto giuoco fu lì lì per ripetersi tra il Carducci e il Rapisardi. Contumelie se ne dissero. La Curia di Bologna scomunicò il catanese: il cantor di Satana e il cantor di Lucifero si morsero come due mastini: e continuerebbero a mordersi, se il Carducci non se ne fosse andato al Limbo a godersi l'eternità con Omero, Orazio e Lucano! Oggi non c'è più da temere. I nostri poeti sono amici e si scambiano cortesie a non finire. Anzi il Pascoli e il D'Annunzio si chiamano _fratelli_. Non lo dico per celia: alla morte del Carducci, il Pascoli telegrafava al _fratello_ Gabriele, e questi al _fratello_ Giovanni.
Ma, Dio ne liberi! La prima lite micidiale avvenne proprio fra due fratelli. Il Pascoli sembra un agnellino, ma è sempre poeta. Ricordatevi che il Tassoni voleva aggiungere alla litania di tutti i Santi: _ab ira poetae libera nos, Domine_!
Ma non facciamo gli uccelli di mal'augurio! Il D'Annunzio e il Pascoli diranno ai posteri che la poesia affratella.
* * *
Nostro Signore Gesù Cristo, a quanto ci dice la tradizione e la lettera del proconsole Lentulo, era bello, molto bello. Il suo volto incantava, i suoi occhi avevano un fascino irresistibile. Che sguardo! che atteggiamento!
Ma si può dire lo stesso di certi suoi ministri?
È un fatto innegabile. I sacerdoti, senza pensare che _in medio stat virtus_, amano gli estremi: o magri allampanati, o pingui come botte. I monaci preferiscono la seconda forma, i preti la prima.
Ricordo di aver visto nella biblioteca del Seminario di Salerno un grosso volume, in foglio, pubblicato a Venezia nel 1823. A destra il titolo: _Le victorie della Religione Cattolica, ossia i Trionfi dell'Apostolato_, a sinistra il ritratto dell'autore. Dio mio, che ritratto! Scarno, stecchito, con gli occhi vitrei, con la bocca semi-aperta, con gli zigomi sporgenti pareva come se volesse dire: “Portatemi all'ospedale, io muoio!„ Mi venne da ridere e chiusi subito il libro. Ma guarda un po' che pretenzione! Voler parlare di _victorie_ mentre non si ha neppure la forza di muovere un dito. Se mi fossi trovato a Venezia nel 1823 avrei detto a quel reverendo: “Padre, lasci stare i _Trionfi_. Scriva piuttosto, per lei e per tanti poveretti, che si trovano nelle medesime condizioni di salute, un buon apparecchio alla morte!„
Rovistando in una antica biblioteca di un convento, ebbi un'altra sorpresa. Proprio a fianco a _La Carità Cristiana_ del Muratori, scorgo un bel volume, rilegato in rosso e con fregi in oro. La curiosità mi vince; l'apro e mi vedo davanti il ritratto di un monacone, con due gote rubiconde, che tirandosi fin su la gola, formavano una grossa pappagorgia. Non si vedeva che il volto, e la metà del petto; ma se dobbiamo seguire in tutto il sistema socratico — _invisibile a visibili arguitur_ — immaginate che specie di ventre e compagni doveva averci sotto!
Di che cosa parlava questo beato, beatissimo figlio di S. Francesco?
Ecco il titolo del volume:
_De jejunio quadragesimali succincta explicatio ad intelligentiam omnium fidelium facili methodo conscripta._
Sì, questo cuor contento, dal peso di un quintale e mezzo, ebbe il coraggio di parlare di digiuni e di astinenze!
Non so come l'Autorità Ecclesiastica, così rigida e severa nella revisione dei libri, abbia potuto permettere quel ritratto. No; quel ritratto doveva assolutamente essere messo all'_Indice_. Voler parlare di digiuno e presentarsi in quel modo così provocante! Il lettore ha tutto il dritto di esclamare: “Questo padre Leonardo da Pericarpo predica bene e mangia meglio!„
Per la salute dunque delle anime e per la dignità della Chiesa è necessario che i censori diocesani e la Sacra Congregazione dell'Indice, diano da oggi in poi un'occhiata anche ai ritratti. Certi monaci non dovrebbero farsi dipingere in tutta la pienezza della loro grazia. Quella grazia è tutt'altro che edificante: dà il cattivo esempio!
Questa lezione però valga per tutti.
Oggi molti autori — piccoli e grandi — si fanno piantonare dinanzi all'uscio dei loro libri per attirare di più il lettore. Ma attenti! Prima di dare questo passo pensateci bene. Se avete un volto da buon cristiano, fatevi avanti: quel ritratto vi fa acquistare un po' di simpatia, specie nel campo femminile; se invece, per vostra disgrazia, appartenete alla famiglia dei due sullodati reverendi, per l'amor di Dio, non vi fate vincere dalla tentazione! Il lettore accoglierebbe con una sonora risata voi e... il vostro libro!
Bibliomani, biblioclasti, bibliofagi!
Brutti nomi, non è vero? Ma pazienza, oggi c'è il vezzo di ricorrere sempre alla lingua greca. Ci ricorrono i medici, quando dopo tante analisi arrivano — beati loro — a scoprire nuove malattie; ci ricorrono i chimici-farmacisti per dare un nome domenicale a quelle miscele solide o liquide, più o meno dannose alla salute pubblica; ci ricorrono gli ingegneri, ci ricorrono i matematici, i fisici; i letterati potrebbero restare indietro? Essi più degli altri debbono essere ossequenti all'Alma Grecia. E se questa povera madre è ridotta a chiedere protezione alle sue figliuole per non cadere nelle mani de' Turchi, le resta però il vanto di dare il nome di battesimo a tutte le cose nuove, o che si presentano come tali.
Strano! Proprio oggi che si vuol mettere fuori dalle nostre scuole il greco e tutto il bagaglio classico, noi siamo addirittura _ingreciati_.
Le parole francesi si usano, ma con una certa parsimonia; le inglesi, le tedesche, con una certa timidità; con le parole greche invece giubileo perpetuo. Tutti ne possono usare a sazietà. Per fino sulle porte de' negozî vengono incisi, a grandi caratteri, paroloni greci.
Un tempo, per dirne una, sul frontespizio di certe botteghe si leggeva: occhiali, canocchiali, binocoli; oggi, _lenti periscopiche, isoperiscopiche, iptometri, optalmoscopii_. E chi non ha avuto la disgrazia d'ingoiare a suo tempo la grammatica di Curtius, è costretto a leggere scandendo queste parole, senza capirne affatto il significato.
Noi non siamo pedanti; alle cose nuove un nome bisogna darlo, come diceva la buon'anima di Giovan Santi Saccenti:
Dobbiam forse aspettar che torni Dante A insegnarci chiamar la cioccolata, Il the, la paladina, il guardinfante? Cosa che viene in uso alla giornata Bisogna ben che un nome le si ponga, Perchè si sappia come va chiamata;
ma ricorrere alla lingua greca per tutti i bisogni, grandi, piccoli e medî, non è una bella cosa.
“Non sarà una bella cosa — esclamano alcuni — però c'è grande economia. La lingua greca è economica, non ciarliera come la nostra.„
È vero, ma l'uomo ha fatto mai economia di parole? Facciamo qualche volta economia di tempo, di danaro, di buone azioni; di parole, no. La cicala canta tre soli mesi, quando il caldo le va alla testa; noi cantiamo tredici mesi all'anno giorno e notte. E se il Signore non ci avesse donata una gola di prima qualità, a venti anni dovremmo esser tutti rauchi, tanto abuso si fa di questo povero organetto!
E poi, pensandoci bene, non credo che la lingua greca sia economica. Sentite: “l'aver paura di viaggiare sulle strade ferrate„ si dice _siderodromofobia_. Immaginate ora che un povero diavolo e per giunta un po' balbuziente — i balbuzienti, come a farlo apposta, si espongono di più a certi pericoli! — voglia dire appunto in linguaggio illustre che ha paura delle strade ferrate. Non vi garantisco se il poveretto, economicamente, possa mettere fuori in mezz'ora e sana e salva la simpatica parola _siderodromofobo_!
Ma vedi un po', parlando di strade ferrate sono uscito dalle rotaie. Chiedo venia e mi metto in moto. Del resto ognuno parli e scriva come vuole. Per parte mia se le parole greche vi urtano, vi autorizzo a cancellare quelle tre che ho scritto in testa al presente capitolo.
Io intanto entro in argomento.
Bibliomane è quel modesto idolatra di buona fede che passa la vita a raccogliere libri, a far collezioni di opere rare, siano o no pregevoli.
Che brutta malattia è quella delle collezioni!
Chi raduna francobolli, chi medaglie, chi bastoni, chi bottiglie, chi pipe, chi sugheri. Si vedono uomini, divorati dai debiti, che pensano a comprare quadri antichi; pazzi, che consumano patrimoni vistosi, per possedere tabacchiere di re e papi; infelici, che non hanno un tozzo di pane e cercano autografi illustri e non illustri. Un tale — peccato che il Müller non ce ne dica nome e cognome — spese la bella somma di quattro mila lire per acquistare — indovinate un po' — una lettera del padre di Schiller. Che cosa importasse a quel signore un pezzo di carta, scarabocchiato dal padre oscuro di un uomo illustre, lo sa Iddio! A Parigi un altro signore comprava per 25 sterline un recipiente molto... intimo, di cui si era servito il Byron per parecchi anni, specie la notte!
Noi le chiamiamo manìe dello spirito umano, debolezze innocenti e puerili, ma sono invece delle vere passioni, che spesso apportano conseguenze deplorevoli e fatali.
Il Descuret parla di un ufficiale di marina a riposo che s'era dato a raccogliere fagioli. “Ha molte cassette piene di questi legumi; tali cassette son divise in spartimenti, suddivisi in una gran quantità di cellette. A destra fagioli rossi, a sinistra i bianchi, qua i grigi, là i misti, i variegati, i brizzolati; altrove i tondi, gli ovali, quei fatti a losanga, i microscopici, finalmente i giganteschi. Venti volte al giorno costui, d'altronde istruito e di carattere serio, va ad aprire ciascuna cassetta, poi la richiude per aver il piacere di riaprirla. E così apri e chiudi, chiudi e apri, i suoi antichi travagli vanno in oblìo, tutti i suoi dispiaceri divengono un nulla, quando gode la felicità di contemplare i diletti fagioli.„ Beato lui, che si accontenta di fagioli!
Ma il poveretto ha un'altra debolezza: adora i bottoni militari. Che volete? quei gingilli gli ricordano forse gli anni del glorioso servizio. N'è pazzo e spende qualunque somma per arricchire la sua collezione. Una mattina, mentre se ne sta alla finestra, vede brillare qualche cosa sui calzoni di un uomo mal vestito. Corbezzoli! lui non s'inganna: è un bottone di uniforme, un bottone che manca alla sua ricca serie. Lesto lesto scende le scale e si precipita su quel disgraziato.
“A te, quanto t'ho a dare per questo bottone?„
— Ma, signore — esclama maravigliato l'altro — questo bottone? e perchè vuole questo bottone? Io non lo vendo.
“Come, non lo vendi! Tu lo devi vendere, tu lo venderai, io lo voglio, io ne ho bisogno; eccoti cinque franchi!„
“Che pazzìa è questa, signore! Io non lo vendo.„
“Eccotene dieci!„
— Ma si tenga il suo danaro, io non vo' vendere il mio bottone.
“Quindici!„
— Ma, signore....
“Ah! tu non vuoi fare a modo mio?„ e in un attimo rovescia a terra il malcapitato, gli strappa il bottone e via a gambe.
* * *
Ma la più estesa, la più seducente, la più rovinosa è la manìa dei libri. Il bibliomane non legge i suoi libri, non li sottopone ad alcun giudizio, li compra a balle, li accatasta nelle sue camere, ed è capace di dar fondo a tutti i suoi risparmi pur di aggiungere scaffali a scaffali.
La storia ci parla di un certo Andreoli De Orchis, che vendette tutti i suoi beni per comprare libri; ci parla di un certo Semphort, che divenne ladro e finì la vita in carcere per i benedetti libri.
Ma io credo che il vero tipo del bibliomane, puro sangue, sia il Boulard. In lui si riscontrano tutte le fasi di questa terribile malattia. Onesto e intelligente notaio, era stimato moltissimo a Parigi; ma appena potè cedere il posto al figliuolo maggiore, si dette forsennatamente a raccogliere libri.
“Una parte del giorno — scrive il Descuret — la passava presso i librai, un'altra parte presso i venditori di libri usati. Compra oggi, compra domani, la sua casa era diventata una grande biblioteca. Libri da per tutto; pieni zeppi gli scaffali, piena la stanza da studio, accatastava libri financo nella camera da letto, e in ultimo pensò bene di congedare i pigionali del primo piano per convertire anche questo in una vasta biblioteca.„
La povera moglie con le preghiere, con il pianto lo supplica a non comprare più libri. Alla fine il Boulard si commuove e promette, sulla sua fede di antico notaio, di non comprare più un volume. Mantiene la parola, ma — incredibile! — dopo un mese, perde a poco a poco l'appetito e incomincia una febbre nervosa. Febbre, febbre, febbre, l'infelice non può lasciare più il letto. La sua signora e il medico per guarirlo ricorsero al seguente stratagemma.
Un rivenditore di libri usati rizza il suo banco dinanzi alla finestra del nostro bibliomane e ad un segno convenuto, si mette a gridare: “Buoni libri, buoni libri!„
— Che cos'è? — domanda il Boulard alla moglie.
“Nulla, mio caro; è un rivenditore che cerca esitare qualche libro vecchio.„
Il malato manda un profondo sospiro.
— Se potessi almeno andarli a vedere! — esclama dolorosamente. — L'aria aperta mi farebbe bene — e poi oggi non mi sento male. —
“Se vuoi vestirti, — aggiunge la moglie — ci proveremo a scendere.„
— E quei libri?...
“Vuoi comprarne? Beh! per oggi te lo permetto.„
Il malato si veste e scende con molta facilità le scale. Giunto dinanzi al banco del rivenditore, lascia il braccio della moglie e pien di gioia percorre rapidamente quei libri. Quali deve comprare? Nell'imbarazzo della scelta li compra tutti. Giulivo ritorna a casa; cessa la febbre come per incanto, e dopo pochi giorni è completamente guarito.
Ma la smania de' libri crebbe con l'età. A sessant'anni si vedeva ancora per le vie di Parigi, nelle fredde e uggiose mattine d'inverno, ravviluppato in un ampio pastrano turchino, con le grandi tasche di dietro piene di libri. E quando morì furono trovati in casa sessantamila volumi!
Non tutti i bibliomani però somigliano al signor Boulard. Almeno questi trattò molto bene i volumi raccolti. Ma altri hanno avuto delle smanie dannose: nientedimeno si è arrivato a guastare libri per far collezione di indici, di frontespizî, di illustrazioni, proprio come fanno i nostri bambini, che tagliuzzano i giornali illustrati!
Un tale Giovanni Ragod si dette a raccogliere frontespizî e ne compose una serie di cento volumi, che ora si conservano al _British Museum_. Cento volumi di frontespizî! E quante migliaia e migliaia di libri non furono rovinati da questo maniaco?
* * *
La storia, questo Regio Notaio, che registra come Atti di Ultima Volontà, tutte le stranezze degli uomini, ci fa sapere, così di sfuggita, che i poveri libri sono stati sempre vittime del nostro capriccio. Chi li raccoglie con gran cura, chi li stima ingombrante nullità, chi li tratta come ferri vecchi, chi li odia spietatamente.
Si dice e si dirà sempre che noi abbiamo le migliori opere classiche dell'antichità; ma ad esaminarle bene sono per lo più opere greche e latine. E gli altri popoli? I Caldei, i Siri, i Babilonesi, che erano molto innanzi nella civiltà, non ebbero poeti, storici, filosofi? Conoscevano a maraviglia l'arte dello scrivere e nulla scrissero, proprio nulla?
E poi, abbiamo davvero le migliori opere dei greci e dei latini?
Di Menandro, per dirne una, che cosa ci è pervenuto? La storia della letteratura greca ci dice che Menandro fu il papà della Commedia e che ne scrisse la miseria di 108. Ma dove sono? Noi non abbiamo che qualche brano di scena, qualche spunto di dialogo e quel bellissimo verso, logorato per il troppo uso
muor giovane colui che al cielo è caro.
Tutto il resto..... distrutto o smarrito.
Il Califfo Omar, quando seppe dall'astuto Amru che in Alessandria, caduta sotto la sua dominazione, vi era una ricca biblioteca, se ne uscì con un dilemma veramente degno di un pascià. “Se tutti quei libri — disse — sono conformi al libro di Dio diventano superflui, se contrarî non debbonsi tollerare.„ E così santamente, per dar piacere a Dio e al Profeta, ordinò che con quei libri si scaldassero i quattromila bagni della città.
Ecco perdute tante migliaia e migliaia di lavori preziosi!
Disgraziatamente l'esempio di Omar fu seguito dagli ebrei, dai cattolici, dai protestanti, e quel dilemma ricorda parecchi incendî. Domandatene al Cardinale Ximenes, che fece bruciare cinque mila volumi; domandatene agli Anabattisti, che dettero fuoco alla ricca biblioteca di Langiò; domandatene al Savonarola, il quale, convinto che solo dalla santa ignoranza procedeva il benessere sociale, faceva bruciare senza misericordia montagne di codici.