Napoli a occhio nudo: Lettere ad un amico

Part 10

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Dall'altro lato le groppe dei colli di lava tinte di un nero metallico, che frastagliate e seghettate acutamente sembravano, attraverso all'azzurro del mare, schiene di enormi ittiosauri, che si affollassero verso di quello per andarvisi a tuffare. Noi eravamo entrati sotto l'ombra del pennacchio e dall'oscurità, nella quale eravamo, ogni tinta assumeva per i nostri occhi il suo più forte valore. Il verde delle campagne lontane; la massa biancastra della città addormentata in mezzo a migliaja di fiammelle; la luna che nascosta ai nostri sguardi ci si mostrava coi suoi riflessi d'argento nello specchio della marina; le isole del golfo illuminate e visibili come in pieno meriggio, e dietro a quelle lo sterminato piano del mare luccicante pei riflessi di una miriade di stelle come un altro firmamento disteso ai nostri piedi, formavano un tale insieme di contrasti e di armonie, offrivano tali bruschi passaggi dal chiaro più luminoso allo scuro più forte, e tali lievissime sfumature sotto un cielo di una trasparenza cristallina, che io credo insufficiente qualunque mezzo umano a darne anche una pallida idea. Il silenzio che ci contornava era spaventoso, e in mezzo a questo silenzio il vulcano mandava a larghi intervalli i suoi rantoli profondi.

In quel punto la nostra guida c'indicò un ammasso di lava, sotto al quale, cinque anni or sono, trovarono la morte due giovani coppie: una di sposi novelli, l'altra di promessi sposi. Questi infelici spensierati, partiti allegramente dall'Osservatorio, s'erano inoltrati fino a quel punto per osservare più da vicino il torrente di lava che correva a destra di chi guarda il cono dal colle di San Salvatore, quando investiti da un getto di gas deleterj caddero asfittici e i loro cadaveri rimasero miserando spettacolo alla infernale solitudine, finchè un torrente di fuoco non gli ebbe travolti nelle sue onde divoratrici. Una lapide di marmo posta sopra un muro presso l'Osservatorio rammenta insieme con quelli di altre vittime i nomi di questi infelici, empiendo l'animo dello stanco viaggiatore di profonda ed ineffabile malinconìa.

Principiammo la salita del cono. Se Ercole avesse intrapreso quell'ascensione, io non dubito punto che l'avrebbe registrata fra le altre sue fatiche. Il declivio è ripidissimo ed il terreno che si calpesta è formato da minutissimi frammenti di lava scabrosi e vetrificati, dove la gamba affonda fino al ginocchio, tantochè dopo aver fatto dieci passi, con fatica inaudita, la via percorsa è appena di un metro. Nonostante si va, si rampica e ci sentiamo tornare nelle membra un vigore, nel quale non avremmo osato sperare pochi minuti avanti, tanta è la febbre dell'entusiasmo e della curiosità che s'impossessa di noi quanto più andiamo accostandoci alla cima paurosa.

Uno de' nostri compagni, un poco indisposto di salute, che fino allora aveva potuto farsi superiore alla fatica con la sua forte volontà, fu vinto da quest'ultima prova e chiese che lo lasciassimo riposare, pregandoci di proseguire, chè ci avrebbe raggiunti più tardi. Noi non lo volemmo subito lasciare ed aspettammo che alquanto rinfrancato riprendesse il cammino. Dopo qualche momento si rialzò, riprese la via, ma ricadde di nuovo a sedere, insistendo perchè si andasse avanti senza pensare a lui. Cedemmo alle sue preghiere, ma rimasero presso di lui due compagni e la guida che aveva addosso alcune provvigioni da bocca, perchè all'occorrenza avesse potuto ristorarsi.

L'andare senza guida incontro ad un ignoto di quella natura; sopra un terreno che cominciava a scottare i piedi, ed in mezzo a fumaroli che ci soffiavano intorno da ogni parte, era cosa che cominciava a darmi sgomento, onde rimasi per qualche minuto indeciso se avessi dovuto attendere o seguire il più robusto dei nostri compagni che vedevo già lontano e quasi arrivato alla cima del monte. — Quando egli si accorse della mia oscitanza e capì quale poteva, molto probabilmente, esserne la cagione, cominciò a gridare, animandomi, che non v'era alcun pericolo; che troppe volte aveva fatta quella ascensione e che era pratico più della guida. Io gli risposi che non dubitavo punto di quanto mi diceva, ma che non avrei proseguito in nessun modo senza la compagnia della guida e mi fermai. Il pennacchio che sbattuto dalla prima brezza dell'alba cominciava a sparpagliarsi su i fianchi del monte, più che qualunque altra cosa, mi dava sospetto.

— Potremo respirare avviluppati in quella cappa di vapori sulfurei? — badavo a domandarmi. — Siamo veramente sicuri che quel vapore, jeri innocuo, non abbia cambiato oggi le sue proprietà? — In pochi discorsi mi trovai preso dal timor pánico ed ebbi un momento assai triste, quando, rinforzato un po' il vento, vidi piegare rapidamente la enorme massa della chioma, scaricarsi sul fianco della montagna e corrermi incontro, rotolando vorticosamente giù per la nuda e ripidissima china.

Ebbi paura, sì, ebbi paura, nè me ne sento umiliato! Davanti alle grandi convulsioni della natura, dove mezzi di difesa non esistono, la parola _coraggio_ è una parola che non arrivo a comprendere altro che in bocca dei vanagloriosi e degli sciocchi.

In pochi istanti mi vi trovai avviluppato interamente; gli occhi mi cominciarono a lacrimare; qualche starnuto, qualche colpo di tosse...; ah! ma si respira! Cambiò subito scena nel disordine momentaneo delle mie idee. Cominciai a gridare, a cantare ed a chiamare gli amici che non vedeva più attraverso alla grossa caligine. Mi fu risposto di sopra: — Corri, è meraviglioso! — e dal basso: — Eccoci, ci siamo anche noi — e in quattro slanci giunsi alla cima, dove poco dopo ci trovammo tutti riuniti. — Il nostro entusiasmo diventò allora frenesìa. Parole concitate, grida di maraviglia, strette di mano, bicchieri all'aria e un correre di sotto e di sopra in mezzo ai richiami della guida che ci gridava continuamente: — Costà no.... tornino indietro.... non si azzardino tanto da cotesta parte.... — Dio, Dio! che soddisfazione, che maraviglioso spettacolo era quello! — Gridai salute ai miei parenti, a' miei amici, anche ai miei nemici, perchè in quelle condizioni d'animo non mi pareva d'averne, e avrei voluto tutti con me a partecipare delle piacevoli, ma troppo violente impressioni di quel momento, ed a lasciarsi stringere ed abbracciare, perchè avrei stretto ed abbracciato anche Lucifero stesso, se fosse apparso a deriderci avviluppato nel suo mantello di fiamme.

Il fumo rabbuffato e sbatacchiato dal vento al di sopra dell'enorme crepaccio era foltissimo al di dentro; onde di tutto il lavorìo che si faceva nel fondo altro non potevamo scorgere che un incessante bagliore e udire una romba ottusa a quando a quando interrotta da sordi ruggiti e urli rauchi ed altri rumori così potenti e così strani, da non trovare raffronto altro che pallidissimo in quelli d'un furioso uragano.

Immaginate lo strepito d'un enorme getto d'acqua che ricade sopra un piano incandescente; una raffica di vento temporalesco che striscia attraverso ad una selva di abeti; la romba di scariche elettriche sotterranee; colpi tirati con maglio poderoso in una gigantesca lamina di rame.... ingrandite tutte queste immagini per quanto è capace la vostra fantasia, ed avrete qualche cosa che somiglierà al vero della gola satanica che vomitava urli e fiamme in fondo alla orrenda voragine.

Non potendo appagare interamente la nostra febbrile curiosità, fummo presi dal fascino e sentimmo irresistibile il desiderio di calare in quell'abisso.

La guida ricusò decisamente di accompagnarci.

— Andremo senza di te; insegnaci la via.

— Non ve la insegno.

— La troveremo da noi.

— Aspettate almeno il giorno.

— Subito.

— Ebbene, se volete calare, io vi conduco, ma non più di due per volta e su la vostra responsabilità.

— O tutti, o punti.

— Non vi conduco. —

Persistendo nel nostro proponimento e buttandogli in gola un altro bicchiere di Lacrimacristi, finalmente si dichiarò vinto con queste parole.

— Ebbene, signori, volete andare da vero? andiamo. —

Come arrivammo in fondo non lo so; so che scottandoci i piedi e le mani, che trovandoci ora sospesi ai fianchi tormentati d'una rupe che sporgeva instabile sull'abisso, ed ora vedendo una rupe sospesa sopra di noi, mezzi accecati da soffioni di vapori aciduli in ebullizione, arruffati e sudanti, giungemmo ad una larga piattaforma posta circa alla metà del profondo imbuto fra l'orlo del cratere e l'infernale crogiuolo che vedevamo gorgogliare a pochi metri sotto di noi e lì ci fermammo, perchè era assolutamente impossibile andare più innanzi.

Quale scena sublime! mille occhi non ci sarebbero bastati per afferrarne con uno sguardo tutta la tetra bellezza. Mi sentivo tanto piccolo, che avrei giurato non essere il mio corpo più grosso di un grano di arena. I miei compagni poi non mi parevano più loro, ma ombre fantastiche attraverso a un sogno di febbre. Pensai a Dante, a Shakespeare, a tutti i grandi della terra, e tutti mi passarono attraverso al pensiero come pimmei, tanto era gigantesco l'orrendo spettacolo della orribile bolgia, entro alla quale ci eravamo cupidamente avventurati.

Allora non più paure, non più dubbj di pericolo; la vertigine ci aveva presi, eravamo ubriachi di ruggiti e di fuoco, e se un getto di lava ci avesse ricoperti, saremmo caduti gridando di gioja come il pazzo che vede bruciarsi addosso la veste; i nostri corpi avevano perduto il sentimento della loro individualità, e ci sentivamo nulla più che invisibili atomi confusi e dispersi nel turbine della tempesta.

Le pareti della mostruosa caverna, incrostate su tutta la loro scabra superficie di cristallizzazioni di zolfo, ed illuminate ora dai bagliori del fuoco, ora dalla luna che filtrava attraverso alla densa nuvola di fumo, riflettevano umide e luccicanti tutti i colori dell'iride. Lassù in alto una rupe gialla stava sospesa sopra un ammasso di lapilli di un turchino carico; accanto, una muraglia a picco tutta screpolata e fumante da larghe fenditure orlate da cristallizzazioni di altri colori vivacissimi andava a nascondere la sua base nel fondo del baratro. Su la nostra sinistra l'immensa breccia, dalla quale traboccarono le lave del 72, e di fronte l'altra apertura, dalla quale la nera e irsuta cresta del Somma, la montagna, su la quale Spartaco alzò il grido dei ribelli, si vedeva attraverso alla nebbia di centinaja di fumaroli che in linee parallele mandavano piccoli getti di vapore grigiastro che si svolgevano all'aria come tante code di cavallo fitte nel terreno ed agitate dal vento, e sul fondo di questo maraviglioso scenario passavano velocemente e si rincorrevano e si azzuffavano per l'aria, inerpicandosi o strisciando rapide sulle pareti del precipizio, frotte di demoni alati, che altro non sembravano ai nostri sensi instupiditi le ombre portate dai nembi di fumo che sbucavano vorticosamente dal fondo.

E intanto noi, mentre in mezzo a quella scena orridamente selvaggia, il Globo faceva intendere la sua voce potente, che facevamo? Rannicchiati sopra una rupe che si spenzolava nel vuoto, si ascoltava e si guardava in silenzio.

La bocca d'eruzione che vedevamo pochi metri al di sotto di noi, era il punto più spaventoso. Dai formidabili ruggiti che si levavano dal fondo pareva che un branco di leoni spirassero urlando tra le fiamme di una mostruosa fornace. — Il fluido che si agitava nel gorgo, abbassando e rialzando a brevi intervalli la sua massa vorticosa, gorgogliava e brontolava cupamente, finchè gonfiandosi nel centro si sollevava a poco a poco rompendo in grosse bolle alla superficie e lanciando da ultimo in aria, con una esplosione violenta, vortici di fumo infuocato e lava in forma di lacerti sanguinanti, che giungendo quasi alla nostra altezza ricadevano parte sempre liquidi e parte raffreddati, o nel crogiuolo o al di fuori, con lo strepito sinistro di una pioggia di pietre. Gl'intervalli fra un boato e l'altro, in alcuni momenti erano brevissimi, per modo che spesso un getto che ricadeva ne incontrava un altro che saliva, urtandosi e spezzandosi in faville, e ad ognuno di questi boati corrispondeva un bagliore come di scarica elettrica che andava a riflettersi brillando sul pennacchio e ad infuocarne la base.

Non so quanto tempo ci trattenessimo laggiù; ma so che mai non ce ne saremmo staccati, malgrado dei ripetuti inviti della guida, se non ci fossimo accorti che il sole incominciava già ad indorare la cima del cono. La sola idea di non perdere il panorama del golfo al sorgere del sole poteva rompere l'incantesimo che ci teneva incatenati là in fondo. Dopo un quarto d'ora di faticosa ascensione, uscimmo dal cratere.... Dio, Dio! è troppo! sono impazzato? son vittima fortunata d'un incantesimo? Che sublimità di spettacolo era quella! Credei d'aver fumato l'oppio, d'aver bevuta l'_Haschisch_.... io non so che cosa credei, ma in verità, con la mente già ubriacata dallo spettacolo di poc'anzi, ebbi un momento, nel quale mi parve d'essere impazzato davvero. Badavo a tastarmi le membra, a passarmi le mani su gli occhi e su la fronte, nè potevo persuadermi che quello che mi stava dinanzi era opera della natura. Pareva il lavoro delicato d'una Fata gentile; veniva voglia di temere che l'aleggio d'un insetto lo potesse disfare e si tratteneva il respiro, quasi temendo che anche l'alito più lieve potesse turbare quel diafano incanto.

Non credo a spettacolo più sublime.

Quando dalla cima di un vulcano che freme, gettando la sua ombra sul mare, i nostri occhi hanno dinanzi il sole che sorge fra le criniere nevose degli Appennini; la baja di Castellammare, tutta la riviera di Sorrento fino al capo Campanella; e Capri e Ischia e Procida coi loro picchi tinti di rosa dalla prima luce del giorno; e la pianura e Napoli tuffata nelle onde, che stende al mare, come una Ninfa innamorata, le sue bianche braccia da Posilippo a Resìna, la fantasia si smarrisce, l'animo si riempie di tanta malinconìa, le forze nervose cadono in tale abbattimento, che di tanta folla di sensazioni altro ricordo non resta che confusione e dolcissima tristezza.

Il popolo solo ha scolpito le bellezze di questa sua Italia fatata, nella malinconìa de' suoi canti.

L'aspetto del panorama si cambiava intanto rapidamente. La luce del giorno, dalla cima delle montagne scendeva rapida giù pei loro fianchi violetti; i vapori lievissimi della pianura sparivano; la vita si ridestava sulla terra e sul mare con migliaja di torrette che fumicavano e di barche che si staccavano spumeggiando dalle coste, e pochi momenti dopo anche la immensa città, simile ad un banco di lava biancastra solcato da profondi crepacci, brillò sommersa in un oceano di luce.

— Ah! godi, godi, Napoli mia, perchè davvero è grande la tua bellezza. Quante volte scorrendo la tua storia sanguinosa ho imprecato alle avide ombre di Corradino e di Murat, ma ora dall'alto di questa torrida roccia le scuso e le compiango. Godi, godi nel tuo letto di alghe e di fuoco, o bellissima Salamandra. Cuma, Baja e Miseno caddero tra i boati della Zolfatara e le scosse del formidabile Tifèo, ma erano meno belle di te. Morì, è vero, la rosea Pompei e la bruna Ercolano sotto la furia del tuo Vesuvio, ma il tuo Vesuvio ti guarda e sospira; anche lui deve amarti, sei troppo bella. —

Era tempo di discendere. Rotolandoci su i lapilli, in pochi minuti calammo all'Atrio del Cavallo; di lì, attraversando le lave che alla luce del giorno parvero meno micidiali alle nostre povere membra, giungemmo presto all'Osservatorio. Una breve fermata, un sorso di vino e di nuovo in viaggio, ma questa volta per la sospirata via rotabile.

Poco sotto alla casetta dell'eremita incontrammo una comitiva di signori in un ricco _landau_ tirato da quattro cavalli. Ci guardarono ridendo, forse dei nostri aspetti rabbuffati, e, mi parve, con una certa aria di commiserazione. Guardai loro e ridendo io pure sotto i baffi. — Ah! no, signori miei, avete torto, — dissi fra me: — quando c'incamminiamo al Vesuvio strascicati da quattro cavalli, con le lenti affumicate, coi guanti _glacés_ e gli ombrellini da sole, non si dovrebbe ridere altro che passando davanti ad uno specchio. —

LETTERA IX.

Spigolature.

Napoli, 30 maggio 1877.

Ho finito d'annojarti. Una malaugurata matassa di combinazioni mi s'è intrigata fra le mani inaspettatamente, e stasera in qualunque modo debbo lasciar Napoli, e con Napoli tanti cari desiderj che forse resteranno insoddisfatti per tutta la vita. Sono di pessimo umore. Rivedrò la famiglia, rivedrò i vecchi amici e i miei luoghi, ma lascio Napoli! Chi non la conosce, amico mio, o quei diseredati che conoscendola non hanno gustato i vezzi di questa Circe, non possono intendere il core dell'amante ammaliato che, improvvisamente costretto, deve abbandonarla. Ed io mi cheto e guardando il mucchietto de' miei pochi bagagli lì in un canto che fra poco verranno con me a bordo del _San Piero_ della Compagnia Valery, e le bocche spalancate e vuote del cassettone che mi guarda come se volesse anche lui brontolarmi un addio, ti scrivo, per annunziarti la mia partenza, queste ultime righe, che precederanno di qualche giorno il mio arrivo costà, perchè ho intenzione d'andare fino a Genova e di rientrare nella nostra poetica Toscana dalla via dell'Appennino.

Avrei molte altre cose da dirti di questo paese, ma ormai lo farò a voce; ed intanto ti faccio grazia d'una descrizione che doveva chiamarsi l'Imbrecciata, non disgustandoti così col racconto delle più oscene brutalità, nelle quali mi sia mai imbattuto passando in rivista le vergogne di Napoli, dell'Italia e del genere umano; risparmio la tua pazienza col racconto di altre gite che ho fatte a Pozzuoli, a Camaldoli, a Caserta ed in altri luoghi incantevoli, e ti lascio anche desiderare qualche parola che potevo averti scritta del _San Carlino_ e del suo Pulcinella, riserbandomi a farti sentire tutto il meglio che sia stato detto di questo arguto e povero filosofo, di questa sottile personificazione dell'indole napoletana, portandoti un opuscolo d'un certo Arcoleo che leggerai con grande compiacenza. Ti risparmio tante e tante altre cose, e ti stringo la mano e ti saluto.

Sono già a bordo. Il battello che secondo l'orario doveva salpare alle quattro, partirà invece verso le sette a causa della enorme quantità di mercanzie che vi sono ancora da caricare. La stiva è già piena fino ai boccaporti, ed otto barconi stracarichi di botti e di balle son qui intorno per consegnarcele. Dove vorranno cacciare tutta questa roba e a che ora s'anderà via, non lo so, nè me ne dispiace. Riapro la lettera che consegnerò poi, perchè te la imposti, al nostro Enrico che è qui a bordo tutto addolorato per la mia partenza, e finchè vi sarà tempo te la infarcirò alla rinfusa del meno peggio che potrò raccapezzare fra gli appunti dell'inseparabile taccuino.

U SOLECHIANIELLE.

Un essere, per il quale le maraviglie del firmamento rientrano nella categoria delle cose superflue (fremi, ombra onorata di Galileo), è il povero _Solechianielle_, vulgo, Ciabattino ambulante. Tutto il suo armamentario è rinchiuso in una cesta di truciolo, che tiene dietro alle spalle, dentro alla quale si possono vedere: tacchi vecchi, tomai accartocciati, elastici sfilaccicati, tramezzi sfondati, bullette vecchie, spago vecchio, pece vecchia, aghi rotti, lesine spuntate, trincetti intaccati, martelli smanicati, ed altre molte cose tutte _otte_, _ecchie_ e _acce_, che formano il patrimonio o meglio la miseria mobile del povero ciabattino. Ha una ciabatta in mano e, come fanciulla

Umilemente d'onestà vestuta,

passa tra la folla con l'occhio abbassato pudicamente al suolo, nè si distrae, nè parla, nè grida, ma va e va e va, continuamente assorto in quelle che parrebbero sue meditazioni dolorose. La prima volta che dà nell'occhio uno di questi esseri, muove quasi a pietà, perchè vi desta subito nell'animo qualche dubbio doloroso. Spesso pare che corra affannato in cerca d'un oggetto smarrito e di grandissimo valore per lui, e qualche altra, sembra un'anima preoccupata che fugge davanti ad un rimorso che la perseguita, quando non v'immaginiate che cerchi la gemella smarrita della sua anima o di quella incompresa ciabatta che ha costantemente in mano. Ma alla pietà succede subito lo sdegno, se le vostre scarpe si fossero per caso magagnate a vostra insaputa, e peggio poi se avessero una di quelle screpolature che fino ad ora avete nascoste tanto gelosamente a furia d'inchiostro, e che non sono rimediabili altre che con la così detta sardina o con la famosa dentiera di spago.... Succede lo sdegno, dicevo, perchè a lui non sfuggirà di certo il guajo che affligge tanto molestamente le vostre basse estremità. Non un tacco dolcemente inclinato, non un sorriso lievissimo di tronchetto passerà inosservato alla sua vigile pupilla.

Perfino le avarìe delle suola, quelle leggerissime avarìe sotto la pianta, che sono uno dei vostri più curati segreti, a lui non sfuggiranno, come se i vostri piedi si muovessero sopra ad uno specchio, ed inesorabilmente ve le accennerà stendendo il braccio e l'indice verso la parte vulnerata.

Quando ha adocchiato la preda è implacabile. Egli conosce perfettamente i suoi polli; si mette dietro alla vittima continuando ad accennare straziantemente il membro ammalato, ed è capace di seguitarla per un chilometro intero, per due se occorre, finchè non l'abbia fatta sua.

Questa volta ha chiappato un pretonzolo di campagna. Gli ha già levato la scarpa, vi ha già sostituito la misteriosa ciabatta, perchè il paziente non resti scalzo in mezzo alla via, e tutti e due seduti, questo sul marciapiede e quello su la sua cesta, incomincia l'opera riparatrice. Allora il ciabattino cambia affatto natura. Da taciturno che era diventa ilare ad un tratto; accende subito un mozzicone, attacca discorso con la vittima, e raccontando piacevoli storielle ride e fa ridere, e tutto distratto briosamente, mette pece dove dovrebbe andar cuojo, steccoli dove ha levato bullette e in quattro e quattrotto la scarpa rotta è diventata peggio di prima; il prete è contento come una pasqua e, uno per un verso, uno per l'altro, tutti e due si allontanano allegramente, sognando ognuno per conto proprio: mortorj, scarpe rotte e benefizj vacanti.

IL MIRACOLO DI SAN GENNARO.

Il famoso miracolo di San Gennaro si è ripetuto quest'anno otto volte, a benefizio dei pellegrini stranieri. L'occasione era bellissima, ed io non potevo perderla a costo di qualunque sacrifizio. Quando v'è un Santo che per amore del suo popolo è capace di mettere in bollore il proprio sangue per otto volte consecutive, senza perder la pazienza, bisogna dire che è un Santo sul serio, un Santo che merita tutti i riguardi possibili ed io volli salutarlo.

La folla era compatta nella chiesa; intorno all'altare formicolavano un par di centinaja di pellegrini mascolini, femminili e neutri, che correvano, gridavano, smanacciavano, stabaccavano, ridevano, piangevano e masticavano pasticcini, preghiere e polpe d'arance. A me era riuscito d'intrudermi fra costoro, ma più prudente della cornacchia della favola seppi tanto bene portare la mia mascherata che nessuno s'accorse del finto pavone, imbrancatosi temerariamente con loro.

In mezzo ad un silenzio solenne incomincia la commoventissima funzione.

Il sacerdote di servizio, mentre presenta al popolo l'ampolla, simile ad un piccolo lampione da carrozza, la guarda, e incominciando subito a girarsela tra le mani, esclama con voce stentorea: — È duro! —