Natalìa ed altri racconti

Part 7

Chapter 73,645 wordsPublic domain

— Impossibile, — dichiarò in tuono reciso l'uomo selvatico.

— Eh via....

— Speriamo che si persuaderà, — disse, sorridendo, il commendatore, mentre si faceva aiutar dalla Barbara a infilarsi il soprabito. — Buona notte dunque, Demetrio.... E grazie di nuovo della tua ospitalità.... Lei resta?

Questa domanda era indirizzata a Santelli che rispose pronto: — Sì, ho da parlare a Bibbiana.

— In tal caso, buona notte anche a Lei.

— Buona notte.

Fustini uscì, ben contento di non dover fare un tratto di strada a fianco di quell'orso.

III.

Solo con l'orso rimase invece il signor Demetrio, rimase con la coscienza d'essere in dolo, di meritarsi, almeno in parte, i rimproveri che l'altro non gli avrebbe certo risparmiati.

Pure, dissimulando alla meglio la sua confusione, si avvicinò bonariamente ad Antenore. — Hai da parlarmi?

— Sì, ma prima pago un debito.

E gettò con mala grazia due franchi d'argento sul tavolino.

— Lascia stare....

— Ah, — proruppe Santelli inviperito, — vorresti regalarmi anche questi?... Per poi dire all'illustrissimo signor commendatore Fustini che me li hai condonati per carità?

— Io! — esclamò Bibbiana.

— Tu.... tu.... come stasera.

— Io.... stasera.... ho detto....?

— Hai lasciato capire.... ch'è lo stesso, — ribattè Santelli schizzando veleno da tutti i pori, — hai lasciato capire che con la scusa degli scacchi, e fingendo di giocar male, mi davi da guadagnar una o due lire al giorno.... per i miei minuti piaceri.... per i sigari forse....

— Ma no.... ti giuro....

— E hai la faccia di negare.... Sono cinque anni che m'infliggi quest'umiliazione.... cinque anni che mi ferisci in quello che ho di più caro, in quello che ho di più sacro.... nel mio orgoglio, nella mia dignità.... E io, bestia, non ho sospettato di nulla.... ho creduto in buona fede che tu volessi impratichirti negli scacchi.... ho aderito al tuo desiderio di giocar d'interesse.... se no non ci trovavi gusto.... l'ho agevolata io la tua parte di filantropo....

— Ma se non è vero, — seguitava a protestare il signor Demetrio.

L'altro non gli dava retta.

— Come ho potuto io, col mio carattere, consentire a guadagnar sempre....?

— No, — interrompeva Bibbiana, — lo sai bene che neppur questo è vero.... che anch'io vincevo qualche volta....

— Una volta su dieci, — ribattè Santelli. — L'hai confessato tu a quel tuo dilettissimo commendatore. Oggi invece, con un giocatore di prima forza, non hai fatto che vincere....

— Due partite.... sono accidenti che nascono.... che non provano nulla.... Vedrai domani sera....

Il signor Antenore scoppiò in un riso secco, nervoso, che pareva un singulto. — Ah naturalmente domani sera perderai.... e m'inviti ad assistere alla commedia.... Non son così grullo.... È finita la commedia.... Mai più metterò il piede dentro di queste porte....

— Andiamo, Antenore....

— Mai più, fin che non potrò rimborsarti dell'elemosina che m'hai fatta.... Cinqu'anni giusti.... sessanta mesi.... Non è mica un conto troppo difficile.... sessanta mesi con poche interruzioni.... a quaranta lire in media per ogni mese.... duemila quattrocento lire....

— Tu sei pazzo, Antenore.... tu sragioni.... Hai bisogno di ricuperare la tua calma.... di dormirci su....

— Me ne vado, sì, — ripigliava l'energumeno, — ma non mica a dormire.... Vado come un ministro del Regno d'Italia a studiar l'economie che posso fare sul mio bilancio per pagare i miei debiti.... Lo capisci che non voglio esserti debitore, che non voglio concederti la soddisfazione di avvilirmi, di calpestarmi?... Tutti così.... voi altri ricchi.... Non vi basta papparvi le vostre rendite.... acquistate con quel bel merito;... volete di quando in quando darvi il lusso della generosità, della munificenza, per ribadir meglio le catene ai piedi dei poveri diavoli.... Vigliacchi, vigliacchi!...

E uscì, slanciando questo insulto come un saluto.

— Antenore! — gli gridò dietro Bibbiana con voce soffocata. — Antenore!... È troppo....

Diede uno strappo al campanello e si lasciò cader sulla poltrona.

La Barbara, accorsa alla scampanellata, lo trovò che ansava, rosso scalmanato in viso, con gli occhi fuori dell'orbita.

— Misericordia!... Cos'ha?.. Credevo che chiamasse per far lume al signor Antenore.... Ma quello è corso giù per le scale al buio.... Cos'ha, cavaliere?... Cos'è stato!... Un tiro di quel figuro?... Non l'ho mai potuto soffrire.... Beva qui un gocciolo di Marsala....

Il signor Demetrio la respinse con la mano. — Ne ho bevuto anche troppo del vino stasera.... Va meglio.... È passato....

— Ma cos'era?... Cosa si sentiva?

— Niente.... È passato.... Andrò a letto.... Dev'esser tardi.

— È mezzanotte.... Non si sbrigavano più.... Dica la verità.... S'è preso una bile col signor Antenore?

— Sì, — rispose Bibbiana che aveva necessità di sfogarsi. — Ma ho avuto torto anch'io.... L'ho provocato....

La Barbara scrollò le spalle. — Provocarlo, Lei?... Lei che ha sempre avuto una pazienza da santo?... Lei che ha sempre cercato di fargli del bene?

— Far del bene!... — disse il signor Demetrio. — Non è mica facile.... A volte si crede di far del bene e si fa del male.

— O piuttosto, — corresse la Barbara, — c'è della gente che non sa dove stia di casa la gratitudine.

— Questo non importa.... Non si fa il bene perchè ci ringrazino.... Gli è che bisogna saper regolarsi secondo le persone.

— Sarà, — mormorò la Barbara che non capiva certe sottigliezze. — Ma con un serpente come il signor Antenore non si riuscirà a nulla.

— Superbo sì, — ripigliò Bibbiana, parte favellando a sè stesso, parte rivolgendosi alla sua interlocutrice, — superbo fin da ragazzo.... A scuola dov'era uno dei primi lo chiamavano il Lucifero.... E dopo ne ha avute delle peripezie.... ne ha sofferte delle mortificazioni.... ha visto navigar col vento in poppa tanti che valevano meno di lui.... insomma se gli si è peggiorato il carattere non è colpa sua.... Così astioso una volta non era.... E anche l'orgoglio gli è cresciuto con le disgrazie.... Vi ricordate quand'è arrivato qui?... Aveva abbandonato l'impiego, non gli avevano ancora liquidata la pensione.... non so come vivesse.... E pure non ci fu verso di fargli accettar del danaro nè in dono, nè a prestito.... Gli avevo proposto di tener la mia piccola amministrazione.... Non ha voluto.... Lo avevo pregato di venir a desinare ogni giorno con me, ch'ero solo e avrei avuto piacere di far quattro chiacchiere a tavola.... È stato molto se ha accondisceso a venir la domenica.... E intanto, anche con la pensione liquidata, stentava a tirare innanzi, si lagnava di mille privazioni. Non era più giovine neppur lui.... soffriva d'acciacchi.... Non aveva i mezzi da curarsi.... Ed eravamo alle solite.... A qualunque offerta che gli si facesse montava sulle furie.... Finalmente mi era parso d'aver trovato.... Egli amava il gioco degli scacchi.... lo amavo anch'io. — Giochiamo, — gli dissi, — ma giochiamo di qualche cosa.... Se non c'è l'interesse non ci metto attenzione.... Regoleremo i conti ogni mese. — _Te Deum laudamus_.... Questa volta egli non rispose di no....

— E intascava un bel gruzzolo, — interruppe la Barbara.

— Oh.... miserie....

— Con tutta la sua boria si degnava....

— Erano denari di buona presa.

— Ma lei faceva apposta?

Bibbiana abbassò la voce come se si vergognasse di confessare. — In principio forse.... Dopo m'ero avvezzo....

— E vuole che il signor Antenore non se ne fosse accorto? — esclamò la donna col suo naturale buon senso.

Il cavaliere negò energicamente. — No, no.... Oggi soltanto, per causa di quel benedetto Fustini....

— Del signore ch'era qui a pranzo?

— Appunto.... C'era la scacchiera pronta.... S'è messo a giocar con Antenore e lo ha vinto.... È un giocatore che sa il fatto suo.... Poi con lo stesso Fustini mi son provato io.... Antenore mi punzecchiava, mi beffeggiava, parteggiava pel mio avversario.... Io ho perduto la pazienza, ho perduto la testa, non mi son più ricordato che se Antenore era rimasto inferiore a Fustini dovevo a maggior ragione rimaner inferiore io....

— E ha guadagnato la partita?

— Due ne ho guadagnate.

— Bravo!

— No.... Quando ho alzato gli occhi verso Antenore e ho visto che ormai egli aveva capito tutto, mi son vergognato come se avessi commesso la più triste azione del mondo.

— Oh caro Lei, — protestò la Barbara, — lasci che i cattivi si vergognino....

— Spesso si è cattivi senza volerlo, — ribattè il signor Demetrio tentennando il capo. — Non dovevo stasera, non dovevo....

La Barbara lo interruppe. — Scusi.... Io sono un'ignorante, ma se mi permettesse di dir la mia opinione....

Bibbiana la incoraggiò con un gesto.

— Ecco, — rispose la Barbara, — può essere che stasera ell'abbia avuto un momento di distrazione, e ammetto che il signor Antenore.... dato che prima ignorasse, che già io stento a persuadermene.... ammetto insomma che debba esser rimasto un po' male.... Ma, con tutto questo, s'io fossi stata nei panni di quel figuro, sa quel che avrei fatto?

— Sentiamo.

— Le avrei gettato le braccia al collo dicendole: — Grazie.

— Oh bella! Nel giorno in cui lo umiliavo davanti a un estraneo?

— Che importa? Era il giorno in cui veniva a scoprire un'azione generosa ch'era durata cinqu'anni.... le par poco? Quanti ce ne sono che si sarebbero torturato il cervello per aiutare un tanghero che non voleva essere aiutato, ma voleva lagnarsi sempre?... Quanti avrebbero avuto pazienza per cinqu'anni?... E dell'umiliazione in fin dei conti ne ha la colpa lui, e se la merita.... Sicuro, chè non è lecito aver quella boria, e chi è nel bisogno non deve aver riguardi a domandare soccorso a un amico nè deve costringerlo a usar dei sotterfugi per fargli del bene.

— Oh, in questo siamo d'accordo, — disse con enfasi Bibbiana. Dopo la feroce requisitoria di Santelli che gli aveva scompigliato le idee e lo aveva empito di scrupoli e di rimorsi, la morale semplice e casalinga della sua donna di servizio gli rinfrancava alquanto lo spirito. Egli non era dunque il vile e malvagio uomo che Antenore lo accusava di essere?

— Basta, — egli soggiunse alzandosi in piedi, — accendetemi la candela, ch'è ora d'andare a letto.

Pur la brusca rottura con Antenore non gli dava pace, e passando accanto al tavolino rovesciò con la mano i pezzi ch'erano rimasti ritti sulla scacchiera.

— Maledetti scacchi!... Mi costate un amico.

— Uhm! — borbottò la Barbara. — Se son quelli gli amici! Meglio perderli che trovarli.

— No, no.... Un compagno di scuola.... È un vero dolore.... Io non dovevo....

— Oh, torna da capo! — saltò su con petulanza la Barbara, inanimita dal buon successo che avevano avuto prima le sue considerazioni. — E allora torno da capo anch'io a dire che mi farei sbattezzare se il signor Antenore non aveva mangiato la foglia già da gran tempo.

— Impossibile!... Un superbo di quella risma!

— Oh, — conchiuse la filosofessa della cucina, mostrando più acume d'un consigliere d'appello in pensione, — ne ho conosciuti ancora dei superbi che sinchè potevano far finta di non accorgersi dei benefizi accettavano tutto.... Non vogliono obblighi di riconoscenza, ecco quel che non vogliono.... Ciò che pesa a costoro non è ricevere, è restituire.

E dopo aver pronunziato questa sentenza degna d'uno dei savi della Grecia, la Barbara consegnò al padrone la candela accesa. Senonchè, proprio in quell'istante, ella vide luccicar dell'argento sul tavolino. A lei luccicavano gli occhi. — O che si dimentica il danaro?

— Che danaro?

— Questi due franchi....

Bibbiana fece un passo indietro. — Il danaro lasciato da Antenore.... Non lo voglio io.... Verrà a riprenderselo....

— E se non viene?

— Se non viene, tenetevelo voi.

— Meno male, — disse la Barbara. — Intanto lo metto in tasca.

I CAVALIERI DELL'IMMACOLATA

I.

Era un'americana, arcimilionaria, bellissima, originalissima. Si chiamava M.rs Edith Simpson, e già da qualche anno abitava Firenze in compagnia della madre. Il marito, poichè c'era un marito, ve l'aveva accompagnata lui stesso, le aveva preso in affitto una palazzina sui Viali e una villa a Fiesole; poi, affidandola alla suocera, aveva ritraversato l'Oceano e non s'era più fatto vedere. Le scriveva però regolarmente una volta al mese, ed ella una volta al mese scriveva a lui; e le due lettere, oltre che all'espansioni conjugali, servivano l'una a rimettere, l'altra a dichiarare di aver ricevuto un _chèque_ di mille sterline. Dodici di questi _chèques_ all'anno formano una discreta sommetta; tuttavia l'ottimo M.r Simpson stimava opportuno di arrotondarla, e, tanto per Natale quanto per la festa di sua moglie, faceva una rimessa supplementare di altre cinquecento sterline, una bazzecola. In fin dei conti, vista la fortuna del suo sposo, M.rs Simpson avrebbe potuto esigere anche di più, ma ell'era una persona ragionevole e si contentava. Già non doveva pensare che a sè. Sua madre, benchè fosse una povera diavola al paragone (aveva circa venticinquemila franchi di rendita), contribuiva alle spese domestiche e si vestiva co' suoi danari. M.rs, o, piuttosto, donna Mariquita Swallow, nata Serenado y Fuentes, subiva, come tutti gli altri, il fascino della figliuola, ma era un tipo affatto diverso. Intanto M.rs Simpson era, _intus et in cute,_ un'americana del Nord, una anglosassone; la madre, originaria del Guatemala, poteva dirsi una spagnuola, e degli spagnuoli aveva il formalismo pomposo, il culto dei titoli, il fervore cattolico.... che però non le aveva impedito di sposare un protestante. Dio buono! Quando il defunto M.r George Swallow era arrivato al Guatemala con una missione diplomatica degli Stati Uniti, egli era un così bell'uomo che la señorita Serenado non aveva potuto resistergli e gli aveva concesso la sua mano, nella speranza di ricondurlo più tardi in grembo alla Chiesa. Speranza vana. Non solo M.r Swallow non aveva voluto saperne di convertirsi, ma aveva fatto protestante anche la figliuola.

Comunque sia, donna Mariquita andava orgogliosa della sua fede, della sua patria e del suo nome di ragazza, tanto più sonoro del nome di Swallow, e se non tradiva questi suoi sentimenti era un po' per riguardo dell'Edith, un po' per la difficoltà ch'ella provava nella conversazione. Infatti, abitando gli Stati Uniti, ell'aveva disimparato lo spagnuolo senz'apprender bene l'inglese, e abitando ora in Italia, minacciava di disimparare l'inglese senz'apprender, nè bene nè male, l'italiano. Anche in questo differente affatto dalla figlia ch'era un secondo cardinal Mezzofanti e possedeva una facilità straordinaria per tutte le lingue.

Benchè donna Mariquita avesse una vera adorazione per la sua Edith, e questa, a suo modo, volesse bene alla madre, le due signore godevano di una reciproca indipendenza. Ricevute, che ben s'intende, da per tutto, facevano qualche visita insieme, andavano insieme a qualche ritrovo elegante; ma, in complesso, la giornata dell'una non somigliava a quella dell'altra.

La madre viveva in un certo piede d'intimità con due o tre famiglie della parte più conservatrice dell'aristocrazia fiorentina, s'era ascritta a un paio d'associazioni cattoliche, frequentava con assiduità le funzioni di chiesa. Con tutto ciò non le sarebbe dispiaciuto aver dei galanti, e, poichè serbava le traccie della passata bellezza a malgrado de' suoi quarantacinque anni, avrebbe anche potuto averne se non fosse stata noiosetta per sua natura e non avesse voluto rimanere entro i confini delle affezioni platoniche.

Spirito autoritario per eccellenza, M.rs Simpson non s'era legata con nessuna signora della cittadinanza o della colonia forestiera, e compariva nei salotti altrui solo quel tanto che basta per non romperla affatto con la società. A lei occorreva di poter comandare a bacchetta, d'aver un manipolo di vassalli che pendessero dalle sue labbra, che ubbidissero a ogni suo cenno, che seguissero ogni suo passo. Ora, quando una giovine bella, ricca, elegantissima, mostra gradire gli omaggi, si può figurarsi se le manchino gli spasimanti. Non mancarono dunque a M.rs Simpson, che appena spuntata sull'orizzonte fiorentino si vide ai piedi tutta la _jeunesse dorée_ del paese. Senonchè, anche in questo caso fu applicabile il vecchio adagio: Molti i chiamati, pochi gli eletti. L'Edith non respingeva nessuno; erano i candidati medesimi che si ritiravano. Troppe qualità eran richieste per rimanere nella corte di M.rs Simpson, e, prima di tutte, un assoluto disinteresse, un'assoluta rinunzia a ogni aspirazione audace. La signora non era _prude,_ non si scandalizzava delle ardenti dichiarazioni che anzi ell'accoglieva come un tributo dovutole, non s'inalberava per qualche facezia a doppio senso, non lesinava i sorrisi, le strette di mano, le dimostrazioni insomma d'una familiarità affettuosa; ma faceva ben presto capire ch'era vano sperar nulla di più. Chi non si persuadeva di ciò era messo pulitamente alla porta. E sì che parecchi avevan tentato il colpo: degli appassionati, dei romantici, dei brutali, di quelli che giuocano subito l'ultima carta e che uno schiaffo di donna non impaura. Avevano fatto fiasco tutti, avevano creato intorno a M.rs Simpson una leggenda di inespugnabilità, simile a quella che correva intorno a certe rocche medioevali. I belli spiriti fiorentini la dicevano l'_immacolata_.

Naturalmente, alla prospettiva sconfortante, molti adoratori si perdevano d'animo, chiedevano a sè stessi se M.rs Simpson non desse pochino a fronte di quello che domandava. Altri, pur rassegnati al grave sacrifizio, si arrestavano dinanzi ad altre difficoltà. O non erano disposti ad abbandonare ogni loro occupazione, o non avevano la fibra abbastanza elastica, l'umore abbastanza docile, il borsellino abbastanza guarnito da poter menar la vita scioperata a cui li condannava la capricciosissima Dea. Quelli che rimanevano al loro posto dopo una così laboriosa opera di selezione potevano ben dirsi a prova di bomba.

Così, non tenendo conto della squadra volante or più, or meno numerosa, formata sempre di elementi variabilissimi, lo Stato Maggiore di M.rs Simpson si componeva di sette o otto individui, di cui cinque regolari, a ferma illimitata, e due o tre volontari, tenuti, s'intende, in una posizione subalterna dagli altri. Solo ai cinque regolari spettava l'appellativo di _cavalieri dell'immacolata,_ dato loro da quelli stessi che avevano conferito il diploma di purità alla bella americana. Erano i nobili avanzi dei primi vagheggini; avevano resistito alle delusioni, resistito alle fatiche, abdicato alla propria personalità, mutata la loro rivalità feroce in un'alleanza intima e sospettosa. Tre avevano un titolo: il marchese Gino Ciriè, il conte Alessandro Galassi Cerda, il barone Eligio de' Passeri; il quarto e il quinto, Federico Pescina e Ugo Lucignano, appartenevano a due ricche famiglie borghesi. A eccezione dell'ultimo, luogotenente d'artiglieria che aveva lasciato il servizio per poter dedicarsi interamente alla dama, erano giovinotti eleganti, _sportsmen_ che si godevano la vita e non avevano mai avuto occupazione stabile. Pure, in origine, non eran stupidi. Ciriè aveva avuto una certa passione per le arti, aveva plasmato nella creta delle figurine ch'eran piaciute; Galassi era stato un buon dilettante di musica; Pescina aveva scritto una commediola recitata con plauso in un salotto; Lucignano era uscito con buoni punti dall'Accademia e godeva riputazione di valente ufficiale; de' Passeri, in mancanza di meglio, era uno schermitore famoso. Ora s'era verificato il singolare fenomeno che M.rs Edith Simpson, donna d'ingegno pronto e vivace, aveva in breve tempo incretinito i suoi fidi seguaci. Il processo d'imbecillimento era durato dai due ai tre mesi. Gli antichi commilitoni di Lucignano assicuravano, a titolo di onore, che per lui ci fossero voluti novantanove giorni. Adesso i cinque erano ridotti allo stesso livello, e avevano finito con l'assomigliarsi nei modi e un poco anche nell'aspetto. In presenza di M.rs Simpson erano dell'umore di lei, accigliati talvolta s'ell'aveva i nervi tesi, gioviali più spesso, perch'ell'era ordinariamente gioviale. Avevano i suoi gusti, le sue opinioni, le sue simpatie e le sue antipatie; e di queste e di quelli si facevano risoluti campioni in qualunque crocchio, di fronte a qualunque contradditore. Ma per lo più evitavano con gli estranei ogni contatto non necessario. Onorati d'un incarico della dama, slanciati in giro chi di qua chi di là o per fissarle un palco a teatro, o per associarla a un giornale, o per raccomandare al gabinetto di Vieusseux di mandarle presto certi libri, o per commetter dei dolci da Doney, o per verificare se un dato cavallo avesse la coda lunga o corta, o per qualsiasi grave motivo consimile, percorrevano la città come aiutanti di campo che portano gli ordini d'un generale in un giorno di battaglia; poi si davano appuntamento in qualche posto per tornarsene in compagnia dall'Edith e riferirle l'esito dei loro uffici. Una delle caratteristiche dei _cavalieri dell'immacolata_ era quella di tenersi d'occhio a vicenda quanto più fosse possibile. Almeno ognuno voleva saper sempre dove fossero gli altri. A nessuno era lecito di aver segreti con la corporazione, sotto pena d'esser chiamato traditore. Già, anche fuori di casa, se pur non erano tutti uniti, eran soli di rado. Li si vedeva a due, a tre, camminar concentrati, parlar sommessi con l'aria di cospiratori. Parlavano di lei, senza nominarla, che non ce n'era bisogno. — Quel vestito _le_ sta a pennello. — La nuova tappezzeria del _suo boudoir_ non fa l'effetto che si credeva. I drappelloni son troppo pesanti. — Delle _sue_ ultime fotografie la meglio riuscita è quella in costume d'amazzone. — _Ella_ ha pienamente ragione di non andar per la prima dalla contessa Spingardi. Se la contessa vuol fare la relazione, cominci lei. — Domani non abbiamo il _lawn tennis_ perch'_ella_ deve far visite con sua madre. — Quel contino Negretti finirà col _darle_ noia. Che cosa spera quello scimunito?... Se non siamo riusciti noi!

Sempre intesi a sorvegliare attentamente i corteggiatori importuni di M.rs Simpson, a difendere contro le insidie quella rigida virtù femminile che non avevano, oimè, potuto far capitolare, i _cavalieri dell'immacolata_ erigevano intorno a lei una barriera non facilmente superabile. Onde, benchè M.rs Simpson non accettasse imposizioni circa al numero e alla qualità de' suoi conoscenti e fosse gentile con quanti le erano presentati, e li invitasse a' suoi pranzi, alle sue cavalcate, alle sue partite di _lawn tennis_, la situazione dei novizi si aggravava per l'ostilità dei terribili _cinque_. Non erano mai scortesie manifeste, che M.rs Simpson non avrebbe tollerate e che avrebbero potuto aver conseguenze spiacevoli; erano i piccoli e sottili artifizi con cui un gruppo di persone strette in lega fra loro fa provare agli estranei un senso d'isolamento e di malessere. Talora, se si trattava di giovani di primo pelo, impressionabili, nervosi, si ricorreva ai consigli, alle ammonizioni paterne. E uno dei cinque prendeva a braccetto il povero diavolo e lo assicurava che _già era inutile,_ che M.rs Simpson era fatta di ghiaccio e che dell'amore non voleva saperne, che forse nessuno, essendone informato in tempo, avrebbe consentito a dedicare a lei tutto sè stesso; ma che l'abitudine è una seconda natura, e chi s'era lasciato ribadir questa catena al piede non era più buono di liberarsene.... A caso vergine però bisognava pensarci su due volte. M.rs Simpson era un portento di bellezza, di grazia, di spirito, era un'amica impareggiabile.... Se però uno non si contentava dell'amicizia, e a una certa età è cosa dura il dover contentarsene, era meglio, per la propria quiete, rivolgersi altrove.