Natalìa ed altri racconti

Part 16

Chapter 163,585 wordsPublic domain

— Delle scatole di pillole, delle cartoline di polveri son presto distrutte.... Ma quella roba voluminosa....

— Vendetela quella roba.... o regalatela.

— Oh sì.... Sarebbe il modo di svegliare i sospetti.

— Chiudete il pozzo allora.

— E per gli usi domestici?

— C'è tanta acqua in paese.

— No, don Prospero, le giuro che d'ora in poi starò in guardia. M'imponga che penitenza crede, ma mi assolva per oggi.... Vedrà, vedrà.

Don Prospero si lasciava commovere, imponeva la penitenza e rimandava assolto il peccatore.

Una volta però egli fu irremovibile. _Il Mago_ aveva avuto l'impudenza di proporgli una specie di compromesso. Avrebbe limitate le sue manipolazioni a certe acque, astenendosi scrupolosamente dal toccar le altre.... quelle di San Pellegrino, per esempio.

L'onesto sacerdote scattò. — Ma questo è un ricatto. E avete il coraggio di tenermi un discorso di questa specie, in confessione? Profanatore! Via, via subito.

E poichè il signor Saverio s'indugiava, biascicava delle scuse, don Prospero lo piantò in asso.

La lezione servì, e successe un periodo nel quale il nostro farmacista non sgarrò d'un punto.

— Nessuna miscela, nessuna sofisticazione? — chiedeva il parroco.

— Nessuna.

— Proprio?

— Che il Signore mi punisca qui all'istante se dico una bugia.

— Bravo, amico mio. Perseverate.

Ma una mattina, dopo che nella settimana c'erano stati due funerali in paese, Dorini si presentò turbatissimo al suo confessore. — Caro don Prospero, io ho una gran paura che volendo far il bene noi facciamo il male.

— Cosa c'è? Che fisime son queste? Spiegatevi.

— Ha visto di quei poveri Giorgetti e Silanda?

— Son morti, pur troppo.... Me ne dispiace perch'erano due buoni diavoli, due padri di famiglia.... Meno male che avevano qualche po' di terra e i figliuoli non restan nella miseria.... Insomma, _pulvis sumus_.

— Ebbene, avevano l'identica malattia e son stati curati con gl'identici rimedi, arsenico e noce vomica, che quattr'anni fa si son somministrati al gastaldo del conte Ferro e a Gigi Bonai, il maniscalco, i quali son guariti tutti e due e adesso stanno meglio di noi.

— Oh bella, si sa, con la stessa malattia, con la stessa cura chi guarisce e chi no.

— Sissignore; però, quattr'anni fa, quei veleni, perchè sono veleni, uscivano in ben altra forma dalla mia farmacia. Un bambino avrebbe potuto prenderne qualunque dose senz'accorgersene. Ora sono genuini, e ammazzano.

— Ammazzano, ammazzano? I medici sapranno il loro mestiere.

— Sarà: per me son convinto che s'io non cambiavo sistema quei due disgraziati campavano.

— Che vorreste concludere?

— Niente. Lei fa il suo dovere a ordinarmi quello che mi ordina, io faccio il mio a ubbidirle. Ma roviniamo il paese. Anche iersera, in farmacia, il segretario Geronimi e il dottor Cianchi dicevano che la salute pubblica è peggiorata, che i forestieri cominciano ad essere in sospetto e che da due autunni si notano delle diserzioni.

V.

Don Prospero rimase con questa spina nel cuore. Gli pareva assurdo, gli pareva immorale il pensare che la maggior lealtà d'un farmacista dovesse aver per effetto un peggioramento nella salute pubblica; tuttavia, se in qualche punto Dorini avesse ragione, se l'abuso dei rimedi fosse fatale e se il render innocui questi rimedi fosse un correttivo della mala tendenza dei medici a esagerare nelle ricette? Un gran problema. A ogni modo, poteva egli permettere, tollerare le frodi? Al penitente che si accusava d'ingannare la propria clientela poteva egli dire — Continuate? — Poteva cader nell'agguato che forse Dorini gli tendeva, e, con le sue compiacenze, legittimar dei guadagni illeciti?

E il guaio si era che quel furbo del _Mago_ non si lasciava sfuggir una sillaba sull'argomento fuori di confessione, e imponeva quindi a don Prospero il più scrupoloso segreto, sotto pena di sacrilegio.

Si tirava avanti così. Con l'usata regolarità Saverio Dorini veniva a fare il suo atto di contrizione ed era rimandato ora assolto ora no, perchè se il farmacista aveva abbandonato le falsificazioni su larga scala, ricascava ogni tanto nelle piccole. Comunque sia, egli accettava con mansuetudine le penitenze che gli erano inflitte, ma di tratto in tratto tornava volentieri sulla sua teoria di medicinali _semplificati,_ e citava casi, anche recenti, di malati gravi ch'eran guariti prendendo poco più che dell'acqua fresca o della farina schietta mentre credevano di prendere o l'antipirina, o il calomelano, o l'aconito, o qualche pasticcio simile.

Un giorno don Prospero commise un'insigne debolezza.

— Sentite un po', caro Saverio. Con quelle che chiamate semplificazioni voi otterrete una gran riduzione sul costo....

— Oh Dio, non dico di no.

— E vendete ai prezzi degli altri?

— È necessario, per non rovinare il mestiere.

— Ecco, se tutto quello che risparmiate, fino all'ultimo soldo, lo deste ai poveri, chi sa ch'io non fossi più corrivo?

Ma Dorini protestò. Del danaro in carità ne spendeva già molto; non poteva esporsi al rischio di passare per dissipatore e di perdere il credito di cui ogni industriale ha bisogno.

Il rifiuto del farmacista fu una fortuna per don Prospero che s'era accorto immediatamente di aver messo il piede in fallo e sarebbe stato in un bell'impiccio se _il Mago_ avesse accondisceso a stringere il contratto. Anzi, riflettendoci, egli temette d'esser caduto in peccato mortale pel solo fatto della proposta.

E a pranzo non toccò quasi cibo, tanto aveva la coscienza angustiata.

La serva Cesira, che da un pezzo lo vedeva così diverso da quello d'un tempo, uscì allora in queste gravi parole:

— Lo so io che cosa c'è di guasto in paese.

— Eh? — fece il parroco.

— C'è il diavolo, — affermò la donna con serietà imperturbabile.

Don Prospero trasalì. Era figlio di contadini, e nonostante il suo naturale buon senso non era mai riuscito a liberarsi interamente dai pregiudizi ereditari.

Pur volle fare il disinvolto. — Sciocchezze!

— C'è il diavolo, — ripetè la serva. — E son parecchi anni che c'è.

— Finiamola! — disse don Prospero nella vaga apprensione di sentir accusar il suo penitente Dorini. E soggiunse ironico: — Son parecchi anni che c'è, e aspettate adesso ad avvisarmene?

Con l'ostinazione delle sue pari, la femmina riprese: — Finchè _il Mago_ se lo teneva con sè la notte, fin che lavoravano insieme, non dava disturbo a nessuno, e forse la farmacia andava meglio. Ora _il Mago_ è rientrato in grazia di Dio e quello si sbizzarrisce a spese dei cristiani.

Il parroco era in preda a un indistinto malessere. _Quello?_ chi era _quello?_ Chi era il misterioso collaboratore di Dorini?

— Alle corte, spiegatevi. Chi è questo signor diavolo?

— Come non se lo immagina? È il gatto Masaniello che anche questa notte è venuto nel nostro orto a rubare una gallina.

Don Prospero avrebbe voluto ridere, ma non poteva. Senza dubbio erano minchionerie; nondimeno egli si ricordava di certe storie udite nell'infanzia, secondo le quali il demonio non isdegnava di vestir la forma di qualche animale domestico per sorprendere la buona fede delle famiglie.

— Provi a esorcizzarlo, — suggerì la Cesira.

— Un gatto?

La serva si meravigliò dell'obbiezione. Nel suo villaggio, da bimba, ell'aveva visto esorcizzare una capra.

— Basta, — disse don Prospero, alzandosi in piedi. — Tronchiamo questo discorso. — La Cesira uscì proferendo minaccie incomprensibili.

Dopo una notte insonne, don Prospero prese una risoluzione energica e partì all'alba pel capoluogo ove chiese ed ottenne un'udienza dal vescovo della diocesi. Allorchè, ventiquattr'ore più tardi, egli rientrava in canonica meditando su gli aurei consigli del venerabile prelato, gli si affacciò sulla soglia la Cesira, nell'atteggiamento di Giuditta reduce dal campo nemico. Anch'ella aveva ucciso il suo Oloferne, e ne teneva la spoglia esanime, sospesa.... per la coda.

— Masaniello! — esclamò il parroco.

— Gli ho teso un laccio e l'ho strozzato, — disse la donna con magniloquente brevità.

Indi, gettando la fredda salma lungi da sè, fornì ulteriori schiarimenti. — Voleva mordermi, ma io con un segno di croce e una tiratina di spago l'ho ridotto all'impotenza.... E son più convinta che mai ch'era il diavolo.... Vedrà, vedrà se adesso tutto quanto non si rimette a posto.

La Cesira era così sfolgorante d'orgoglio per l'azione eroica compiuta (aveva strozzato il diavolo, nientemeno!), si mostrava così sicura dei risultati finali della sua magnanima impresa che don Prospero rimase senza parola. Non osò nè lodarla nè rimproverarla; le invidiò la sua fede; si sforzò di credere che l'eccidio del gatto Masaniello, bestia scontrosa e antipatica, potesse, secondo la frase della serva, rimetter _tutto quanto a posto_. Monsignor vescovo, forbito oratore, gli aveva ben detto, pur dianzi, che le vie della Provvidenza sono imperscrutabili.

Ma la Cesira, che non comprendeva il riserbo del suo padrone, raccolse da terra la sua vittima e si ritirò sdegnosamente in cucina, borbottando: — Oh, gli uomini!

NELLE VACANZE DI SUA ECCELLENZA

Sua Eccellenza l'onorevole Tito Cervara, sfuggendo per miracolo alla vigilanza dei subalterni ossequiosi, degli amici zelanti, dei sollecitatori molesti, s'era fatto condurre in vettura chiusa di piazza al principio del viale d'ippocastani, fuori d'una delle porte della cittadina universitaria ove trent'anni addietro egli aveva compito i suoi studi e ove adesso era andato a passare i due ultimi giorni delle sue vacanze ministeriali. Vacanze così per dire, giacchè in meno di tre settimane Sua Eccellenza aveva dovuto pronunziare un paio di discorsi politici, assistere a sette banchetti e rispondere ad altrettanti brindisi, accordare ventiquattro colloqui, intervenire a sei cerimonie inaugurali, accettare dieci presidenze onorarie, promettere duecentocinquanta chilometri di ferrovia, trenta croci di cavaliere, nove ufficialati e cinque commende. Forse il pensiero di questi impegni assunti troppo leggermente gli toglieva di gustare, com'egli aveva sperato, la passeggiata solitaria lungo il bel viale pieno per lui di tanti ricordi della giovinezza.

Quante volte, nelle limpide mattine d'estate, all'avvicinarsi degli esami, egli era venuto qui insieme con uno o due condiscepoli a ripassare i suoi quaderni; quante volte c'era tornato al crepuscolo in compagnia degli amici ilari e rumorosi, cantando gaie canzoni, recitando poesie, disturbando colle grida e col chiasso i pacifici borghesi usciti a prendere il fresco a piedi o in carrozza! E anche nella quiete silenziosa delle sere senza luna egli aveva sovente percorso quel viale a fianco di qualche facile bellezza che nè chiedeva nè offriva perennità d'affetto, ma in quello sbocciar della vita lo attirava col fascino e con le insidie dell'eterno femminino.

Erano passati trent'anni da allora; gl'ippocastani erano sempre gli stessi; trent'autunni li avevano sfrondati, trenta primavere li avevano rivestiti di nuove foglie senza scemar vigore alla loro robusta vecchiezza; ma quelli che trent'anni addietro s'eran riposati alla loro ombra, avevano inciso le proprie iniziali sul loro tronco, avevano raccolto il frutto selvatico caduto dai loro rami, dov'erano adesso?.. L'antico studente diventato ministro poteva ben ripetere col personaggio della _Sonnambula_

Cari luoghi, io vi trovai, Ma quei dì non trovo più.

Due carri di fieno tirati da buoi procedevano lentamente verso la città; in senso opposto venivano una timonella e due biciclette, una delle quali, non avendo altra strada libera, invase il sentiero dei pedoni e rasentò le gambe di Sua Eccellenza, che piegò istintivamente a sinistra, verso una panca di pietra ove stava seduto un uomo di età matura con un giornale in mano. L'uomo, d'aspetto civile, indossava un vestito di lana color pepe e sale, aveva un cappello a cencio sotto cui spuntavano i riccioli d'una chioma brizzolata, e teneva stretto fra le ginocchia un ombrellone blù, da parroco di campagna. Al movimento fatto da Cervara per scansarsi dalla bicicletta, egli alzò gli occhi, si turbò, e, come seccato dell'incontro, tornò a sprofondarsi nel suo giornale.

Ma anche gli occhi del Ministro s'eran fissati sul lettore solitario, ne avevano in un lampo scrutato la fisonomia e correndo a ritroso del tempo avevano rievocato l'immagine d'un giovine di ventidue o ventitrè anni, bello della persona, mediocre d'ingegno, gentile d'animo, ardito, entusiasta, un misto di poeta e di sognatore.

E dalla bocca, quasi inconsapevole, di Sua Eccellenza uscì un nome: — Varesio!

Ecco, quantunque gl'intrighi della politica, la caccia agli onori, l'abitudine del potere non avessero interamente guastato il cuore a Tito Cervara, è da scommettere che, in condizioni ordinarie, egli, pure imbattendosi in Varesio, non avrebbe fatto un passo verso il vecchio camerata, il quale mostrava in modo manifesto di voler schivarlo. Sarebbe accaduto a lui quello che, pur troppo, accade in generale a noi tutti, allorchè queste larve d'un passato remoto sorgono d'improvviso in mezzo alla nostra vita febbrile e spesso affaccendata in minuzie. Pensando alla seduta ove siamo attesi, al caffè che siamo avvezzi a sorseggiare, alla visita che ci siamo impegnati a fare in quell'ora, noi siamo lieti se ci riesce di sgattaiolar via inavvertiti, o di cavarcela con un cenno del capo o un _buon dì_ frettoloso.

Ma Sua Eccellenza era in speciali disposizioni d'animo; il suo camerata gli appariva in un momento nel quale tutto l'esser suo era attirato da una forza irresistibile verso la giovinezza, verso gli anni di bagordi e di studi, e nella sua bella voce baritonale c'era un calore comunicativo quand'egli si fermò sui due piedi e ripetè il nome pronunziato pur dianzi: — Varesio!

Poichè ormai non c'era più scampo, costui si levò da sedere, rosso, confuso e si portò la mano al cappello.

— Bando alle cerimonie, — disse Cervara arrestandogli il braccio. — Mi riconosci?

— Sfido io a non conoscere il signor Ministro, — balbettò Varesio.

— Per amor del cielo, lascia stare il _signore_ e il _Ministro_. Qui non sono che Cervara, Tito Cervara, il tuo condiscepolo d'Università.... Via, dammi un bacio.

L'altro, sebben riluttante, cedette; quindi, abbozzato un sorriso, esclamò: — Quanti anni!

— È meglio non contarli.

Però Varesio fece un calcolo mentale e soggiunse: — Sicuro, dacchè abbiamo preso la laurea insieme ne son corsi trenta.

— Ci siamo visti ancora.

— Sì, a Milano dopo la guerra.

— Indossavi la camicia rossa, avevi combattuto valorosamente, e come t'ho invidiato in quei giorni, io ch'ero dovuto rimanere a casa!... Circostanze....

— È sempre un quarto di secolo che non ci si vede, o almeno che non ci si parla, — osservò Varesio.

— Giuro ch'io non t'ho visto.

— È naturale; gli uomini illustri non vedono gli uomini oscuri, ma questi possono veder quelli.

— Smetti l'ironia. Perchè non mi hai cercato?

— Scusa, — replicò Varesio, — in ogni caso eri tu che dovevi cercar me.

Cervara fece un gesto di meraviglia. Non era abituato a sentirsi parlare con tanta libertà.

— S'intende, — continuò l'amico. — Tu fosti presto un personaggio d'alto affare; cercandoti, avrei fatto credere che volevo implorar grazie e favori.

— Sempre orgoglioso, — notò il Ministro. — Ciò non toglie che tu abbia ragione; dovevo cercarti io.... Cosa vuoi? Non è che non si ricordi; gli è che noi uomini politici siamo trascinati in una baraonda. A ogni modo, ti dò la mia parola d'onore ch'io ignoravo che tu fossi stabilito qui.... Da studente avevi la tua cameretta, come me, e nelle vacanze andavi in famiglia.

— Sì, — rispose Varesio, — andavo in campagna.... a una trentina di chilometri.... Siamo rustica progenie.... Quando son rimasto solo, ho venduto quel po' di terra che avevo e mi son fatto cittadino.

— Sei solo?

— Solo.

— Non hai preso moglie?

— Son vedovo.

— Da un pezzo?

— Da quindici anni.

— Oh poveretto!... E figliuoli?

— Ne avevo due, e son morti bambini.

Varesio scosse la testa e disse al Ministro che lo commiserava: — Vedi bene, non vivo, sopravvivo.... Basta.... E tu sei sempre scapolo?

— Sì, e me ne pento.

— Avresti tempo ancora.

— Ah nemmen per idea.... È troppo tardi.

— Non c'è dubbio, se si trattasse di sposare una giovinetta, — principiò Varesio. Ma s'interruppe per guardar in alto; stette pochi secondi col braccio teso, col dorso della mano vôlto all'insù, e soggiunse: — Piove.... Non hai ombrello?

— Io no.

— Vieni sotto il mio.... Alla barriera troverai un fiacre.

— Ma io ce l'ho il fiacre.... L'ho lasciato appunto laggiù, alla barriera.

— Hai un fiacre come un semplice borghese?

— Sì, e grazie al cielo il cocchiere non mi ha conosciuto.

— Allora t'accompagno fin là.

Varesio aperse un ombrellone grande così da poter riparare un'intera famiglia, e disse con una risata che pareva l'eco di giorni lontani:

— Questo baldacchino non s'immaginava di dover protegger dall'acqua un Ministro del Regno d'Italia.

— Ma neppur noi, — riprese Cervara, — ci immaginavamo venti minuti fa di trovarci qui, proprio qui, ove si veniva la mattina con le litografie del diritto romano e la sera con le crestaie della città.

S'avviarono a braccetto, sotto la pioggia, ravvicinati un istante da quella visione del passato che colmava l'abisso ond'erano divisi i loro destini.

Infervorato a discorrere, il Ministro non si accorgeva nè dell'avanzarsi d'una vettura sullo stradone, nè dei segni che gli faceva il cocchiere.

Se ne accorse Varesio e ne avvertì il compagno: — Bada, fa dei segni a te.

— Chi?

— Quel fiaccheraio.... È il tuo?

— È vero, è il mio. Gli avevo ordinato d'aspettarmi.

Il legno si fermò, e il cocchiere, scendendo da cassetta disse a Cervara che, vista la pioggia, aveva creduto opportuno di venirgli incontro.

— Avete fatto bene, — disse Sua Eccellenza. E rivoltosi a Varesio: — Ora t'offro io l'ospitalità nella mia vettura. Dove vai?

— Non vado. Resto.

— Con questo diluvio?

— Sotto gli alberi si è sempre riparati a bastanza.... E poi è un acquazzone che passa.... Quando sarà cessato, andrò a casa.

— Insomma, t'accompagno io a casa. Dà il tuo indirizzo.... su, su.

Ma Varesio si schermiva ancora. — Sto al capo opposto della città.

— Ragione di più, — ribattè il Ministro. E con amichevole violenza forzò Varesio a montare.

Il vetturale fece un gesto per chiedere: Dove? Sua Eccellenza accennò a Varesio.

— Domandate al signore.

L'interrogato si decise a indicare il nome di una strada, scusandosi che fosse proprio agli antipodi.

— Gran che! — esclamò il Ministro. — Non siamo nè a Londra, nè a Parigi. — Il cocchiere montò in serpe e sferzò il cavallo.

Alla barriera vi fu una sosta. Una guardia daziaria si accostò allo sportello. — Niente di da....?

Ma non finì la parola, tale fu lo sgomento che lo colse trovandosi faccia a faccia con Sua Eccellenza.

Ritto sotto la pioggia, con la mano destra al berrétto in atto di saluto militare: — Avanti, avanti, — disse al fiaccheraio. E nello stesso tempo gli slanciava un'occhiata fulminea. O non poteva avvisarlo, quell'imbecille?

— Addio incognito, — notò, scherzando, Varesio.

Indispettito, il Ministro si rincantucciò nell'angolo del fiacre.

Ma lì veniva a cercarlo, attraverso il vetro circolare del finestrino centrale, lo sguardo inquieto del cocchiere che non aveva ancora capito qual personaggio avesse in carrozza. Era, sia detto a sua scusa, un vecchio misantropo che si mescolava poco ai suoi colleghi, e non frequentava le bettole e non leggeva i giornali.

— E ora questo balordo che si volta ogni momento ci farà ribaltare, — borbottò Cervara.

— Speriamo di no.

— Speriamolo, — ripetè laconicamente il Ministro. E riprese: — Ah, se non dovessi partir domani per Roma vorrei che andassimo un giorno insieme in tutti quei posti ove andavamo da studenti, al Caffè _Narciso_, per esempio. C'è sempre?

— Ha cambiato nome. È Caffè _Caprera_.

— Ecco perchè non mi raccapezzavo. E l'osteria _Al doppio litro_, fuori di Porta Merlata, c'è?

— C'è.

— Continua ad attirar gli studenti?

— Meno d'una volta, ma ci vanno.

— Ti ricordi delle cene che si facevano in compagnia allegra? Ti ricordi che tavolate? Pagherei tanto a sapere come han finito quei commensali, maschi e femmine.... Tu li hai presenti tutti?

— Non tutti. Parecchi.

— Racconta, racconta.

— Alcuni son morti. Francini a Bezzecca, nel 66....

— Sì, poveretto.... Che bel giovine era!

— E buono. Anche Degalli e Rispolo e Marcucci....

— Aspetta. Degalli era un piccolo, biondo?...

— Appunto.

— Aveva il padre magistrato?

— Sì.... Era entrato nella magistratura anche lui, e morì pretore in Sardegna.... Roba vecchia ormai!

— E gli altri due che hai nominato? Rispolo e Marcucci, mi pare.... È curioso, non riesco a farmeli venire in mente.

— Come? Nemmeno Rispolo, il nostro baritono, che ci assordava con quel suo: _Sì vendetta, tremenda vendetta?_

— Ah, quello era?... Quello con due grandi baffi che molti di noi gl'invidiavano? L'immagine della salute e della forza?... Morto?

— Dopo aver fatto cento mestieri: il cantante, l'impiegato, l'agente teatrale, il faccendiere.... Anzi, in seguito ad affari un po' loschi, era dovuto emigrare agli Stati Uniti, ove lasciò la pelle in uno scontro ferroviario, tre o quattr'anni or sono.

— Che fine tragica!... E Marcucci, chi era Marcucci?

— Un romantico magro, allampanato, che quando aveva bevuto un bicchiere di troppo piangeva a calde lacrime, e parlava in francese, e voleva abbracciar tutti.... Non diventava una fiera che se gli toccavano la sua Luisa.... A proposito, la Luisa era una delle ragazze che qualche volta venivano a cena con noi.... Era molto bellina; alta, snella, coi riccioli bruni.... Lavorava di guanti, pel negozio Gragno, sotto i portici.

— Sì, sì.... Ne ho una reminiscenza confusa....

— Ebbene; Marcucci, non riuscendo a liberarsene, la sposò.... Poi si son divisi, si son riuniti, si son tornati a dividere, e finalmente son morti a due mesi d'intervallo.

— Dio, che cimitero! — interruppe Cervara. — Passiamo ai vivi.

— Oh, — ripigliò Varesio, — non credere che ci sia molto da dire.... Intanto, da te in fuori, nessuno è salito in auge.

— Per carità, tira via.... Son di quei gusti che si pagano salati.

Varesio continuò. — Staglieno e Vischi fanno gli avvocati a Milano, Ludovisio è sostituto procuratore generale in Romagna.

— Passerà presto in cassazione, — notò il Ministro. — Credo che il decreto sia già sottoposto alla firma di Sua Maestà.

— Ecco che sul conto di questo sei più informato di me, — osservò l'amico. — E Fedrighi che tempesta mezzo mondo con domande di sussidi, è impossibile che non t'abbia mai preso di mira.

— Figurati. Ricevevo una sua lettera ogni quindici giorni. A Roma un anno fa ho dovuto metterlo alla porta. Egli se ne vendicò con un libello inserito in una gazzettaccia di provincia.... Quel Fedrighi chi avrebbe creduto che fosse disceso così basso?... Se c'era uno a cui fosse lecito pronosticare un avvenire brillante, era lui.... Aveva una facoltà d'assimilazione maravigliosa.

— Sono i suoi vizi che l'hanno ridotto a quel punto.

Varesio menzionò altri condiscepoli che a lui pure erano sfuggiti di vista e dei quali ignorava che cosa facessero e dove fossero. Ma dietro a questi s'agitava, assai più numerosa, nella memoria sua e in quella di Cervara, una turba anonima; fantasmi vaporosi che per un istante accennavano a emerger nella luce, a pigliar forma e colore, e che ripiombavano poi nelle tenebre.