Napoli a occhio nudo: Lettere ad un amico

Part 7

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Ma per gran parte della nottata non mi fu possibile chiudere occhio, a causa del frastuono diabolico che si faceva in paese. Poco dopo la mezzanotte però si fece silenzio assoluto e m'addormentai; ma fu breve il mio riposo, perchè alle tre della mattina si levò di nuovo e più tormentoso il rumore della folla. Trovando allora inutile il mantenere la mia posizione orizzontale, saltai dal letto, apersi la finestra e guardai la campagna. Lo spettacolo che mi si presentò dinanzi era de' più solenni. Il bujo era sempre folto; uno strato di nuvoloni neri neri ingombrava il cielo, appoggiandosi sulle più alte groppe delle montagne; giù da ponente l'aria era infuocata dai fulmini d'un temporale che si avanzava lucente come una massa di fosforo in fiamme, e illuminata dalla sua luce violetta, la turba di già incamminata per la cima della montagna, portando torcie accese e fastelli di paglia e di piante resinose infilzate su la cima di pertiche, si allungava fino alla vetta della montagna in lunghe spire luminose che, risaltando fra le tenebre, prendeva l'aspetto di un enorme serpente di fuoco che lento lento si divincolasse strisciando su per i suoi bruni dirupi.

Non potei resistere alla tentazione e scesi nella via; mi fu facile noleggiar subito un Pegaso ragliante e mossi anch'io per il disagevole pellegrinaggio.

Fin verso alla metà del cammino, la passeggiata fu piacevolissima; la burrasca che si era presentata tanto minacciosa, era andata a sfogarsi attraverso alle gole di altre montagne; i nuvoli sul far del giorno si erano diradati, ed ogni tanto il sole di primavera si affacciava giallo e sorridente a sferzare le nostre groppe irrigidite dalla sizza umida della notte. — Il cicaleggio della folla era piacevole; alcuni gruppi di insaziabili s'erano già accoccolati all'ombra degli ultimi castagni o a ridosso delle rupi ed arruotavano il dente su gli avanzi delle loro provviste, mentre altri, affollandosi intorno a capanne erette provvisoriamente dai pastori lungo la via, bevevano bicchieri di latte freschissimo o mangiavano ricotte e giuncate distese sul pane. Qualche rado lamento o qualche spasimoso — ahi! — messo da malati che seguivano la folla o da poveri infelici che per voto fatto salivano scalzi, ferendosi malamente i piedi sulle punte acute dei macigni, rompeva di tanto in tanto l'allegro mormorio dei pellegrini, ma rimaneva presto soffocato dalle grida festose e dalle sonore risate delle allegre comitive, che raccontandosi fra loro piacevoli storie, ingannavano la fatica della via.

La scena cambiò malamente all'improvviso. Con quella rapidità con cui sogliono addensarsi i vapori su le montagne, il cielo si oscurò ad un tratto dietro un nuvolone che, rammulinandosi vorticosamente, anneriva e gonfiava minaccioso; alla tepida brezza tenne dietro un vento frigido e impetuoso; una batteria di fulmini accompagnata da scoppi formidabili, cominciò a bersagliare le punte che ci stavano d'intorno, e un vero diluvio d'acqua e di grandine si scaricò su le nostre misere pelli. Uno scompiglio generale tenne dietro alla furiosa bufera; chi correva di là, chi di qua in cerca d'un riparo qualunque, ma ripari non ve ne erano, perchè l'ultima zona della montagna è affatto calva di vegetazione. Ogni palmo di terreno riparato dalla sporgenza di una rupe è preso d'assalto; grida e pianti si alzano commoventi intorno a quel derisorio riparo e tra la fradicia moltitudine che vi si affolla, fanno senso di pietà alcune povere donne, che coi loro bambini in collo si raccomandano o imprecano, mostrando le loro pallide creature tremanti e spaurite. Una capanna assalita con furore, non potendo contenere la moltitudine che vi si è riparata, scoppia dai fianchi e manda fuori uomini ed urli; alcuni inginocchiati in mezzo alla via, pregano e singhiozzano tenendosi il capo fra le mani, ed altri caduti si lamentano e chiedono pietà alla Madonna, tendendo le braccia verso il santuario. Era una scena di vera desolazione, una scena capace di dare idea esattissima di quelli strazi efferati, ai quali dovettero soggiacere tornando di Russia le misere mandre umane del Primo Napoleone. Vi furon momenti di un tale scompiglio doloroso e in cui provai tanta pietà dei vecchi, dei poveri bambini e degli ammalati che, quantunque grondante acqua e intirizzito dal freddo, sentii amaramente il dolore di non poter soccorrere altri che una miserabile vecchia, la quale scalza e febbricitante si era impegnata sola alla disastrosa ascensione, facendola sedere sotto la pancia del mio somaro.

Ma pure non mancarono le scene comiche in mezzo a questa alpina tragedia. Un gruppo di persone credendo d'essersi poste al sicuro in una cavità del terreno, senza pensare che appunto era stata scavata dalle acque d'un rigagnolo che andavano a sbacchiarvi in tempo di pioggia, si smascellavano dalle risa canzonando quelli rimasti di fuori, quando il rigagnolo, gonfiato a un tratto, scaricò addosso a que' disgraziati una cateratta di broda color cioccolata, conciandoli in modo da far pietà, fra le risate grandissime e i fischi dei reprobi che non ammessi dentro al provvidenziale riparo, erano rimasti fino allora a supplicare smaniosi inutilmente. Un individuo che a pochi passi da me s'era riparato sotto il ventre del suo cavallo, dove se ne stava fumando voluttuosamente la pipa e ridendo evangelicamente delle sofferenze del prossimo suo, ebbe una doccia animale così improvvisa che insiem con la pipa, si trovò spento il riso su le labbra che restarono mute ad un tratto, sotto l'abbondante lavacro che la più tepida delle Ninfe si compiacque somministrargli sapientissimamente. Le cadute poi di quelli che fuggivano, e le inzaccherature in mezzo a quel motriglio quasi nero, a volte erano tali da fare slogar le mascelle al fradicio spettatore. Fra queste fu prodigiosa quella di una donna che scivolando, cadde supina e rimase impaniata con le spalle nella mota della via; incominciò a strillare sgambettando e berciando, mentre il vento indiscreto le portò sulla faccia le sottane, lasciandole allo scoperto.... le tracce di chi sa quante altre cadute!

Alla pioggia d'acqua tenne dietro una bufera di neve. Allora, alla peggio, si riordinò la sgominata processione, e coi vestiti e le idee ciondoloni come salci piangenti umani, riprendemmo tutti il cammino in silenzio.

A mano a mano che ci andavamo accostando alla cima, le file dei pellegrinanti si diradavano. Molti trattenuti dalla stanchezza si fermavano dove un riparo qualunque poteva difenderli dalla bufera indiavolata; altri e sopra tutti le donne o incinte o vecchie o soverchiamente adipose, prese dallo sgomento o dal tremito della febbre, si lasciavan cadere su gli arginelli della via e intorno a loro i parenti e gli amici si trattenevano per assisterle. Alcune di queste femmine compassionevoli spinte da una forza di volontà superiore e dal fanatismo che le accecava, coi piedi sanguinanti e quasi trascinate dai parenti che amorosamente le sorreggevano, sostenendole sotto le ascelle, venivano avanti piangendo su per il doloroso Calvario.

Ogni volta che raggiungevo uno di cotesti gruppi, mi sentivo prendere da un senso di pietà che si convertiva subito in disgusto e ribrezzo, e affrettavo allora il passo, perdendoli presto fra la densa caligine del nembo che ci avviluppava.

Non meno disgustoso era lo spettacolo dei mendicanti, dei quali era seminata la via. Tutte le piaghe, tutte le miserie, tutte le membra storte, mutilate o rotte di quei falsi o veri miserabili, erano messe allo scoperto e quasi buttate in faccia ai passanti, a dispetto del rigore del freddo. Muti o finti muti stralunando gli occhi e agitando in aria le braccia, ululavano chiedendo pietà; finti indemoniati si svoltolavano sul terreno fradicio e motoso, mandando ora rantoli bestiali, ora fingendo di cadere in deliquio, e mordendo la terra e rosicando erba che strappavano dal terreno portandosela con avidità alla bocca bavosa; gobbi con la groppa nuda che stando a bocconi sopra un canile di paglia si contorcevano e strepitavano accennando la loro deformità; storpi, monchi, ciechi che si buttavano a baciare il terreno sacro o i piedi dei passanti, attraversavano la via recitando preghiere, o esaltando le virtù della miracolosa immagine di Maria; vecchi con le membra coperte di ulceri e di piaghe che si fasciavano e si sfasciavano continuamente, gridando e scuotendo all'aria i loro luridi cenci verso la sacrosanta Abbazia, che già si cominciava a scorgere attraverso ai fiocchi della neve: e ognuno di costoro aveva un motto speciale, che ripeteva continuamente, per lodare le virtù di Maria Vergine o per dipingere le sofferenze delle anime del Purgatorio, o per rammentare i meriti che si acquistano presso Dio con quella elemosina che domandavano. Sopra un crocicchio che faceva la via, incontrandosi con altri viottoli che venivano dalla pianura, stava un uomo di aspetto lugubre incappato di nero, il quale suonando continuamente con la sinistra una grossa campanella, chiedeva pietà ed elemosina per le anime sante del Purgatorio, mostrando con la destra ai passanti un vassoio con sopra un teschio umano annerito, mezzo nascosto fra i soldi di rame e la neve; e molti si avventavano a baciare quel teschio e a deporre il loro obolo nel vassojo, mentre dagli altri viottoli della montagna giungevano ad ingrossare la turba fanatica altri drappelli di processionanti aggruppati dietro a bandiere o a crocifissi, cantando salmi, lamentandosi e presentando le solite scene desolanti di vecchi spedati, donne scapigliate portanti in collo bambini lattanti che strepitavano, e ammalati sostenuti a braccia ed altri quadri ugualmente pietosi, nauseanti e compassionevoli.

Quando fummo a poche centinaja di passi dall'Abbazìa, il cielo si rasserenò ad un tratto; il sole tornò a sfavillare ed a posarsi tepido e sorridente su le nostre povere groppe ed il panorama delle sottoposte vallate si aprì ampio e luminoso quasi sotto ai nostri piedi. Mi fermai un momento ad osservare, e correndo con lo sguardo le enormi distese di boscaglie che ingombrano il principato Citra, quasi non interrotte fra Avellino, Nola e Frigento, dove pochi anni or sono correva libero con le sue bande feroci Cipriano La Gala, misurai con l'occhio quello spazio immenso e mi sentii involontariamente stringere il core, pensando al core di Cipriano, quando mi venne fatto il confronto fra l'ampiezza sconfinata di quell'orizzonte e l'angustia della cella, dove pochi giorni addietro lo avevo incontrato visitando il Bagno penale di Portoferrajo. Mi venne voglia in quel momento di figurarmelo un eroe leggendario, uno di quei tanti generosi che, inaspriti dalla sventura in forma di giustizia umana, corrono intolleranti alla macchia a muover guerra da belve all'umanità che come belve li caccia; volli figurarmelo montato sul suo puledro, carico d'armi e di vesti fantastiche, galoppare fra quelle balze, seguìto dalla sua donna animosa o accoccolato all'ombra d'una quercia in mezzo ai suoi, novellare delle sue gesta, del suo ribrezzo alla volgare rapina e delle sue speranze di gloria, ma ogni illusione mi cadde, quando mi si riaffacciò alla mente la sua ghigna pallida e feroce e quando mi ricordai che appunto il giorno che lo vidi, era accatenato più corto in un carcere della Linguella, per aver ghermito quaranta lire a un suo sventurato compagno di pena.

L'orizzonte si richiuse fra la nebbia, la neve cominciò a cadere più folta, ed io ripresi il cammino, giungendo dopo pochi minuti nel cortile dell'Abbazia.

Mi parve d'entrare in mezzo ad un campo militare dopo una sconfitta. Non starò a descriverti le scene che mi accadde vedere là dentro e sotto i porticati che circondano il piazzale, essendo presso a poco dello stesso genere di quelle che ti ho descritte fin qui; ti dirò invece di quello che accadeva in chiesa.

Appena presentatomi su la porta di quella, mi tornò in mente la profanazione del Tempio e le sante funate.... la profanazione v'era, ma le funate dolorosamente mancavano. Pur troppo!

Davanti alla miracolosa immagine si ripetevano presso a poco le medesime scene, alle quali mi ero trovato assistendo al miracolo di San Gennaro. Dopo essersi trovati ad una di queste funzioni religiose, bisogna credere che i fedeli di questi paraggi s'immaginino sordi addirittura tutti i loro celesti avvocati, tali e tanti sono i berci e le strida, con cui si raccomandano a loro. Quante volte sentendomi fare una vociaccia negli orecchi, mi veniva voglia di persuadere il mio devoto vicino a dire più adagio e a fargli capire che in casa degli altri e specialmente in quella di Dio, quelle non eran le maniere; ma poi sentendo che mi sarebbe scappato da ridere, lo guardavo, lo ammiravo e stavo zitto.

Lungo i muri delle due navate laterali s'era fatto un vero accampamento. Una gran parte dei pellegrini sdrajati per terra dormivano e russavano; altri si levavano e scuotevano le scarpe e le calze inzuppate d'acqua e di melma; parecchi s'erano quasi spogliati ed avevano teso ad asciugare i loro panni su bastoni appoggiati al muro; mucchi folti e numerosi di bambini, che devono esser portati lassù con qualche fine, perchè ve n'eran troppi, ingombravano tutta la chiesa o sdrajati, o saltellanti o accovacciati qua e là in liquide e solide occupazioni in mezzo a un continuo strillare, che mi faceva credere d'esser capitato nel Limbo. Il terreno era ingombro d'una viscida poltiglia, e questo terreno era percorso nel modo seguente da alcuni devoti peccatori, che dovevano averle fatte grosse, ma grosse davvero.

Arrivavano alla porta della chiesa cantando salmi, e appena giunti alla soglia vi si buttavano inginocchiati, piegando fino a terra la testa. Un loro parente o amico che fosse, legava loro al collo o una corda o un fazzoletto e quasi trascinandoseli dietro, muoveva verso il tabernacolo della Madonna fra la folla che gli faceva ala, mentre il penitente si trascinava in ginocchio strisciando la lingua sul terreno!

Non ne voglio più, non ne voglio più. Tornai nel cortile, m'ingozzai un pezzo di tonnina e un altro di baccalà crudo, chè carne nè altro v'era per sfamarsi lassù, e dopo poco, pensando che quella festa insieme con un'altra dello stesso genere, che vi si ripete nel corso dell'anno, assicurano a que' poveri monaci l'annua rendita di circa 120 mila lire, ripresi frettoloso la via, impaziente di risalutare la Primavera che mi aspettava tepida fra i vigneti di Mercogliano.

In mezzo al profluvio di laida prosa, sotto al quale erano rimaste soffocate le mie dolci illusioni accorrendo a quella festa, una cosa sola, un solo segno di gentile poesia scaturito dai petti di quelle goffe creature, mi fece in parte riconciliare con loro, perchè era gentile da vero.

Lungo la via avevo osservato che quasi ogni pianta di ginestra era legata ad un'altra, per mezzo di un nodo intrecciato con le loro cime. E queste ginestre annodate fra loro non le vedevo soltanto lungo la via, ma in alcuni punti ne vedevo anche in lontananza disseminate qua e là perdersi giù per le balze della montagna. Domandai notizie di questo fatto e seppi che quei nodi venivano composti dai promessi sposi che accorrono alla festa, quasi emblema del nodo che già stringe i loro cuori o come promessa di fedeltà fatta dinanzi alla Regina degli Angeli. Questi nodi vengono poi sciolti dalle coppie felici che vi tornano dopo il matrimonio. Nella mia vita non avevo ancora veduto uscire da menti volgari un pensiero così altamente gentile, nè sotto forma così dolcemente poetica. Alcuni di quei nodi erano secchi, ed intristite le piante su le quali erano stati intrecciati. Che sarà avvenuto delle coppie che non erano tornate a scioglierli? Mi feci questa domanda e seguitai la discesa tutto occupato da pensieri malinconici.

Jeri sera ero già tornato in Napoli ed ebbi agio di assistere al ritorno dei pellegrini, la qual cerimonia si fa con uno sfarzo alquanto grottesco.

Ad una certa ora, i pellegrini, che tornando si son riuniti fuori di Porta Capuana, credo, a spolverarsi, a strigliarsi e a rammagare tutte le avarìe dei legni, dei cavalli e delle persone, fanno il loro ingresso in città in una lunga fila, percorrendo a trotto serrato le vie della Marinella, del Piliero, Largo del Municipio, San Carlo, Castello, strada Santa Lucia, ec., in mezzo al popolo che gli attende e fa ala lungo il loro cammino.

La corsa sfrenata e l'aspetto brillante dei loro equipaggi però ha qualche cosa di originale e di fantastico. Le donne sono cariche dei loro più ricchi giojelli e delle loro vesti più sfarzose e brillano e luccicano come pappagalli al sole; gli uomini hanno i cappelli carichi di gingilli di talco o sormontati da penne di fagiano e passano sventolando bandiere, ma serj però e pieni di goffo orgoglio della invidia che credono poter destare in chi sta ad osservarli; fumano tutti un sigaro lungo lungo rinnovato per l'occasione e sputano maestosamente.

Le carrozze, i cavalli e le loro bardature da un certo aspetto sono belle da vero e degne d'essere osservate. Questi focosi animali che a due e spesso a quattro compariscono scalpitando furiosamente, attaccati a stupende carrozze, sono quasi nascosti sotto i loro fantastici ornamenti. Ciuffi di penne, mazzi di fiori e trofei di campanelli d'ottone su le teste e sui pallini delle selle, nastri di seta di varj colori e camelie, o vere o finte, intrecciate e annodate alle criniere svolazzanti e alle code, placche d'ottone lucidissimo e borchie e banderuole che si agitano e scintillano sotto i loro colpi d'anca, li fanno sembrare, piuttosto che cavalli, mostri favolosi che scaturiscano infuocati e lucenti dalle caverne del vulcano. Le carrozze pure son guarnite di fronzoli d'ogni maniera, come alberelli d'ottone carichi di campanelli messi in luogo dei lampioni, bandiere con immagini di santi, mazzi di fiori e lembi di vesti delle odalische che le occupano, le quali lasciano a bella posta sventolare alla mostra scialli variopinti e nastri e penne colorate, mentre sono occupate a sostenere in alto i forcuti trofei che hanno riportato da Montevergine, sopraccarichi su la cima dei noti secchioli, zoccoletti, ciuffi di piume e di talco e fiori di ginestra e cento altri fronzoli, che non saprei enumerare anche ricordandomene.

La scena ha del teatrale, ma sotto un certo aspetto è bella.

Tutto questo sonaglìo, e luccichìo e strepito assordante per qualche momento abbaglia e stordisce piacevolmente, ma presto annoia e mette voglia di voltargli le spalle.

La gazzarra con questi equipaggi che vanno e vengono, che arrivano e tornano indietro e s'incrociano e s'arruffano, dura fino a calata di sole, andando sempre ad assottigliarsi, finchè tutti spariscono, per spingersi: i più agiati fino allo scoglio di Frisio a ribere e a rimangiare impippiandosi fino al gorguzzule; gli altri per fermarsi al Gran Caffè o a Santa Lucia ad ingozzare vistosamente ostriche e gelati, e per andarsene poi tutti a digerire l'indigestione o a meditare sopra i sacrifizj che costerà loro per tutta l'annata un'orgia di tre giorni.

LETTERA VI.

Dove si parla del Camposanto vecchio.

Napoli, 22 maggio 1877.

Sere sono, essendo montato in una carrozzella per prendere una boccata d'aria di campagna, dopo aver percorso un par di chilometri circa della strada di Poggio reale fuori di porta Capuana, attaccai questo colloquio col mio Automedonte.

— Dimmi, compare; che cos'è quel gruppo di fabbricati lassù in alto a mezza collina...?

— Il Camposanto nuovo, eccellenza.

— No, no; quello lo conosco. Domandavo di quell'altro più in basso a sinistra....

— Ah! ho capito quale volete dire. È il Camposanto vecchio, il Camposanto dei poveri, dove sotterrano a macchina....

— Svolta, e conducimi lassù.

— Io vi conduco dove volete, signorino, ma non troverete nulla di bello da vedere.

— Tanto meglio. Svolta, svolta. —

Il vetturino, maravigliato di un genere di curiosità che non sapeva spiegarsi, mi guardò quanto ero lungo e lentamente fece voltare il cavallo. Dopo un quarto d'ora circa mi trovai alla porta del Cimitero.

Appena messo il piede dentro alla soglia, le parole del vetturino «non troverete nulla di bello da vedere» mi tornarono alla mente e quasi mi pentii d'esservi andato.

Non v'era assolutamente nulla da vedere. Due corpi di fabbrica lateralmente all'androne d'ingresso contenenti la chiesa, il quartiere del prete ed altre stanze destinate a varj usi; un largo piazzale lastricato di forma presso a poco quadrata, con un lampione nel centro sormontato da croce; un'alta muraglia di cinta decorata internamente ad arcate in grossezza di muro, ed una piccola Grù collocata sopra piano mobile che al mio arrivo stava inoperosa in un angolo del piazzale; ecco tutto quello che mi dètte nell'occhio al primo giungere nello squallido carnajo, dove il Municipio di Napoli manda ogni anno circa 7000 _capi_ di bestiame umano a putrefare in combutta. Un uomo di piacevole aspetto, ma coperto di abiti cenciosi, che stava seduto presso la porta, mi si annunziò come il custode; ma siccome esitavo ad entrare, mi disse che passassi pure, ed accennandomi alcuni meditabondi straccioni che erravano là dentro, mi fece sapere che senza alcuna cerimonia l'ingresso era libero a tutti in quel recinto. — Entrai. Fatti alcuni passi, però, tornai indietro per fargli questa domanda: — Scusate, custode, che cosa sono quelle lapide tonde lì sul lastrico e numerate una per una con lo scalpello?

— Le sepolture, signore, — mi rispose. — In tutte sono 365, appunto quanti i giorni dell'anno. 360 sono qui, come vedete, ed altre 5 nella chiesa. Alle 6½ della sera se ne apre ogni giorno una e lì si seppelliscono, con quella macchina laggiù, i morti che sono arrivati nella giornata e quelli che arrivano nella notte. Si richiude alle 6½, della mattina; ma se vi piacesse vedere come si fa, trattenetevi o tornate stasera verso le sette, chè vi _divertirete_. —

Nel tempo che il custode mi dava queste notizie io gli badavo appena. Fissatomi su quel piano uniforme, nudo come l'idea della morte, sotto al quale milioni di cadaveri imputridivano accatastati, mi sentivo prendere adagio adagio da una noja, da un malessere, da così fredda tristezza, che volentieri me ne sarei andato, se una strana curiosità non m'avesse inchiodato là dentro. Era una tale scena di desolazione da mettere i brividi addosso al cinico più ributtante. — Io ti racconto quello che vidi e nulla più. —