Natalìa ed altri racconti

Part 14

Chapter 143,779 wordsPublic domain

Alla gentile signorina Maria Lisa Altavilla Firenze Via dei Servi, 25 — 1.º piano.

Quel nome balzato così d'improvviso agli occhi del professore Attilio Cernieri lo riconduceva a vent'anni indietro, faceva uscir dalle nebbie dell'oblio l'immagine d'una giovinetta un po' magra, un po' gracile, ma con una rara espressione di dolcezza nella bella fisonomia intelligente. Per lei, per lei sola il suo cuore aveva battuto una volta; per lei sola egli aveva un giorno, un'ora pensato alla possibilità di prender moglie.... E poi?...

Il servo Pomponio, che aveva il vizio di esser curioso, s'era avvicinato in punta di piedi al professore, e borbottava: — Come mai si sia cacciata in quel libro?...

Cernieri si scosse, e bruscamente: — Che cosa fate qui?... Andatevene.

— Non devo continuare?

— No, per ora, no.... Andate.

— Le occorre nulla?

— Nulla.... In caso vi chiamerò.

Pomponio si ritirò a malincuore. Avrebbe pur voluto sapere che razza di lettera fosse quella che turbava così il suo padrone.

Rimasto solo, il professore sedette sulla sua poltrona e aperse con dita tremanti la busta che Maria Lisa Altavilla non avrebbe aperta mai più. Ecco ciò ch'egli aveva scritto da Padova il 15 ottobre 1875:

“_Cara signorina,_

“Ho ricevuto stamane il tristissimo annunzio e non voglio tardare ad assicurarla della parte che prendo al suo giusto dolore.

Già nel luglio scorso, quand'ebbi l'onore di trovarmi spesso a Venezia con suo padre e con Lei, io ero testimonio delle sue trepidazioni per quella preziosa e insidiata esistenza. Si ricorda di quella passeggiata, per me indimenticabile, lungo il mare? Avevamo visitato prima San Lazzaro ove il suo babbo s'era compiaciuto di porger così benevolo ascolto alle mie spiegazioni circa alla mummia conservata nel museo di quei Padri Mechitaristi; quindi, fattici tragittare a Sant'Elisabetta del Lido, ci eravamo recati al nuovo Stabilimento di bagni. Il professore, un po' stanco, si fermò nella sala in compagnia dell'ingegnere Livorni. Noi scendemmo sulla spiaggia. La giornata era mite; il sole, nascosto spesso fra i nuvoli, non dava noia, ed Ella tenne chiuso quasi sempre il suo ombrellino di seta rossa. Le piccole onde venivano a morire ai nostri piedi che lasciavano l'orma sulla sabbia umida. Ella, intanto, mi diceva come, da un anno e più, la salute del suo papà fosse profondamente scossa, come i vari medici consultati avessero suggerito a caso ora questa cura ora quella senza che nessuna potesse arrestare il deperimento che la spaventava. Mi diceva altresì con che tenera sollecitudine quel suo diletto si sforzasse a nasconderle ciò che soffriva, egli che non le aveva mai nascosto nulla. Di confidenza in confidenza, Ella passò a discorrermi della loro vita intima e casalinga, dell'accordo pieno dei loro sentimenti e dei loro pensieri, del loro affetto reciproco suggellato dalla sventura, perchè di una numerosa famiglia, erano rimasti loro due soli nel mondo. Vinta dalla commozione, Ella tacque: i suoi occhi erano pieni di lacrime. Quali parole mi salirono allora sul labbro? Non certo tutte quelle che avevo nel cuore. Sono assai timido per mia natura; ho, lo confesso, un grande sgomento di ciò che può distrarmi da' miei studi, togliermi alle mie abitudini. Ma so di averle pur fatto intendere quanta simpatia mi attirasse a Lei, signorina; so di averle detto ch'Ella poteva fare assegnamento sopra di me in qualunque occasione. Grazie, Ella sussurrò dolcemente. E la sua mano tremò nella mia. Poi Ella mi pregò che ritornassimo sui nostri passi. Non parlammo nel ritorno; ma mi pareva che le nostre anime fossero tanto vicine! Di lì a un pajo di giorni Ella lasciò Venezia senza che ci si presentasse più l'opportunità di trovarci a tu per tu.

Adesso, signorina, la maggiore delle disgrazie l'ha colpita; adesso è giunto per lei il momento di mettere alla prova i suoi amici. Sarei voluto venire io stesso a Firenze, ma devo partir fra poche ore per Londra affine di assistere al Congresso degli Orientalisti che s'apre in quella metropoli il 19 corrente. Dall'Inghilterra potrei forse intraprendere un lungo lungo viaggio fuori d'Europa; ma dipenderà da Lei ch'io lo intraprenda o no. Una sua parola avrebbe la virtù di ricondurmi in Italia. A ogni modo io sarò a Londra per tutto l'ottobre, e la prego di farmi aver colà una sua riga _ferma in posta._ Pensi che sono anch'io, e da molto più tempo di Lei, solo affatto nel mondo.

Mi creda sempre

Suo aff.mo

“ATTILIO CERNIERI.„

III.

Due volte il professore rilesse le quattro pagine di questa lettera, sforzandosi di richiamare alla sua memoria il giorno, l'ora, il luogo in cui l'aveva scritta, cercando di spiegare a sè medesimo, come potesse averne dimenticato l'impostazione, come il silenzio di Maria Lisa Altavilla non avesse fatto nascer nel suo animo nessun sospetto, come non avesse avuto l'idea di riscrivere, d'informarsi.

Ecco, egli ricordava. L'avviso mortuario gli era arrivato la mattina mentr'egli stava facendo il bagaglio, e il suo pensiero era corso subito alla povera giovinetta che aveva conosciuto tre mesi addietro a Venezia e che gli aveva destato una così viva simpatia. Indi per tutto il giorno aveva agitato il quesito se dovesse mandarle soltanto le sue condoglianze o se dovesse dirle qualche cosa di più, qualche cosa di meglio rispondente ai sentimenti ch'Ella gli aveva inspirati e a cui forse ella partecipava.... Non era una ragazza delle solite, la Maria Lisa. Pareva nata per essere la compagna d'un uomo di studi. Non aveva fatto da segretario al padre, non poteva far da segretario a lui? Imparar due o tre lingue per aiutarlo, prender note per suo conto, metter in pulito i suoi lavori, correggergli le bozze di stampa, e quand'egli partiva per un Congresso, per una missione scientifica preparargli i bauli, accompagnarlo alla stazione, anche accompagnarlo in viaggio qualche volta, sollevandolo dalla briga di prendere i biglietti, di trattare cogli albergatori, di discutere coi fiaccherai, eccetera, eccetera? Visto sotto questa luce, il matrimonio non gli era apparso più un abisso senza fondo, ma un porto tranquillo ove riposarsi dopo le tempeste. E, la sera, unitamente a parecchie altre lettere, aveva scritta anche quella per la Maria Lisa. Aveva scritto con un'espansione, con un abbandono di cui s'era meravigliato allora, come si meravigliava adesso, ma, questo pure si ricordava, provando, nello scrivere, una dolcezza inusata.

Era nella cameretta del suo quartierino di Padova; sulla tavola ardeva un lume a petrolio; dinanzi a lui era spalancato l'Atlante del Menke, alla pagina che portava l'intestazione _Aegyptus ante Cambysii tempus._ Quella carta egli l'aveva consultata nel rispondere al suo amico Morrison dell'Università di Edimburgo che insisteva per visitare insieme le rovine di Tebe nell'Alto Egitto. Ed egli, lasciando sospesa la sua decisione fin dopo il Congresso, aveva, nell'ipotesi del viaggio, corretto e ampliato l'itinerario, comprendendovi Itithia, Apollinopolis e Syene.

E, ancora, il professor Cernieri si ricordava. La sua padrona di casa era venuta a picchiare all'uscio e a dirgli che la carrozza era pronta e ch'ella vi aveva fatto mettere le valigie, il _plaid_ e l'ombrello. In fretta egli aveva chiuso e riposto nello scaffale l'Atlante, in fretta s'era cacciato in tasca le lettere a cui aveva applicato già il francobollo, in fretta aveva disceso la scala ed era salito in vettura. Ma per quale strana combinazione una delle lettere fosse andata a finire dentro l'Atlante; per quale negligenza, nel gettare in buca le altre, in numero di cinque o sei, egli non si fosse accorto che ne mancava una, quella che doveva essere la più importante per lui, ecco l'enigma che il dotto professore non avrebbe risolto mai.

Egli poteva giurare che nemmeno per un secondo gli era balenata l'idea di non aver impostata la lettera. Anzi, per parecchi giorni, adesso se ne rammentava, era rimasto come sbalordito della propria temerità. Perchè non ci aveva pensato su? Perchè, con una di quelle parole che non si riprendono, s'era messo al rischio di sacrificare il massimo dei beni, l'indipendenza? Perchè aveva giocato il suo avvenire sopra una carta? Era un galantuomo; data una risposta favorevole della Maria Lisa Altavilla, non gli era lecito tirarsi indietro.... Se poi ella rispondeva di no, egli s'era procurato uno scacco inutile. Dio buono, che furia aveva avuta? C'era da scommettere che, anche di lì a uno, a due, a tre anni, la ragazza, non bellissima e senza un soldo di dote, sarebbe stata libera; e intanto a lui si sarebbe certo presentata l'opportunità di vederla, di conoscerla meglio, di pesar meglio il pro e il contro.... Così a Londra, nella prima settimana, mentre gli crescevano le tentazioni del viaggio in Oriente col Morrison e con un giovine docente di Heidelberg che si era loro offerto a compagno, egli era stato inquieto, nervoso, trepidante a ogni distribuzione di posta e non sapendo più che cosa desiderare o temere. Quindi di mano in mano che il tempo passava e ch'egli, relatore intorno a due temi, era assorbito dai lavori del Congresso e attratto nell'orbita degl'illustri eruditi salutanti in lui un futuro luminare della scienza, l'immagine della povera orfana andava gradatamente scolorandosi, e una timida, segreta speranza gli si faceva strada nel cuore: quella di ricuperar la propria libertà pel silenzio continuato di Maria Lisa, senza patir l'umiliazione di un aperto rifiuto. Egli avrebbe potuto dir sempre che il suo dovere l'aveva fatto; non era colpa sua se le sue offerte non erano state accolte.

E un giorno, uno dei primissimi giorni di novembre, egli pure, come Giulio Cesare, aveva esclamato: _Alea jacta est._ Aveva traversato di volo l'Europa centrale e l'Italia fino a Brindisi, e insieme al Morrison e al dottore di Heidelberg s'era imbarcato su un vapore della Peninsulare per Alessandria. Due anni era vissuto fuori d'Europa, ora nell'Alto Egitto, ora nell'Abissinia, studiando i geroglifici e le rovine, inviando preziose monografie alle principali Riviste del mondo. E Riviste, e giornali, e lettere di scienziati, e voti di accademie gli giungevano dall'Italia, dall'Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania; gli giungeva anche da Padova qualche epistola spropositata della sua padrona di casa. Da Firenze, dalla Maria Lisa Altavilla, nulla.

Del resto, al suo ritorno in patria, egli l'aveva quasi interamente dimenticata. Non eran trascorsi che due anni, ma quei due anni per lui valevano due secoli, e i fatti anteriori si perdevano a' suoi occhi in una lontananza vaga e nebulosa. Onde quando gli dissero che, tre mesi addietro, la Maria Lisa aveva sposato un pretore residente in un paesello della Sicilia, egli non se ne commosse più che tanto. Aveva ben altro pel capo. Aveva da vagliare le diverse offerte pervenutegli dal Ministero; aveva da scrivere per la _Edimburgh Review_ un articolo sulle antichità assire; aveva infine da maturare il tema gravissimo di quelle radici finniche o celtiche per amor delle quali egli era ormai risoluto a dedicarsi interamente alla glottologia lasciando da parte ogni altra ricerca. La Maria Lisa Altavilla era così piccola, così piccola al paragone, e il matrimonio sarebbe stato tale un impiccio! Solo qualche tempo dopo, sul punto d'accettar la cattedra di Firenze, gli era capitato uno scrupolo. Se, per un trasloco del marito, quella donna fosse di nuovo in Toscana? Se s'incontrassero? Che contegno dovrebb'egli tenere con lei? Far l'indifferente, o fingere di non riconoscerla, o rinfacciarle il modo inurbano in cui ella lo aveva trattato?

Ahimè, il professore fu tolto assai presto da queste angustie. La Maria Lisa Altavilla? La figliola del cavaliere Giuseppe? Quella che aveva sposato il pretore Carlucci? Poveretta! Era morta laggiù in Sicilia, d'una febbre di malaria, in capo a dieci mesi di matrimonio.

Morta! Certo, nell'udir la notizia, Attilio Cernieri aveva provato un senso di pietà e di rammarico. Morta così giovine, quella che avrebbe potuto esser sua moglie! Dunque oggi egli sarebbe vedovo, avrebbe la casa in lutto, sarebbe come un naufrago della vita? Ah, quand'era così, meglio, mille volte meglio che la Maria Lisa non gli avesse risposto. Meglio per lui non aver preso delle abitudini che gli sarebbe stato forza troncare, meglio non essersi avvezzato ad aver una femmina al fianco.... Quelli che ci si avvezzano dicono ch'è tanto difficile farne senza!...

Insomma Cernieri non aveva tardato a confortarsi.... E poi.... e poi il tempo aveva compiuto l'opera sua, stendendo un velo densissimo su quel fuggevole episodio, coprendo d'oblio persino il nome di Maria Lisa Altavilla. Adesso la vecchia lettera trovata fra le pagine del vecchio Atlante rievocava le cose scomparse. Innanzi all'uomo maturo, invecchiato negli studi, indurito nell'egoismo, sorgeva per incanto un ricordo della giovinezza, lo investiva violento come fiamma che divampa, come raffica che si leva improvvisa. Stringendo nelle mani il povero foglio ingiallito, egli rivedeva la dolce figura di Maria Lisa; la vedeva pallida e mesta; pareva ch'ella gli dicesse: — Perchè nell'ora dell'afflizione non m'hai mandato una parola, un saluto? Gl'indifferenti compiansero al mio dolore; tu, che m'avevi lasciato creder d'amarmi, tu sei rimasto muto, insensibile. E t'ho atteso, sai, t'ho invocato.... Ahi misera chi si fida in un uomo!

Questo pareva a Cernieri che la Maria Lisa dicesse, ed egli pensava ch'ella aveva portato con sè nella tomba l'acerbo giudizio, che non avrebbe udite le sue discolpe, nè conosciuta la verità.... È pur triste dover fermar la mente sull'idea dell'irrevocabile, dover crucciarsi di torti che non si possono riparare, di malintesi che non si possono togliere.

Ma la lettera che il grave professore seguitava a tener spiegata davanti a sè non lo avvertiva soltanto che Maria Lisa era morta reputandolo peggiore di quello ch'egli non fosse; essa gli ricordava, quasi per irriderlo, che nella sua vita c'era stato un minuto di poesia, d'abbandono, d'amore, e che quel minuto era rimasto infecondo. Mai più, mai più egli avrebbe trovato un minuto simile; mai più il suo cuore avrebbe palpitato per una donna; mai più dalla sua penna sarebbe sgorgata una prosa, che a noi può sembrar fredda e convenzionale, ma che a lui sembrava riboccante di calore e d'affetto.

Ed egli chiedeva a sè stesso: — Se la lettera fosse partita? Se fosse arrivata alla sua destinazione? Se Maria Lisa avesse risposto: — Intendo ciò che tu accenni, ti ringrazio, ti amo, consento a esser tua. Vieni. —? Certo egli non avrebbe, almeno allora, intrapreso il suo gran viaggio fuori d'Europa; non avrebbe percorso l'Egitto e l'Assiria, nè decifrato i geroglifici, nè interpretato il linguaggio delle rovine; forse gli sarebbero sopraggiunti i figliuoli; forse le cure domestiche avrebbero inceppata la sua attività; la sua fama sarebbe stata ritardata, non sarebbero piovuti così abbondanti sul suo capo gli onori e sul suo petto le decorazioni; forse egli non avrebbe fatta la sua luminosa scoperta intorno alle radici finniche; forse altri occuperebbe oggi il suo posto sul vertice della piramide scientifica, accanto al celebre Löwenstein dell'Università di Upsala.

Sì, tutto ciò sarebbe potuto accadere, e un uomo come il professore Attilio Cernieri doveva rallegrarsi che ciò non fosse accaduto.... E pure.... e pure un dubbio insistente, affannoso gl'impediva di quietar l'animo in questa consolante filosofia. Non sarebbe stato meglio sacrificar un poco di gloria per aver un poco d'amore?

Il professor Cernieri non ebbe il coraggio di lacerare, di distrugger la lettera; la ripose nella scrivania, richiamò il servo Pomponio e gli ordinò di ripigliare il lavoro interrotto. Ma la sera, nel suo studio, lo vinse di nuovo la tentazione di riveder que' suoi caratteri di vent'anni addietro, e ormai non passa giorno, si può dire, ch'egli non tiri fuori dalla busta il piccolo foglio sgualcito e non lo scorra con l'occhio. Indi ne guarda la sopraccarta, ne guarda il francobollo su cui la posta non impresse alcun segno, e ripete fra sè la domanda: — Se la lettera fosse partita?

LE CONFIDENZE DEL DIRETTORE

— Ebbene — disse la signora Rosa, una donnetta svelta ed arzilla nonostante i suoi cinquantacinqu'anni; — se gli altri non si muovono, verrà la Tilde a fare una passeggiata con me.

La Tilde, ch'era una zitellona piatta davanti e di dietro, spalancò una bocca immensa con troppe gengive e troppo pochi denti, e avvicinandosi con passo saltellante a' suoi rispettabili genitori, rispose:

— Volentieri, se il babbo e la mamma non hanno nulla in contrario.

— Va pure, tesoro — disse il signor Nestore Ariani, impiegato al registro e bollo.

— Va pure, viscere — soggiunse la signora Veronica. — Noi restiamo a far quattro chiacchiere col signor direttore.

— Quello lì, dopo il pranzo, è come inchiodato sulla seggiola — notò la signora Rosa.

— _Post prandium stabis_ — sentenziò il cavalier Flaminio Flaminî, direttore del Collegio-convitto omonimo in una città dell'Alta Italia.

— E noi gli teniamo compagnia — riprese il signor Nestore con la sua vocina da musico. — Col signor direttore c'è sempre da imparare.

Il cavalier Flaminî chinò dignitosamente il capo. — Bontà loro.

Scambiati i saluti, la signora Rosa e la Tilde si allontanarono. Il direttore e i due Ariani, marito e moglie, rimasero sotto la pergola, seduti intorno a una tavola rustica.

— Ma! — sospirò la signora Veronica seguendo con lo sguardo la figliuola, fin che la ebbe persa di vista.

Erano in un albergo di campagna, _Al grappolo d'uva_. Ivi il cavalier Flaminî (era quello il terz'anno) veniva l'autunno con la sua metà a riposarsi delle fatiche scolastiche, occupava le stanze migliori, e assumeva verso gli altri forestieri un'aria di benevolo patrocinio. Quell'autunno egli raccoglieva sotto le sue grandi ali gli Ariani, che, raggranellati due soldi, s'eran voluti dare il lusso d'un po' di villeggiatura e alloggiavano insieme con la Tilde in uno stanzone a tetto, diviso in due da una parete mobile e impregnato d'un acuto odore di mele cotogne.

Poich'ebbe slanciato il suo _ma_ sibillino, la signora Veronica si voltò risolutamente verso il direttore, e, ripigliando un discorso interrotto, esclamò con un accento in cui c'erano lo stupore, l'ammirazione, l'invidia: — Tutt'e sei le ha maritate?

— Sissignora, tutt'e sei — replicò di trionfo il cavalier Flaminî.

— Senza dote?

— Senza un centesimo.

— Ma come ha fatto, santo Iddio, come ha fatto? — gridarono in coro i due conjugi.

Il signor direttore si levò gli occhiali e li posò sulla tavola. Ora questo levarsi gli occhiali era pel signor direttore un gran segno. Armato di quelle lenti, egli aveva anche più sussiego che non convenisse al suo grado; parlava breve, solenne, per aforismi; privo di lenti, egli discuteva bonario e loquace, perfin troppo loquace, a quanto diceva la signora Rosa, la quale, delle due edizioni in cui suo marito si presentava al pubblico, quella di lusso e la popolare, preferiva la prima.

Adesso la signora Rosa non c'era, e il cavaliere poteva sbizzarrirsi a sua posta. Non solo egli si levò gli occhiali, ma ordinò che gli portassero un litro di quel buono e tre bicchieri. Poi, stropicciandosi le mani: — Come ho fatto?... Ecco qua..... Quando alla nascita della mia terza figliuola dovetti convincermi che mia moglie aveva la viziatura organica di non partorire che femmine, io sentii la necessità di prendere una risoluzione eroica. Ma quale? — _Abstinentia_ — mi risponderanno loro. Eh sicuro, ma son cose più presto dette che fatte. Niente _abstinentia_ dunque.... Invece....

Dopo aver versato del vino a sè e a' suoi compagni, il signor direttore si portò l'indice della mano destra alla fronte per rilevare l'importanza dell'idea peregrina germinata dal suo cervello, e soggiunse: — Invece ho pensato a una _restauratio ab imis fundamentis_.

Gli Ariani ascoltavano con raccoglimento devoto, messi in maggior soggezione da quelle frasi latine che il signor Nestore capiva poco e che la signora Veronica non capiva affatto. Anzi ella rifletteva malinconicamente che se per maritare le figliuole ci voleva il latino, la sua Tilde sarebbe rimasta zitella tutta la vita.

— In quei tempi — ripigliò Flaminî — io davo lezioni private _de omnibus rebus;_ mia moglie teneva una scuola elementare femminile con insegnamento di francese. Si tirava innanzi alla meno peggio, perchè la Rosina, non faccio per lodarla, era una donnetta che sapeva il suo conto e poteva dar dei punti a molte maestre di grado superiore. Ma quelle gravidanze erano una calamità, e più d'una mamma che avrebbe voluto inscrivere da noi le sue bambine arricciava il naso a veder la circonferenza della direttrice. E poi, delle bambine ne avevamo più del bisogno in casa. Insomma, al terzo puerperio, io dissi alla Rosa: “La nostra scuola si chiude.„ — E vedendola sbarrar gli occhi stupefatta, soggiunsi pronto: — “Per riaprirsi cambiando sesso.... Ih, ih, ih!... Il sesso noi non possiamo cambiarcelo, ma la scuola sì.... Era femmina e diventa maschio....„ La Rosina seguitava a fissarmi con gli occhi stralunati. Senza dubbio ella credeva che mi desse volta il cervello. Ma io le spiegai le ragioni per le quali intendevo trasformare la nostra scuoletta femminile in un Collegio-convitto per ragazzi. La Rosa sollevò mille obbiezioni: e che non si deve lasciar il certo per l'incerto, e che l'impresa richiedeva grandi mezzi, e che avremmo fatto un buco nell'acqua, eccetera, eccetera. Io però avevo in serbo l'argomento decisivo. — “Col Collegio-convitto maschile, noi, a suo tempo, sposeremo le tre figliuole che abbiamo già e quelle che, con l'aiuto della Provvidenza, ci capiteranno più tardi.... Sicuro; il Collegio-convitto sarà un vivajo di generi.... Ih, ih, ih!„ — Fu per mia moglie una rivelazione. Ella non si diede per vinta subito, ma io m'accorsi ormai che parlavo ad una convertita. E m'accorsi anche ch'ero da un momento all'altro cresciuto di riputazione nell'animo della Rosa; finalmente ella doveva riconoscere di non aver sposato un maestrucolo buono soltanto a insegnar le conjugazioni dei verbi.

Queste parole di colore oscuro potevano far credere che in _illo tempore_ la Rosa non fosse la moglie docile ed ossequente ch'era stata poi. Comunque sia, il fine principale del signor direttore era quello d'imprimere un concetto sempre più alto del proprio valore nella mente dei conjugi Ariani. E poichè essi tacevano intontiti, egli li provocò con domande dirette: — Che cosa par loro della mia idea, eh?... Non fu una trovata di genio?... Dicano, dicano la loro opinione.

Confusi dinanzi a tanta grandezza, gli Ariani si limitavano a sorridere d'un sorriso ebete.

— Nei primordî — ricominciò il cavalier Flaminî — fu un osso duro da rodere. Il Convitto si aperse con sei allievi, e tra loro e i dieci o dodici esterni non si coprivano le spese. Convenne anzi far qualche debito, tanto più che la Rosa continuava a partorir femmine e che mi era nata la quarta figliuola, la Paolina.... Un altro si sarebbe perduto d'animo, io no.... Avevo ormai le mie viste sopra uno de' sei convittori, un ragazzo di buona famiglia, che avrebbe potuto essere un partito eccellente per la mia primogenita, la Luisa....

— Possibile? Così presto? — interruppe la signora Veronica.

— Chi non semina non raccoglie — ribattè il signor direttore. E tracannato un secondo bicchiere di vino, riprese: — Dunque non solo non battei in ritirata, ma coraggiosamente appigionai un locale più bello e più ampio, allargai le basi del Collegio, aggiunsi nuovi insegnamenti.... e corsi pareggiati, e corsi preparatori a scuole navali, militari, commerciali, e via via. Un'insegna poi che occupava mezza facciata, con le sue belle lettere fiammanti d'oro su fondo turchino:

COLLEGIO-CONVITTO FLAMINI

_sotto il patrocinio della Camera di Commercio ecc. ecc. ecc._