Part 15
Ce n'era per nove righe!... Insomma a poco a poco i convittori salirono a quindici, a venti, a trenta, a cinquanta, a cento, e gli esterni crebbero in proporzione. Non mancavano gl'invidiosi.... figuriamoci!... Sparlavano di me e del mio Collegio; e ch'io ero venale e ignorante, sissignori, questo dicevano, e che i professori non valevano un'acca, e che li pagavo male, e che tenevo a stecchetto i convittori.... come se non avessi dovuto preservarli dalle indigestioni.... e che la mia era una fabbrica d'asini.... come se non si fabbricassero asini in tutte le scuole.... Io mi stringevo nelle spalle.... Avevo ben altro pel capo.... Le figliuole avevano raggiunto la mezza dozzina, e volendo assicurar loro sei mariti occorreva darsi le mani attorno. Grazie al cielo, la Rosa era entrata perfettamente nelle mie idee e mi ajutava con tutta l'anima.... Dei fiaschi erano inevitabili, e guai a essere esclusivi, guai a impuntarsi su pochi nomi.... Si getta l'amo cento volte per pigliare un pesce. Noi avevamo circa venti candidati _in pectore,_ tre in media per ogni figliuola, i grandi per le grandi, i piccoli per le piccole.... A questi venti, con le debite cautele per non dar troppo nell'occhio, si usavano attenzioni particolari; di quando in quando un invito alla tavola di famiglia, una uscita straordinaria, una carezza, un elogio, e, al caso, una parolina nell'orecchio dei professori _in limine_ degli esami. Che se uno di loro cadeva indisposto, mia moglie gli teneva un'oretta di compagnia, gli somministrava di sua mano le medicine, il thè di camomilla, le tazze di brodo ristretto, eccetera, eccetera. E nelle lezioni di ballo a cui partecipavano le mie ragazze quei venti erano i cavalieri preferiti, anche se ballavano meno bene degli altri. Ma il meglio era nell'autunno, in villeggiatura. Sempre conducevamo con noi, verso un supplemento di retta che ben s'intende, un certo numero di convittori; le famiglie ce li lasciavano o perchè si rinfrancassero in qualche materia, o perchè potessero godersi un po' d'aria campestre senz'abbandonare affatto il Collegio.... Allora era una vita patriarcale.... un'ora o un'oretta e mezzo di studio sotto di me o sotto un professore che ci tiravamo dietro; pel resto erano scarrozzate, e gite sul somaro, e giochi innocenti diretti da mia moglie, che, per fortuna, non aveva più la malinconia delle gravidanze.... Basta, in quella stagione le bimbe e i convittori si trattavano come fratelli e sorelle. Rischi seri non ce n'erano, coi piccoli per un conto, coi grandi per un altro, chè già erano sempre in parecchi e si sorvegliavano a vicenda.... Però è da scommettere che, se quei ragazzi avessero avuto l'età necessaria e fossero stati padroni di sè, si sarebbe combinato un pajo di matrimoni ogni autunno. La Paolina sopratutto faceva furori. Una volta erano in cinque a starle attaccati alle gonnelle. Ma ella aveva sett'anni e il maggiore de' suoi spasimanti ne aveva dodici!... Eh, poveri noi se non ci fossimo agguerriti contro le illusioni! Era un lavoro di Penelope, un continuo fare e disfare. I diciotto o venti candidati rimanevano invariati come cifra complessiva, ma mutavano continuamente nelle loro unità. Oggi uno era richiamato a casa per motivi domestici; domani un secondo non pagava la retta e conveniva licenziarlo; un terzo rivelava un pessimo carattere; in un quarto si scoprivano i germi d'una malattia ereditaria. Pazienza! Da bravi generali, la Rosina ed io colmavamo i vuoti con le nuove reclute. Il guajo grosso era questo: che l'educazione del Convitto, anche per quelli che seguivano i corsi preparatorî, non durava eterna.... Sarebbe stata una faccenda diversa se avessi potuto aprir dei corsi superiori, dei corsi universitari.... chè già avrebbero imparato da me quello che imparano nei grandi istituti pubblici.... Ma in questo benedetto paese, dopo tanti sacrifizî per conquistare la libertà, non è mai lecito di far quello che si vuole. Così a quindici, sedici, diciassett'anni al più i ragazzi avevano compito i loro studi nel mio Collegio. Avevo un bel dire, nel giorno in cui essi si accommiatavano, avevo un bel dire: — Questa è sempre la vostra casa, dovete rammentarvene, dovete tornarci spesso, chè sarete accolti come figliuoli. — Quanti ne tornavano poi, o, pur tornandovi, quanti non si fermavano alla prima visita? Quanti di quelli ch'eran lontani scrivevano più d'una lettera di cerimonia?... Eh, cari signori miei, chi non è parato ai disinganni, non si consacri all'educazione della gioventù.
Fatta questa riflessione profonda, il cavalier Flaminî offerse nuovamente da bere al signor Nestore e alla signora Veronica, e poich'essi lo pregarono di dispensarli, votò da solo la boccia di vino che, mezza colma ancora, gli stava dinanzi; ciò che rese più varia e più colorita, sebbene meno limpida, la sua eloquenza.
In principio prevalse la nota patetica. — Pur troppo molti di quelli che avevano avuto le maggiori cure da me e da mia moglie, che avevano mangiato i nostri migliori bocconi, che avevano figurato in prima lista fra i nostri generi possibili, non si degnarono nemmeno, una volta usciti di Collegio, di darci segno di vita. Peggio, peggio assai; alcuni dissero roba da chiodi dell'Istituto, degl'insegnanti, della Rosina, di me; ci accusarono di aver teso loro delle trappole, ci misero in canzonatura.... Disgraziati!... Per me chi sparla della scuola ove fu allevato è tutt'uno con chi percuote il seno che lo nutrì. Latte per latte, qual è il più necessario?
Lasciando insoluto il problema, il signor direttore continuò:
— Per fortuna un manipolo di veterani ci restava fedele.... Ne tenevamo a pensione due o tre che frequentavano l'Università cittadina; altri, ch'erano del paese, seguitavano a bazzicarci in casa la sera per giuocare al bigliardo o per fare un po' di musica.... Una dozzina in tutti, compreso un paio di professori del Collegio, che, in mancanza di meglio, potevano entrar in candidatura matrimoniale anch'essi.... Di tratto in tratto, quand'eravamo a tu per tu la Rosina ed io, si tirava fuori il registro delle figliuole, perchè c'era un registro scritto dalla prima all'ultima riga di pugno di mia moglie. Ella n'era tanto gelosa; e guai se sapesse ch'io ne parlo qui!... Ma spero bene che non mi tradiranno.... Siamo fra amici.... Sì, c'era un registro. Ognuna delle sei ragazze aveva una specie di conto, intestato al suo nome in bel carattere rotondo: _Luisa,_ per esempio. Sotto la intestazione, nella colonna a sinistra i nomi e i cognomi dei giovinetti che ci parevano poter convenirle, con la data dell'iscrizione; nella colonna a destra, allorchè per un motivo qualunque si doveva rinunziare a uno dei candidati, si scriveva a fronte del suo nome e cognome un'unica parolina: _Annullato_.... Dunque con la Rosa si tirava fuori il registro, e lo si sfogliava, così per curiosità, ripassando nella memoria quegli _annullati_.... Quanti erano!... A guardarli mi si stringeva il cuore come se fossi in un cimitero.... Anche adesso....
E veramente il cavalier Flaminî aveva gli occhietti lustri, non si sa se per la commozione o pel vino. Egli vi passò su il fazzoletto, e riprese:
— La Rosa, più positiva di me, diceva: “O non hai pensato in che imbroglio saremmo se dovessimo contentarli tutti?„ Quest'era Vangelo; ma che colpa ne ho io se mi son sempre considerato il padre de' miei allievi?
Il signor direttore andava divagando; citava nomi, citava date, raccontava aneddoti che non avevano nulla a che fare con l'argomento; onde la signora Veronica si permise di rimetterlo in carreggiata. — Capisco; però l'essenziale si è che lei le sue ragazze le ha accasate tutt'e sei.
— Oh questo sì. — rispose il cavaliere rasserenandosi in viso; — e per merito della mia idea, per merito del Convitto.... La Luisa, la prima, è in Toscana e ha sposato un ex-convittore che ha campagne sue e mi manda del vinetto che vorrei aver qui; due ne ho a Milano, l'Ernestina e l'Amalia; i mariti sono in commercio; quello dell'Ernestina ha un deposito di vermut e altri liquori, in via Monforte 15.... roba scelta e prezzi di favore.... un bravo figliuolo, che in Collegio aveva una gran disposizione per la chimica.... anzi glielo raccomando se avessero da far provviste. La Maria abita a Torino; oh! quella è stata fortunatissima. Mio genero Ettore Giorgi è nipote del proprietario della ditta Fratelli Giorgi del fu Angelo, _Fabbrica d'olî medicinali,_ in piazza dello Statuto N. 4.... Quando Ettorino era da noi, la sua casa ci forniva l'olio di ricino per il Convitto.... un olio che è un nettare.... La Bianca è lontana, pur troppo.... laggiù a Napoli, ove il suo sposo ha un posto in una redazione di giornale.... una testolina vulcanica, fin da piccolo; appassionato per la politica.... non mi meraviglierei di vederlo col tempo alla Camera dei deputati.... La sola ch'è rimasta con me è la Paolina.... Non per lagnarmi, ma con tanti aspiranti che ella aveva avuto, speravo che trovasse meglio.... Basta, questo mio genero.... del rimanente un ottimo giovine.... non aveva impiego, e l'ho nominato io professore nel mio Collegio; insegna la letteratura e la bicicletta; conduce a spasso i convittori.... adesso è con loro in una gita sui laghi.... Già io non ho maschi: prevedo che lascierò a lui la direzione dell'Istituto.... Una volta le cose avviate, non ci son difficoltà, e anche la croce di cavaliere, se il ministro non mi manca di parola, mio genero l'avrà più presto che non l'abbia avuta io.... Così va il mondo....
— E nipotini ne ha? — chiese il signor Nestore.
Il signor direttore allargò le braccia. — _Crescite et multiplicamini_.... Ho dieci nipotine.... È la viziatura materna.... Nella mia famiglia non nascono che femmine.... Per fortuna che c'è sempre il Collegio.
— Beato lei! — esclamarono i conjugi Ariani. Ma nella loro fisonomia appariva un profondo sconforto. Il metodo del signor direttore non aveva applicazione pratica per essi. Nè il Collegio-convitto Flaminî, nè alcun altro Convitto del mondo poteva ormai fabbricare un marito per la loro Tilde.
Anche sulla fronte del cavaliere s'era stesa una nube. Egli aveva la vaga coscienza d'aver parlato troppo, e guardava con aria di rimprovero la boccia vuota, come se avesse colpa lei d'esser stata bevuta.
A un tratto la signora Veronica tese l'orecchio e disse: — Mi par di sentire la voce della signora Rosa.
Il signor direttore arrossì, raccolse in fretta gli occhiali e se li accomodò sul naso, sforzandosi di riassumere l'aspetto grave e cattedratico che piaceva a sua moglie.
COSCIENZE AGITATE
I.
Posto sul pendio d'un'amena collina che monti più alti difendono dai venti di settentrione, ricco d'acque sorgive che abbeverano tutto l'anno le belle praterie circostanti, il paese di Sant'Angelo dei Pastori godeva sino a poco tempo addietro la fama invidiabile d'esser uno dei luoghi d'Italia ove le malattie sono più rare ed è minore la mortalità. Non è quindi da maravigliarsi che il vecchio albergo ed il nuovo fossero ogni autunno pieni di forestieri e che vi si fabbricassero ville e _chalets_ a cui non mancavano mai gl'inquilini.
Nè Sant'Angelo dei Pastori si vantava soltanto del suo clima, della sua posizione, delle sue acque e della sua salubrità; esso andava superbo altresì del suo segretario municipale, signor Geronimi, che sostituiva il sindaco sempre assente, del suo parroco don Prospero, affabile, gioviale, gran giuocatore di bocce, e del suo farmacista Saverio Dorini, detto _il Mago_.
Anzi, per esser sinceri, il signor Dorini era tenuto anche in maggior conto del segretario e del parroco. La sua farmacia all'insegna del _Leone_ e della _Giraffa_ alla quale la gente veniva a provvedersi di medicinali da quindici, da venti miglia di distanza, era considerata una gloria locale. E quella farmacia non poteva scindersi dalla persona del suo proprietario e conduttore, che l'aveva portata a così alta riputazione con la sua opera sagace e indefessa.
I confratelli invidiosi schizzavano veleno contro il signor Saverio, mettevano in canzonatura il suo soprabito scuro che gli scendeva fino alle calcagna ed era chiuso fino al collo, le sue scarpe di panno, il suo berretto di velluto col fiocco di seta, la sua faccia macilenta e legnosa ove brillavano due occhietti che parevano fatti col succhiello; e, quasi ciò non bastasse, malignavano sulla sua aria di mistero, sulla sua vita solitaria, sul suo gatto Masaniello dal pelo nerissimo, dagli occhi lucenti come due monete d'oro, gettavano sospetti sulla sincerità dei suoi prodotti farmaceutici, cercavano nuocergli presso i contadini ignoranti chiamandolo _il Mago_. E l'epiteto aveva fatto fortuna; ma, volutogli dare dai rivali con un significato ingiurioso, era rimasto aggiunto al suo nome come un titolo nobiliare per merito de' suoi compaesani. Un mago sì, un mago benefico che aveva saputo arricchire giovando agli altri, che non si concedeva riposo nè di giorno nè di notte, e che attendendo quasi solo ai suoi negozi non aveva mai commesso una svista.
Del loro affetto per questa fenice dei farmacisti, gli abitanti di Sant'Angelo dei Pastori diedero una prova solenne tre anni or sono, quand'egli, ridotto in fin di vita da una fiera malattia, superò insperatamente la prova. Vi fu allora persino chi propose di erigergli addirittura un piccolo ricordo marmoreo, come fece la Repubblica di Venezia al doge Francesco Morosini, _adhuc viventi_. L'idea fu abbandonata per desiderio espresso del modesto signor Dorini che ne aveva avuto sentore, ma intanto s'era potuta raccogliere in cinque giorni la somma di undici lire e venticinque centesimi, erogate subito in opere di pubblica beneficenza.
II.
È però un caso singolare. Appunto da circa tre anni, le cose di Sant'Angelo dei Pastori non vanno più come una volta. Il paese, sfido io, non ha mutato nè situazione, nè clima, e le sue acque continuano a scorrere limpide, pure, abbondanti; il signor Geronimi è sempre il _factotum_ del Comune, gli stessi due medici si dividono la clientela, don Prospero regge sempre la parrocchia, il signor Saverio Dorini, detto _il Mago,_ siede sempre dietro il banco della sua farmacia sulla cui insegna dipinta a nuovo il fiero leone dalla lunga criniera e la mite giraffa dal lunghissimo collo seguitano a guardarsi in patetico. E, fino a ieri, il gatto Masaniello, tacito e grave, compiva le solite evoluzioni fra i boccali e sugli orli delle scansie, o si accosciava sulla soglia in atteggiamento di Sfinge.
Ma il signor Geronimi, uomo versato negli studi statistici, ha notato un piccolo aumento nella media della mortalità a Sant'Angelo dei Pastori, e questo fatto unito ad un altro che cade sotto gli occhi di tutti desta le sue ansietà patriottiche. L'altro fatto è questo: il farmacista ed il parroco hanno cambiato umore e abitudini. Sarà discutibile se abbiano cambiato in meglio od in peggio; il cambiamento è sicuro. Il signor Dorini, il quale prima d'ammalarsi non andava in chiesa che nelle feste solenni, adesso mostra uno straordinario fervor religioso e si confessa ogni mese. Bisogna dire però che la fede non gli dia la pace dell'animo, perchè è turbato, inquieto, come se un pensiero molesto lo crucci. Nè passa più due o tre ore ogni notte chiuso nel suo laboratorio con l'unica compagnia del suo gatto; lo si vede invece, in quell'ore, girar solo nell'orto, con la testa china sul petto e le mani dietro la schiena, lasciando che Masaniello, privo delle usate occupazioni, si dedichi sfacciatamente al libertinaggio, corra sui tetti, penetri nelle case altrui e spaventi le oneste famiglie col miagolio petulante e il luccicar delle gialle pupille. Don Prospero, dal canto suo, già così gaio e socievole, sfugge le allegre brigate, gioca di rado alle boccie, ed è sovente nervoso e irascibile, sopratutto dopo i suoi colloqui spirituali con l'amico Saverio. E sì che per un ministro del Signore non dovrebb'esser piccola soddisfazione l'aver ricondotto all'ovile una pecorella smarrita.
Povero don Prospero! Non vorremmo calunniare un degno ecclesiastico, ma abbiamo forti ragioni per credere ch'egli dica spesso in cuor suo: — Benedetto uomo quel Saverio! Dal momento ch'egli era giunto sulla soglia del Paradiso, che ghiribizzo gli è saltato di far frontindietro e di rimanere in questo brutto mondacccio ove rischia di compromettere di nuovo la salute dell'anima sua?
Ah, il giorno della confessione di Saverio Dorini (della prima) era stato un dì memorabile pel parroco di Sant'Angelo dei Pastori. Con zelo d'apostolo egli era accorso al letto del moribondo, con mansuetudine di santo ne aveva ascoltato le rivelazioni inattese, con gaudio di sincero credente ne aveva accolto il pentimento e gli aveva concessa l'assoluzione. Quindi ai curiosi che affollati intorno alla farmacia tentavano strappargli qualche indiscrezione egli s'era contentato di dire: — Fa una gran bella morte.... Una morte da vero cristiano.
— Non poteva essere altrimenti, — qualcheduno aveva soggiunto. — Dopo una così bella vita!
Senza rispondere, don Prospero s'era ritirato frettolosamente in canonica, ove alla serva Cesira che lo tempestava di domande aveva ripetuto l'identica dichiarazione: — Fa una gran bella morte.
Ma la sera, tornando dal _Mago,_ l'aveva trovato in condizioni molto migliori; la mattina il medico era venuto in persona ad annunziargli, che, secondo lui, il signor Saverio era fuori di pericolo.
— Diamine, diamine! — aveva borbottato fra i denti il buon prete.
III.
Tutti i particolari di quella confessione erano stampati in caratteri indelebili nella memoria di don Prospero a cominciar dalla fuga precipitosa del gatto Masaniello che, sguisciando dalla camera del malato in un accesso di folle terrore, gli si era impigliato nella tonaca e fra le gambe. C'erano momenti in cui egli sarebbe stato in grado di ripetere parola per parola le cose dettegli dal farmacista, e di aggiungervi l'esclamazioni che la sorpresa gli aveva strappato dal labbro, le interruzioni, l'esortazioni che aveva fatto. Gli bastava chiuder gli occhi per rievocare la scena.
Ecco, dopo liberatosi la coscienza di alcuni peccatucci minori, il signor Saverio si alzava faticosamente sul gomito, e tirando un sospirone principiava: — Ella sa, caro don Prospero, di quanta stima io godessi come farmacista....
A cui egli, il sacerdote: — Stima meritatissima, figliuolo. Ma non conviene esaltarsi.
— Eh si tratta di ben altro che di esaltarsi.... Se su cento medicinali esistenti nel mio laboratorio ce n'eran dieci di genuini è già molto.... L'olio di ricino, la cassia in canna, la polpa di tamarindo, non dico.... Ma il resto! Pillole, acque minerali....
Qui a don Prospero era scappata una frase di cui egli si pentiva amaramente, come di quella che tradiva una preoccupazione affatto personale: — Anche le acque minerali!
Don Prospero faceva ogni estate la cura delle acque di San Pellegrino.
— Le acque minerali sopratutto, — continuava l'infermo.... Però in modo da non recar danno alla salute....
— Meno male.... Avanti, avanti, figliuolo.
— Ah, da questo lato non ho rimorsi.... Delle disgrazie non ne son successe per causa mia.... Forse col mio sistema se ne sono evitate.... Si ricorda, don Prospero, quel giovine tedesco che anni sono, mentr'io ero fuori di paese, era riuscito a procurarsi dal mio garzone una fortissima dose di laudano ch'egli ingoiò tutta d'un colpo credendo di morire? Invece egli se la cavò con una dormita di ventiquattr'ore.... Mi son sempre servito di sostanze innocue.... Per i medicamenti liquidi, dell'acqua del mio pozzo, ch'è la migliore del paese.... Avevo un buon assortimento di bottiglie, di etichette, di tappi e facevo da me tutto il lavoro.... Per esempio da una bottiglia d'acqua di Vichy ne venivano tre.... Per le polveri, per le pillole, c'era la farina finissima, la gomma arabica....
A questo punto il signor Saverio s'era sentito mancar le forze e aveva lasciato ricader la testa sul capezzale.
— Basta, figliuolo, basta, — aveva detto don Prospero. — Non vi affaticate, non vi agitate.... Senza dubbio il peccato è grande. Avete ingannato la buona fede del pubblico.... vi siete arricchito illecitamente.
— Ho fatto molte carità, — sussurrò il farmacista con un filo di voce.
— Non sono carità buone quelle che si fanno coi danari carpiti agli altri.... A ogni modo, voi riconoscete il vostro torto?.
Il malato accennò di sì col capo.
— La misericordia di Dio è infinita e non manca mai a chi si pente con sincerità ed effusione di cuore. Vi pentite, figliuolo?
— Sì, sì.
Docile, ubbidiente, il signor Saverio, col poco fiato che gli rimaneva, compì il suo atto di contrizione, ripetè con fervore le preghiere recitate dal sacerdote, promise, se il cielo gli accordava ancora qualche anno di vita (non lo sperava, ma al Signore nulla è impossibile) promise di condurre d'allora innanzi la farmacia secondo le norme della più rigorosa onestà, di frequentare le funzioni di chiesa, di osservare il magro e i digiuni, di ristaurare a sue spese il campanile e di andare nel settembre in pellegrinaggio alla Madonna di Monte Balestro. Tutte cose che spiegavano l'affermazione enfatica di don Prospero: — Fa una gran bella morte.
IV.
Appena guarito, il signor Saverio Dorini portò al parroco un acconto della somma necessaria pei lavori del campanile, vi aggiunse un'offerta per i poveri, e s'intrattenne lungamente di soggetti religiosi, mostrando tutto lo zelo d'un neofita.
— Bravo, bravo, figliuolo, — diceva don Prospero. — Mi avete dato una delle maggiori consolazioni della mia vita.... Ma intendiamoci, veh.... Voi dovete mantenere il vostro impegno circa alla farmacia.... Non più sotterfugi, non più falsificazioni.... Prodotti genuini, e nient'altro.
— Si figuri, don Prospero.... E poi non verrò da lei ogni mese?.... Non le racconterò tutto.... in confessione?
— Anche fuori di confessione.... quando volete.... nel mio orto, a tu per tu, con un buon bicchiere di vino davanti.
— No, no, son temi delicati.... E mi raccomando, per carità.... Di quello che ha saputo....
— Mi meraviglio! — interruppe don Prospero, scandalizzato del dubbio ingiurioso.
Pei primi tempi le cose andarono a gonfie vele, e il farmacista ebbe persino l'eroismo di distruggere con le sue mani alcuni vecchi medicinali adulterati per non cedere alla tentazione di rimetterli in vendita.
— È proprio un sant'uomo, — pensò don Prospero il giorno in cui ricevette questa confidenza sbalorditiva.
Era anche l'opinione delle donnicciuole del paese, le quali, quando videro _il Mago_ accompagnarsi a loro per andare a piedi, secondo il voto ch'egli aveva fatto, in pellegrinaggio alla Madonna di Monte Balestro, ruppero in esclamazioni ammirative e vollero una per una baciargli il lembo del vestito.
Naturalmente, fra gli _spiriti forti,_ vi furono scrollatine di spalle e allusioni sarcastiche. E ch'erano ostentazioni bell'e buone, e che i farmacisti devono attendere al loro mestiere e non fare i collitorti, e che certo il signor Saverio aveva dei gran peccati sull'anima se provava il bisogno di bazzicare tanto in chiesa.
E c'erano gl'indiscreti che tastavano il parroco. — Ah, don Prospero, chi sa che orrori avrà sentito da quel signor Saverio! Se potesse parlare!
— Zitti là, scomunicati! Quel Saverio è un sant'uomo.
Don Prospero diceva così, forse convinto, forse no.
E presto il _sant'uomo_ cominciò a dargli non poche tribolazioni.
Veniva al confessionale, s'accusava di parziali ricadute negli antichi errori. Rispettava i medicamenti solidi; gli accadeva talvolta, per distrazione, di _allungare_ i liquidi.
— In nome di Dio benedetto! — esclamava il sacerdote. — Non torniamo da capo.
— Che vuole? Con tutte quelle bottiglie, quelle etichette, quei tappi che mi son rimasti in magazzino, con quel pozzo eccellente che ho sotto le mani, è uno scongiuro....
— E voi distruggete le vostre bottiglie, le vostre etichette, i vostri tappi.... Avete pur fatto qualcosa di simile in passato.