Natalìa ed altri racconti

Part 13

Chapter 133,777 wordsPublic domain

— Oh scusi! — egli riprese infastidito. — Crede forse ch'io ci vada per elezione? Crede che di mio gusto sarei venuto qui, che sarei andato a Levico, a Carlsbad, a St. Moritz? Si ricordi la mia teoria. Le cure sono come le ciliegie. Una tira l'altra. _Dura lex, sed lex_. Dopo la cura dell'acqua fredda, l'artrite, dopo l'artrite, la cura termale. Si rassegni....

Era inutile combattere quest'idea fissa. Mi contentai di ridere.

— Riderà bene chi riderà l'ultimo, — soggiunse il conte a modo di conclusione, mentre la timonella s'allontanava.

— Crepi l'astrologo! — dissi fra me. — Tuttavia, non lo nego, l'accento solenne di Ortigli mi fece una certa impressione. Se i suoi pronostici si avverassero?... Eh, in tal caso, vi spedirei nell'agosto prossimo una corrispondenza da Monsummano o da Battaglia o da Abano.

NELLA NEBBIA

Nell'ottobre 1882 — cominciò l'architetto Marino Sala — essendo a Parigi in tre amici, l'ingegnere Giorgio Bussoli, il povero Battista de Giacomi, il pittore, ed io, ci venne il ghiribizzo di dare una capatina a Londra. Ci si andava, come suol dirsi, con la testa nel sacco; senza conoscere affatto la città, senz'avere una lettera di raccomandazione, senza sapere una parola d'inglese. Ma erano giovani, e pei giovani le difficoltà non esistono.

Senonchè, appena giunti nella grande metropoli, quasi in omaggio al proverbio _paese che vai, usanza che trovi,_ ci si cacciò addosso un potentissimo _spleen._ A Parigi avevamo lasciato un bel sole; arrivavamo a Londra con la nebbia; a Parigi, bene o male, ci facevamo intendere; a Londra, tranne con un cameriere dell'albergo che balbettava un po' di francese, ci conveniva aiutarci a forza di mimica. E accadeva una cosa singolare. De Giacomi, che, ignorando anche il francese, a Parigi non s'impicciava in nulla e si rimetteva interamente a noi, a Londra era d'un'estrema loquacità, e se aveva qualche informazione da chiedere, fermava la prima persona che gli si parasse davanti e le rivolgeva il discorso in pretto veneziano. Quest'era il lato comico della situazione; perchè, naturalmente, l'interrogato restava con la bocca aperta, e Bussoli ed io ridevamo facendo andar in bestia l'amico, il quale si sfogava a dir vituperi a quella gente barbara che non capiva il dialetto di Carlo Goldoni e di Giacinto Gallina. Povero de Giacomi! Fuori della sua arte egli era una specie di sordo-muto; ma la sua arte come la sapeva! E che nome si sarebbe fatto se fosse vissuto più a lungo!

Basta; una sera noi c'eravamo allontanati molto imprudentemente dal nostro albergo, fidandoci, per ritrovar poi il cammino, in una certa abilità di orientazione che Giorgio Bussoli aveva mostrato di possedere a Parigi. Camminavamo senza uno scopo, seguendo l'invito del rumore decrescente, cosicchè, partiti da una via piena di moto e di frastuono, giungemmo in pochi minuti ad un'altra che, per Londra, poteva dirsi deserta e silenziosa; non percorsa dai trams nel mezzo, non affollata dai pedoni sui marciapiedi. Tuttavia della gente ce n'era, e bastava che ci fermassimo davanti alla vetrina di un negozio per ricevere degli spintoni da qualche passante affrettato. — In malora! — borbottava de Giacomi. — In malora! — Ma nessuno si risentiva dell'offesa. Solo una volta una donna la quale non ci aveva nemmeno toccati, cogliendo a volo l'esclamazione vivace del pittore, girò il capo e stette un momento a guardarci tra curiosa e benevola. Poscia ripigliò la sua via; sostò di nuovo pochi secondi alla svolta d'una strada; di nuovo ci guardò, e disparve.

Giorgio Bussoli, sempre pronto ad ingalluzzirsi, fece atto di voler seguirla; ma de Giacomi e io lo trattenemmo pel braccio. O che diventava matto? Non sapeva quanta prudenza fosse necessaria a Londra nell'articolo femmine? Non si ricordava di forestieri svaligiati e peggio per esser corsi dietro a qualche sirena lusingatrice? E poi di che cosa s'era invaghito? L'aveva vista bene in faccia quella donna? Che altro poteva dire di lei se non ch'ell'era alta e sottile da parere un manico di granata?

Bussoli s'arrese alle nostre ragioni, sospirando con aria patetica: — In che razza di paese siamo capitati!

La nebbia s'era fatta più densa; non c'era proprio sugo ad andare a zonzo per la città e io proposi di tornarcene addirittura all'albergo.... se si trovava la strada.

— Facilissimo, — rispose Bussoli con la sua sicumera. — Intanto _front'indietro_.

Su questo non c'era nulla a ridire, e per i primi cento metri si camminò d'amore e d'accordo. I guai cominciarono sotto una _réclame_ colossale affissa all'altezza d'un primo piano alla svolta d'una strada e illuminata da un riflettore a gaz. Giorgio Bussoli sosteneva che bisognava girare di là, che su quella _réclame_ egli aveva prima fermato la sua attenzione come sopra un faro, e ch'era tanto sicuro che quella fosse la direzione giusta quant'era sicuro di esistere. Noi avevamo i nostri riveriti dubbii; a noi pareva che si dovesse girar dalla parte opposta, ma Bussoli insisteva, rammentava i suoi trionfi di Parigi, ci permetteva di dargli del _piavolo_ se entro dieci minuti egli non ci conduceva alla porta dell'albergo. E noi, benchè riluttanti, finimmo col seguirlo, ma prima che fosse trascorsa la metà del termine da lui stabilito egli fu costretto a riconoscere che aveva sbagliato e ad accettare in silenzio la qualifica di _piavolo superlativo_ datagli da Battista de Giacomi.

Eravamo in una via mal selciata, senza botteghe, scarsamente rischiarata da pochi lampioni a gaz che mettevano come tante chiazze giallastre nella nebbia umida e fitta. Nessun veicolo l'attraversava; pochi pedoni strisciavano come ombre rasente i muri.

— E adesso? — disse de Giacomi tirando giù quattro moccoli.

— Adesso, — io risposi, — si domanda.

— Sì; e in che lingua?

— Come si potrà.... Grazie a Dio, lì c'è un _policeman_.

Rigido, spettrale, con le mani intrecciate dietro la schiena, l'uomo era a pochi passi da noi, sbucato non si sa di dove. Alla nostra richiesta egli fece segno ripetutamente che non capiva. Allora io strappai un foglietto bianco dal mio taccuino, e scrissi il nome del nostro albergo.

Ma proprio nel punto in cui stavo per mettere la carta sotto gli occhi dell'agente della legge, un rumore indiavolato si levò da un vicolo laterale, una megera furibonda irruppe nella strada e rivolse un pressante appello al _policeman_ che la seguì, piantandoci in asso.

— _Varda che fiol d'un can!_ — urlò de Giacomi.

In quella, dietro le nostre spalle, una voce armoniosa, sebbene alquanto velata, articolò, con un pronunziatissimo accento veneto, un cortese saluto: — Buona sera.

Ci voltammo stupiti. Era una donna alta e magra, certo la stessa che avevamo vista un quarto d'ora innanzi.

— Buona sera, — ella ripetè. E aggiunse in tuono interrogativo: — Veneziani? — Indi, leggendoci in faccia la risposta, sospirò: — _Son veneziana anca mi_.

Sola a quell'ora nelle vie di Londra, ella non lasciava dubbio sul vero esser suo. Ma ogni scrupolo tacque di fronte alla dolce sorpresa di sentire il dialetto nativo, alla simpatia che ravvicina i compatrioti in paese straniero, alla sicurezza d'aver alfine un'indicazione precisa che ci avrebbe rimessi sul buon cammino.

Rinfrancata dalle nostre accoglienze, la donna ci si pose al fianco e ci offerse di accompagnarci sino alla porta del nostro albergo. Non era mica molto lontano; nella strada ov'ella ci aveva incontrati prima dovevamo voltare a destra anzichè a sinistra.

— Era quello che dicevamo noi! — esclamammo in coro de Giacomo ed io.

Giorgio Bussoli non pareva troppo persuaso, e ci confessò più tardi che per un istante egli concepì qualche sospetto sulla buona fede della nostra guida, e fu tentato di ripeterci la lezione di prudenza che poc'anzi avevamo data a lui.

Io intanto esaminavo da presso la nostra _concittadina_. Era pallida, macilenta; giovine forse ancora, ma invecchiata dagli strapazzi; forse bella un tempo, ora non avente altro di bello che i grandi occhi bruni e i lucidi capelli castani abbondanti così da tenere sollevato sul cocuzzolo il cappellino di paglia nera che aveva l'aria di contar parecchie campagne. Indossava un abito di lana color marrone, e su quello un soprabito scuro stretto alla vita; con una mano s'appoggiava all'ombrello chiuso, con l'altra teneva sollevate alquanto, per non inzaccherarle, le falde del vestito, mostrando il piede piccolo e le scarpine sfondate. Allorch'ella parlava un sorriso malinconico errava sulla sua bocca, e sul suo labbro superiore appariva un solco, come d'una cicatrice. E in quel punto le mancava un dente incisivo, uno solo; chi sa in che rissa, in che orgia, per effetto di che colpo brutale ella lo aveva perduto!

Il più infatuato a discorrerle e a farla discorrere era de Giacomi. Finalmente gli risonava all'orecchio il suo vero dialetto; il nostro era adulterato, diluito nelle leziosaggini della lingua; non eravamo due veneziani autentici Giorgio Bussoli ed io; questa ragazza invece, nonostante il suo lungo soggiorno a Londra, conservava gl'idiotismi, le inflessioni del popolo, e al nostro pittore, nato di popolo, si allargava il cuore a sentirla.

Ella, però, alle interrogazioni rispondeva con un certo riserbo, cavandosela talora con frasi vaghe, come persona a cui pesa di riandar la sua vita. Aveva lasciato Venezia da oltre quindici anni, da circa dieci era a Londra; ma in forza di quali eventi v'era capitata, per quale necessità di cose vi aveva fissato la sua dimora? Sollecitata a raccontar la sua storia, ella si stringeva nelle spalle.

— _Xe inutile, no i me credaria.... Combinazion._ E nemmeno il suo cognome volle dirci; ci disse solo il nome che portava a Venezia, _Zanze;_ a Londra la chiamavano _Kitty_. Ma, le chiese uno di noi, non aveva parenti a Venezia, non aveva nessuno? Col capo ella fece segno di no.... Tutti morti? Con uno sforzo visibile ella rispose che _forse_ viveva ancora un suo fratello che viaggiava per mare.... Forse?... Non ne sapeva nulla di preciso? Non si scrivevano mai?... No.... _Lu va per la so strada, mi vado per la mia_ — ella dichiarò, con una sua filosofia rassegnata.

Pur non aveva il cuore affatto indurito, e al ricordo della sua città natale si esaltava, si commoveva, gli orli delle sue palpebre s'inumidivano. Abitava in Cannaregio, faceva la perlera (l'infilatrice di perle). Le aveva sempre dinanzi agli occhi quelle _fondamente_ piene di sole: San Girolamo, la _Sensa_, la Madonna dell'Orto. Quante volte le aveva corse e ricorse con le sue compagne, ridendo, cantando, facendo sonar le pianelle sugli scalini dei ponti! Quante volte nelle sere affannose d'estate s'era seduta sopra una _riva_ a godersi il fresco e succhiar le fette d'_anguria_ (cocomero) mentre i ragazzi si tuffavano a gara nel vicino canale!... Ah Venezia, Venezia!... Ella non poteva affacciarsi a quel Tamigi torbido e limaccioso senza volar con la mente alla sua laguna limpida come un cristallo e quieta come un olio, al Molo, alla Riva degli Schiavoni, alle Zattere, al Lido.... Avevano costruito un grande stabilimento di bagni a Santa Elisabetta di Lido, non è vero?... Ell'andava a San Nicoletto, ogni lunedì di settembre.... Le belle merende che aveva fatto colà, sotto il platano!... C'era ancora quel gran platano, c'era?... Perchè aveva sentito dire che tante cose erano mutate.... Già fin dai suoi tempi stavano lavorando intorno a una strada nuova, dove c'era la _Calle dell'Oca_.... E anche a San Moisè volevano aprire una via larga?... Ma la Piazza non la toccheranno mica?... Quella non si tocca.... Guai!

La Zanze mise un sospiro.... Le pareva che sarebbe morta contenta se, per un giorno, fosse potuta tornare nella sua Venezia.

Noi la interrogammo. Perchè non ci tornava? Non era poi un viaggio da spaventare.

Ella tentennò la testa. — No, no.

— Scommetto, — riprese de Giacomi supponendo che la maggior difficoltà venisse dalla spesa, — che duecento lire bastano, e ce ne avanza.

E poichè aveva le mani bucate per sè e per gli altri soggiunse: — Ecco, qui siamo in tre, e fino a duecento lire in tre ci si arriva.... Io per la mia parte son pronto; de' miei amici non dubito....

Giorgio Bussoli gli diede un pizzicotto per avvertirlo che forse egli aveva torto di non dubitare; ma prima che noi manifestassimo in modo più esplicito il nostro parere sull'atto di munificenza a cui eravamo invitati, la Zanze troncò la discussione: — Grazie, _tosi,_ — e ci associava tutti e tre nei suoi ringraziamenti; — _xe inutile; no posso_....

Una nube s'era calata sulla sua fronte; una risoluzione dolorosa, inflessibile si leggeva nella sua fisonomia.

Ebbene, insisteva de Giacomi, s'ella non poteva adesso, avrebbe potuto più tardi; egli le avrebbe lasciato il suo indirizzo; ella gli avrebbe scritto, e per quello che le fosse occorso egli le rinnovava l'offerta.... anche in nome de' suoi amici.

Quel de Giacomi voleva a ogni costo comprometter gli amici. Ma ora si trattava d'un'offerta vaga, lontana, e Bussoli ed io non esitammo a dire: — Sì, sì.

— _Grazie, no posso,_ — ripeteva la Zanze. E non le si cavava altro di bocca.

Camminava silenziosa, appoggiandosi all'ombrello, trascinando un po' la gamba sinistra. Io pensavo, guardandola: — Quanti anni avrà questa donna? Ne mostra quaranta, ma non deve averli. Ne avrà trentaquattro o trentacinque. Ne avrà avuti una ventina quando ha lasciato Venezia. Noi, allora, eravamo adolescenti, nell'età in cui l'anima si schiude e i sensi si svegliano e la bellezza femminile è come la rivelazione d'un mondo nuovo. Certo l'avremo incontrata più e più volte sul nostro cammino questa giovinetta alta, snella, dai folti capelli castani, dai grandi occhi neri; l'avremo incontrata, l'avremo urtata col gomito, avremo sentito rimescolarcisi il sangue al fuggitivo contatto; l'avremo forse seguita per qualche passo, ci saremo tirati addosso i suoi frizzi.... Ma ora la donna stanca, perduta, sbalestrata di là dai monti e dai mari, logora dall'inedia e dai vizi, non ci evoca dinanzi nessuna delle antiche visioni; noi non la riconosciamo; ella non riconosce in noi i timidi adolescenti d'un tempo. Strano fenomeno la vita! Ognuno di noi è veramente un solo individuo che percorre l'intervallo tra la culla e la tomba, o siamo formati di tante esistenze che un filo congiunge ma che molte più cose dividono?

Noi sboccammo in una strada assai ampia, ove, appunto per cagion dell'ampiezza, la nebbia sembrava acquistare maggior densità e consistenza. Le case dall'altra parte si discernevano appena in una massa confusa, lungo la quale correva, a una certa altezza, una linea più chiara, d'un chiarore scialbo, fumoso. Erano i candelabri allineati sul marciapiede. Carrozze, omnibus, tram, procedevano lenti e guardinghi nel mezzo, avvertendo i passanti col tintinnio dei campanelli e con lo squillo delle cornette.

L'identica domanda venne sulle labbra di tutti e tre. — Dove siamo?

De Giacomi aggiunse per suo conto una sfilata d'improperi contro il clima di quel p.... paese, e si tirò su fino agli orecchi il bavero del soprabito.

La risposta della Zanze non si fece attendere. Eravamo a una cinquantina di metri dal nostro albergo, e non si doveva neanche traversar la strada per arrivarci. — Ecco, — ella disse, alzando l'ombrello e segnando un punto luminoso nella direzione del marciapiede.

A due passi dal portone da cui usciva un omnibus pieno di viaggiatori e carico dì bauli, ella si fermò per prender commiato.

Profondendoci in ringraziamenti, noi mettemmo contemporaneamente la mano alla borsa. E Giorgio Bussoli, assalito dallo scrupolo di lasciar partire così una femmina galante per brutta e matura che fosse, invitò la Zanze a salir con noi, a bevere insieme una bottiglia di birra.

La donna sorrise. — _In sto albergo? Un bel scandalo che daressi!_

E nemmeno del danaro ella voleva saperne. Alla lunga consentì ad accettar solo pochi scellini e disse quasi scusandosene: — _Se no porto gnente, le xe de queste_....

Fece con l'ombrello il segno di percuotere. Indi, scrollando il capo: — _Bona note, tosi, deghe un baso per mi a la mia Venezia._

Si dileguò nella nebbia e non l'abbiamo rivista mai più.

LA LETTERA

I.

Il professore Attilio Cernieri, glottologo insigne, senatore del Regno, commendatore di più ordini, membro effettivo dei Lincei, socio corrispondente d'un'infinità di Accademie italiane e straniere, s'era fatto aprire dal servo Pomponio due casse di libri giuntigli la sera prima da Padova a piccola velocità. Erano, quei libri, il residuo della biblioteca ch'egli era andato via via formandosi appunto a Padova, quando, una ventina d'anni addietro, apparteneva a quell'Ateneo come assistente al professore di lettere neolatine. Dopo d'allora egli aveva molto viaggiato per iscopi scientifici, era stato chiamato successivamente all'Istituto degli studi superiori di Firenze e all'Università di Napoli, fin che il Ministro lo aveva voluto a Roma, alla Sapienza, creandogli una cattedra apposita, e accordandogli un soprassoldo.

Per qualche tempo, durante le varie peregrinazioni del professore, la biblioteca, fatta incassare e depositata presso un collega, era rimasta a Padova. Poi Cernieri ne aveva richiamato una parte quand'era a Firenze, un'altra parte quando era a Napoli; venuto adesso a Roma con l'intendimento di fissarvi stabile dimora, aveva deciso di ritirar le due ultime casse. In fondo, quei libri non erano punto necessari ad un uomo che oltre ad aver rifornito d'opere recenti la biblioteca propria, aveva a sua disposizione tutte le biblioteche pubbliche e private della capitale. Siamo in un secolo in cui ogni cosa procede a vapore, anche la scienza; la verità dell'oggi può essere una bugia domani, e un volume rischia d'invecchiar sotto i torchi.

Solo non era ancora invecchiata, dopo dieci anni, la celebre monografia nella quale il nostro Cernieri aveva, con poderosi argomenti, rivendicato alla famiglia finnica un gruppo di radici credute d'origine celtica. Il libro, piccolo di mole ma denso di pensiero, era stato tradotto in tutte le lingue, e la geniale scoperta aveva posto il nostro professore _sul vertice della piramide scientifica_ (sono parole di un discepolo entusiasta) accanto al principe dei glottologi viventi, il famoso Löwenstein dell'Università di Upsala. Siccome però sul vertice d'una piramide ci si sta male in due, il Cernieri e il Löwenstein avevano dato in principio l'interessante spettacolo di due lottatori che tentano di cacciarsi abbasso a vicenda, finchè convinti dell'inanità dei loro sforzi, s'erano decisi a mutar la rivalità in alleanza. I due dotti uomini erano sempre due lottatori, ma invece di lottar fra loro lottavano con gli altri.... se mai c'era l'impertinente che osasse alzar troppo la cresta e volesse collocarsi anche lui sul vertice di quella famosa piramide. Chi poi fosse disceso nell'animo di ognuno dei due _chers confrères,_ come si chiamavano scrivendosi, vi avrebbe forse trovato una stima molto mediocre per l'alleato. Il Löwenstein credeva poco alle radici finniche del Cernieri; il Cernieri credeva ancor meno alla rivoluzione portata dal Löwenstein nello studio delle lingue indopersiche.

Ma lasciando stare Löwenstein nella sua lontana Norvegia, noi dobbiamo aggiungere qualche tocco al ritratto del nostro illustre compatriota. E cominciando dall'età, diremo che al momento in cui il servo Pomponio apriva dinanzi a lui le due casse di libri il professore non contava che quarantasei anni, ma pareva già vecchio. Era un po' curvo della persona, aveva fronte ampia solcata da rughe precoci, piccoli occhi miopi nascosti sotto le lenti, ordinariamente socchiusi come d'un micio assopito, capelli scarsi e grigi, barba ispida, negletta e quasi bianca. In gioventù Cernieri si radeva da sè, ma dopo che gli era accaduto più d'una volta, nella sua distrazione, di radersi da una parte sola e di presentarsi così bene acconciato alla scolaresca, egli aveva stimato miglior consiglio di lasciar crescere quella sua appendice in pienissima libertà, salvo ad andar dal parrucchiere quando fosse proprio impossibile di fare altrimenti. Del resto, la distrazione del professore era ormai proverbiale e se ne citavano esempi ancor più caratteristici. Non gli era successo un giorno di perder la corsa ostinandosi a cercar per tutta la stazione di Bologna una valigia che aveva in mano?

I distratti sogliono aver l'umore gioviale, ma il nostro glottologo era un'eccezione alla regola. Da gran tempo le sue labbra non conoscevano altro che il sorriso scientifico, quel sorriso fatto di superiorità e di commiserazione con cui un uomo dotto accoglie la notizia delle cantonate prese da un carissimo collega. In società, se non poteva esimersi dall'andarvi, si teneva volentieri in disparte, sfuggendo la conversazione delle signore alle quali non sapeva che cosa dire, e che, già, non avrebbero saputo che cosa dire a lui.... sebbene, almeno fino a cinque o sei anni addietro, con la scarsezza di mariti che c'è a questo mondo, più d'una madre gli avesse gettato gli occhi addosso come su un partito conveniente per le figliuole. Anzi per un pezzo la contessa Pastori l'aveva tempestato d'inviti a pranzo, sperando di fargli sposare la sua secondogenita che aveva i denti guasti e gli occhi scerpellini e non trovava un cane che la volesse. Invero la ragazza, opportunamente ammaestrata, accoglieva il professore con singolare deferenza, gli preparava di sua mano una squisita marmellata di pesche e mostrava d'interessarsi assai alle radici finniche. Ma Cernieri non morse all'amo, si schermì dagl'inviti, diradò le sue visite e non si lasciò più vedere in casa Pastori fin che non seppe che la contessina era fidanzata a un negoziante di baccalà che conciliava il culto dei salumi con la venerazione pei titoli nobiliari. Indi, reso accorto dall'esperienza, divenne più orso di prima, più di prima inaccessibile a qualsiasi idea galante. Ogni uomo ha nel libro della sua vita una pagina intima che la donna segna di note dolorose o gioconde; pel professore Attilio Cernieri quella pagina era rimasta bianca.... Così dicevano i suoi conoscenti, così avrebbe detto egli stesso se lo avessero interrogato. E lo avrebbe detto in buonissima fede.... Assorto come era nelle sue ricerche dimenticava le cose vicine; o perchè doveva ricordar le lontane?

II.

— Misericordia! — esclamò Pomponio che aveva cominciato a tirar fuori i libri dalle casse. — Misericordia! Quanta polvere!

E soggiunse: — Creda a me, sarebbe meglio che mi lasciasse portar tutto quanto di là e sbrigar da me questa fattura.

Ma il professore si oppose risolutamente. Voleva che l'operazione si compisse nel suo studio, alla sua presenza; voleva, dopo una spolveratina sommaria, riporre i libri egli stesso in uno scaffale pronto a riceverli.

E Pomponio, rassegnato, seguitò a tirar fuori i volumi, a sbatterli alla meglio e a consegnarli al commendatore che, dopo averne guardato il titolo, li metteva a posto. Le tignuole giravano per la stanza, la polvere si spargeva nell'aria, si posava sui mobili, penetrava nei pori, costringeva padrone e servitore a raschiarsi ogni momento la gola e a starnutire.

— Qui poi c'è anche una tela di ragno, — notò Pomponio sollevando un grosso _in-folio_. Era un atlante del mondo antico, di Teodoro Menke, stampato a Gotha da Justus Perthes. Ora accadde che mentre il servo lo palleggiava, un piccolo rettangolo di carta ingiallita uscì pian piano dal mezzo di due pagine e andò a cadere sul pavimento.

— To', che roba è? — disse Pomponio. — Pare una lettera.

E, deposto l'atlante, si chinò per raccattarla.

Ma il professore l'aveva prevenuto e come inebetito girava e rigirava la lettera fra le mani. Poich'era effettivamente una lettera, ed era una lettera sua, chiusa ancora, col francobollo attaccato, con l'indirizzo scritto di suo pugno, nella sua calligrafia grave, pesante, di uomo nato per esser cavaliere di molti ordini e socio di molte accademie. Del resto, una calligrafia chiara, tale da dar la sicurezza che la lettera sarebbe giunta a destinazione.... se fosse stata impostata.