Napoli a occhio nudo: Lettere ad un amico

Part 8

Chapter 83,777 wordsPublic domain

Due vecchi, a capo scoperto sotto la sferza di un sole infuocato, percorrevano il piazzale in su e in giù lungo le file di sepolture, recitando salmi a bassa voce e mandando ogni tanto qualche lamento, ora battendosi il petto, ora facendosi segni di croce, ora aprendo le braccia con gli occhi rivolti al cielo. Presso una lapide, poco discosta da me, era un gruppo composto di una donna adulta, una giovinetta e tre bambini, di certo madre e figli, che ad intervalli pregavano e piangevano in silenzio dirottamente. Avrei fatto volentieri qualche interrogazione a quei disgraziati, ma mi guardai bene dal disturbare il loro doloroso raccoglimento. La madre era inginocchiata col capo abbandonato su le spalle della figlia maggiore che le sedeva accanto; dei tre bambini, il maggiore prendeva parte alla preghiera e al dolore; il secondo dormiva col capo fra i ginocchi della sorella, ed il terzo si gingillava con una lucertola legata per la coda. In un angolo dormivano due straccioni, russando saporitamente; in un altro, un branco di monelli schiamazzavano e facevano gazzarra, gettando sassi in aria. Ma era così fredda la tinta del quadro, che quelle grida d'allegrezza non ne turbavano minimamente la intonazione; avrei giurato che piangevano anch'essi. Nel mentre che osservavo taciturno, comparve su la porta un uomo scamiciato e coi calzoni a mezza gamba, il quale portava qualche cosa su la testa che da lontano non potei subito riconoscere. Entrò canterellando, con una mano su i fianchi e l'altra all'oggetto che recava in capo. Era svelto ed elegante come una figura pompejana. S'inoltrò qualche passo, e dopo essersi guardato d'intorno chiamò: «Treonce!» Treonce, che era uno dei facchini di servizio addormentati in un canto, si alzò, gli corse incontro ed io feci altrettanto. — L'oggetto che il nuovo arrivato teneva su la testa, era una piccola cassa da morti. In tempo che il custode preparava quella di deposito, i due facchini ne schiodarono il coperchio e misero allo scoperto lo scarno cadavere di un bambino di circa due anni. Era rinvoltato in pochi e laceri cenci, ma una povera ghirlanda di frasche gli contornava l'esile corpicino, ed una rosa di maggio gli si vedeva pendere fuori dalla bocca. Mi passò attraverso al pensiero la mano che aveva accomodato quella rosa, e mi sentii serrar la gola, mentre i ragazzi che schiamazzavano là in fondo, erano corsi pizzicottandosi, e saltavano intorno a noi distratti e sorridenti. Preparata in un momento la cassa di deposito, il piccolo cadavere fu preso da un facchino per una gamba e sbatacchiato lì dentro. La ghirlanda volò da una parte, la rosa da un'altra, e due righe di sangue uscirono dalle narici a solcare le gote di quella misera creatura. — I monelli si strapparono fra loro le frasche e la rosa, ed intanto l'industrioso Treonce, finita di schiodare a suon di pedate la cassa, si allontanò coi pezzi sotto il braccio, fischiando allegramente l'aria della _Palumbella_.

Così vidi arrivare altre casse con cadaveri di adulti, o su barrocci o portate a mano o sul cielo di carrozze, ed a tutti ho visto dare presso a poco lo stesso trattamento. Ad un cadavere di vecchia vidi cadere, nel levarlo dalla bara, l'unico brandello di panno che le copriva il ventre e restar nuda affatto sotto gli occhi di una folla di curiosi; ad un altro di uomo attempato, che scivolò dalle mani di chi lo sosteneva per le spalle, vidi battere il cranio su le lastre, con quel rumore sinistro che non si scorda e non si confonde mai con altri. Ma non è nulla! Napoli è distante; i satrapi sono a pranzo, e questo piccolo rumore non arriverà certo a disturbare il loro placido chilo. Superato il primo ribrezzo, però, mi sentii sempre stonato, ma guardai con crescente indifferenza ogni nuovo cadavere che giungeva, e capii che se, come quei ragazzi, avessi passato le mie giornate là dentro, in poco tempo mi sarei ridotto a prenderla in chiasso e a ballare e ridere come loro.

Chiamato da parte il custode, gli domandai:

— A che ora il seppellimento?

— Principiamo alle 6½, ve l'ho detto dianzi. Verrete a vedere, eccellenza?

— Non è difficile. —

Appena uscito, il cocchiere mi chiese: — Ebbè, signorino, che avete visto?

— Nulla.

— Ve l'aveva detto! —

La sera stessa mi fu impossibile tornarvi, ma tre giorni dopo, alle 6 precise, ero al posto. Per la via che conduce al Camposanto, e più specialmente nell'ultimo tratto di salita selciata, incontrai molti gruppi di persone, la maggior parte delle quali se ne venivano conversando e ciarlando allegramente. Mi sorprese tanta folla ed il suo contegno, ma seppi dopo che, essendo venerdì, vi accorreva numeroso il popolo minuto per procurarsi il terno, ricavando le combinazioni dal numero dei morti, dal loro sesso od età, e seppi anche che alcuni _dotti_ esercitano là dentro la nobile industria di studiare e spiegare i casi più difficili a chi gl'incarica della delicata operazione, ricevendone in cambio un piccolo onorario. — Utilissima notizia per quei padri di famiglia che volessero avvantaggiarsene, per uscire dalle loro ristrettezze economiche. — Come troppo spesso il ridicolo è vicino allo spaventoso!

La macchina stava già al posto accanto alla sepoltura che doveva scoprirsi fra poco, e nove cadaveri dentro casse scoperte si vedevano collocati a raggio intorno alla lapide Nº 145: cinque vecchi, tre bambini ed un giovane dell'apparente età di trent'anni, intorno ai quali un cento di persone circa stavano stupidamente contegnose ad osservare. Accostandomi a quel gruppo, mi dètte nell'occhio una giovine donna di bella figura, ma della quale non potei distinguere i lineamenti del viso, perchè avendo passato le sue braccia sul collo di altre due donne che le stavano ai fianchi sorreggendola, lasciava ciondolare il capo in avanti, nascosto affatto sotto una folta pioggia di capelli arruffati. Tremava a foglia a foglia e si contorceva, mentre le compagne le asciugavano il sudore coi grembiuli, e le dicevano sotto voce qualche parola che non potevo intendere. L'arrivo del prete mi distrasse e la persi di vista. —

La folla si aprì in due ali per dargli passaggio, e subito gli si richiuse dietro affollandoglisi intorno. Il silenzio era allora perfetto; soltanto a lunghi intervalli giungeva fino a noi la romba della città, portata dalla brezza della sera, e quel rumore confuso mi pareva come un respiro cavernoso, mandato dalle migliaja di polmoni che disfatti tacevano sotto a' miei piedi.

Vi sono impressioni che non si raccontano, ma si pensa e si tace, perchè la parola è insufficiente. Il vecchio sacerdote recitò la preghiera dei morti; benedisse i cadaveri, e si ritirò, facendo un cenno agli uomini di servizio che messero subito mano al _lavoro_.

— Iam! — gridò uno di loro, e in un istante la lapide dell'immane carnajo fu sollevata. Un'ondata di tanfo nauseante buttò indietro in un momento le cento facce dei curiosi che vi stavano sopra, ma cento facce improntate di stupida curiosità, di ribrezzo e di paura si riaffollarono subito su la fetida buca. I monelli restati di fuori gridavano facendosi largo fra le gambe dei curiosi; quelli rimasti serrati strillavano, sentendosi soffocare, ed intanto gli uomini addetti alla macchina non cessavano di raccomandarsi gridando: — Indietro! cascherete dentro! via! via! finiamo! — Bisognò lasciar correre un quarto d'ora buono per dare sfogo alla bestiale curiosità della folla, e cominciò subito dopo la funebre operazione. Il sinistro ordigno fece cigolare le sue ruote e la cassa metallica sospesa alle sue catene venne a posarsi orizzontale sul terreno. In quel tempo mi affacciai alla tenebrosa apertura, ed arruotando gli occhi scorsi nel fondo una massa informe di ossa biancheggianti e di panni muffiti. Il ribrezzo mi buttò indietro. Il primo cadavere tolto dalla bara venne in pochi secondi collocato nella cassa metallica che sotto la forza degl'ingranaggi fu sollevata qualche linea sopra il terreno e calata lentamente nella fossa. La folla vi si spenzolò sopra di nuovo per osservarne la discesa, quando ad un certo punto scattò una molla, il fondo della cassa si era aperto e la prima carogna umana, con un tonfo sordo, era andata ad occupare il suo posto nel letamajo assegnatole per ultima dimora. La cassa ritornò in su, e questa volta toccava all'uomo giovine a dare il funesto spettacolo. Due facchini, prendendolo uno per le gambe e l'altro sotto le ascelle, lo depositarono nella cassa della macchina. L'aspetto del cadavere di un uomo giovine, che si disponeva a fare la lugubre discesa, aveva impressionato anche i più stupidi. Nessuno fiatava, e in mezzo al silenzio generale la Grù fece sentire il suo strepito sinistro. Un grido soffocato m'arrivò alle orecchie, e vidi comparire affannata ed avventarsi su la buca, entro la quale scendeva il cadavere, la giovane donna che poco fa aveva fermato la mia attenzione. Le due amiche le corsero dietro e l'agguantarono per le vesti, per paura che si precipitasse nella tenebrosa cisterna, ma si fermò invece spenzolata sull'orlo di quella con gli occhi invetrati, finchè, al tonfo che fece quel corpo battendo sul fondo, piegò, come se le fosse caduto sul core, e si abbandonò fra le braccia delle sue compagne.

Mi voltai ad un vecchio che mi stava vicino osservandola e gli domandai: — La conoscete? — Robba de lupanare, eccellenza... — Basta. — Un cupo mormorio di compassione e di paura si levò a quella scena, ed alcuni di noi ci muovemmo per soccorrere quell'infelice, ma non fummo in tempo, perchè barcollando ed agitando convulsamente in aria le braccia, la vedemmo sparire come un fantasma attraverso alla luce del lampione che illuminava l'androne d'ingresso, sorretta dalle sue compagne che quasi se la portavano in collo.

In quel momento un ragazzo che, per veder meglio, s'era ficcato attraverso alla macchina cominciò a gridare: — Ahi! Ahi! la mano, la mano! — (gli era rimasto un dito fra gl'ingranaggi) e la folla e gli uomini di servizio: — Indietro, indietro le rote! — Stiamo facendo — Ah! mi si tronca, mi si tronca! — La lanterna, la lanterna! — Levate il piede dalla catena! — È una creatura d'Iddio! — Così non si farà niente! — Ah! madonna, madonna! E tu dove vai? — Ci cascherete dentro; indietro, indietro! — Ed altre esclamazioni ed altri urli e un turbinìo di teste, di braccia e di mani, che tumultuosamente si affollavano in un punto. In quel mentre altre grida partivano da persone spaventate, che fuggendo inciampavano e inciampando cadevano attraverso alle casse dei cadaveri ancora insepolti.... Dio, Dio, Dio! Fu una scena d'orrore, una scena d'inferno, ed io coi capelli ritti e la pelle increspata, uscii di là dentro inorridito, nè valse a mitigare la mia tristezza paurosa la pazza allegria dei nuovi giardini alla Marinella, dove corsi affannato per divagarmi.

Qualche anno fa, il figlio d'un potentato d'Europa, dopo aver sentito parlare di questo cimitero, osservava non so a quale Autorità napoletana:

— Spero che sarà stato soppresso?

— E potete dubitarne, Altezza Imperiale? — gli fu risposto.

Quel giorno stesso, venti carogne umane andavano una dopo l'altra a capo fitto, a stroncarsi le costole contro le ossa di chi le aveva precedute nell'immonda voragine.

Lettera VII.

Dove si parla d'una gita a Capri.

Napoli, 25 maggio 1877.

Quante serate ho passato, con gli occhi fissi e l'ansia degl'innamorati nel core, a contemplare quell'isola incantatrice!

Appoggiato alla spalletta lungo la marina al Chiatamone, posavo i miei sguardi desiderosi su le sue balze romite, e data la via a tutta la suppellettile di romanticismo che ogni buon realista deve portar seco necessariamente per le occasioni straordinarie, mi perdevo in un oceano di dolcissime fantasie, concludendo col domandarle: — E quando mi sarà possibile salutar Napoli dalla cima del tuo Solaro, o Capri maravigliosa? — Capri non mi rispondeva ed io, voltandomi indietro ogni tanto a darle un'altra occhiata, mi allontanavo adagio adagio, finchè, dopo aver destato con un caldo addio gli Echi del Castel dell'Ovo, correvo a spegnere i miei bollori romantici intorno alla mole parallelepipeda d'un gelato partenopeo.

Sono stato finalmente a Capri, dove ho passato due giorni di delizia, ed ora voglio dartene qualche ragguaglio.

La traversata fu abbastanza monotona, perchè il mare era troppo tranquillo e la compagnia non troppo adatta alla mia indole ed alla circostanza. Una banda di sei camorristi mascherati da suonatori che strapazzarono il Verdi, il Rossini e le mie orecchie, finchè non fummo arrivati, ed una comitiva numerosa di pellegrini francesi e tedeschi, che presi crudelmente dal mal di mare miagolarono per tutta la traversata, erano i compagni che la sorte m'aveva regalati e mi vi rassegnai. Me ne corsi a prua, mi accavalciai sull'albero di bompresso, lontano dalle armonie e dai conati, e lì sognando di cavalcare un mostro marino, padrone dei venti e dell'Oceano che mi brontolava timido ai piedi, bevvi a sorso a sorso il fascino di quell'isola agognata, che mi rivelò ad uno ad uno i misteri de' suoi seni profondi, delle sue vallicelle fertili e solitarie e de' suoi picchi severi, correndomi incontro su le acque, ed ingrandendo a' miei occhi ad ogni passo la sua mole tranquilla.

Avevo trovato la pace, ma per un momento fu seriamente minacciata.

Un vecchio ossuto e brontolone che aveva già avuto che dire col secondo e con lo sguattero di bordo, mi raggiunse anche lassù. Mi si accostò adagio adagio, e quando mi fu vicino mi raccontò, ma col tono solenne di chi ha fatta una grande scoperta: — Divino questo cielo d'Italia! — Le dieci e mezzo precise, — risposi io, tirando fuori l'orologio. — E lui: — Eeeh? — E io: — Eeeh? — Divino questo cielo d'Italia! — ripetè forzando la voce. — Dite più forte, non v'intendo, — e m'accennavo l'orecchio. Lo feci sgolare per una diecina di minuti, dopo i quali, come Dio volle, ebbi la gioja di vederlo allontanare non soddisfatto, ma tutto pace e compunzione, ed ottenni così il mio scopo di restarmene solo, lontano dalle distrazioni ed in compagnia delle mie stravaganti illusioni. Ma Dio non paga il sabato. C'incontrammo lo stesso giorno alla locanda a tavola rotonda, e me lo trovai proprio accanto! Che si fa? Per liberarmi da spiegazioni che potevano essere nojose, mi toccò fare il sordo tutto il tempo del desinare, e se soffrissi non lo so altro che io con la voglia che avevo addosso di espandermi e di parlare da per tutto e con tutti, di tutto e di tutti, e di ridere e di chiassare strepitosamente. Ma me l'ero meritato.

Il battello intanto filava allegramente, e presto arrivammo in prossimità d'una riva solitaria, irta di scogliere maestose, dove, appena dato fondo, una folla di piccole barche ci si avventò incontro, per condurci in quella caverna fatata, in quel fantastico gineceo delle Nereidi, che tutto il mondo conosce sotto il nome di Grotta Azzurra.

Che natura meravigliosa è questa! che prodigio della creazione è questo golfo superbo, questo cielo, queste isole, questo mare, dove non è lecito muovere un passo o guardarsi d'intorno, senza incontrar sempre nuove cause d'entusiasmo e di stupore! La Grotta Azzurra deve essere un inganno per le anime volgari che la vedono la prima volta. Avvezzi tutti a sentirla cantata ed a vederla dipinta come uno scenario a festoni imbevuti nel turchinetto, lunga lunga e azzurra azzurra, devono trovarsi necessariamente sconcertati, quando si accorgono che non è nè spaziosa nè azzurra come l'idea che se n'erano formata, ma raccolta e colorata di un verde mare metallico a riflessi d'argento lucentissimi, e più bella e più poetica di quello che fantasia umana possa immaginare. Io pure ho provato questa prima impressione, e ne sarei escito malcontento, se trattenendomi là dentro non mi fossi sentito, a poco a poco, trasportare in uno stato di estasi dolcissima.

La luce scaturiva dalle acque profonde, ma era luce che mi pareva soprannaturale; era una luce fosforescente, in mezzo alla quale vagavano, lenti lenti, gruppi di pesci fantastici, vestiti dei colori dell'iride, e su le pareti e sul fondo incerto della vôlta vedevo strisciare danzando fantasmi d'argento alati, e dissolversi e ricomporsi rapidamente in mille forme bizzarre. Le mie idee cominciarono a smarrirsi, e non sapendo più credere che quelli erano i riflessi delle onde leggermente agitate, mi trovai perso in un mare di sogni soavi. Sognai di Fate e di palazzi incantati, dove mi pareva trovarmi in forza di qualche magìa; pensai al lago fragrante del Profeta e mi addormentai all'ombra odorosa del Taba, aspettando la voce melodiosa d'Izzafril, che mi chiamasse alle eterne voluttà del Genna; sognai i letti di musco e di canfora e i lunghi amplessi delle Huris dalla nera pupilla, e chi sa che capata avrei battuto negli scogli della bassa apertura che mette alla grotta, se il barcarolo non mi avesse strappato a' miei sogni strillandomi: _Signurì, Signurino, abbasciate 'a capa!_ ed uscii meditabondo e confuso dalla fatata caverna.

Sbarcati alla marina di Capri, i miei compagni si allontanarono presto, chi a piedi, chi facendo dama su un branchetto di somarelli che aspettavano presso lo scalo, e rimasi finalmente solo.

Che quiete beata mi contornò allora! Pochi pescatori stavano a sedere su la rena, rassettando reti, i quali cantando sotto voce pareva non volessero turbare il silenzio di quella riva solitaria, ed un gruppo di bambini saltellanti e di giovinette fresche e gentili mi furon subito intorno, offrendomi pietruzze colorate e rose. Ero in uno stato di assoluta beatitudine. Mi voltai al mare. Il Vesuvio lontano fumava, e Napoli con una sottilissima striscia biancastra segnava il limite fra i due campi sterminati d'azzurro, del cielo e del mare. Messomi a sedere sopra uno scoglio davanti al grande spettacolo, quello che godessi non lo so; che cosa si dicessero fra loro in quei momenti il mio core e il mio cervello, nemmeno saprei dire; ma so che il core mi doleva, e che le grandi gioje dell'animo somiglian troppo al dolore, tanto è impastata male questa povera creta umana.

Mi alzai dopo poco, e prendendo su per una straduzza ripida e tortuosa, accompagnato dalla mia dolorosa contentezza, m'incamminai verso la piccola città di Capri. Andandomene su su, e ripensando alla storia di quest'isola singolare, e più che altro alla sinistra figura di Tiberio, non mi sarei mai immaginato che quel po' di ridicolo che avrei trovato per divagarmi su quelle spiaggie malinconiche dovesse appunto venirmi da lui. Tutto là è Tiberio, o meglio _Temberio_, come lo chiamano quei pacifici isolani: _Hôtel_ Temberio; Villa di Temberio; Bagno di Temberio, Piazza di Temberio, Salto di Temberio, Temberio insomma da tutte le parti, ed io ne ho riso di grandissimo core, quando per curiosità o per sentirmelo ripetere domandavo spesso a quella buona gente: — E quelle rovine? — Il castello di Temberio. — E quella casa? — _Hôtel_ Temberio. — Lo strapazzo che si fa del nome di Tiberio su quell'isola non ha confronto con altri di simil genere.

Povero Tiberio, quanta ferocia sprecata per render pauroso col suo nome questo romantico teatro delle sue ultime orgie sanguinose! Presso la rupe, dove il voluttuoso assassino precipitava in mare le sue vittime, è ora una bianca casetta, e presso a questa casetta un fresco pergolato, all'ombra del quale vidi due brune e spensierate figlie dell'isola ballare al suono di cembalo e di nacchere la _tarantella_.

Ogni cosa è piccola in quest'isola: le strade strette; le case piccine piccine, i muri di cinta, bassi bassi; le piante rigogliose, ma piccole anche quelle, e fa meraviglia che anche gli uomini non si siano misurati al metro di tutto ciò che li circonda. Le loro casuccie rimpiattate fra i ciuffi di cedri e di olivi sembrano bianche scatolette, appena capaci di contenere una famiglia di pigmei, ed ho riso della stonatura che facevano coi loro abitanti, tutte le volte che scorgevo comparire su la porta d'uno di questi edifizj lilliputtiani un uomo, che fregando le spalle agli stipiti e toccando con la testa l'architrave sembrava due volte almeno più grande del vero. Quando poi qualcuno si affacciava alle finestre, mi parevano addirittura ritratti di figure colossali, incastrati in un'angusta cornice.

Tutta questa piccolezza poi diventa notabilissima nella piccola città di Capri (Crape per quegli abitanti), girando per la quale mi pareva trovarmi dentro una casa, di cui la gran piazza rappresentasse una modesta sala d'ingresso, e le strade, gli anditi di comunicazione fra quella e le altre sue piccole e luminosissime stanzette. Le comarelle che stanno a filar seta su la porta di strada, si porgono fra loro le bionde matasse e si dicono negli orecchi i loro innocenti segreti, da un lato all'altro della via, senza muoversi da sedere. Sembra tutta una famiglia; una buona famiglia ordinata e pulitissima, in mezzo alla quale ci troviamo cordialmente ospitati, perchè tutti vi guardano, o vi salutano o vi sorridono piacevolmente. Quanto debbono esser buoni i Capresi, che riuniti in così numerosa famiglia vivono in tanta pace ed hanno negli occhi tanta allegrezza serena! Avrei abbracciato tutti e soffrivo realmente non potendomi espandere con nessuno.

Quando andai a visitare la piccola cattedrale, fermò la mia attenzione un chiodo piantato nel muro presso una piletta d'acqua santa. Domandai di quel chiodo, e seppi che smarrendo per l'isola un qualunque oggetto, anche di gran valore, non s'ha da far altro che andare dopo un dato tempo a quel chiodo, dove certamente ritroveremo l'oggetto, che sarà andato ad appendervi colui che l'avrà ritrovato. Non ci credo, — dissi. — È la verità, signore, — mi fu risposto. Credei di sognare. Mi saltò allora in testa un'idea gigantesca. Se tanti chiodi simili si piantassero nelle cattedrali di tutte le metropoli d'Europa! Se si desse ai popoli un segno di tanta fiducia! chi sa? Gli uomini, in fin de' conti, non sono che fanciulli adulti, e nei fanciulli caparbii non è raro osservare sublimi reazioni, di fronte ad un atto improvviso di altissima stima che gli umilii. Si tenti dunque la prova; si metta il chiodo maraviglioso, ed io son qua per scommettere che se è di ferro e bene aggrappato, nessuno lo porterà via. —

Tutto ho veduto di questa pittoresca isoletta. Assistito dalle mie gambe di ferro, perchè là grazie a Dio non vi sono carrozze, e dalla mia volontà, non ho lasciato inesplorato un palmo di quel terreno. Dai Faraglioni al Capo Campetiello; dalla Grotta Azzurra alla Cala del Tuono, ora inerpicandomi con le mani e coi piedi, ora sdrucciolando giù per un piano inclinato, ora saltando da uno scoglio all'altro, in compagnia del mio vispo Peppino, un giovinetto che mi fu dato per guida dal mio locandiere in Capri, la girai tutta, e in tutti i versi l'attraversai cantando, ridendo e propinando ai Genj di quelle piccole solitudini, col baciare ripetutamente la mia fiaschetta di Cognac, ed ammettendo al mistico bacio anche il sospettoso Peppino, il quale, abbandonato dopo poco ogni ritegno, si slanciò fino a cantare con me quel soave rispetto della Montagna pistojese:

Quanti ce n'è che mi senton cantare, Diranno: Bon per lei ch'ha il cor contento. S'io canto, canto per non dir del male: Faccio per isfogar quel ch'ho qui drento, Faccio per isfogar l'afflitta doglia: Sebbene io canti, di piangere ho voglia.