Natalìa ed altri racconti

Part 17

Chapter 173,743 wordsPublic domain

— Ah! — pensava il Ministro. — È pur triste la vita! Si è passata insieme la giovinezza ricca di entusiasmi e di fede, affratellati nella più dolce e gaja intimità, seduti sullo stesso banco alla scuola, alla stessa tavola alla trattoria; si è partecipato alle stesse solennità, battendo le palme nel medesimo applauso, alzando le voci nel medesimo grido; ed ecco che, appena il portone universitario si è chiuso l'ultima volta dietro di noi, è come se un turbine c'investa e disperda. Pochi anni bastano a renderci o nemici, o estranei, o, peggio ancora, ignoti gli uni agli altri; ignoti così che il labbro non riesce nemmeno a formare il nome di molti fra i camerati d'un tempo.... E che cosa si sa anche di quelli di cui pur si trovan le traccie?

A questo punto Sua Eccellenza dovette riconoscere ch'egli ne sapeva pochissimo di Varesio, il quale, tranne che del suo matrimonio e della sua vedovanza, non aveva finora detto nulla dei fatti suoi.

E rivolgendoglisi con sollecitudine non ostentata,

— Lasciamo in pace gli altri — disse. — Narrami di te.... Ho sentito le tue disgrazie domestiche, ma pel rimanente come va? Di che ti occupi? Eserciti l'avvocatura?

— Sono inscritto nell'album, ma non esercito. Tutt'al più dò dei consulti gratis ai poveri diavoli che non sarebbero in grado di pagar la specifica.

— Sei ricco dunque.... o almeno agiato?

— Ho una piccola rendita sufficiente ai miei bisogni.... O che c'è?

La carrozza s'era fermata per un intoppo. Varesio sporse la testa fuori del finestrino, e Cervara, istintivamente, fece lo stesso dalla sua parte.

Due o tre giovinotti che uscivano da una bottega di liquorista esclamarono: — Oh, il Ministro!

Cervara si tirò indietro rapidamente, ma già l'esclamazione era stata intesa, e molti curiosi s'avvicinavano alla vettura e s'alzavano in punta di piedi per veder dentro. Non pioveva quasi più; un raggio di sole uscente dai nuvoli metteva una nota allegra sugli ombrelli lucidi e sulle pozze d'acqua della strada.

— Il Ministro in compagnia dell'avvocato Varesio! — disse qualcheduno con accento di meraviglia.

Altri si toccarono rispettosamente il cappello. Un ministro! Non si sa mai.

Sua Eccellenza era sulle spine. — Non si potrebbe prendere una via traversa?

— Credo che qui sia difficile voltarsi — rispose Varesio. E urlò al fiaccheraio: — Si va o non si va?

— Or ora — disse questi più confuso che mai dopo che aveva saputo di portare un'Eccellenza. — Appena quel baroccio là si sarà avanzato di pochi metri passeremo anche noi.... Ecco.... finalmente....

Menò una buona frustata al cavallo e sguisciò tra il baroccio e il marciapiede. Indi, con un coraggio che gli cresceva di mano in mano che andava allontanandosi, diede dei somari e dei tangheri ai barocciai che non s'erano affrettati a lasciargli posto.

Varesio intanto seguiva il suo pensiero. — Vorrei sentire i commenti che fanno quei bellimbusti per averci visti insieme.

— Non lo si sa in paese ch'eravamo condiscepoli?

— Lo saprà forse uno su cento.

Senza voler confessarlo a sè stesso, il Ministro cominciava a trovarsi a disagio. Temeva di aver mancato della circospezione necessaria a un uomo politico, insistendo per far montare Varesio nella sua vettura. In fin dei conti, chi era adesso Varesio? Che gente frequentava? Che posizione aveva?

E cedendo alla sua curiosità inquieta, Cervara ripigliò:

— Sicchè, dopo aver preso parte alla guerra d'indipendenza, non hai più voluto ingerirti nella vita pubblica?

Varesio atteggiò il labbro a un sorrisetto enigmatico.

— Cioè.... cioè.... Sono stato persino candidato alla deputazione.

— Davvero?... Quando?

— Oh.... _in illo tempore_.... Ero.... sono anche adesso del resto.... Presidente della Società dei Reduci, dell'Associazione democratica _Giuseppe Garibaldi,_ della _Dante Alighieri,_ del Circolo _Istria e Trentino_ (che fu poi sciolto dal Governo) e nell'elezioni del 1874 gli avanzati mi contrapposero al deputato governativo uscente.... Fu un bel fiasco.

— Non hai più ritentato la prova?

— No; alle elezioni successive anche il nostro partito si divise in due; la maggioranza appoggiò un candidato che non era nè carne nè pesce e che riuscì....

— Sei radicale, tu, sei intransigente — notò Cervara con un'ilarità forzata.

— Radicale? Intransigente?... Ho le mie idee, sbagliate forse.... le idee che avevo da giovine.... che avevamo tutti allora.... Ah, l'Italia che sognavamo era molto più bella di quella che ci avete data.

Il Ministro allargò le braccia. — I sogni, caro mio, son sempre più belli della realtà.... Guai a esigere troppo!

— Guai anche a contentarsi di troppo poco! — ribattè pronto Varesio. — Ma se ci mettessimo a discutere non la finiremmo più.... Già, secondo i vari Prefetti nella nostra Provincia, io sono una testa esaltata.

— Sei in attrito coi Prefetti? — chiese Cervara. E si agitava sul sedile come persona che ha fatto una cattiva digestione.

— Son loro che s'adombrano peggio dei cavalli — rispose Varesio. — Questo qui meno male, ma i suoi predecessori!... Ce n'era uno che mi mandava a chiamare ogni momento per avvertirmi ch'ero io _responsabile dell'ordine pubblico_.... Stupido!... Nel 1875, quando l'Imperatore d'Austria fu a Venezia, io ebbi il divieto d'andarvi.... Ero guardato a vista.... Una specie di domicilio coatto.... Che miserie!

Parve a Sua Eccellenza che i doveri dell'ufficio gl'imponessero di prender le difese dei funzionari malmenati così.

— Eh, non lo nego, i Prefetti peccano qualche volta per eccesso di zelo.... Ma bisogna mettersi nei loro panni.... Se succedono inconvenienti, son loro i capri espiatorii.... Con questo però sei in buoni termini, mi dicevi....

— Non sono in termini nè buoni nè cattivi.... dicevo soltanto ch'è meno noioso.... In fondo, credo che abbia sul conto mio l'opinione che avevano gli altri.... Interrogalo....

Cervara fece una spallucciata. Importava molto interrogarlo ormai!

Come se gli leggesse nell'anima, Varesio soggiunse:

— Guarda che disgrazie possono capitare a un Ministro del Regno d'Italia!... Di aver nella sua carrozza un individuo ch'è in mala vista delle autorità.... Non le consultate, al Ministero, le informazioni segrete?

— Canzonatore! — disse Cervara, tanto per dir qualche cosa.

— Il curioso si è — seguitò l'altro — che non sono in odore di santità nemmeno presso il mio partito. I giovani mi considerano un oggetto da museo, buono da portare in processione nei giorni di parata, quando si aduna un comizio, quando si appende una corona alla statua di Garibaldi, salvo a rimetterlo in vetrina a cerimonia finita.... Consolati che oggi non ti sei compromesso tu solo; mi son compromesso anch'io; i miei rivali mi accuseranno di aver patteggiato col potere e si serviranno dell'accusa per cercar di prendere il mio posto.... Si accomodino!... Il posto presto o tardi è necessario lasciarlo.... Resta sempre il fatto che sono un _reduce_ autentico, io.... E nelle miserie e nelle bassezze presenti quest'è un gran conforto.

La voce di Varesio s'era animata; i suoi occhi lampeggiavano come se vi si riflettesse d'improvviso la luce dell'epiche pugne a cui egli aveva partecipato.

Il Ministro, nel quale non s'era interamente irrugginita la molla del patriottismo, gli strinse la mano in silenzio. Ma subito dopo, essendo la carrozza sboccata su un ponte, uscì in un _oh_ lungo e giocondo, e disse:

— È il ponte di San Matteo questo?

— Sì.

Non largo ma gonfiato dalla pioggia, il fiume aveva in quel punto un aspetto assai pittoresco. Da una parte le vecchie case diroccate scendevano a piombo nell'acqua, proiettandovi mobili ombre che la corrente pareva voler trascinare con sè; dall'altra la sponda digradava con leggero pendìo, e sul greto ove cresceva tra i sassi qualche tisico arbusto le lavandaie tendevano le funi per asciugarvi i panni bagnati. Tendevano le funi e cantavano, e le loro voci squillanti si mescevano alla voce cupa del fiume che incalzava rapido e inquieto, biancheggiando qua e là d'una spuma sottile come una trina e perdendosi lontano tra i pioppi ed i salici. Il sole, vittorioso, rischiarava la scena.

— Qui nulla è cambiato dai nostri tempi — disse Cervara. E, di nuovo, la gaia visione del passato aveva dissipato le ombre dalla sua fronte.

L'amico sorrise. — Son cambiate le lavandaie.

— Che non ce ne sia neanche una di quelle che ci erano allora?

— Laggiù no. Non lo vedi? Son tutte giovani.

Subito dopo il ponte, Varesio si sporse dal finestrino e chiamò il fiaccheraio.

— Sarebbe la prima strada a destra, ma puoi fermarti qui. — E voltandosi verso il Ministro:

— Ora scendo. È inutile che ti faccia venir più in là.

— Non eravamo intesi che ti avrei accompagnato fino a casa?

— Se pioveva.... Non piove.... E poi se avessi una casa mia, se potessi dirti di salirvi almeno per un minuto, sarebbe un'altra faccenda.... Ma non ho casa, non ho che una camera ammobigliata.... Sono tornato scapolo.... Ferma, fiaccheraio, ferma.

— Sei irremovibile?

— Sì, abbi pazienza.

— Allora chi sa quando ci si rivede, perchè io parto domani e ho impegni per stasera e per domattina.... All'albergo non mi troveresti solo.

— E sarei un pesce fuor d'acqua.... No, no, salutiamoci adesso.

Si baciarono sulle due guancie; indi Varesio saltò giù dal fiacre, fece ancora un cenno d'addio con la mano, e s'allontanò frettoloso.

— Se vieni a Roma.... se t'occorre qualcosa — gli gridò dietro il Ministro. E pensava, egli avvezzo a vivere in mezzo ai sollecitatori: — Non m'ha chiesto nulla. E nemmen io gli ho offerto nulla. Che potevo offrirgli?

— Dove desidera Sua Eccellenza?

Era il cocchiere che, immobile e a capo scoperto davanti allo sportello, attendeva gli ordini.

Cervara si scosse. — Alla _Croce di Savoia._ Per la via più breve.

Quella sera a teatro il commendatore Prefetto, visitando il Ministro nel suo palco, fece una discreta allusione all'incontro di lui con Varesio.

— Siamo stati all'Università insieme — spiegò Sua Eccellenza.

— Oh un onest'uomo — soggiunse il Prefetto. — Un po' esaltato.... Alla testa di tutte le dimostrazioni....

— Proprio io non sapevo niente di tutto ciò — disse Cervara ridendo.

— Me l'immaginavo.... Del resto, lo ripeto, un onest'uomo.

Ma la sera stessa un corrispondente di giornali, compreso dell'alta dignità del suo ufficio, telegrafava a Roma e a Parigi:

_Il Ministro Cervara ebbe oggi intimi colloqui con l'avvocato Varesio, presidente della Società dei reduci e del Circolo Istria e Trentino. La cosa fece molta impressione avvalorando la voce già corsa sulla evoluzione politica del Gabinetto._

Ne venne di conseguenza che, appena giunto alla capitale, Cervara ebbe un'amorevole tiratina d'orecchi dal Presidente del Consiglio.

— Sì, sì, sono bazzecole, e il corrispondente è un asino che vuol darsi importanza.... Ma noi dobbiamo andar coi piedi di piombo.... Son troppi quelli che aspirano a raccogliere la nostra successione.... E, vede, fin che si tratta di prometter ferrovie, decorazioni, sussidi, eccetera, poco male.... Son ferri del mestiere; se si può si mantiene; se no, si ha sempre la scappatoia di dire che gli eventi sono mutati.... L'essenziale è non sbilanciarsi con gli avversari....

Più rude assai fu il collega del Tesoro. — Io ho bisogno che la Rendita aumenti e lei co' suoi _colloqui intimi_ me la fa ribassare.

JOLIE

I.

— Eccomi, — disse il dottore Cadeo, avvicinandosi all'ufficiale sanitario che gli sussurrò qualche parola all'orecchio.

Il dottore fece un segno affermativo col capo e soggiunse a voce bassa ma percettibile: — Anzi è quello che desidero.

Indi riprese il suo posto dietro la poltrona ove Clara Falerno sedeva, col busto alquanto proteso in avanti, con le mani scarne piantate sulle ginocchia a guisa d'artigli, pallida come uno spettro, misteriosa come una sfinge.

Da una settimana Clara Falerno non si moveva da quella camera. Per cinque giorni e cinque notti, senza chiuder mai occhio, senza prender nulla fuor che il necessario per non morire d'inanizione, ell'aveva vegliato la sua piccola e leggiadrissima Olga, malata di difterite; successa poi la catastrofe al mattino del sesto giorno, non c'era stato verso di toglierla di là.

Avevano un bel ripeterle su tutti i toni ch'ella doveva pensare agli altri suoi figliuoli, che doveva pensare al marito lontano, alla madre vecchia; ella replicava con una calma che metteva spavento che gli altri suoi figliuoli stavano bene, erano dalla nonna, giuocavano forse, ridevano, che suo marito e sua madre non avevano bisogno di lei.... Nessuno aveva bisogno di lei, tranne la sua Olga.

E Clara, vietando agli estranei di toccar la piccina, l'aveva col solo aiuto della Silvia, la cameriera, lavata, vestita, adorna come per una festa, composta nella cassa di zinco, con le manine in croce, coi lunghi capelli biondi fluenti sul petto.

Nè il pianto, il pianto che lenisce le angosce supreme, aveva bagnato il suo ciglio, nè un gemito era salito al suo labbro nell'ora terribile dei funerali. Solo la si era vista accostare rapidamente la destra al cuore, come se dentro di lei qualche cosa si fosse spezzata. Mentre la cameriera singhiozzava con la testa appoggiata al muro, ella, la madre, ritta ed immobile, seguiva con lo sguardo la bara portata via di contrabbando nel silenzio pauroso della notte. Passava la bara per le stanze vuote, rischiarate appena qua e là da un mozzicone di candela, impregnate dall'odore acuto delle disinfezioni; scendeva le scale deserte, era caricata in silenzio sulla barca nera, si dileguava nel canale tenebroso. Nessuno era venuto a salutare la fanciulla che partiva per l'ultimo viaggio, nessuna delle compagne di giochi deponeva un fiore sul feretro....

Fin da quando si era saputo che la Olga aveva la difterite, la casa Falerno era stata posta al bando. I conoscenti, gli amici, pur compiangendo sinceramente la bella bambina e la madre che l'adorava, si limitavano a mandare a prender notizie alla porta di strada, ordinando al domestico di non salire. Altri le notizie le facevano chiedere alla signora Pino, la nonna della piccola inferma, e i più solleciti e più curiosi cercavano di parlar con la vecchia signora e di aver da lei maggiori particolari.

Ma nemmen la signora Pino aveva varcato la soglia dei Falerno dopo il primo giorno della malattia. Nel consegnarle i due fratellini dell'Olga, Clara le aveva detto: — Va, va, custodiscili, salvali, e non venir qui, e non passar per questa strada, fin ch'io non ti chiami.

E respingendo brutalmente i bimbi che volevano un bacio: — No, no, — ell'aveva soggiunto. — Con la nonna subito, con la nonna.

Insieme con Clara, oltre a due persone di servizio, non era rimasto che il cognato. Ci era rimasto di malavoglia, per riguardo del mondo, giacchè fra le molte paure del signor Giovanni Falerno, giudice al tribunale civile e correzionale, c'era anche quella dell'opinione pubblica; e l'opinione pubblica l'avrebbe condannato senza pietà, s'egli, che viveva in famiglia, se la fosse svignata proprio in quell'occasione. Però, in ossequio al sequestro fiduciario posto dal Municipio, il signor Giovanni, durante la malattia della nipote, non aveva mai messo piede nelle camere di Clara, e aveva passato il tempo a far suffumigi e lavacri antisettici. Anzi egli esalava un tal puzzo d'acido fenico che una mattina il presidente gli aveva detto: — Caro Falerno, lei appesta il Tribunale. Le accordo io una licenza straordinaria, e se occorrerà le manderò da lavorare a casa.

Morta la bimba, il dottore Cadeo, pensoso più ch'altro dello stato di Clara, era ricorso al degno magistrato come al parente più vicino di cui si potesse disporre.

— Si muova anche lei.... Mi aiuti a scuoter quella povera signora.... Eserciti la sua influenza.... La persuada a coricarsi.

Il giudice aveva sollevato degli scrupoli di legalità.

— Come si fa?... Quelle camere sono ancora sotto sequestro. Se ci vado e poi esco di casa, manco a un impegno morale.... D'altra parte, non posso mica restar prigioniero.... Ho già trascurato troppo l'ufficio.... Senza dire del pericolo.... non per me.... ma per le molte persone con cui mi trovo in contatto.

Il dottore s'era impazientito. — Eh, non tiri fuori questi cavilli.... La responsabilità verso il Municipio l'assumo io.... E, in quanto al rimanente, le prometto di disinfettarla per modo che nessun microbo avrà il coraggio di appiccicarsele addosso.

Messo alle strette, il signor Giovanni aveva finito col lasciarsi rimorchiare, e stando alle calcagna del medico dava qualche capatina da sua cognata. Ma volendo pur sfogarsi con qualcheduno se la prendeva in cuor suo col fratello lontano.

— Quando si abbraccia una carriera che costringe a peregrinazioni continue, si rinunzia al matrimonio. Non è lecito aver moglie e figliuoli per far poi a scaricabarile e gettarne la cura sulle spalle ai parenti.... Perchè, non dico, sarà certo un gran colpo per mio fratello il ricevere allo Zanzibar la notizia della morte della sua bambina; ma intanto _lui_ comanda la sua corvetta, lui vede nuovi paesi, ha mille distrazioni, non compirà il suo giro che fra un anno o due, e al ritorno, dopo tanto tempo, il peggio sarà passato.... Le maggiori tribolazioni le hanno quelli che sono sul posto, e che, via, avrebbero diritto alla loro quiete.... Sicuro, anche Cadeo, povero diavolo, da sette giorni trascura la sua clientela per esser qui a tutte le ore.... Ma Cadeo è medico e tra gli uffici della sua professione c'è pur quello di sacrificarsi in casi eccezionali.... E poi i medici hanno l'abitudine di vivere in mezzo alle disgrazie; hanno l'autorità, hanno il linguaggio adattato alle circostanze.... bellissime cose ch'io non ho.... nemmeno con mia cognata.

E, invero, Clara Falerno, donna di spirito, moglie d'un uomo pieno di fuoco, d'energia, di coraggio, non aveva mai mostrato un'eccessiva deferenza pel cognato pusillanime ed egoista, nè s'era mai rivolta a lui per consiglio, durante le frequenti assenze di suo marito. Piuttosto, alquanto sarcastica per sua natura, ella si divertiva spesso a farlo bersaglio de' suoi motti pungenti.

Ora Clara non badava nè a lui, nè a Cadeo. Di fronte alle loro esortazioni e alle loro preghiere, ella s'irrigidiva in una resistenza che solo la forza brutale avrebbe potuto vincere; e il medico prudente esitava ad usare la forza.

— Verrò da me.... più tardi, — ella diceva aggrappandosi stretta ai bracciali della poltrona e parlando di preferenza al dottore. — Lo so, non c'è più niente, non posso far niente, ma mi trovo bene qui.... E prendo anche di tratto in tratto una tazza di brodo.... Domandi alla Silvia, dottore.... Non abbia paura ch'io mi ammali.

E sul volto emaciato appariva l'ombra d'un sorriso. Ah, che male faceva quel sorriso a vederlo!

Il giudice tirava Cadeo per la falda del vestito.

— Ha inteso? Dice che verrà da sè. È meglio aver pazienza ed andarsene.... Non si fa che inasprirla.

Ma Clara non aveva mantenuto la sua promessa, e poche ore dopo il funerale, il medico era tornato alla carica.

— Senta, signora Clara, presto capiteranno quelli dell'uffizio d'igiene.... Sa.... Nei casi di malattie contagiose, gli oggetti, le masserizie che hanno appartenuto alle persone colpite dal morbo devono esser disinfettati o distrutti.... Bisognerà sgombrare questa camera....

— E perchè non potranno incominciare in presenza mia? — interruppe Clara.

— Come? — esclamò Cadeo. — Strapperanno le tende, porteranno via i mobili, ed ella vorrebbe esser presente?

Ella alzò la faccia sparuta e disse lenta e grave, sottolineando ogni parola:

— Iersera hanno portato via qualche cosa di più prezioso dei mobili, e io ero presente, e sono stata forte.

— Tanto forte.... troppo forte, — ribattè il dottore. — Non la voglio così.... Voglio vederla piangere.

Con una logica inesorabile, Clara rispose:

— Se non piango in questa camera...!

E le sue pupille vitree guardavano intente il lettino vuoto.

Ma la frase ch'ell'aveva pronunciata fu pel medico come un raggio improvviso di luce. _Se non piango in questa camera!_ Ella stessa invocava dunque le lacrime e sentiva che fuori di là, le sarebbe stato ancor più difficile spargerne! Ed egli (oh, il fine psicologo!) egli che una crisi di lacrime reputava necessaria, indispensabile alla ragione, alla vita della sua cliente, egli insisteva per allontanarla!

II.

Autorizzato dalle parole del dottore, l'ufficiale sanitario sollevò la pesante portiera di drappo, dietro alla quale, in un angolo della stanza, erano raccolti i giocattoli della bambina.

Clara trasalì; le sue dita ceree, affilate parvero affondarsi nelle carni attraverso la stoffa del vestito.

Cadeo rimase impassibile. Ma il signor Giovanni ch'era in fondo alla camera, sgattaiolò silenziosamente. O perchè lo avevano chiamato? Che ci faceva lì? A lui certe cose stringevano il cuore.

Uno dopo l'altro, con un'ostentazione crudele i giocattoli passavano dalle mani dell'ufficiale sanitario in quelle d'un inserviente che li riponeva in un sacco di tela incatramata. A Clara nulla sfuggiva.

Ecco il cerchio che l'Olga (erano appena otto giorni dall'ultima volta) si divertiva a far correre lungo i viali del Giardino Pubblico. Correva il cerchio saltellando sulla ghiaia minuta, e la fanciulla, più vaga e leggera d'una farfalla, correva e saltellava con esso. La seguiva a breve distanza la madre, e la gente guardava con simpatia quella madre ancor giovine e bella, quella bimba vispa, fresca e gentile....

Ecco la palla di gomma che co' suoi sbalzi capricciosi aveva rovesciato tanti ninnoli, rotto tanti vetri, colpito o sfiorato tante teste, provocato tante lotte incruenti fra l'Olga e i fratelli minori.... Da qualche tempo però la palla era scema dell'antica baldanza, non brillava de' suoi colori vivaci, non aveva la sua irrequietezza febbrile e nervosa; e Olga sollecitava sempre la mamma a comprargliene una di nuova. — Te la comprerò, caro tesoro.

Ecco la linda cucinetta, ecco i piattini di stagno ove Olga apparecchiava e serviva i pasti frugali a _Jolie...._ poca farina impastata con l'acqua....

Ed ecco _Jolie...._

Un lieve fremito scosse le membra di Clara allorch'ella vide _Jolie;_ le sue palpebre vibrarono, i suoi denti stridettero.

Le pareva ieri. Suo marito doveva partir la sera per Roma affine di conferire col Ministro prima d'imbarcarsi alla Spezia. Ella era uscita con lui e con l'Olga. Erano entrati in una bottega di giocattoli, avevano preso una scatola di cubi per Mario, una mezza dozzina di soldatini infrangibili per Giorgetto che mostrava istinti belligeri; all'Olga avevano lasciato scegliere una bambola di suo gusto. Ed ella, fra varie, aveva scelto questa, e l'aveva battezzata subito per _Jolie_, ch'era il nome d'un'altra già posseduta da lei e finita tragicamente nell'autunno, in campagna, sotto le ruote d'un carro. Co' suoi capelli di stoppa, il suo nasino schiacciato, il suo sorriso stupido, la nuova _Jolie_ non era il tipo della bellezza greca; pur non mancava di pregi; poteva star ritta, seduta, in ginocchio, moveva gli occhi, diceva, premendole una molla nel ventre, _mamma_ e _papà;_ inspirava insomma quella fiducia che sogliono inspirar le persone sane di corpo e sane anche, se non raffinate, intellettualmente.

— La terrai con cura? La conserverai sin ch'io torni? — aveva chiesto il babbo all'Olga.

E l'Olga aveva promesso di sì.

A Clara, che rammentava la vita breve delle puppattole precedenti, la promessa era sembrata assai temeraria; pure era un fatto che, in otto mesi _Jolie_ non aveva sofferto troppe avarie. Una piccola echimosi alla testa per una caduta accidentale, una slogatura ad un braccio, una paralisi all'articolazione d'una gamba, una frattura interna che rendeva tardo e difficile il funzionamento della molla, quest'era tutto. _Jolie_ non si reggeva più nè in piedi, nè seduta, nè in ginocchio, _Jolie_ non moveva più gli occhi, non diceva più che in modo confuso _mamma_ e _papà;_ ma del resto _Jolie_ godeva buona salute e manteneva inalterato il sorriso ch'è indizio d'umore sereno e pacifico.