Natalìa ed altri racconti

Part 18

Chapter 183,689 wordsPublic domain

Olga l'amava con passione. La mattina il suo primo pensiero era quello di domandarle se aveva dormito bene: poi c'era la _toilette_ che si rinnovava più volte nella giornata, giacchè _Jolie_ possedeva un ricco corredo estivo e invernale; poi la colazione, le visite, il desinare, la cena; infine, la sera, l'Olga non si coricava se non aveva spogliata e messa a letto la bambola coprendola di panni gravi o leggeri a seconda della stagione. Nella mente della fanciulla _Jolie_ doveva essere associata alle gioie e ai dispiaceri della famiglia; portava gli auguri nei dì onomastici e natalizi, si rallegrava del parto felice della gattina di casa, si doleva del mal di denti della cameriera, univa i propri saluti a quelli che l'Olga inviava al babbo.... E se il babbo, nelle sue lettere, dimenticava di corrispondere all'atto cortese, l'Olga se ne risentiva come di offesa fatta a sè stessa e cercava di consolarne la sua favorita.

Che più? Durante la sua malattia, nei brevi intervalli tra due accessi di febbre, l'Olga voleva _Jolie_ sul suo letto, le parlava con la sua voce fioca, le chiedeva scusa se non s'occupava di lei come il solito, le prometteva di risarcirla, dopo guarita, della sua forzata trascuranza. E qualche ora prima di morire, scotendosi un istante dal suo sopore letargico, ell'aveva balbettato: — _Jolie_ ha freddo.

Tutto ciò ricordava la madre mentre _Jolie_ spariva nell'ampio sacco, insieme al cerchio, alla palla di gomma, ai piattini di stagno; ricordava tutto ciò e le pareva che dal fondo del sacco la chiamassero: — Mamma! — e le pareva di riudir le parole: — _Jolie_ ha freddo.

Ella si voltò verso Cadeo quasi per interceder grazia. — Dottore, anche la bambola?...

— È necessario, cara signora.

Clara si coperse il viso con le mani. — Dio mio, Dio mio!

E pure, a poco a poco, il suo dolore muto, concentrato, pietrificato si rammolliva, si scioglieva in un'immensa pietà di sè stessa e degli altri.... del marito, dei figliuoli, della madre, della casa.... la casa ove Olga non c'era più.

Ancora il suo ciglio era asciutto, ma ella sentiva le lacrime salire, come la terra sente l'acque profonde cercanti un'uscita. Salivano le lacrime, le facevano gruppo alla gola, s'annunciavano con un singulto spasmodico, prorompevano infine calde, impetuose, abbondanti.

— Signora Clara, — sussurrò con dolcezza il dottore Cadeo.

Ella non rispose; gli prese la mano e gliela strinse forte.

— È persuasa adesso di venire? — egli continuò.

Docilmente ella si lasciò condur via dal medico e dalla Silvia.

— E dov'è andato a ficcarsi il signor Giovanni? — non potè a meno di domandare il dottore.

— Il signor Giovanni? — disse la cameriera. — Credo stia facendo dei suffumigi.

— Coniglio!

L'ISOLA FORTUNATA (FANTASIA)

I.

Ora, nella bella isola, gemma dell'Oceano, un dì avvenne questo. Quanti, o nella città popolosa sorgente ad anfiteatro sul mare, o nei villaggi e nei casolari dispersi per la campagna, vegliavano accanto a un infermo, videro, miracolo nuovo, le piaghe richiudersi, la febbre svanire, le forze riprendere, e sulle guancie terree, da cui parevano fuggire il sangue e la vita, tornar via via i rosei colori della salute. In pochi giorni i malati più gravi lasciavano il loro letto di dolore; un'arcana virtù benefica della natura strappava alla morte coloro che la scienza s'era dichiarata impotente a salvare.

Nè fu una breve sosta nel corso ordinario delle leggi che governano il mondo; non solo gli ultimi guariti non ricadevano, ma nessun altro ammalava, nessun altro moriva. Era quindi ben giusto che, trascorse più settimane dal dì memorabile in cui s'era prima manifestato il prodigio, fossero rese alla Divinità solenni azioni di grazie.

Non l'angusto ricinto d'un tempio che non sarebbe bastato alla folla degli accorrenti, ma un'immensa spianata, che con leggero declivio ascendeva dal mare sino alle falde d'un colle, raccolse, al compier del terzo mese, l'intera popolazione esultante. Presiedevano i consoli: musici e poeti erano sacerdoti del nobilissimo rito in cui nè colò dagli altari sangue di vittime, nè salì dai turiboli fumo d'incenso; ma da liberi petti salivano i canti e da mani innocenti si spargevano i fiori.

Senonchè, la parte più toccante della cerimonia era la sfilata di quelli che tre mesi addietro si consideravano irremissibilmente perduti e che la sorte benigna aveva restituito all'umano consorzio. Aprivano la marcia i bambini che di lontano, da posti speciali ed eminenti, le madri covavano con occhi pieni di lacrime. Poverette! Ricordavano gli spasimi atroci durati per giorni che sembravano secoli; le veglie affannose presso le cune spiando ogni moto dei cari visi emaciati, invocando una parola, un sorriso dalle labbra immobili, esangui; ricordavano, oimè, il gesto sfiduciato del medico che aveva esaurito tutti gli espedienti dell'arte sua; ricordavano la pietà crudele degli amici, dei congiunti, favellanti di calma, di rassegnazione ai voleri di Dio. Vane ciancie di mentecatti! Può una madre rassegnarsi ai voleri d'un Dio che le strappi dal petto la sua creatura? Ora che hai stornato il colpo tremendo, ora le madri t'adorano, Dio di bontà e di clemenza! E voi, fanciulli, su cui la morte aveva steso le nere ali, e che oggi fissate gli occhi baldanzosi nel sole, sciogliete inni al Signore, offritegli il profumo delle vostre anime immacolate!

Così dicevano le madri, e i bambini vestiti di bianco cantavano sfogliando rose lungo la via.

Dopo di loro veniva il manipolo degli adulti, uomini e donne, atteggiati a una gioia più composta e severa. Come rami divelti che scendono il corso d'un fiume essi s'eran sentiti portare verso la foce ignota e paurosa, avevano letto la propria sentenza nelle faccie contraffatte dei loro cari, e adesso, in mezzo alla festa comune, fra i plausi e i sorrisi che li accompagnavano, la lugubre visione si riaffacciava di tratto in tratto ai loro occhi, faceva correre un brivido nelle loro vene. Pur le loro voci gravi si mescevano al coro delle voci infantili e si spandevano piene e sonore nell'aria.

Ma il canto dell'ultimo drappello, il drappello dei vecchi, era appena un murmure sommesso. Il miracolo li aveva, sì, arrestati sull'orlo della tomba, ma non aveva ridato loro l'energia della gioventù. Ben piccola parte dell'antico vigore era tornata nelle loro membra infiacchite; di poco s'erano drizzate le loro persone curve; di poco s'era avvantaggiata la tardità dei loro movimenti. Ed essi procedevano a passi cauti e misurati, tenendosi per mano, ora chinando le pupille al suolo, ora girandole attonite. Invero molti parevano riafferrarsi cupidi alla vita e goderne con soddisfazione puramente animale; ma sulla fronte di alcuni si leggevano altri pensieri. Forse già assuefatti all'idea della tomba si dolevano del riposo negato dopo tanti travagli; forse li vinceva il segreto terrore d'una vecchiezza lunga e fredda come le notti del polo; forse li assaliva il rimpianto delle persone dilette, trapassate anni addietro, quando l'isola non era sottratta alla legge universale della morte. Oh perchè non attendere, anime care? Se voi foste ancora del mondo, quanto più dolce sarebbe il mondo ai superstiti!

Tuttavia, le faccie più scure dovevano illuminarsi almeno un istante nel contagio dell'entusiasmo, del delirio che invadeva la folla. E il delirio, e l'entusiasmo si manifestavano con maggior veemenza al passaggio dei fanciulli e al passaggio dei vecchi, come se l'istinto del popolo volesse associare ne' suoi trasporti d'affetto queste due debolezze.

Giunto al sommo della spianata ove s'ergeva, addossato alla collina verde e fiorita, il palco dei consoli, il coro delle voci cessò; il corteggio si dispose in semicerchio: i vecchi nel mezzo, proprio di fronte alla loggia, a destra gli adulti, a sinistra i bambini. L'immenso padiglione del cielo azzurro si spiegava sul capo delle moltitudini, il sole fra nuvole d'oro calava dietro le alture, una tepida brezza strappava atomi odorosi alle piante e increspava la superficie del mare stendentesi in giro a perdita d'occhio; dal folto dei boschetti uscivano concenti invisibili.

Anche i concenti tacquero a un tratto, e per qualche secondo non si udì che il fremito represso della folla aspettante, simile al fruscìo d'un campo di spighe agitate dal vento; poi l'anziano dei consoli pronunziò un breve saluto e invitò uno che gli sedeva a fianco a parlare. Era questi un uomo nella pienezza della virilità; bello come un Dio, portava il marchio del genio sull'ampia, nobile fronte e negli occhi glauchi e profondi di cui non si sarebbe potuto dire se più luce ricevevano dal di fuori o più ne spargevano intorno a sè. Il Poeta; non altrimenti lo chiamavano da anni; egli la voce, egli la coscienza dell'Isola, ne aveva eternato le mille bellezze, ne aveva cantato le albe di rosa e i tramonti di fuoco, aveva, piccolo Virgilio sconosciuto al mondo, nobilitato col ritmo armonioso i lavori del suolo e le fatiche del mare, aveva dato fiori alle cune e alle tombe.

Oggi egli sciolse un inno alla vita e alla salute. Alla vita ch'è luce, ch'è amore; alla salute ch'è forza, ch'è gioia e felice equilibrio del corpo e dello spirito. Evocò con parola fatidica le maraviglie dell'avvenire, paragonò la tarda e vana esperienza delle generazioni fuggitive con quella che si sarebbe d'ora innanzi accumulata sugli uomini, liberi dall'incubo della malattia e della morte. Pensate, egli disse, pensate quali prodigi potranno compiersi in un paese ove insieme coi nuovi savi, insieme coi nuovi genî rimarranno gli antichi, ove non sarà muta nessuna voce, non sarà spenta nessuna fiaccola del passato. E conchiuse che poichè i Numi favorivano così gli abitatori dell'isola, all'isola stessa si dovesse mutare il nome e chiamarla l'_Isola fortunata._

Un'immensa acclamazione mostrò come il Poeta si fosse reso interprete del sentimento comune, e da migliaia e migliaia di petti irruppe un grido formidabile: — Sì, sì, l'_Isola fortunata!_

Allora, dalla schiera dei fanciulli appartenenti al cortèo, uscì, alta e diritta come uno stelo, una bambina, vaga angioletta dal dolce viso ridente, dai riccioli biondi che le cingevan le tempie d'una gloria di sole. Corse sulle labbra un nome: _Risorta._

L'appellavano così da tre mesi, da quando la madre, credutala estinta, stava per tagliarle una ciocca di capelli, ed ella, piuttosto risuscitata che guarita, sollevò le palpebre e disse con accento ineffabile: — Mamma.

Non sconcertata dagli applausi, si avviava ella adesso, svelta e graziosa, al palco dei consoli, reggendo con le piccole mani una corona d'alloro che l'Isola destinava al Poeta. Egli scese a incontrarla, e piegata verso di lei la maestosa persona lasciò che le mani delicate gli posassero il serto sul capo. Solo in quel momento un leggero tremito agitò le membra gentili della fanciulla, e un vivo incarnato le si diffuse sulle guancie pallide, e gli occhi limpidi si chinarono quasi abbagliati dal fulgore di quegli altri occhi che li scrutavano. Anch'egli, il Poeta, era in preda a uno strano turbamento. Nella bambina d'oggi egli indovinava la donna di domani, e la donna gli sembrava più bella, più affascinante di tutte quelle ch'erano apparse fino allora sul suo cammino.

— Quanti anni hai? — egli chiese.

— Sette.

Egli la congedò con un bacio paterno.

Risorta si mosse per tornar dai compagni che l'attendevano; ma dopo pochi passi si voltò indietro e sorrise. Con la precocità femminile ella sapeva bene che il suo sguardo avrebbe trovato per via lo sguardo del Poeta.

— Ha trent'anni meno di me! — egli sospirava. Pur lo soccorse un altro pensiero: — Che cosa sono trent'anni per una vita che non ha limiti?... Mi raggiungerà.

Finita la cerimonia, la folla giuliva si disperse all'ombra discreta del crepuscolo, e chi si ritirò alle sue case, e chi errò tra i boschetti di mirti e d'aranci, e chi scese sul lido a raccoglier conchiglie, e chi salì al prossimo poggio del _Belvedere,_ che nelle notti d'estate era il ritrovo preferito della popolazione. Intanto s'erano accesi fuochi su tutte le alture, e il navigante che passava lontano vedeva sorger da un punto del mare come un vapore luminoso che andava via via fondendosi con l'azzurro del firmamento.

II.

E, per un buon tratto di tempo, i dissidenti, se c'erano, non osarono alzare la voce. Si trattava d'eredi scornati, di mogli e mariti già ben disposti a una prossima vedovanza, di generi e nuore che avevano creduto imminente la dipartita della suocera da questa valle di lacrime, di emuli a cui aveva sorriso l'idea della scomparsa d'un antagonista pericoloso, di subalterni che s'erano tenuti sicuri di occupare in breve il posto d'un superiore infermo o decrepito. Era un po' duro dover rassegnarsi adesso allo _statu quo...._ Ma era altrettanto difficile manifestare in modo troppo aperto i propri sentimenti.

Del resto, ad alcuni interessi offesi dal nuovo stato di cose s'era provveduto con lodevole sollecitudine. Lo stipendio ai custodi del cimitero era mantenuto nella sua integrità. Non dovevano accoglierne i visitatori, mostrare ai posteri remoti il monumento più eloquente del passato? Ai membri della rispettabile corporazione dei becchini si assegnò una pensione per un certo numero d'anni, e così pure si fece in favore di quanti altri traevano il loro sostentamento dagli uffici prestati ai defunti. Vi fu un principio d'agitazione tra i medici e i farmacisti, e non mancarono le proposte di concedere anche ad essi un'indennità; ma prevalse il savio consiglio di soprassedere. In fin dei conti, non era detto che non avesse ad esservi più bisogno di farmacisti e di medici; e, a ogni modo, l'istruzione ond'essi erano forniti doveva metterli in grado di rendersi utili in mille guise e di guadagnarsi da vivere. E in fatti a pochi di loro occorse mutar professione. Se pegli uomini (non pegli animali inferiori) era abolita la morte, se non si sviluppavano più malattie gravi, rimanevano tuttavia molte piccole indisposizioni, vere o sognate, per le quali si richiedevano consulti e ricette, giacchè non era vinta l'irrequietezza propria della natura umana, e, non essendovi motivi seri di angustia, i motivi lievi bastavano a tener agitati gli animi. Era soprattutto, in uomini e donne, una febbre, una smania di voler prolungare la giovinezza, uno sgomento di ogni sintomo che accennasse al declinar delle forze, all'ottundersi delle sensazioni, e il medico affilava le armi per frenar l'azione corroditrice del tempo, e lo speziale vegliava sulle sue storte per distillarne le essenze vitali. Non è a credersi la quantità degli elisir che con nomi diversi erano offerti all'avidità insaziata del pubblico. L'ultimo doveva esser sempre l'infallibile, conservatore miracoloso di tutte le facoltà del corpo e dello spirito. Ma c'era il guaio che, non temendosi più della morte, si usava e abusava dei veleni ai quali era tolta la virtù di uccidere, non quella di nuocere; onde i frequenti disturbi gastrici, e l'emicranie, e gli squilibri psichici, e le malinconie profonde, ostinate, e talora una strana impazienza di mutar soggiorno e abitudini. Però i medici esitavano a suggerir questo rimedio che poteva esser peggiore del male. Sulle prime, gli scienziati dell'Isola s'erano divisi in due campi circa alla soluzione di un grave problema. Gli uni, appartenenti alla scuola sperimentale, sostenevano che l'immunità contro la morte derivasse da virtù particolari del luogo e valesse soltanto per quelli che vi abitavano, e fin che vi abitavano; gli altri, capitanati dal presidente dell'Accademia di filosofia _aprioristica,_ pur consentendo nell'attribuire alla terra ed all'aria meriti speciali, affermavano il privilegio dell'immortalità esser concesso a tutti i nati dell'Isola, dovunque pur esulassero. Corsero fiumi d'eloquenza in favore delle due tesi contraddittorie, e i dotti si scagliarono a vicenda le garbate contumelie che sono la salsa piccante delle loro polemiche. Comunque sia, il presidente dell'Accademia _aprioristica_ mostrò nel modo più luminoso d'esser convinto delle sue idee, e, seguendo una volta tanto il metodo sperimentale, s'imbarcò sopra una nave diretta a un porto lontano del continente. Non appena arrivato, fu ripreso da un'antica malattia cardiaca, di cui, nella coscienza della propria invulnerabilità, non si curò più che tanto. E così, ripetendo _non pereo,_ passò agli eterni riposi.

Allora non ci fu più dubbio quale delle due tesi fosse la giusta; restava solo a vedersi fin dove si estendesse quella che avrebbe potuto chiamarsi la zona di salute. E in breve l'esperienza dimostrò ch'essa non oltrepassava un raggio di circa sei miglia tutto intorno all'Isola; entro questi confini non solo non allignavano i germi mortiferi, e l'abituale placidezza del mare e la qualità della spiaggia nè irta di scogli nè sparsa d'insidie escludevano la possibilità di naufragi, ma gli stessi casi fortuiti si risolvevano in nulla. Se per lo sfasciarsi d'una barca, o per altro accidente, un uomo, pur non sapendo nuotare, cadeva in acqua, l'acqua medesima lo riportava illeso alla riva. Di là dalle sei miglia la natura riprendeva i suoi diritti. Onde l'allontanarsi troppo dall'Isola era singolare atto d'audacia, e chi a ciò s'induceva o per ragion di negozi, o per vaghezza di novità, o per la giovanile baldanza che fa correre incontro ai pericoli, era accompagnato alla partenza dai trepidi voti della madre, della sposa, dei figli, e salutato al ritorno come guerriero reduce dal campo di battaglia.

Intanto era corsa sui venti la fama dell'Isola fortunata, e vi affluivano i pellegrini da remote contrade. Venivano i sani per meglio goder della vita, venivano i malati per ricuperar la salute, quali col proposito di fermarvi addirittura la loro dimora, quali per tastare il terreno, per verificar da sè stessi l'incredibil prodigio.

Accolti festosamente in principio, destarono poi, di mano in mano che l'immigrazione cresceva, inquietudini e timori. I profeti di sventura ammonivano: “Badate! Quest'invasione forestiera finirà col soverchiarci, con lo sconvolgere le nostre abitudini, col corrompere i nostri costumi, coll'alterare la nostra lingua. Provvedete prima che sia troppo tardi„.

Perplessi, esitanti, i consoli riunirono gli anziani e i savi dell'Isola, e fra questi il Poeta, sposatosi da poco con la sedicenne Risorta. Disse il Poeta: “O che vorremmo chiuderci in un gretto egoismo? E se gli Dei hanno estirpato dal nostro suolo la pianta malefica della morte, rifiuteremmo agli stranieri di fruire d'una così grande benedizione? Sì certo; un'era nuova è cominciata per noi; dobbiamo mostrarcene degni, dobbiamo accettare i mutamenti inevitabili, e veder di trarne profitto. Apriamo le braccia ai fratelli che accorrono ai nostri lidi, offriamo un campo propizio alla loro operosità, scendiamo con essi in nobile gara per tutto ciò ch'è buono, alto e gentile. Sia veramente la nostra Isola un faro che illumina e attrae; irradii da sè uno splendore che sia conforto e promessa ai derelitti del mondo!„

Chi applaudì, chi mormorò, chi tentennò il capo dubbioso; ma a far prevalere l'opinione del Poeta potè, più della sua parola eloquente, l'osservazione semplice e bonaria d'un umile cittadino: “E con che mezzi li respingeremmo, gli stranieri?„

Quest'era la verità. I miti e patriarcali abitanti, alieni dalle risse e dal sangue, non sarebbero stati in grado, neppur volendo, di custodire l'integrità della loro Isola. Se parte degl'immigranti arrivavano alla spicciolata su leggieri navigli, altri vi giungevano in massa, col sorriso sul labbro ma con la spada al fianco, come offrenti a scelta la pace o la guerra.

E fu pace. I coloni giuravano ubbidienza alle leggi, rispetto alle donne, partecipazione ai tributi; avendone in cambio dono di terreni da coltivare o da fabbricarvi e libertà piena di esercitare le loro industrie e di adorare Iddio a loro modo. Senonchè, la pace ufficiale non impediva le contese private, che, un tempo sì rare nell'Isola, divenivano a mano a mano più frequenti ed acerbe. Ma quantunque un selvaggio furore armasse le destre (che gli stranieri avevano appreso l'uso dell'armi anche agl'indigeni) e le punte affilate cercassero i cuori, nessun colpo riusciva mortale. Il sangue si stagnava, le piaghe rimarginavano; gli avversari, stupiti di vivere, si separavano con occhi lampeggianti d'un odio infinito come l'eternità. Ogni tanto accadeva una cosa tragica. Con un tacito accordo, due nemici irreconciliabili staccavano in silenzio una barca dal lido, e a forza di remi e di vele si spingevano lontano nel mare, oltre la zona privilegiata.... Talora ritornava uno solo dei due; talora non ritornava nessuno; sballottata dai flutti la barca vuota veniva a investir sulla spiaggia.

III.

Mezzo secolo era trascorso dal giorno memorabile del solenne rendimento di grazie agli Dei, e l'Isola non pareva più quella. La città s'era estesa lungo il lido e sul dorso della collina, altri villaggi s'erano aggiunti agli antichi, e nelle valli appartate e sulle cime solitarie giungeva il fremito della vita. Benchè non vi fosse ormai angolo di terra, per quanto sterile e ingrata, che non sentisse l'aratro, e i pescatori, sfidando il pericolo, solcassero una larga tratta di mare, l'agricoltura e la pesca non erano più l'uniche fonti da cui la popolazione traesse il sostentamento. La necessità aveva aguzzato gli ingegni e fatto fiorire l'industrie e i commerci; la materia prima si trasformava in cento opifici; da cento cantieri uscivano navi superbe che alimentavan gli scambi; e, come se non bastasse il lavoro alla luce del sole, uomini, donne, fanciulli, armati di picconi, scendevano nelle misteriose profondità della terra per strapparne i tesori.

Pur l'Isola aveva perduto la sua poesia e la sua gentilezza; le native virtù della popolazione erano scomparse con lo sparir della morte; ogni vincolo era allentato; ogni affetto illanguidito; perfino l'amor materno, libero dall'ansie che lo fanno trepidar sulle cune, era diventato arido e freddo.

E leggi e costumi avevano subito un'alterazione profonda, poichè l'accumularsi delle generazioni non permetteva di lasciar sussistere gli antichi rapporti giuridici e modificava radicalmente tutti i criteri morali.

Così, non venendo la morte a sciogliere la dipendenza dei figli dai genitori, era, a una certa età, imposta l'abdicazione di questi in favore di quelli; cedevano la potestà, cedevano gli averi, restavano, ospiti tollerati, nella famiglia.

Pei matrimoni s'era ricorso a un altro espediente, e visto che la prospettiva di stare insieme sino alla fine del mondo metteva una grande inquietudine in corpo a mogli e a mariti, il patto nuziale aveva assunto carattere temporaneo; le unioni si contraevano per un quarto di secolo, salvo a rinnovarle di mutuo accordo, come le Società anonime. Purtroppo nemmen ciò bastava ad appagare le impazienze penetrate nel sangue, e là ove un giorno era sacro il rispetto del talamo succedevano scandali a scandali. Anche la più bella coppia dell'Isola s'era divisa dopo vent'anni; la splendida Risorta, nel pieno fulgore della sua giovinezza, aveva abbandonato il declinante Poeta. Ed egli, ferito nel suo amore, deluso ne' suoi ideali, viveva ormai solo e sdegnoso sulla vetta erma d'un colle dicendo al cielo e al mare lontano i canti che gli uomini non intendevano più.