Napoli a occhio nudo: Lettere ad un amico
Part 6
In un sottoscala, al solito buio, trovai una giovinetta orfana di circa sedici anni, che preparava il desinare per sei fratellini e sorelline tutti minori a lei. Questo desinare si componeva di _ventidue_ chiocciole che bollivano in una pentola sbocconcellata, e di altrettante castagne secche che aveva date a rinvenire ad una sua vicina, perchè a lei mancava un recipiente qualunque per fare quella operazione. I sette fratelli e sorelle dormivano sopra un pagliericcio tanto corto e tanto stretto (non dico tanto lercio, perchè si sa) che appena due esili persone ci sarebbero potute entrare rannicchiandosi. Come avranno fatto a entrarvi tutti? Non lo so. E le conseguenze di questo guazzabuglio mascolino e femminino? Maestro Raffaele, non te ne incaricà. Eh! ma n'ho viste anche delle peggio, e di queste ti parlerò a voce al mio ritorno.
Ho visitato anche la famosa grotta alle Rampe di Brancaccio. È una caverna, divisa in quattro o cinque ambienti, tutti in comunicazione fra loro, scavata nel tufo della collina.
È una specie di caverna ossifera; una tana da coccodrilli, dove una iena morirebbe di puzzo e di paura. Eppure anche là dentro, accatastate alla rinfusa, fra le tenebre rotte soltanto qua e là da due o tre aperture, mi pare, e non più, tra 'l puzzo de' cessi aperti a capo dei letti, e l'umidità che cola dalle pareti, languiscono quaranta famiglie composte di circa dugento individui, che hanno il coraggio di sorridere e di scherzare. Vi fu un giovinotto, il quale conducendomi attraverso ad una quarantina di letti divisi fra loro da cenci d'ogni colore distesi su corde, volle menarmi in ogni modo a vedere quella ch'ei chiamava la sua _galleria_, cioè il ramo di caverna, dove aveva il suo letto, e seguitò a scherzare chiedendomi scusa se non apriva «le finestre che non v'erano.» Una cosa sola mi fece maraviglia là dentro, e fu di non trovare che un solo malato, un povero operajo d'un grado un po' superiore ai suoi rumorosi coinquilini, il quale vergognandosi di me, stette sempre rannicchiato nel suo canile, nascondendosi la faccia fra le mani.
Ma se avessi avuto almeno il gusto di sentirmi dire una insolenza, di sentirmi lanciare un insulto su la mia faccia di salute o su i miei abiti decenti, sarei escito di là dentro meno disgustato. Ma nulla! Eccellenze e riverenze e atti d'umiltà indecorosa da ogni parte; nulla che mi facesse intendere che erano uomini anch'essi. E tale l'abbattimento fisico e morale di questi infelici, che non sanno comprendere, nonchè aspirare ad un miglioramento qualunque delle loro misere condizioni. L'abitudine di vivere in quello stato è così profondamente radicata fra loro che, anche arrivando o col lavoro o con la camorra a conseguire i mezzi per liberarsene, non lo fanno.
Jeri visitai anche i centri del Pendino e del Porto, l'Imbrecciata ed altri simili letamai, e da per tutto le stesse delizie: bujo, fetore, umido, cessi rotti, fogne traboccanti, erpeti, oftalmie, piaghe, tigna, glandule ed altre gioie dell'umanità su larghissima scala in mezzo alle quali, non un numero ristretto, ma migliaja e migliaja di tribolati, come animali immondi, languiscono in silenzio ed in silenzio muojono, rassegnati alla sorte che la società ha voluto loro serbare. Vidi un giovinetto, al quale mancava un occhio che gli avevan mangiato le talpe da piccolo. In un'altra stalla umana che trovai, non mi rammento in quale altro quartiere, ma mi pare di certo nel Vico Grotta a Santa Lucia, mi fu raccontato che circa quattro anni fa una madre, dopo aver lasciato solo per qualche ora un suo figliolino in fasce, lo trovò ammazzato da queste stesse talpe, che gli avevan rosicato il naso e le labbra. A te farà ribrezzo e maraviglia il sentir dire di queste cose; a me, sì, fa ribrezzo, ma in quanto a maraviglia, neanche per ombra. La maraviglia dopo aver visto di che si tratta, la provo soltanto nel pensare come di questi fatti non se ne ripetano in maggior quantità, e come non nasca una pestilenza o una lebbra da infettare anche i pipistrelli, che a mezzo giorno svolazzano là dentro ingannati come in pieno crepuscolo. Ma dunque, tu mi domanderai, non ci sono ricoveri, non ci sono case ospitaliere? Sicuro che ci sono! ma quando tu le avessi viste, capiresti come la maggior parte di quelle non siano tali da invogliar troppo i miserabili, e come alcune poi non valgano da vero la libertà che rimane a questi disgraziati, di potere almeno sguazzare nel sudiciume natìo senza rimanere obbligati a nessuno, o crepare di stento a loro comodo, per andarsene dopo a battere in pace l'ultima capata nelle cisterne del Camposanto Vecchio. Ci sono anche le case da operai. Sicuro che ci sono! Ne fu costruito un gruppo assai grosso sulle altura di Capodimonte, ma quando furon finite, parvero tanto belle anche agl'intraprenditori di quel lavoro, che crederon bene d'andar essi ad alloggiarvi. Ma dunque nessuno, proprio nessuno s'occupa di questa inezia? Questo non saprei dirtelo; so che intanto si fanno molti e graziosi giardinetti lungo la marina; so che si profondono candelabri a gas dove non ve n'era assolutamente bisogno; e allora vedrai che qualche cosa scapperà fuori, giacchè quando si vede molto fumo per la casa, si può star certi che un po' d'arrosto, o prima o poi, comparirà anche in tavola.
L'unico essere, il quale s'occupi sul serio della questione e che provveda instancabilmente abiti nell'inverno, medicamenti e disinfettanti nelle altre stagioni, e cure e carezze di ogni maniera, con quell'amore, con quell'affetto disinteressato che qualifica il vero filantropo, è questo Sole; Lui! questo meraviglioso assessore d'igiene, che da tanti secoli brilla benefico su le miserie dell'umanità, senza aver ancora trovato un cane che vi soffi e lo spenga.
LETTERA V.
Dove si parla della festa di Montevergine.
Napoli, 21 maggio 1877.
Una di queste mattine, avanti giorno, fui destato in sussulto da una forte botta d'arme da fuoco esplosa a pochi passi dalla mia casa. Mi alzai sul letto; stetti un po' in orecchi.... silenzio perfetto. Un suicidio! pensai, e il cuore mi batteva forte forte, immaginandomi la vittima là, in mezzo alla via, boccheggiante nel proprio sangue. Che faccio? mi vesto? vado alla finestra? corro nella via? e intanto rimanevo inchiodato sul letto a pensare. Chi sa? qualche amore sfortunato.... qualche cambiale in scadenza.... qualche.... Un altro colpo sparato proprio sotto la mia finestra, mi fece fare uno schizzo che mi alzò un palmo su la materassa. Due omicidj! e nel tempo stesso udii dei passi accelerati nella via che nel momento mi fecero credere ad una aggressione, ma il non aver udito nessun grido, nessun lamento.... Un altro scoppio più forte dei primi! Oh! tre omicidj poi a quest'ora mi cominciavano a parere un po' troppi! Ma pure tante esplosioni in così breve spazio di tempo, a quest'ora.... Mi parve sentire qualche leggiero rumore nella camera accanto, dove dormiva la mia padrona, e chiamai: — Donna Maria? — Donna Maria, avendo supposto la ragione della mia chiamata, dètte in un solenne scoppio di risa e mi domandò: — Avete avuto paura? — Sì; o che è stato? — Fanno allegria per la festa di Montevergine, non temete di nulla. — Montevergine.... Montevergine! Non occorse che mi dicesse altro. Avevo tanto parlato e sentito parlare di questa festa e tante volte avevo fatto proponimento di andarvi, che pochi minuti dopo ero al tavolino con la candela accesa davanti, l'orologio da una parte, l'orario delle strade ferrate dall'altra e il lunario nel mezzo facendo studj comparativi, dei quali ognuno può intendere facilmente la profonda gravità. Erano le 4; il treno per Laura ed Avellino partiva alle 5¼, un po' di colazione trovando un caffè aperto bisognava farla in tutti i modi, dunque non c'era tempo da perdere. — Che vi levate già? — mi domandò la padrona, sentendomi romicciare per la camera. — Vado a Montevergine, Donna Maria. — Fate bene; Dio v'accompagni. — V'occorre nulla di lassù? — Dite una _Salve Regina_ anche per me a quella bella Madonna. — Fate conto d'avergliela già detta da voi. — Dio ve ne renda merito. — Addio, Donna Maria. — _Stateve buono._ — E mi sbacchiai dietro l'uscio di casa.
Posta a guisa di sella su la groppa di una montagna a sei chilometri circa da Avellino è la pittoresca borgata di Mercogliano notabile anche storicamente per il doloroso ricordo dell'eccidio che lassù fu commesso nel 1799 di un drappello di soldati dell'infelice Championnet, dei quali si trovano anche ora le misere ossa scavando negli orti del villaggio, e per la morte che vi trovarono nel 1821 gli ufficiali napoletani Morelli e Silvati, i quali, essendo corsi con la loro truppa a dar man forte ai Carbonari colà riuniti, furono presi dopo un breve combattimento e fucilati all'istante su la piazza che ora porta i loro nomi onorati. Ah! quanto sangue è costata questa Italia alla canaglia, perchè se la godessero poi le persone per bene! ma lasciamo correre e diciamo piuttosto che la Badia di Montevergine, la quale sta sopra a Mercogliano in vetta ad un picco di granito, ha pure una storia ed una leggenda assai degne di nota.
Di lassù, dall'antico _Mons Virgilianus_, dove nei tempi pagani sorgeva un tempio a Cibele ridotto poi a chiesa cristiana, fu nell'anno 1497 portato in Napoli il corpo di San Gennaro, che dal cardinale Caraffa venne poi proclamato protettore della città, facendolo succedere così con la sua boccetta di sangue a Virgilio mago, ed all'altra boccetta di Porta Capuana tenuta fino a quel tempo come il palladio della città.
Nella chiesa di Montevergine trovansi ora esposti all'adorazione: una immagine bizantina di Madonna dipinta, come dicono, da San Luca ed il braccio col quale il santo la dipinse, portativi nel 1310 da Caterina II di Valois, reduce da Costantinopoli, che ivi è sepolta con suo figlio.
Questo è il Montevergine, verso il quale io m'incamminai tutto allegro e curioso e dove per tre giorni consecutivi accorrono ogni anno con sfarzo clamoroso di cavalli, di veicoli, di vesti, di provvisioni da bocca e, se vogliamo, anche di devozione, venti o trentamila popolani grassi di Napoli.
Arrivato ad Avellino, dopo avere attraversato allegre e feraci campagne, coperte d'una vegetazione quasi tropicale e dove, in mezzo ad una fantasmagoria di quadri uno più dell'altro pittoresco, altro non sentivo mancarmi che il mare ed il Vesuvio, presi appena tempo per dare una occhiata alla graziosa città, perchè il tempo minacciava un po' d'ogni cosa, con apparato solenne di vento, fulmini e tuoni, e insaccatomi solo in una discreta carrozzella, pronunziai al vetturino la magica parola, per la quale da un'ora mi seguiva a passo a passo come la mia ombra: — a Mercogliano! — D'Avellino non posso dirti quasi nulla, perchè ebbi appena il tempo di girarla a corsa per non correre il pericolo di trovarmivi imprigionato dal pessimo tempo. È una piccola, ma ridente città, che sorge in mezzo ad un ubertoso altipiano incassato fra montagne scoscese e severe. Il vino vi è buono, l'aria eccellente, le strade ariose e assai bene selciate; il clima mite e gli abitanti non lo so. Vi sono due belle piazze, qualche monumento ed un magnifico viale alberato che serve come pubblico passeggio, e per il quale il mio Automedonte si slanciò a trotto precipitoso per arrivare, se era possibile, a Mercogliano prima della burrasca che verso sera ci rincorreva brontolante e minacciosa. — Hai un gran bravo cavallo! — Eccellente introduzione per cattivarsi l'animo d'un vetturino, quando si vuole attaccar discorso. Mi accennò di sì con un sorriso angelico e con un dolce movimento della testa.
Avendo così di volo sentito dire della ruggine che esisteva fra Mercoglianesi ed Avellinesi, volli tastare il mio egregio Febo, per passare meno peggio il tempo e: — E tu sei d'Avellino? gli dissi. — Credei ad un tratto d'avergli domandato: — Siete voi cristiano? — perchè a bruciapelo mi rispose un — Per grazia di Dio — da buttarmi in terra. Ah! è inutile: se hai bisogno di dieci campanili, sbuzza dieci Italiani e gli avrai subito con le campane e tutto.
— E Mercogliano, dimmi, è veramente un bel paese? —
— Lo vedrete.
— Ma a te piace, vi staresti volentieri?
— Io! — Ma quell'_io_ lo disse con un movimento tanto energico di tutta la persona, che la cuspide del campanile gli deve aver battuto di certo nel palato.
Così seguitammo un pezzetto a parlare di varie cose e stetti con grande attenzione ad ascoltare i suoi racconti, dei quali il più bizzarro mi parve la storia di un certo santo, di cui ho dimenticato il nome e che, _temporibus illis_, fu dai Mercoglianesi rubato a quelli d'Avellino per gelosia de' gran miracoli che faceva. Ma l'onesto taumaturgo, per mostrare il suo sdegno a coloro che avevan commesso il sacrilego ratto, seppe rifiutarsi con tale insistenza alle preghiere de' suoi nuovi devoti, che finalmente i poveri Mercoglianesi, inaspriti fino al trabocco, lo rimandaron via _ipso facto_, fra i fischi e le sassate della plebaglia, che lo rincorse facendogli dietro la bajata. —
Ma l'originalità della nostra conversazione giunse al colmo, quando il mio nobile auriga mi si confessò di punto in bianco ateo.
Ateo! Ah! come me la godo, come me la godo! o di dove diavolo è scaturito questo Lucrezio a cassetta? Ma un ateo tutto d'un pezzo con la frusta in mano mi pareva impossibile, ed infatti, dagli, picchia e mena, fruga di qua, fruga di là, ed ajutato dai primi goccioloni e da una razzaia di saette che cominciò a serpeggiarci su la testa e d'intorno, la magagna la trovai, facendogli confessare che per San Modestino, quel santo medesimo che fu scacciato tanto brutalmente da Mercogliano, ora me ne rammento, aveva una devozione speciale. — Per lui solo, veh! — Ah! s'intende bene, — risposi io; e intanto che l'uragano ci pigliava nel mezzo, lo vedevo trinciare segni di croce e scappellature, bada davanti, ad ogni saetta che guizzava come una lingua d'aspide intorno alla sua persona sacrilega. — Ah! sciagurato, che cosa hai fatto! — Che ho fatto? — Guarda come siamo conciati per colpa tua! guarda che grandine su i raccolti di questi poveri cafoni che avrebbero ragione di mangiarti il core se sapessero.... — Ah! Madonna, Madonna santissima di Montevergine! — Che è stato? — Una saetta aveva picchiato proprio in un albero alla distanza d'una ventina di passi davanti a noi. Il cavallo s'era fermato a secco, il mio egregio ateo era sceso da cassetta con un gran lancio ed era venuto a rifugiarsi sotto il mantice accanto a me, tutto tremante dalla paura e masticando giaculatorie precipitosamente. — E ora seguiterai sempre a non credere in nulla? neanche in quest'acqua che pare il diluvio universale? — Credo in ogni cosa, signore, credo in ogni cosa. — E allora come mai dianzi ti vantavi tanto? — Si fa per dire, signore, si fa per dire. — E il mio egregio ateo, modificato sotto l'azione del fulmine e ridotto ozono credente da ossigeno ateo che era, mi raccontò che novantanove per cento la causa di quell'uragano era qualche birbante che aveva portato seco della carne a Montevergine. — Come, come! a portar carne a Montevergine...? — Sì signore, a portar carne lassù, viene la tempesta. — E ci credi? — Signore, è la verità! — Sei un eroe! e giacchè è smesso di piover forte, torna al tuo posto e andiamo, chè non voglio far notte per la strada; animo! —
E il buon Lucrezio tornò mogio mogio a cassetta, tutto tremante, seminando i frasconi fradici come uno zimbello cascato nel beriòlo.
Arrivammo sani e salvi a Mercogliano che il cielo s'era rifatto tutto sereno, e dopo avere attraversato il paese per quasi tutta la sua lunghezza, in mezzo ad una enorme folla impillaccherata dai piedi alle punte dei capelli, giunsi alla casa dei miei ospiti, dove fui ricevuto in un modo per me anche troppo lusinghiero. Queste eccellenti persone che non mi conoscevano nè punto nè poco, appena ebbi loro mostrato un piccolo talismano in forma di biglietto di presentazione, mi accolsero con quella ospitalità larga, piena e spontanea, la quale, almeno per noi persone civili, è diventala ormai qualche cosa che va cercata come il fungo porcino: O ne' boschi o nulla. — Fate il vostro comodo, signore, e finchè vi piacerà trattenervi con noi, sarete parte della nostra famiglia. — Così mi disse il capo di casa, lasciandomi su la soglia della cameretta che mi aveva destinata. — Io conservo di queste care persone il più affettuoso ricordo. —
La vetta dell'Appennino, sulla quale è situata l'Abbazia di Montevergine, era l'unico mio scopo, ma fino alla mattina dipoi non mi era possibile andare, essendo già vicina la notte.
Mostrai allora desiderio di scendere in paese ed infatti accompagnato da' miei buoni ospiti, me n'andai a dare una occhiata al grosso villaggio di Mercogliano e ad ammirare la folla, che tumultuando per le vie e crapulando per le case e per le bettole, si preparava umanamente allo spirituale viaggio. Il trambusto che regnava allora nell'unica via lunga, storta e scoscesa, era spaventoso. A molte finestre sventolavano bandiere con immagini di santi, iscrizioni e rabeschi, le quali indicavano sfida alla folla da parte dei così detti poeti improvvisatori, dei quali ogni decorosa comitiva ha il dovere di portar seco almeno uno da Napoli, perchè canti le lodi delle sue donne e de' suoi cavalli, e perchè descriva le avventure della gita, e le scarrierate e le strippate fatte lungo la via, difendendosi poi dagli attacchi di chi negasse la verità di quanto egli va cantando. Alcuni di questi poeti, seduti sui davanzali delle finestre, con le gambe spenzolate, il viso acceso e il bicchiere alla mano, erano già alle prese con la marmaglia, la quale applaudendoli se arguti, o fischiandoli se sciocchi, berciava dalla via e smanacciava alternativamente e senza riposo. E in mezzo a tutto quel frastuono, non un suono piacevole, non una voce simpatica, un'armonia di strumento gradito che rallegrasse gli echi della pittoresca montagna! Rumore, rumore, eppoi rumore, e in mezzo a questo rumore: insegne di venditori, cartelloni di saltimbanchi, tele dipinte di cantastorie, tende su i carri, bastoni forcuti, pali e mille altri arzigogoli si vedevano correre ed agitarsi al vento sopra la folla. E tutto questo quadro fantastico nuotava in un ambiente di fumo denso denso, che portato giù dai camini dal vento temporalesco, o sollevandosi dalle padelle strepitanti dei numerosi friggitori occupati per la via, avviluppava la salvatica scena dentro un folto velo di puzzolente caligine. I lati dell'unica strada erano, alla lettera, assiepati di vetture d'ogni genere, di cavalli, di muli e di somari, che la ristrettezza dei locali non permetteva di mettere al coperto, formando due lunghe file interrotte soltanto dinanzi ai banchi di venditori di zoccoli, immagini di santi, banderuole, rami di abete, penne colorate, secchioli di legno ed altri fronzoli, tutti oggetti aventi un significato attinente alla solennità festeggiata e dei quali ogni fedele faceva acquisto, per ascendere alla sacra montagna e per riportarli poi a Napoli come ricordi del compiuto pellegrinaggio. Fra le due file di veicoli e di banchi, restava libero uno spazio di strada capace appena di dar passaggio ad una carrozza, ed in questo spazio circolava a stento la folla compatta ed ululante. Eppure ad ogni momento un veicolo tirato da focosi cavalli carichi di penne, di campanelli e di nastri, animati dalle grida e dagli scoppi di frusta d'un ossesso guidatore, andando alla carriera come nella strada più spaziosa e solitaria, passava turbinando. Un eccidio di gambe e di costole pareva imminente, ma tutti sapevano tanto ingegnosamente badarsi, che la furibonda meteora passava senza intoppi disastrosi e l'allegro vocìo non era interrotto per nulla, anzi in quei momenti era fatto più festoso e maggiore dalle acclamazioni entusiastiche e dagli evviva ai nuovi arrivati. Un chirurgo vi avrebbe fatto la figura di Tantalo. Giudico che l'egoismo di questa gente debba essere il gran talismano che li preserva dai pericoli. Ognuno pensa tanto alla propria salute e tanto poco a quella degli altri, che ne resultano gl'identici effetti, come se ognuno, senza badare alla propria, cercasse soltanto la salute altrui. Quando il resultato finale torna, anche se il problema è impostato male, accettiamolo e cantiamo le Lodi della Provvidenza.
Portato in collo piuttosto che camminando, mi trovai in fondo al paese a respirare un po' liberamente sopra un piazzale erboso, presso al quale mi fu indicato il punto della via che viene da Napoli e dove qualche anno addietro, durante il tempo della festa, stavano sedute non rammento se due o più persone incaricate di aggiudicare un premio d'onore all'equipaggio che meglio di tutti e più riccamente compariva addobbato, o al guidatore che faceva il suo ingresso nel paese, percorrendo a carriera la lunga e ripida salita che lo precede. Chi mi faceva il racconto di questa particolarità, deplorava che tale cerimonia fosse andata in disuso, tanto più che era divertentissimo, mi diceva, il vedere ogni tanto qualche cavallo che spossato dall'eccessivo strapazzo, appena arrivato, cadeva morto attraverso alla via — Che peccato che una così _graziosa_ usanza sia stata dimenticata! — dissi al mio nuovo amico, e la mia nobile esclamazione commosse dolcissimamente quelli che l'ascoltarono.
In fondo a questa piazza si trova la chiesa parrocchiale, un edifizio qualunque che non richiamò la mia attenzione altro che per il tumulto che faceva il popolo davanti alla sua porta. Non avendo potuto incontrare ancora nulla che mi facesse accorgere di trovarmi in mezzo ad una radunata di popolo che si preparava a festeggiare una solennità sacra, fui contentissimo di quella vista e m'incamminai pieno di curiosità verso quella parte.
A rischio di farmi stroncare le costole, potei penetrarvi. Se hai visto far la ruffa ai ragazzi, quando qualche vigliacca creatura si diverte a buttar loro soldi nella via, ti sarà meno difficile farti una idea della pietosa gazzarra che si faceva là dentro dai fedeli lottatori. Dico lottatori, perchè una vera lotta sostenuta a suon di gomitate, pettate e spallate, si faceva presso un piccolo getto d'acqua che scaturiva da una cannella posta in un pilastro della navata a sinistra di chi entra.
La montagna rocciosa che sta a ridosso di Mercogliano fa sì che questo paese sia ricchissimo di limpide sorgenti, che da ogni parte zampillano fresche e salubri, senza avere però altra virtù che quella di calmare l'arsura agli assetati, ma quella lì aveva tali pregi particolari, da giustificare tutto il fracasso che si faceva intorno a lei, per abbeverarsi al suo preziosissimo getto. Questa sorgente scaturisce da un ginocchio di San.... non me ne ricordo, onde, dopo essersi imbevuta di quella portentosa sinovia ed aver filtrato attraversando fra osso e osso la rotula del pazientissimo taumaturgo, sbuca da una cannella di rame e quella che non va dispersa giù per i fossati del monte, a benefizio dei ranocchi e delle bucataje, entra negli stomachi dei fedeli e mescolandosi ai polli mal digeriti, ha la modesta virtù di risanare tutte le malattie e credo qualchedun'altra. Il popolo che lo sa, non scherza: venti o venticinquemila persone, fra sane e ammalate, si avventano in tre giorni ad annacquare il vino bevuto all'unico bugliolo di rame che è incatenato presso alla cannella. Ridono d'Esculapio, bevono e si inoculano fra loro erpeti, rogna, ulceri ed altre giocondità della vita; chi è sano torna spesso infetto di lue, chi l'aveva già, se l'aggrava per lo strapazzo; cantano le lodi dell'acqua miracolosa e si rubano tra loro gli orologi; inneggiano al ginocchio portentoso, tutti lasciano una elemosina e finalmente, pesti e macolati, escono soddisfatti come uscii io: essi per continuare il baccanale per le vie del paese, io per andare a bere e dopo a riposarmi fra i profumi di giaggiolo esalati dalle lenzuola di bucato, che i buoni ospiti miei avevano fatto distendere sul morbido letto che m'aspettava.