Natalìa ed altri racconti

Part 6

Chapter 63,741 wordsPublic domain

Ecco; dopo le _zingarelle_ (ahi, quali zingarelle! ce n'era una alta come un campanile); dopo i _mattadori;_ dopo l'infelice Alfredo tradito dall'amore e dalla intonazione; la povera Violetta, a braccio del suo tiranno, veniva alla festa mascherata in casa di Flora. Brillava, la casa, per quella deficienza di mobilio ch'è la caratteristica dei melodrammi e per quella mancanza di pareti laterali che rende altrettanto agevole il passaggio di cose e persone quanto incomprensibili le confidenze segrete e l'emozioni galanti. Appunto attraverso questi muri squarciati i servi portarono un tavolino, un tappeto verde, due candele e quattro sedie. E cominciò la scena del gioco in cui la musica esprime con rara efficacia il sarcasmo doloroso di Alfredo e l'angoscia di Violetta. — _Pietà gran Dio, Pietà gran Dio, di me_ — cantava Violetta con un accento giusto, con una vocina simpatica; ma lui, disgraziato, aveva perduto la bussola e faceva d'ogni erba fascio.

Seguì il colloquio rapido, nervoso, fra i due amanti; lo strepitoso irrompere degli invitati; l'insulto supremo di Alfredo; il deliquio della donna oltraggiata; la sfida dei rivali; l'apparizione subitanea del signor Giorgio Germont, non si sa se disceso dal soffitto o emerso dal pavimento. Indi quel concertato finale di antico stampo, onde i solisti ed i cori si avanzano tutti in massa e paiono stiparsi contro il muro e volerlo abbattere con le loro grida.

Convenzione ridicola, non c'è che dire, ma chi bandirà la convenzione dal teatro sarà bravo.

A ogni modo, l'ultimo atto, specialmente se si consideri che l'opera fu scritta nel 54, è d'una modernità maravigliosa. Non sfoggio di _virtuosità,_ non lusso di messa in scena; nient'altro che il dramma umano e casalingo dell'amore, della malattia, della morte.

Fin dalle prime note del soave preludio avevo dimenticato gl'interpreti per abbandonarmi al fascino della musica. E di mano in mano che la catastrofe si appressava, l'anima mia, come accordandosi con la musica, si sentiva avvolgere da una malinconia profonda, ineffabile. E sorgeva in me una folla tumultuosa d'impressioni, di pensieri, che non erano però le impressioni, i pensieri ch'ero venuto a cercare. Ero simile a un viaggiatore che ha sbagliato il treno. Credendo di prendere una corsa che mi riconducesse verso la mia giovinezza, ne avevo presa una che mi portava a gran velocità.... dalla parte opposta.... Dio, com'ero vecchio! Al paragone l'opera era una bambina. Certo le sue grinze le ha anch'essa, ma non langue ancora la vita che il grande artista le ha infuso; io, io sono vecchio.

È vero, sino allora non ci avevo badato. Non mi sembrava di aver l'età di Matusalemme; non avvertivo nessun accasciamento nel mio corpo e nel mio spirito; non sfuggivo la compagnia delle signore e continuavo a preferir quelle giovani e leggiadre.... Ma quella sera, ah quella sera una mano brutale mi strappò la benda dagli occhi.

Io pensavo: — Quando quell'altra Violetta mi inebbriava del suo canto, questa che va oggi tossicchiando sul palcoscenico non era nata. Non era nato questo Alfredo e neppure il padre di lui, dalla parrucca grigia e dalla barba posticcia. Non eran nate le poco avvenenti _zingarelle_ della festa di Flora, nè i _mattadori,_ nè il visconte, nè il barone, nè il dottore, nè la cameriera, nè, tranne rare eccezioni, i cosidetti professori d'orchestra. Che se poi mi voltavo dalla parte del pubblico arrivavo, su per giù, alle identiche conclusioni. Non che mancassero in teatro persone della mia età o di età superiore alla mia; ma erano una piccola minoranza. Due terzi almeno degli spettatori appartenevano alla generazione successiva; erano, nei giorni della mia adolescenza, un popolo di fantasimi accalcantisi in silenzio nel vestibolo della vita. Fantasimi quei giovinotti sdraiati sulle poltroncine; fantasimi quelle ragazze che i babbi non avrebbero accompagnate alla _Signora delle Camelie_ ma accompagnavano alla _Traviata_ perchè la musica copre tutto col suo velo pudico; fantasimi quelle _Traviate_ autentiche che sporgevano il viso imbellettato da un palchetto di terza fila.... Dov'erano coloro che avevano, trentasette o trentott'anni or sono, palpitato, applaudito con me? Quegli uomini, quelle donne le cui pupille s'erano inumidite con le mie, i cui cuori avevano battuto all'unissono col mio cuore? Quanti ne aveva dispersi la fortuna, quanti ne aveva falciati la morte? E se pure, per caso, uno se ne trovava quella sera in teatro sentiva forse ciò ch'io sentivo?

Mi pareva d'essere il superstite d'un mondo defunto, mi pareva che tutti gli occhi dovessero piantarmisi addosso come sull'esemplare abbastanza ben conservato d'una razza scomparsa.

Per liberarmi da quest'incubo uscii dalla sala prima che l'opera finisse, e l'aria rigida della notte invernale dissipò le ombre, ristabilì l'equilibrio del mio spirito. Ero stato punito del mio tentativo di riafferrare, sia pure per un istante, la gioventù; ma non ero uno spettro, ero un uomo in carne ed ossa, ero ancora un vivo tra i vivi, avevo ancora, per poco o per molto, il mio posto, avevo ancora, piccolo o grande, il mio còmpito.

No, la gioventù non si riafferra; ma c'è qualche parte di noi che può restar giovine sempre finchè coltiviamo in noi stessi con tenera sollecitudine la pianta gentile della simpatia, la fiamma purissima dell'entusiasmo, finchè teniamo alto lo sguardo inseguendo amorosamente le visioni consolatrici del bello.

E mentre io ricuperavo così il senso della realtà mi si levava dinanzi la figura austera e luminosa del maestro insigne che da oltre a mezzo secolo sparge nel mondo le inspirate armonie. Lui non fiaccano gli anni, non distraggono i rumori della folla, non rode il tarlo della vanità e dell'invidia; a lui parlano due sole voci nel cuore: l'arte e la patria. Possa a lungo vibrar nelle sue mani l'arpa potente che raccolse i gemiti dei salci babilonesi e il murmure delle foreste d'Etiopia, che prestò le sue note allo strazio di Rigoletto, ai singhiozzi di Violetta, ai furori di Otello, al cinismo di Falstaff!

IL SIGNOR ANTENORE

I.

S'intese nell'anticamera un suono di passi e un brontolìo di voci; poi la Barbara, cuoca e donna di governo del cavalier Demetrio Bibbiana consigliere d'appello in quiescenza, aperse l'uscio e disse: — C'è il signor Antenore.

— Avanti, avanti.... O che bisogno ha di farsi annunziare? — gridò il signor Demetrio girandosi sulla seggiola coi movimenti tardi e gravi che gli erano consentiti dalla sua corpulenza. Era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni, rubicondo, sbarbato, con occhietti piccoli e grigi, con l'aria mansueta d'un buono e pingue gatto soriano che fa le fusa accanto alla stufa.

L'altro commensale posò sulla tavola un bicchiere non ancora votato del tutto e si forbì in fretta la bocca col tovagliuolo.

— Avanti, avanti, — ripetè il padrone di casa. — Antenore arriva troppo tardi per pranzare con noi, ma stapperemo una bottiglia in suo onore.

E fece un segno alla Barbara.

Il signor Antenore entrò. Lungo, magro, allampanato, aveva la cera giallastra dei temperamenti biliosi, l'espressione sospettosa, malevola degli nomini a cui la vita fu dura e che non portarono nascendo un corredo di bontà sufficiente da perdonare la fortuna degli altri. Indossava una _redingote_ nera, lucida pel troppo uso, specie al bavero e ai gomiti; la cravatta, pur nera, era sfilacciata ed unticcia, e i polsini che spuntavano fuor delle maniche lasciavano desiderare un candore più immacolato.

— Il signor Antenore Santelli.... il commendator Giorgio Fustini; — disse il consigliere a modo di presentazione. E soggiunse: — Ma già dovreste conoscervi.... Compagni di liceo, diamine.

Fustini e Santelli si squadrarono dal capo alle piante senza che si sprigionasse fra loro la minima corrente di simpatia.

— Eh, — notò il commendatore, rivolgendosi al signor Demetrio, — io ero stato avvertito da te, e adesso, se frugo nella memoria, qualche cosa mi sembra di ricordarmi....

Il signor Antenore, toccando appena la mano che Fustini aveva la degnazione di stendergli, tentennò il capo: — Io invece non ricordo niente.

Non era mai d'umore piacevole il signor Antenore; quella sera era più ispido del consueto. La presenza di un estraneo in casa dell'amico Bibbiana gli dava ai nervi, tanto più che n'era necessariamente disturbata la sua solita partita a scacchi.

Il cavaliere, conciliante per sua natura, cercava di smussare gli angoli. — Capisco.... Son passati quarant'anni, e in quarant'anni si ha tempo di dimenticare.... È curioso però come certe scene, certi incidenti della nostra infanzia ci si riaffaccino da un punto all'altro alla mente nei loro più minuti particolari.... A me par di veder Fustini ritto dinanzi alla lavagna il giorno che il povero Mongia, il professore di matematica, ebbe sulla cattedra il suo primo insulto apopletico.

Santelli si strinse nelle spalle. — Non dovevo essere a scuola in quel giorno.

— Se ci fosse stato si rammenterebbe, — affermò il commendatore Fustini. — Che scompiglio nella classe!... E fu un'impressione penosa per tutti, anche per me.... quantunque non potessi a meno di pensare (si è egoisti da ragazzi) che risparmiavo una ramanzina, perchè, lo confesso, non sapevo un'acca della lezione.

L'amabile Santelli si picchiò col dito la fronte. — Aspetti un momento. Era lei quel piccolino della prima fila che pel resto se la cavava alla meno peggio ma in matematica non ne azzeccava una?

Con una condiscendenza veramente ammirabile in un personaggio suo pari, Fustini si mise a ridere. — Ero io.

— Anche senza la matematica — disse il signor Demetrio — Fustini ha saputo farsi la sua strada nel mondo.... Consigliere di Cassazione alla Corte di Torino.... Che carriera!

— Oh, — fece il commendatore con affettata modestia. — Ce ne son tanti.... E se tu avessi avuto pazienza....

— No, no.... tu hai la stoffa di primo presidente.... Io m'ero accorto che non andavo più in là di consigliere d'appello e mi son fatto liquidare la mia pensione per non aver altri sopraccapi....

— Già, — interpose il signor Antenore; — fuor che quelli di riscuotere il foglio pagatoriale e di tagliar due volte all'anno i _coupons_ della rendita.... Perchè se tu non avessi le tue brave cartelle di rendita, con la sola pensione non potresti mica far il signore.

— Oh Dio, — replicò il cavaliere quasi scusandosi, — qualche cosa la mia famiglia possedeva.... io ho potuto metter da parte qualche risparmio.... non grandi somme però.... non da far il signore.

— Quando si nasce con la camicia — brontolò Santelli che masticava veleno. E soggiunse con amarezza: — Se ti fossi trovato ne' miei panni!...

Sempre pieno d'indulgenza verso l'amico sgarbato, Bibbiana fu pronto ad assentire. — Verissimo. Se mi fossi trovato ne' tuoi panni dei risparmi non ne avrei fatti sicuramente.

— Mentre voi della borghesia grassa — ripigliò il signor Antenore con crescente acrimonia — andavate a oziare e a divertirvi per quattr'anni all'Università di dove sareste usciti col vostro diploma, io, dopo la morte di mio padre, dovevo interrompere il Liceo e accettare un impiego d'ordine alle Poste, tanto per guadagnarmi da vivere.... chè se no la mia buona matrigna mi cacciava fuori di casa.... Impiegato io! col mio carattere indipendente!... Io che non ho mai potuto soffrire le cartaccie degli uffici e la _morgue_ della burocrazia!... Mi par quasi impossibile d'aver resistito per trentacinque anni a una vita simile.... sbalestrato da un capo all'altro d'Italia, con dei superiori pedanti, imbecilli che avrebbero tirato a cimento i Santi del Paradiso.... Viene il giorno che la corda si strappa, e col mio ultimo capo uffizio mi son voluto sfogare.... Non gli ho detto la centesima parte di quello che si meritava; nondimeno egli ha steso il suo rapporto, e io fui invitato a far valere i miei diritti alla pensione.... Non era già una pensione di consiglier d'appello la mia; son centoquarantadue lire al mese e venti centesimi.... E io non ho campi al sole, e io non ho _coupons_ da incassare.

Il commendatore Fustini abbozzò un gesto cortese di condoglianza, tanto più doveroso in quanto che egli era venuto per realizzare un'eredità.

— Ma per me, — proseguì il signor Antenore con un sogghigno sarcastico, — per me, vivo meglio adesso.... Non ho nessuno che mi comandi, posso dir corna del Governo e di questo p.... sistema che fa crac da tutte le parti come un mobile vecchio.

Bibbiana era avvezzo a queste sfuriate, ma il commendatore se ne risentì nella sua duplice qualità d'alto funzionario e d'uomo di principî conservativi.

— Eh caro signore, — egli replicò con sussiego, — si fa presto a gridare contro il sistema. Vorrei vederli all'opera i riformatori.

— Qualunque cosa è preferibile a questo regime di capitalisti, di _travet_ e di militari, — urlò il signor Antenore versandosi un altro bicchiere di vino.

— Oh, oh.... il socialismo allora?... Tutti col nostro numero d'ordine, tutti agli stipendi dello Stato.... Il mondo un'immensa caserma....

— Ma che caserma, ma che numero d'ordine?... Ognuno dev'esser libero di far quello che gli pare e piace.

— E il codice dove lo mette?

— Il codice è l'alleato dei furfanti di grosso calibro. Lo getto nel fuoco.

— Bravo!... È l'anarchia che lei vuole.

— Paroloni da spaventare i gonzi....

Il pacifico signor Demetrio, che non s'era mai occupato di questioni sociali e aveva l'abitudine di non interloquire durante le feroci requisitorie dell'amico, assisteva con inquietudine all'inasprirsi della discussione e s'arrabbiava in cuor suo con Fustini, il quale non capiva che il partito più savio era quello di lasciar che Santelli si quetasse da sè.... Naturalmente, questa non era una cosa da poter dire al commendatore perchè l'altro sarebbe andato in bestia peggio; quindi Bibbiana si limitava a insinuare di tratto in tratto qualche monosillabo inoffensivo per calmare i due contendenti. Se non che, dalle due parti gli chiudevano la bocca con uno sprezzante: — _Taci tu._

In buon punto la Barbara cacciò la testa fra i battenti dell'uscio e chiese al padrone: — Il caffè dove lo prendono?

Il consigliere rispose con un'altra domanda. — È acceso in salotto?

— Sissignore.

— Allora passeremo di là, — disse Bibbiana parendogli che il mutar di stanza dovesse dare un altro indirizzo alla conversazione.

Puntellandosi con le mani sulla tavola si alzò in due tempi e ripetè agli ospiti: — Passiamo di là, passiamo di là.

II.

Il salotto, benchè vi fossero dei mobili di pregio, era un po' freddo e triste come di casa ove manchi la signora. Una lampada smerigliata pendeva dal rosone del soffitto, un moderatore di porcellana posato sulla mensola del caminetto fra le due finestre rischiarava più direttamente un tavolino portante una scacchiera coi pezzi già a posto. La parete di fronte era adorna del ritratto del signor Demetrio, in mezza figura, a olio, con la croce di cavaliere all'occhiello. Sotto il ritratto un canapè e dinanzi al canapè una tavola ove la Barbara aveva deposto il servizio da caffè, il portaliquori e una scatola di sigari d'Avana.

— Si sciala oggi, — borbottò il signor Antenore accettando un bicchierino di cognac.

— Tutto improvvisato, — rispose Bibbiana. — Ero mille miglia lontano dal creder che Fustini fosse qui quando me lo son visto comparir dinanzi verso le 6 che il riso era già nella pentola.... Per fortuna la Barbara ha questo di buono che non si confonde e ci apparecchiò un pranzetto tollerabile.

— Altro che tollerabile! — esclamò enfaticamente il commendatore. — Non si mangia così neppur dal Presidente della nostra Corte.

— Ti contenti di poco, — disse il signor Demetrio. E continuò rivolto a quell'orso di Santelli: — Se non fosse stato troppo tardi t'avrei mandato un biglietto per pregarti di tenerci compagnia.

— Grazie, non sarei venuto, — rispose il signor Antenore sempre tutto angoli e punte. — Io vengo la domenica e basta.

— È una fissazione come un'altra, — riprese il consigliere. — Me ne appello a Fustini. Siamo soli tutti e due, ma io ho casa piantata e Santelli deve andare all'osteria. O che male ci sarebbe s'egli si degnasse di desinare con me.... non dico tutti i giorni.... ma tre o quattro volte per settimana?... Non ho ragione?

— Senza dubbio, — replicò a denti stretti il commendator Fustini. In fondo egli non capiva come si potesse augurarsi un simile commensale.

— L'indipendenza, mio caro, — disse Santelli, — l'indipendenza non c'è oro che la paghi.... Del resto, non son qui tutte le sere a giocare a scacchi?

— Ah, giocate a scacchi tutte le sere? — domandò il consigliere di Cassazione.

— Sì, è una mia debolezza, — disse il signor Demetrio. — Abbiamo un conto corrente con Santelli.... Facciamo un centinaio di partite al mese. Egli ne vince novanta....

— Davvero?

— A vincer Demetrio non c'è un gran merito, — osservò il signor Antenore.

— Tu conosci il gioco? — chiese Bibbiana a Fustini.

— Sì, mi diletto anch'io ogni tanto.... al nostro Circolo.... V'è un Circolo scacchistico a Torino.

— Bravo.... dovresti far un paio di partite con Antenore....

— Volentieri.

Santelli depose un mozzicone di sigaro nel raccattacenere. — Per me non ho difficoltà.... E di quanto si gioca?

— Ma.... di nulla.... Dell'onore.... Agli scacchi per solito.... Che sistema avete voi altri?

— Noi giochiamo d'un franco la partita, — spiegò il signor Demetrio. — Ho voluto io.... Trovo che quando c'è una piccola posta si mette più attenzione.

— Vada pure pel franco.

Lieto di aver dato a' suoi ospiti un'occupazione che li distoglieva dalla politica e dalla sociologia, Bibbiana spinse verso il tavolino da gioco una sedia a bracciuoli e vi si accomodò beatamente. — Io assisterò alla giostra.

Il signor Antenore si accostò alla scacchiera, prese un pedone bianco e un pedone nero, e intrecciate le braccia dietro il dorso li passò da una mano all'altra, poi presentando i pugni chiusi al suo competitore disse: — Scelga.... Chi ha il bianco ha il tratto.... Ha scelto il nero.... Ho il tratto io.

E attaccò subito. Fustini stava sulle difese cercando il punto debole dell'avversario. In fatti, di lì a poco guadagnò un pezzo e non tardò molto a dar scacco matto.

La seconda partita fu più brillante della prima ed ebbe lo stesso esito.

— Hai difeso male il _gambitto,_ — disse il signor Demetrio a Santelli che senza profferir parola ma livido di bile guardava il suo re imprigionato.

— Ah fammi un po' il piacere, — gridò Antenore, a cui non pareva vero di poter prendersela con qualcheduno.... Sei proprio in caso di dar lezioni, tu, con quella sapienza....

— E pure, — ripetè Bibbiana con calma, — io sostengo che se si difende quel _gambitto_ in un'altra maniera si deve vincere.

— Vincere, tu? — esclamò il signor Antenore con l'accento della massima incredulità.

— Forse anch'io, — rispose il consigliere alquanto piccato.

— Qua la scacchiera.... Vediamo il miracolo.

In un momento Bibbiana e Santelli s'erano scambiati di posto. Quest'ultimo si consolava delle busse ricevute pensando a quelle che riceverebbe fra poco il suo dilettissimo Demetrio. Scacco matto in quindici mosse, in venti al più, — egli diceva fregandosi le mani.

Pareva diventato l'amicone del commendator Fustini col quale s'era bisticciato fino a poco innanzi.

— Lo schiacci quel pretenzioso, lo polverizzi.

— Allora comincio io e faccio l'apertura di prima, — disse Fustini a Bibbiana.

— Già.

— La dobbiamo veder bella, la dobbiamo veder bella, — canterellava il signor Antenore. Da un pezzo non era stato così ilare.

Fustini gli fece segno di tacere. Era un giocatore serio, meticoloso, che non voleva esser distratto. E apparteneva anche alla categoria dei giocatori taciturni; tutt'al più, quando si trovava in qualche impiccio aveva l'abitudine di borbottare: — Vengo, vengo, vengo.

E con sua grande maraviglia, adesso, misurandosi con Bibbiana, egli ebbe replicatamente l'occasione di dover servirsi del suo intercalare. O com'era possibile che Demetrio si lasciasse battere da Santelli se non c'era neanche confronto tra i due?

Ma il più stupito era il signor Antenore. Demetrio teneva testa al commendatore? Demetrio rischiava proprio di vincere?

— Vengo, vengo, vengo, — disse un'altra volta Fustini; dopo di che, sentendosi spacciato, abbandonò la partita.

— Eh via, che il commendatore deve aver fatto apposta, — esclamò Santelli.

Fustini protestò con vivacità. — Nemmen per sogno.

— Sarà stato un caso, — notò modestamente Bibbiana.

Il signor Antenore sogghignò con aria sprezzante. — Grazie della concessione. Che cosa vuoi che sia stato?

— L'ho detto io, mi pare, — rispose secco secco il consigliere, mentre rimetteva i pezzi a posto per offrir la rivincita. E intanto gli si arrossavano gli orecchi, segno infallibile, per chi lo conosceva, che anche a lui, uomo calmo e flemmatico, cominciava a scappar la pazienza.... Ah, perchè da cinqu'anni gli piaceva di perder quasi ogni sera giocando con Antenore, doveva esser condannato a perder sempre, a perder con tutti quanti?... Nossignori, questa legge egli non era disposto a subirla e Santelli aveva avuto un gran torto a provocarlo co' suoi sarcasmi.

— Tocca a te, — disse Fustini.

— Son qua.

Cauti, guardinghi, i due campioni pesavano ogni mossa, risoluti a non darsi quartiere. Pur volendo far l'indifferente, Fustini era rimasto mortificato della sconfitta e anelava di ripararvi; Bibbiana, dal canto suo, trovandosi a fronte un competitore degno di lui, sentiva ridestarsi la sua vecchia passione pegli scacchi e ci teneva a mostrar la sua valentìa. Nella stanza regnava un gran silenzio; solo di tratto in tratto un pezzo preso dall'uno o dall'altro dei giocatori andava a cader con un suono legnoso nella scatola che raccoglieva le vittime della battaglia. Smessi i suoi commenti beffardi, con gli occhi inchiodati sulla scacchiera, con le labbra serrate come di chi reprime a forza un gemito o una imprecazione, il signor Antenore seguiva le vicende dell'accanito duello. Non c'era dubbio, anche la seconda prova sarebbe riuscita favorevole a Bibbiana. Egli era indiscutibilmente superiore all'avversario, era più audace negli attacchi, più pronto nelle difese, più accorto nelle insidie. Ma donde gli era capitata questa scienza? O, piuttosto, perchè, in cinqu'anni, non l'aveva sfoggiata con lui, con Antenore? E mentre Santelli rivolgeva fra sè questi pensieri, la verità si faceva strada nel suo animo, lo riempiva di livore e di fiele.

— Vengo, vengo, vengo, — masticò fra i denti il commendator Fustini. E soggiunse dopo una breve pausa: — Non c'è rimedio; ho il matto alla terza mossa. — Si alzò da sedere e stendendo cavallerescamente la mano al vincitore disse: — Ti faccio le mie congratulazioni. Non sfigureresti in un torneo.

— Hai voglia di ridere, — rispose il signor Demetrio. — Avevo una buona serata, ecco tutto....

In quella gli apparve la fisonomia stravolta di Antenore Santelli, e imporporandosi in viso come un fanciullo colto in fallo balbettò: — Ogni tanto ho di questi lucidi intervalli.... È un fenomeno.... Ordinariamente gioco malissimo.... Anche adesso, se continuassimo....

— No, no, son già le undici e mezzo e se tardo un poco rischio di trovar chiuso il portone dell'albergo.... A proposito, ti devo due lire....

— E io ne devo due a Lei, — disse il signor Antenore tirando fuori sgarbatamente un borsellino unto e bisunto.

— Ebbene, — rispose Fustini; — le paghi per conto mio all'amico Demetrio.... Così saremo pari e patta.

— Ma sì, ma sì.... non c'è fretta, — protestò il cavaliere dopo aver sonato il campanello per chiamar la Barbara. — E poi se torni domani sera è sicuro che me le riguadagni quelle due lire.... Pranzi con me anche domani, non è vero?

— Non so.... Avrei un mezzo impegno.

— Mettiti in libertà.

— Grazie.... Vedremo.... Ti manderò un biglietto entro la giornata....

— Guai per te s'è un rifiuto.... E Antenore, per una volta tanto, farà uno strappo ai suoi principî, — continuò Bibbiana. — Ci terrà compagnia.