Part 10
— Giudicheranno loro, — riprese Belliati. — Il fatto accadde a Bruxelles, e anche allora il dottor Dreams deve, come sempre, aver agito a malincuore.... Conoscendo le sue facoltà straordinarie, egli teme di abusarne. Sa che, spesso, dove tocca schiaccia. In quell'occasione gli schiacciati furono due uomini già sul limitare della vecchiaia ma ancor sani e robusti, due personaggi d'alto affare, che per la comodità del racconto lo distinguerò con due nomi, poco importa se reali o no, il senatore Giulio Charron, il consigliere di cassazione Edoardo Mareuil. Sembra che questi signori avessero dato pulitamente del ciarlatano al dottore. Egli li pregò di non metterlo al punto di provar loro quanto s'ingannavano. Essi lo sfidarono. Presenterò loro qualcheduno, — egli disse con calma. — Un morto? — Sì e no. — Come? — Vedranno.... A ogni modo i presentati saranno due. — E quando? — Oggi, domani, a loro scelta. — Nelle tenebre della notte? — Oh no, di pieno giorno. — E dove? — Dove credono; nel mio albergo, a casa d'uno di loro, per la strada. — Il senatore e il consigliere non vollero mostrarsi pusillanimi e risposero: — Sia per domani, al suo albergo, alle due pomeridiane. — Siamo intesi. — Puntuali al convegno, il Charron e il Mareuil furono introdotti da un cameriere dell'albergo in un elegante salotto ove il dottor Dreams li accolse con grande cortesia. Quel salotto i due visitatori lo conoscevano; c'erano stati altre volte a salutarvi dei forestieri e non vi trovarono nulla di mutato, nulla che potesse servire alle arti di ciurmatore. Ed ecco che, appena v'ebbero preso posto, videro entrare per l'uscio di mezzo, non introdotti da anima viva, due giovinetti imberbi, ai quali non darò adesso alcun nome. Mi limiterò a dire che l'uno era biondo e l'altro bruno. Potevano avere vent'anni al più, erano tutti e due di bella presenza, avevano l'aspetto di due studenti. Non c'era in essi nulla di strano, fuor che nel vestito che pareva tagliato sopra un figurino antico. Strinsero la mano al dottore, chinarono la testa agli estranei, e a un cenno del Dreams sedettero, il biondo di fronte al Charron, il bruno di fronte al Mareuil. I due vecchi erano già profondamente turbati, pallidissimi in viso. Chi erano quei giovinetti, l'uno dei quali, il biondo, destava una vaga, lontana reminiscenza nell'animo del Charron, l'altro, il bruno, produceva un effetto consimile nel Mareuil? Chi erano? E perchè il dottor Dreams non li presentava? Il senatore e il consigliere di cassazione si voltarono verso il dottore per chiederglielo, ma non ebbero il coraggio di formular la domanda. Egli era ritto in mezzo alla stanza, con le braccia incrociate sul petto, con lo sguardo fisso e dominatore; era il muto padrone di quegli spiriti e di quelle coscienze. Egli non voleva che pel momento i quattro uomini si dicessero il loro nome, e non se lo dissero; voleva che parlassero fra loro, e parlarono. Parlarono quasi sempre a due a due, il Charron col giovine biondo, il Mareuil col giovine bruno. Parlarono d'ogni argomento: di religione, di filosofia, di letteratura, di politica, d'arte, avendo, di tratto in tratto, qualche slancio di simpatia vicendevole, ma in fondo non riuscendo ad intendersi nè in politica, nè in arte, nè in letteratura, nè in religione, nè in filosofia. Ed era un dissidio più grave di quello che la differenza di circa mezzo secolo d'età non bastasse a spiegare. Poichè, quando si tratta di contemporanei, i vecchi esercitano un'influenza sui giovani, i giovani sui vecchi. Qui invece era il dissidio fra uomini di tempi diversi, come sarebbe se uno morto verso il 1848 fosse rievocato improvvisamente dalla tomba e chiamato a discutere nel 1898. A un certo punto il dottore disse: — E perchè non si scambiano i loro biglietti da visita? — Quelli ubbidirono. — Oh! — fecero i giovani con un gesto di maraviglia, dando un'occhiata ai biglietti dei loro interlocutori. Ma i due vecchi sentirono drizzarsi i capelli in testa, sentirono gelarsi il sangue nelle vene, mentre stringevano fra le dita tremanti i due cartoncini, ingialliti agli orli. Su quello del giovine biondo era scritto: — _Giulio Charron, dell'Università di Gand._ — Tali erano i biglietti del senatore quand'era studente. Su quello del giovine bruno si leggeva: — _Edoardo Gastone Mareuil._ — Edoardo Gastone! Il Mareuil era effettivamente Edoardo Gastone, ma da una quarantina d'anni non si faceva chiamar che Edoardo. Con le pupille fuori dell'orbita, con la voce rauca dall'emozione, il senatore ed il consigliere gridarono: — Qui si usurpano i nostri nomi. — Il dottore accennò con la mano: — Calma, calma, signori. Non precipitino i giudizi. — E rivoltosi agli studenti: — Tocca a loro, — soggiunse, — di provare che non hanno usurpato nulla. — Indi, ai due vecchi contraffatti, sbigottiti, il giovine biondo e il giovine bruno favellarono della casa paterna, della famiglia lieta e numerosa, ricordarono atti, gesti, parole di cari defunti, ricordarono i chiassi dell'infanzia, le scappate dell'adolescenza, le birichinate della scuola, ricordarono i primi dolori e i primi amori; tutto ciò insomma che nessun estraneo poteva sapere, ch'essi medesimi, i vecchi, avevano in gran parte dimenticato, e che oggi, per virtù di quella evocazione portentosa, riprendeva forma e rilievo nella loro memoria. Ma come? Ma come? Chi erano quei giovani? Erano loro stessi in un passato remoto? Erano loro stessi, e non s'erano riconosciuti, e, discutendo, non avevano avuto un'opinione comune?... Quale assurdità! Può l'individuo sdoppiarsi? Può, avanzando nella vita, lasciar dietro di sè un altro individuo che un giorno gli si riaffacci dinanzi?... E se non erano loro stessi, chi erano quei due giovani che sapevano _tutto?_... Con crescente terrore il Charron e il Mareuil fissavano i due esseri misteriosi.... sul petto del biondo brillava uno spillo d'ametista, dall'orologio del bruno pendeva un ciondolo d'oro in cui erano incastonate due piccole perle. Ma il Charron aveva portato quello spillo; ma il Mareuil aveva portato quel ciondolo; poi lo spillo era stato perduto al giuoco, il ciondolo era stato smarrito.... Era troppo.... Lenta lenta una nebbia si calò sugli occhi dei due vecchi; e in quella nebbia essi vedevano a poco a poco dileguarsi l'apparizione. S'allontanavano i giovani con un'espressione d'infinita malinconia. Pareva ch'essi dicessero: — Eravamo belli e forti, eravamo pieni di baldanza e di fede, e siamo diventati così! — Allorchè il senatore e il consigliere si risentirono, essi stringevano ancora fra le mani i biglietti da visita.... Quei biglietti non erano stampati in nessuna litografia della città; i due studenti, come non erano stati visti entrar nell'albergo, così non erano stati visti uscire. Nessuno li incontrò mai più, nessuno n'ebbe notizia. Il dottor Dreams lasciò Bruxelles nello stesso giorno. Il senatore Charron, precipitato di colpo nella decrepitezza e nell'imbecillimento, vegeta, credo, tuttora in una villa presso Liegi. Il consigliere Mareuil, più gagliardo, più energico, fece ogni tentativo possibile per chiarir la strana avventura ch'egli narrava a tutti e narrò anche a me. Viaggiò, cercò inutilmente il dottor Dreams. Alla fine quel pensiero assiduo, tormentoso, sconvolse la sua ragione, e, dopo alcuni mesi passati in una casa di salute, morì.
L'ingegnere Belliati si alzò in piedi. Quelli che lo avevano ascoltato con attenzione intensa chiesero ansiosamente:
— E il dottore, il dottore?
— L'ho detto prima. Non se ne sa nuova. Si sarà cambiato nome. Sarà tornato in Inghilterra, in America.... Sarà morto.... I taumaturghi non son mica immortali.... Buona notte, signori.
— Come? Se ne va?
— Sì. Chiedo licenza.... Ho qualche lettera da scrivere.
Non ci fu modo di trattenerlo.
— Che sia possibile?, — chiese qualcheduno alludendo alle cose narrate dall'ingegnere.
— E se fosse tutto un parto della sua fantasia?
— Chi è poi questo signore?... Chi ce lo ha presentato?
— Ce lo ha presentato Ugo Vertioli, che se ne andò subito con la scusa di una seduta.
Quella notte il crocchio non si sciolse che verso le due.
La sera dopo si domandò a Ugo Vertioli:
— Dov'è il tuo amico?
— Quale amico?... Ah, l'ingegnere Belliati.... Fu chiamato da un telegramma a Bologna.... Del resto, non è mio amico.... Ci siamo conosciuti in viaggio.
— Sai ch'egli ci empì la testa di storie meravigliose?
— Davvero?
— Sì.... E dice con gran serietà delle cose incredibili.
Uno borbottò:
— Già partito!... Ha le abitudini del dottor Dreams.
— E se fosse lui stesso il dottor Dreams?, — soggiunse un altro.
Si protestò vivamente. Quel nome faceva una singolare impressione a tutti.
— Ma insomma, — domandò Vertioli, — che cosa c'entra il dottor Dreams? Chi è?
— Come? L'ingegner Belliati non te ne ha mai parlato?
— Mai.
Allora il più eloquente della compagnia s'accinse a ripetere il racconto fantastico dell'ingegnere.
— Volete saper la mia opinione?, — disse alla fine Vertioli. — Io giurerei ch'è una storia inventata di sana pianta da Belliati, il quale ha voluto ridere alle vostre spalle.
ASSOLTO
I.
La gran giornata, la giornata attesa e temuta, era giunta. Da quasi un anno durava il processo, un processo d'amministratori di Banche; da tre mesi i nove imputati erano in berlina dinanzi al giurì, dinanzi alla Corte, dinanzi a una folla curiosa, petulante, irrequieta. La lettura dell'atto d'accusa aveva assorbito due intere sedute; poi c'erano stati gl'interrogatori lunghi e minuziosi degli accusati; poi le deposizioni di oltre a cento testimoni; poi i rapporti dei periti. Finalmente eran cominciate le arringhe; arringhe della Procura del Re, della parte civile, degli avvocati difensori, repliche, controrepliche, ecc. Un fiume di parole aveva inondato l'aula delle Assise, aveva travolto le deboli barriere dietro a cui si riparava il senso comune di quelli che dovevano pronunciare il verdetto. Le questioni più semplici erano andate via via ingarbugliandosi, le responsabilità più manifeste apparivano dubbie, il sofisma trionfava.
E quale mutamento nell'opinione pubblica! L'opinione pubblica, si può dire, aveva imposto gli arresti; in omaggio a lei s'era negata la libertà provvisoria ai presunti colpevoli; era un coro d'imprecazioni contro questi malfattori in guanti gialli che s'erano arricchiti a spese dei gonzi, che, col loro lusso inverecondo, avevano insultato alla miseria del povero. Dieci, quindici anni di galera non bastavano, in quello scoppio dell'ira popolare, a saldar tanti misfatti. Ma, dei nove complici, colui ch'era segno alle maggiori contumelie, colui che si sarebbe voluto veder colpito con maggior rigore, era il cavalier Michele Albissola, l'uomo che, giovine ancora, era riuscito a imporsi al paese, l'uomo indispensabile, consigliere del Comune, della Provincia, della Camera di Commercio, preconizzato deputato alle prossime elezioni, l'anima infine del grande Istituto di credito la cui caduta aveva portato la rovina di centinaia e centinaia di famiglie. Lo si attaccava con la violenza medesima con cui lo si era esaltato. Il nome onorevole, reso caro all'Italia da tre generazioni di patrioti, la bella presenza, l'ingegno vivace, l'energia indomita, la parola facile e persuasiva, l'ospitalità signorile, tutte insomma le qualità naturali o acquisite che lo avevano aiutato a salire cospiravano ad aizzargli contro gli animi. Senza di quelle, egli non avrebbe potuto nascondere per tanto tempo i suoi fini tortuosi. Che più? Anzichè disarmare, esacerbava le collere il pensiero della moglie giovine, avvenente, virtuosa; dei tre bambini, tre amori, citati a modello d'eleganza e di grazia. Tutto la fortuna aveva dato a quell'uomo, e di tutto egli si era servito per ingannare. Era ben tempo ch'egli pagasse. Il santo e legittimo sdegno che infiamma i buoni contro i perversi e il basso livore che rode i cuori piccini s'univano per gridar la croce addosso a Michele Albissola, per invocar sul suo capo una punizione esemplare.
Ma anche prima del dibattimento, durante il lungo periodo dell'istruttoria, questi furori erano sbolliti. Non che la scoperta di fatti ignorati fosse venuta a toglier gravità alle imputazioni precedenti. I fatti rimanevano tali e quali, ammessi in parte dall'Albissola e da' suoi compagni, e ce n'era più del bisogno per imprimer sul fronte degli accusati il marchio di amministratori cinicamente infedeli. Ma nuovi e maggiori scandali avevano nel frattempo afflitto l'Italia, e un'idea, prima timida e dubitosa, poi risoluta ed audace, s'era fatta strada nelle coscienze: l'idea che in ogni processo, oltre a coloro che la legge traeva dietro la sbarra, ci fossero altri rei misteriosi, invisibili, che il giudice non osava, non sapeva, non poteva forse colpire; che vi fosse nell'ambiente, nei costumi, nell'ora, qualcosa di viziato e corrotto in cui si smarrivano le responsabilità personali. Il patrocinatore dell'Albissola, l'avvocato e deputato Ferruccio Maggesi, una delle illustrazioni del foro italiano, aveva capito subito quale, nel momento critico che si attraversava, fosse la linea di condotta più savia, quale il più savio linguaggio da tenere ai giurati. E valendosi della sua autorità aveva fatto accettare il suo criterio direttivo ai colleghi, onde le varie difese, anzichè rivolte a distruggersi a vicenda come avviene sovente, parvero converger tutte ad un fine. Una frase sfuggita a uno del giurì dopo lo splendido discorso del Maggesi lasciò intraveder le disposizioni d'animo dei dodici cittadini ch'erano arbitri del processo. — È un gran mondo di canaglie, — disse quel rispettabile salumaio. — O si fa un _repulisti_ generale, o è inutile prendersela con dei disgraziati che non son peggiori degli altri.
Nonostante questa indiscrezione, ancora l'ultimo giorno del dibattimento i pareri sull'esito erano molto divisi.
— Li condannano.
— Io dico che li assolvono.
— Albissola no sicuramente.
— Anche Albissola.
— S'è lui che teneva tutti i fili in mano?
— Non importa.... Scommettiamo.
— Assolto? Albissola? È impossibile....
— Eh lo so.... A dirlo undici mesi fa c'era da farsi lapidare.... Basta, di qui a poco si vedrà chi ha ragione.
Quando il campanello annunziò che i giurati stavano per rientrare nell'aula gli orologi suonavano le dieci.
II.
Già da più ore Virginia Albissola aspettava il verdetto che doveva decider della sorte di suo marito. Alle sei, dopo che suo cognato era venuto a dirle che secondo ogni probabilità le cose avrebbero tirato in lungo, ell'aveva, come il solito, mandato a Michele il desinare in prigione; indi, cedendo alle istanze di sua madre e d'un'amica d'infanzia che le tenevano compagnia, s'era indotta a sedere a tavola, ma non aveva preso che poche cucchiaiate di brodo. Adesso era ancora nel salotto da pranzo con la faccia tra le mani, coi gomiti sulla tavola sparecchiata; immobile quasi, se, ogni tanto, la sua persona non avesse come vibrato per un fremito che le correva tutte le membra.
La madre e l'amica avevano tentato più volte di scuoterla, d'intavolare una conversazione purchessia; visti riuscire inutili i loro sforzi, tacevano anch'esse, scambiandosi, di tratto in tratto, un'occhiata, o sfogliando macchinalmente una gazzetta, o regolando il lume a _carcel_ che andava soggetto ad ecclissi parziali.
Adagio adagio un uscio s'aperse e la Luisa, la cameriera, spinse la testa fra i due battenti.
La signora Virginia balzò in sussulto, pallidissima:
— Che c'è?... È venuto qualcuno?... Gustavo?
Gustavo era il cognato che si trovava alle Assise.
— Nossignora; — rispose la cameriera. — È Carlino che s'è svegliato e vuole alzarsi a tutti i costi.
— Provo io a chetarlo, se credi; — disse, alzandosi in piedi, la signora Clara, la madre, ch'era una donna sulla sessantina, assai vegeta e fresca.
— No, no; — dichiarò risolutamente la Virginia. — Vado io stessa. Mi farà bene movermi un poco.
E s'avviò con passo fermo.
— Quel Carlino è così nervoso; — riprese la signora Clara, rivolgendosi alla Bianca Dorelli, l'amica della Virginia, moglie d'un impiegato di assicurazioni.
— Come somiglia al suo babbo! — osservò la Bianca.
— Non pei nervi, però; — ribattè l'altra. — Da questo lato tiene piuttosto dalla mamma.... Oh pel resto sì.... Pel fisico, per l'intelligenza, pel carattere....
— È un ragazzo precoce.... Perchè non ha che ott'anni e mezzo, mi pare.
— Appunto.... Saranno presto dieci anni dacchè la Virginia s'è sposata.... Ma!.... Quanta ragione aveva il mio povero Luigi di non veder di buon occhio questo matrimonio!
— È stata la Virginia?
— È stata proprio lei a volerlo.... Io l'ho secondata, e me ne pento.
— Fammi indovino e ti farò profeta; — disse la Dorelli.
— Ella n'era innamorata perdutamente; — continuò la signora Clara, abbassando la voce. — E anch'io, lo confesso, subivo il fascino di quel giovine di bell'aspetto, pieno di facondia, d'ingegno, d'attività.... Inoltre un nome rispettabile, una buona condizione economica.... Dio mio, con la difficoltà che c'è in questi tempi a maritar le figliuole!
— Cara signora, non deve aver rimorsi.... Tutti invidiavano la Virginia.... E dopo il matrimonio più ancora di prima....
La signora Clara tentennò la testa.
— In quanto a me, non ho tardato molto ad accorgermi dello sproposito commesso.... Gli affari di mio genero navigavano col vento in poppa, la Virginia poteva levarsi qualunque capriccio, ma.... zitto.... È qui che viene.
La Virginia si lasciò cader sul divano.
— Quel Carlino mi fa disperare.... Figuratevi che pretendeva ch'io lo mandassi col servitore alla Corte d'Assise! Già sapete che scena ha fatto oggi perchè Gustavo non lo ha preso con sè.... Ora, a furia di suppliche, l'ho indotto a rimanere a letto mezzo vestito con la promessa che se giunge il suo babbo lo chiamo subito, e che, _in ogni caso_, vado a portargli le notizie, e se mai dormisse, lo sveglio.
— Un bambino di ott'anni e mezzo, pare impossibile! — esclamò la signora Clara con tenerezza di nonna. — Lui ha capito tutto, lui ha seguito tutto il processo....
— Ha un'adorazione pel suo papà; — notò la Dorelli.
— Anzi non vuol bene ad altri; — disse la Virginia con una intonazione amara.
— Che idee!
— È positivo; — seguitò l'Albissola con lo stesso accento. — Già il suo papà lo secondava in tutto.... La fatica che ho durato in quest'anno per moderarlo!... Non deve veder l'ora di liberarsi dalla mia tirannia.
Ripiombò per poco nel suo mutismo; quindi, scattando di nuovo, proruppe:
— E non si sa nulla.... Non capita nessuno, nè mio cognato, nè Dorelli, nè Malerotti, nè Dal Torso.... nessuno.
— È meglio che aspettino sino all'ultimo; — replicò la signora Dorelli. — Speriamo che i giurati non ci faranno rimanere in pene tutta la notte.
— Oh Dio, Dio, che supplizio! — gemette la Virginia.
La signora Clara posò una mano sulla spalla della figliuola:
— Pazienza!
— Oh mamma, — rispose la Virginia, — tu non puoi accusarmi di non averne avuta, di non averne della pazienza.... Ma è un anno che soffro tutti i martirii.... è un anno che vedo il nostro nome vituperato, che non posso uscir di casa senza che mi segnino a dito, un anno che, tranne con te, con la Bianca e con qualche altra amica, devo misurar le mie parole, i miei gesti, le mie lacrime, i miei sorrisi.... Persino davanti i miei figliuoli sono costretta a pesare ogni frase.... persino in loro.... almeno in Carlino.... mi sembra d'aver dei giudici che mi leggano in cuore....
— Via, son sogni tuoi....
— Oh, quest'è il meno.... Il terribile è la macchia sul nostro onore.... Oh povero papà mio, come hai fatto bene a morire!... Se ti fosse toccata un'umiliazione simile!
Singhiozzando, la Virginia abbandonò la testa sul petto.
— Ecco una delle sue crisi adesso; — disse la madre. E prendeva sulla mensola la bottiglia dell'acqua di Melissa.
— Su, Virginia, — diceva intanto la Bianca Dorelli, — non ti smarrire d'animo vicino al porto.... Ho il presentimento che tutto finirà bene.... Mi assicurava Vittorio che anche i più ostili sono stati scossi dall'arringa di Maggesi.
— Oh, gli avvocati! — borbottò l'Albissola.
— E quando te lo avranno assolto come ne ho fede, — ripigliò la Dorelli senza badare all'interruzione, — non ci sarà più da discorrer di macchie sull'onore.
— Tu credi? — domandò la Virginia, rialzando il viso con una strana espressione negli occhi.
Ma non soggiunse altro.
Invece, rivoltasi alla madre che le si avvicinava per porgerle il calmante:
— No, grazie, — le disse, — è passato.
III.
Una violenta scampanellata, uno sbatacchiar d'usci, un rumore di passi. Erano le dieci e pochi minuti.
— Signora Albissola! Signora Virginia! Assolto! Assolti tutti! — urlò dal di fuori Vittorio Dorelli che veniva trafelato dalla Corte d'Assise.
La Virginia, pallidissima, si slanciò nell'andito e gli tese ambe le mani. — È proprio vero?... Assolto?
— Diamine! Ho sentito coi miei orecchi. E ho voluto essere il primo a dar la notizia!... Avevo giù la mia bicicletta, e via come un fulmine, a rischio di farmi mettere in contravvenzione.
— Grazie....
— Suo cognato, — proseguì Dorelli reggendo la signora Virginia ed entrando con lei in salotto da pranzo, — Dal Torso, Malerotti e tanti altri amici son rimasti ad attendere il signor Michele.
— Ma non è libero?
— Sì ch'è libero.... Però c'è qualche piccola formalità, qualche carta da sottoscrivere.... Sarà qui fra un quarto d'ora, fra venti minuti.
E Dorelli continuava rispondendo a sua moglie e alla signora Clara che lo tempestavano di domande: — Assolti tutti nove. Non l'ho detto?... Se c'era gente nell'aula?... Altro che gente.... Una folla.... E quanti applausi!
— Hanno applaudito?
— Con entusiasmo.... Non mi meraviglierei se facessero una dimostrazione sotto le finestre....
— No, — gridò con una specie di terrore la Virginia Albissola. — No, per carità, nessuna dimostrazione.... Me la ricordo quella dell'anno passato....
— Ma questa scancellerebbe la memoria di quella.
— No, Dorelli, no, — riprese la Virginia giungendo le mani in atto supplichevole. — Procuri che ci lascino tranquilli....
— Da me non dipende, — rispose Dorelli alquanto confuso. — Già è tardi.... credo che non faranno niente.
— Oh la pace, la pace.... Non chiedo altro al Signore.
— Egli ti esaudirà, spero, — disse la signora Clara. — Intanto t'ha esaudita rendendoti tuo marito.... Su, su, Virginia; Michele non può tardare.... Prepàrati a riceverlo con un viso allegro.... E voi altri, — soggiunse indirizzandosi alla servitù che la gran notizia aveva richiamata in salotto, — voialtri non istate qui incantati.... Lesti. Voi, Giovanni, apparecchiate la tavola.... E voi, cuoca, in cucina.... Il padrone avrà bisogno di qualche cosa.... Del brodo ce n'è?... Sì.... E c'è poi tanta roba avanzata da oggi.... Avrai fame anche tu. Virginia....
— Oh, io no....
— Se non hai preso quasi nulla in tutta la giornata? — osservò la Bianca Dorelli.
— È inutile, non posso....
— Ti proverai.
— Ehi, Luisa, — ripigliò la signora Clara, — la camera, di là, è pronta?
— Sissignora.
— Ah! — esclamò la Virginia. — Ci siamo dimenticati di Carlino.... Gli avevo promesso di avvertirlo....
— Forse dorme.... Lo sveglierà il suo papà.... Già Michele vorrà vederli tutti e tre i suoi bambini. La Olga e Giorgetto saranno con gli angioli.
La cameriera fece un segno affermativo col capo.
— In ogni modo, — le ordinò la signora Clara, — salite piano un momento e sappiateci dire se Carlino si muove.
La Virginia guardava con riconoscenza sua madre che la liberava dalle cure di padrona di casa; guardava con ammirazione quella donnetta di circa sessant'anni, che nonostante i molti dolori sofferti (aveva perduto in gioventù due figliuoli e recentemente un marito adorato) conservava intatta la serenità dell'umore e la vigoria della fibra. Ella, la Virginia, si sentiva così vecchia, così stanca, così accasciata!
La signora Clara accostò la mano all'orecchio e si mise in ascolto.
— Che c'è? — dissero a una voce la Virginia e i Dorelli. — Son qui?