Napoli a occhio nudo: Lettere ad un amico

Part 9

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La nostra gita però non era affatto solitaria, perchè era caso raro che nei luoghi più pittoreschi non incontrassimo, intenti al lavoro sotto i loro ombrelli di tela, qualche pittore o pittrice, i quali ci salutavano in tutte le lingue d'Europa, tolta l'italiana, giacchè pittori italiani, forse perchè avranno trovato da far meglio in altre regioni, a Capri è difficile vederne. E questo non incontrare là nessun mio compatriotta, tanto più mi rincresceva, perchè il contegno di quegli ultramarini e ultramontani seguaci d'Apelle, fra quegli scogli, dei quali credono aver acquistato ormai il diritto di proprietà, è talmente altero da rattristare un povero Italiano che approdi su quell'isola, credendola in buona fede un frammento della sua patria. Anche gli abitanti, per lunga consuetudine e per così frequenti contatti con gli stranieri, tanto nei modi, quanto nella lingua, hanno quasi perduto il carattere italiano, che è loro rimasto solo nel tipo. Ma rispettiamo i decreti della Provvidenza, la quale si sarà forse servita di questi mezzi per far migliori i buoni Capresi.

Quando entrai nella piccola Ana-Capri, mi fu rammentata Pompei dalla solitudine delle sue bianche viuzze. Mi maravigliò tristamente tanto silenzio, ma poi seppi che quella popolazione di romiti agricoltori era tutta dispersa giù per gli scoscesi vigneti, che contornano la città. La girai silenzioso anch'io, parendomi villanìa il disturbare il riposo di quelle casette, che per la scarsità delle loro aperture e per la bianchezza abbagliante delle loro pareti mi davano tutte insieme l'idea come d'un mausoleo di neve innalzato dal Silenzio al Dio della luce. Non trovai altre immagini che mi contentassero.

Degli abitanti d'Ana-Capri vidi una sola donna dalle forme egizie e non bella, ed ebbi a rimanere estatico davanti alla bellezza strana del quadro che quella figura compose davanti ai miei occhi. Era sull'_astrico_ della sua casetta a tender panni, ed io dalla via la vedevo campeggiare nell'azzurro del cielo. Il suo viso aveva la tinta di quel bruno lascivo della _nigra_ fanciulla del Cantico de' Cantici; nerissimi i capelli avviluppati in una pezzuola gialla e rossa; il resto del suo vestiario bianco, bianchi i denti, bianchi i panni che tendeva al sole, bianca la sua casetta, e bianca mi pareva la sua voce, perchè cantava. Ah! non sapevo dipingere!

Avanti, avanti, Peppino! e riprendendo la via per certe strade, che parevano selciate dalla Società di mutuo soccorso fra i calzolari del Regno, ci avviammo alla cima del Monte Solaro, la più alta punta dell'isola.

Sentii su in alto un suono di trombe, e mi parve di vedere in lontananza alcune persone che si muovevano fra quelle rupi in mezzo al luccichio di armi o di altri strumenti di ferro, che parevano agitare all'aria. Erano soldati di linea, una piccola truppa di così detti discoli relegati nell'isola, i quali stavano occupati su quell'altura a costruire un fortino di terra. Anche quest'isola può essere un luogo di pena! riflettei. E che inventeremo allora per le ricompense? Ma non è possibile, pensai, che quei giovani non siano beati di un gastigo che somiglia tanto ad un premio. Non era vero. Lassù non si trovano nè bettole, nè bische, nè lupanari, e allora che cosa è la vita su quel maledetto scogliaccio? Così battezzava l'isola di Capri uno di quei rompicolli, il quale mi parlò, dando in escandescenze, ed invocando fervorosamente un terremoto che la inabissasse con tutta la canaglia che c'era sopra. Io non desiderai altro in quel momento che d'entrare per dieci minuti nell'animo suo. Gli dètti un sigaro prima che me lo chiedesse, e tirai avanti pel mio viaggio.

Si dissiparono presto le impressioni del disgustoso incontro, e vidi più bello che mai il _maledetto scogliaccio_, sul quale passeggiavo.

Il viottolo che percorrevo era fiancheggiato di gigli e di ginestre in fiore, e dal mezzo di queste ginestre, aprendole davanti a sè con le delicate manine, escì venendo verso noi la piccola Narella, la sorellina di Peppino, la quale con l'abbecedario sotto il braccio e tutta sorridente se ne tornava dalla scuola. Corse incontro al suo fratello, che da qualche giorno non vedeva, perchè Peppino sta a Capri e Narella ad Ana-Capri; lo salutò amorosamente coi suoi occhiolini lustri, eppoi rimase timida a guardarmi.

— Come ti chiami?

— Narella.

— E dove vai?

— Ad _Ana-Crape_.

— Di dove torni?

— Da scuola.

— Sai leggere?

— Sì.

— Sentiamo. —

Apri franca il suo libretto e incominciò. Dopo che l'ebbi lasciata un po' sfogare coi suoi: _bab_, _bib_ e _bub_, le dètti un bel bacione su le sue gotuzze brune e la lasciai, pensando con dolore che forse non avrei più riveduto la piccola e graziosa Narella.

Più che belle, le femmine di Capri sono piacevoli e gentili per la gajezza che lampeggia nei loro occhi lascivi. La loro statura è piuttosto piccola, ma sono tanto proporzionate, che in tutta l'isola si cercherebbero inutilmente quei seni _gloriosi_ che ingoffiscono alquanto le belle Napoletane.

Dagli avanzi petrificati che ho veduto delle graziose Pompejane, mi pare di poter credere che le calde figlie di Capri molto abbiano ereditato da quelle delle ravviate fattezze e dei delicati ed eleganti contorni.

La loro briosa intelligenza, poi, è qualche cosa di incantevole. Ed ora che le ho conosciute, intendo facilmente come spesso succedano matrimonj fra queste brune ammaliatrici e gli artisti che capitano nell'isola, i quali raramente hanno da pentirsene, perchè la facilità con la quale queste piccole pescatrici imparano le lingue e la musica, e la loro disinvoltura nell'acquistare modi e grazie signorili è tale, che in pochi messi la loro trasformazione è tanto compiuta da porle in grado di gareggiare in cultura e gentilezza con le più eleganti dame di Parigi, di Londra e di Pietroburgo.

Mi fu indicato il padre d'una di queste fortunate isolane e lo invidiai, perchè quando lo vidi era a sedere al sole sopra uno scoglio, fumando la sua pipa di gesso, mentre accomodava i sugheri ad un tramaglio.

Dopo un faticoso cammino di circa due ore, per un sentiero che negli ultimi tratti è una vera e precipitosa scala intagliata nel masso a larghi gradini, giungemmo alla chiesetta dell'Eremita posta sull'orlo d'un precipizio in cima alla montagna.

Avevo già conosciuto due eremiti di questi paraggi, e per dire il vero non ero rimasto molto edificato nè del loro aspetto, nè dei loro modi, nè del loro sapere. Uno di questi è l'eremita del Vesuvio, la cui serietà non impedisce ai monelli dei dintorni di chiamarlo col soprannome di _Ventidue_, che nel libro dei sogni fa pazzo. Costui non è nè prete nè frate, ma un bighellone qualunque che si maschera da cappuccino la mattina verso le nove, quando incomincia il passaggio dei forestieri, per vender loro, affettato, pane, caciocavallo e lacrimacristi, dice lui, e per prenderli dopo per il collo con ogni riguardo possibile e sopra tutto col santo timor di Dio. Un secondo della medesima stoffa lo trovai in Capri su la punta di Santa Maria del Soccorso, ma l'aspetto venerando e i modi austeri e dignitosi di quest'ultimo mi riconciliarono affatto con la specie e fui dolcemente toccato dalla onesta parola e dalla spontanea cortesia, con la quale mi accolse nel suo romitorio il buon padre Anselmo.

La chiesuola, nella quale egli uffizia e presso alla quale ha poche stanzucce, dove abita solo solo, si chiama Santa Maria a Cedrella, e sorge nel punto più pittoresco dell'isola.

Dalla punta di quello scoglio, che si slancia nudo nell'aria scaturendo fra bassi boschetti di sondro, d'assenzio, di rosmarino e di mortella, si gode in pianta il panorama intero dell'isola, e tutto il vasto orizzonte fino a perdita d'occhio, dal Monte Circello alle catene della Calabria, che si possono accompagnare con lo sguardo, finchè non si pèrdono nella nebbia della lontananza.

È una di quelle tante posizioni, di cui abbondano i dintorni di Napoli, e che non si possono descrivere altro che dicendo: «Son troppo belle!»

Mi trattenni col buon romito in piacevole conversazione circa due ore, nel qual tempo mi mostrò il suo orticello, i suoi fiori e mi serbò da ultimo la sorpresa dell'immenso panorama che di lassù si gode, conducendomi e portandomi da sedere e da rinfrescarmi sopra una terrazzetta scoperta, che sporgeva sopra un profondo burrone dalla parte del golfo. A quella vista rimasi come incantato, e senza pronunziare una parola stetti per qualche momento a guardare stupefatto ora la marina ora la faccia dell'eremita, che taceva e sorridendo ammirava, compiacendosene, lo stato di estasi, nel quale mi trovavo.

Non potei più contenermi. Padrino, — esclamai, — vuole un novizio? eccomi qua. — Fece una grassa risata ed accennandomi gli occhi, mi rispose: — C'è troppo fuoco costì dentro, vi annojereste dopo tre giorni. — Non è vero! — ripetei. — Datemi la mia famiglia, una buona stanza da studio, una ricca libreria, un cane ed un fucile per dar dietro alle quaglie di questi masseti, un buon cavallo da sella, una barca, un.... — Credetti a un tratto che quel povero monaco volesse scoppiare dalle risa; io feci altrettanto, e, senza sapere di che, altrettanto fece Peppino di sul tetto della chiesa, sul quale s'era arrampicato per far qualche cosa anche lui.

Le nostre risa però durarono poco. Il riso non è fatto per destare gli echi delle montagne ed in specie quelli del Solaro e della sua Cedrella. La conversazione continuò taciturna per mezzo di monosillabi e di occhiate, che volevano dire tutto quello che un volume non direbbe, finchè non cambiò aspetto, quando di parola in parola venimmo a parlare dell'eruzione del 72.

La descrizione che il monaco me ne fece, dopo avervi assistito dall'alto del suo romitorio, fu sublime. Io stavo incantato ad ascoltarlo, mentre con enfasi meridionale di gesto e di parola mi descriveva il maestoso spettacolo; e il buon Peppino che stava attento anche lui di su la cima del tetto, ogni volta che mi vedeva fare atti di meraviglia, non mancava mai di ripetere: — È vero, signore, me ne ricordo anch'io. —

Il sole vicino al tramonto era già sparito dietro alla chiesuola che campeggiava in un'aureola di luce dorata, quando m'alzai a malincuore per dire addio a quel romantico soggiorno di pace.

Il monaco mi accompagnò fino su la porta, facendo voti per la mia salute, che io gli contraccambiai di grandissimo core, e prima di lasciarmi m'indicò, lì di fianco alla chiesa, un piccolo recinto, dove si vedevano 24 croci di legno uscir fuori fra i ciuffi di rose e di gigli fioriti.

— È il cimitero dei colerosi d'Ana-Capri, — mi disse il monaco, — se volete una rosa, prendetela. — Ci stringemmo la mano e partii.

Tutte le sere vado a passare un'ora su la marina al Chiatamone, e guardando l'isola illuminata dagli ultimi raggi del tramonto, penso al mio Peppino, alla piccola Narella, al buon padre Anselmo ed alle rose del Monte Solaro.

LETTERA VIII.

Dove si parla di una gita notturna al Vesuvio.

Napoli, 29 maggio 1877.

Per non dimenticare una delle più forti impressioni ricevute nella mia vita, ho scritto il racconto della gita notturna che sere sono feci al Vesuvio, e che qui sotto ti trascrivo. Leggilo prima tu, se avrai la pazienza di farlo, e dopo fammi il piacere di passarlo alla signora Zeffirina, la quale, quando seppe che venivo a Napoli, mi parlò tanto di questa montagna da farmela prendere a noja, se fosse stato possibile.

Togliete a Napoli il Vesuvio, e la voce incantata della sirena avrà perduto per voi le sue più dolci armonie. Nelle notti stellate, quando la bruna verruca manda i suoi sospiri di fuoco a riflettersi in una lucida striscia sul mare silenzioso; nei giorni sereni, allorchè gli ultimi ciuffi della sua chioma sparpagliati dal vento si stendono come un velo diafano fra i dardi del sole e il profumo dei colli di Sorrento, piovono su i vostri sensi onde così sature di altissima poesia che, ammaliato davanti al sublime spettacolo, l'animo vostro a poco a poco si confonde, e va a perdersi in un mare d'ineffabile malinconìa.

Il fascino di questo abbrustolito Prometeo, che ravviva con la sua anima di fuoco tutte le membra della bellissima sfinge, posata voluttuosamente a' suoi piedi, è qualche cosa di strano, qualche cosa d'irresistibile.

Scendete alla riva di Santa Lucia, o a Mergellina; salite alla ròcca di Sant'Elmo, al Vomero, a Posilippo, a Capodimonte, od in qualunque altro luogo, donde si scorga la sua mole fantastica, e contemplate.

Le vostre pupille si avventeranno inebriate, come baccanti aeree, attraverso al duplice azzurro del cielo e del mare; voleranno insaziabili fra tanti prodigi della creazione, dal solitario Miseno all'addormentato Epomèo, e giù per il mare biancheggiante di vele, all'arido scoglio di Tiberio ed alle balze di Sorrento, eternamente avviluppate nel loro poetico manto di verdi aranceti, e voleranno e voleranno affascinate in una corsa senza freno, finchè incontrata la fumante cima del vulcano si poseranno stordite.

Il Vesuvio è il core, è l'anima, è il sunto di tutti gli splendori del Golfo; è il rubino gigantesco che sta come il fermaglio in questa collana di perle composta nel cielo, forse per adornarne il seno di Venere, e smarrita fra le alghe dal Genio della spensieratezza.

Non v'è sguardo umano, io credo, in questa regione, che alla sera si chiuda senza aver guardato la cima della montagna. Il marinaro la guarda prima di sbrogliare la vela della navicella per leggere nel suo pennacchio la direzione del vento. L'agricoltore vede dalle nubi che si affollano intorno ai suoi fianchi se una pioggia benefica scenderà presto a rinfrescare i suoi campi; il dotto la osserva per misurare la sua piccolezza di fronte ai grandi misteri della natura; l'ignorante vi posa volentieri lo sguardo, perchè tanta bellezza è accessibile anche all'anime più ottuse; tutti infine vi si rivolgono con quel vago dubbio dell'anima, col quale diciotto secoli or sono, ai primi sintomi della fatale eruzione, vi si saranno rivolti i concittadini di Diomede, dai terrazzi della desolata Pompei.

Egli possiede il fascino della ferocia tranquilla, le attrattive della bellezza ruvidamente accoppiata alla modestia; è il gran delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano, perchè è feroce, che tutti amano, perchè è bello.

L'Arcangelo Michele è un poliziotto volgare; Lucifero è un eroe.

Questi pensieri mi passavano per la testa una sera, mentre mezzo assonnato mi cullavo mollemente nel vagone del _tramway_, che fra le undici e la mezzanotte faceva la sua ultima corsa giornaliera da Napoli a Portici.

D'una ventina d'amici, dei quali doveva comporsi la comitiva, il cielo torbo e minaccioso all'ora della partenza ci aveva ridotti a sei soli, accompagnati da un certo malumore, ma pieni di speranza in quella fortuna che ajuta gli audaci, provvisti di buone gambe e di buoni polmoni, ed animati dalla più ferma volontà d'inerpicarci ad ogni costo a salutare il nuovo giorno dall'orlo dell'infuocato cratere. Il Lacrimacristi per le libazioni di rito lo avremmo trovato lassù. Cominciammo a piedi la nostra salita abbastanza taciturni, perchè l'oscurità del cielo, che ci avrebbe impedito di ammirare nel suo pieno splendore lo spettacolo che le nostre fantasie già pregustavano avidamente, quantunque se lo fingessero mille volte inferiore alla realtà, cominciava ad indisporci assai molestamente, quando uno dei nostri compagni gridò: — Io vedo una stella! — e un altro: — Io due — e io quattro.... e sei e otto e mille.... — All'apparire della luna le nebbie si squarciarono come per incanto, e con una rapidità straordinaria le vedemmo tuffarsi in giro sotto l'orizzonte, e mezz'ora dopo l'unica nube che interrompeva l'intatta serenità della notte, era il denso pennacchio del vulcano. — Il paradiso e l'inferno si guardavano maravigliati!

Quella certa tinta di malumore che ci era stata compagna fin'allora, non si rischiarò, come si sperava, col dissiparsi delle nubi. Ogni tanto un frizzo o un epigramma ci usciva sbiadito dalle labbra; un riso di convenienza lo seguiva breve breve, e dopo, silenzio perfetto. L'aspetto del Vesuvio, quella notte, era troppo solenne. La insolita vivacità che lo animava, presentava ai nostri sguardi uno di quei grandi spettacoli della natura, davanti ai quali ci sentiamo forzati a contemplare attoniti e silenziosi.

Sotto ai nostri passi risuonavano le lave d'Ercolano, echeggiando su le brune pareti delle casupole che a lunghi intervalli fiancheggiano la via, entro le quali, in mezzo a tanta desolazione e a tanto pericolo, i poveri abitanti riposavano tranquilli. San Gennaro vegliava per loro in molti tabernacoli, alla luce di piccole lampade, imponendo alla montagna con la destra alzata verso la sua cima. Davanti all'immensità della natura, quanta tristezza in quei piccoli lumi! La sterminata fede di questi felici sfortunati è qualche cosa di prodigioso! Venti volte il vulcano ha vomitato le sue viscere di fuoco su le loro misere abitazioni, venti volte ha ingojato ne' suoi torrenti di lava le mura, il tabernacolo, la lampada e perfino la immagine del santo, e per la ventesima volta hanno ricostruito la casa e il tabernacolo; hanno ricollocato la immagine ed accesa la lampada, ed ora dormono sicuri come all'ombra della più esperimentata e valida protezione. Beati loro! Se la prossima eruzione distruggerà ogni cosa, che importa? Si ricostruirà il tabernacolo, si riaccenderà la solita lampada e si tornerà a dormire sotto i ruggiti del vulcano, più tranquilli di prima. San Gennaro, o prima o poi, la grazia la farà.

Il vigore lussureggiante della vegetazione, in mezzo a tanta aridità del terreno bruno e polveroso, specialmente al confronto coi banchi di lava, sui quali l'occhio erra inutilmente in cerca d'un filo di verdura, è davvero maraviglioso. Pare quasi che quelle povere piante abbiano inteso la precarietà della loro esistenza e che facciano sforzi titanici per viver molto in poco tempo. Affrettatevi, affrettatevi, infelici condannate! chi sa che il nuovo autunno, invece che ad accarezzare i vostri frutti odorati, non vegga le sue brezze correre trepidanti attraverso ad un mare di scorie abbrustolite!

Il Piano delle ginestre ce lo siamo lasciato alle spalle; ecco i primi campi di lava! Dio, quanta desolazione e quanto silenzio! Il trovarsi di notte dispersi in quelle brune solitudini, dove la Distruzione e la Morte vegliano sole fra le tenebre, è cosa che abbatte l'animo, poichè ad ogni passo vi torna alla mente una lunga storia di disastri, premendovi al core con una folla di tristissimi pensieri. Se la luna non avesse mandato la sua pallida pioggia di luce, avrei creduto trovarmi, nomade Selenita, in mezzo ad una gelida landa del suo _Mare Tranquillitatis_, tanto era l'aspetto di morte siderea che mi stava d'intorno. — Inoltrandomi in quella regione selvaggia ed osservandone i particolari e la infinita varietà di forme assunte dalla lava nel raffreddamento, provai un senso che mi parve di paura e dimenticando il mondo lunare, m'immaginai, ad un tratto, d'inoltrarmi fra gli avanzi torrefatti di una battaglia di Giganti, e mi guardai dintorno spaurito. Membra di colossi umani intatte o schiacciate pareva sbucassero di sotto a masse enormi di macerie; torsi, cosce e braccia apparivano disseminati alla rinfusa in quel vasto campo di morte; e rettili giganteschi, parte distesi, parte aggomitolati in larghissime spire, o aggrovigliolati strettamente fra loro come dagli spasimi della morte; e groppe e fianchi di cavalli, e d'animali mostruosi spezzate e sparse in mezzo ad avanzi di tende, e vestimenta lacere e carbonizzate; e affusti, e bombe, e mortai e fortini diroccati, e ammassi di funi, e mille altre forme paurose di oggetti e di fantastiche figure ci contornavano da ogni lato, mentre sembrava che su la cima del cono fumante si combattesse ancora l'ultimo assalto della feroce e sanguinosa battaglia.

Accelerando i passi in questo diabolico paesaggio, giungemmo all'Osservatorio, ossia al quartiere dei domatori della ignivoma belva. Il Palmieri e Don Diego, dopo avere annunziato all'Europa che quella notte 27 maggio 1877 il vulcano dava segni d'insolita vivacità, dormivano. Nondimeno trovandomi all'ombra di quell'edifizio mi sentii sicuro, perchè il sismografo vegliava. Il pensare che anche scoppiando la montagna e scagliando nel sottoposto golfo l'Osservatorio, il Palmieri, Don Diego e la mia comitiva, quello strumento, subito dopo, ci avrebbe annunziata la catastrofe, mi dava tanta tranquillità che ripreso il mio buon umore cominciai a pensare a cose allegre, e mi tornò in mente un fattarello che volli raccontare agli amici, accaduto nella Maremma toscana e precisamente l'anno 1844. Una famiglia di contadini dormiva, una notte, tranquillamente sotto il suo povero tetto, quando il capoccia fu destato dall'insolito schiamazzìo che facevano le galline in pollajo. Dètte una gomitata alla massaja che gli russava accanto e.... — Senti nulla? — O la volpe o i ladri fanno man bassa su le nostre galline. — Saltarono il letto senza accendere il lume; dettero l'allarme al resto della famiglia, e qualche minuto dopo, tutti armati di schioppi, di frullane e di roncole correvano verso il pollajo un trenta passi discosto dalla loro abitazione.

Non erano anche arrivati a mezza strada, che una terribile scossa di terremoto avea trasformato la casa in un monte di macerie. I polli avevano presentito il fenomeno, e dandone coi loro schiamazzi l'avviso avevano salvato un'intera famiglia da morte sicura. Il fatto è vero; ora fateci sopra quelle riflessioni che crederete migliori. I miei compagni impressionati dal racconto si lasciarono andare a così strane argomentazioni, che ne restai dolorosamente maravigliato.

Si giunse perfino a sostenere che un pollo valeva un sismografo, anzi vi fu uno tanto esaltato, il quale pretese dimostrare che in certi casi un pollo morto vale un sismografo vivo. Qui feci le mie osservazioni alquanto indispettito e mi riuscì deviare la conversazione, perchè son troppo nemico di mandare in burla le cose, non solamente quando sono, ma anche quando pajono serie.

Al nostro giungere al piccolo casolare che precede di pochi passi l'edifizio dell'Osservatorio, alcune guide che dormivano all'aria aperta intorno ad una fiammata di sterpi, destate dai latrati d'un cane che annunziò il nostro arrivo, ci salutarono invitandoci a prender posto intorno al fuoco. Accettammo con piacere, poichè la sizza notturna a quell'altezza era piuttosto pungente. Ivi prendemmo qualche ristoro; scegliemmo fra loro un robusto giovinotto per dirigerci nell'ascensione e poco dopo, fumando saporitamente i nostri sigari, ci rimettemmo in cammino.

Percorso un mezzo chilometro circa di un sentiero abbastanza facile e pianeggiante, cominciò il faticoso cammino attraverso alle lave. La guida avanti e noi in fila dietro a lui, dopo un'ora di faticosissimo cammino fra grossi detriti di lava scabrosa e tagliente, traballando ad ogni passo e scorticandoci i piedi e le mani ogni volta che eravamo costretti a valerci anche di quelle per ritrovare l'equilibrio, giungemmo finalmente alla base del cono.

L'aspetto orridamente pittoresco del paesaggio che ci contornava allora, era superiore alle immagini della più ardita fantasia. Nessuna traccia di vegetazione sotto i nostri passi; da un lato il ripidissimo cono, in cima al quale una enorme nuvola (che tale pareva da vicino il pennacchio) tinta dalla luna ai suoi ciuffi estremi in un bianco perlaceo, bruna nella parte centrale che rimaneva ombreggiata dalla chioma, e rossa sanguigna alla base, rifletteva in larghi palpiti il lavorìo che si compieva nella immane fucina, dalla quale vorticosamente sbucava.