# Nanà a Milano

## Part 7

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--Oh te lo giuro, Aldo--rispondeva la bionda figlia del Danubio, alzando i suoi occhi grigi e innamorati in viso del bell'Italiano.--Io non sarò che tua o della morte!

* * * * *

Quando fu soddisfatto, Aldo trovò di non avere più voglia di sposare la Leopoldina.

Essa non gli era stata crudele; il matrimonio, ai desideri di Aldo, compariva superfluo.

Ma quando il padre di Leopoldina s'accorse dello scapuccio di sua figlia, manovrò come manovrano tutti i padri viennesi in tale circostanza.

Egli era un furbo matricolato. Capì che da quel giovinetto avrebbe potuto cavare, un giorno o l'altro, molto profitto e aveva lavorato a questo scopo.

Il Rubieri s'era lasciato andare a firmare un atto di donazione alla figlia Leopoldina, nel caso che avesse mancato alla promessa di sposarla. Una bagatella di venti mila fiorini in testa al nascituro.

Poco dopo venne il 1859. Aldo Rubieri non era certo da giovinetto, quel fino calcolatore, che coll'età e coll'esperienza s'era fatto poi; ma aveva fin d'allora l'istinto delle proprie convenienze. Egli sentiva tutta la umiliazione d'essere figlio di un rinnegato, sospetto, malveduto in paese straniero e nemico, senza avvenire possibile; sognava in nube la probabilità della riabilitazione. In questa idea l'amore di patria c'entrava fino a un certo punto; l'amore di sè stesso in gran parte. Egli andava pensando che se il figlio del generale italiano al servizio dell'Austria fosse disceso in Italia con grande fracasso ad arrolarsi, tutta Milano ne avrebbe parlato e la sua sorte sarebbe stata fatta senza grandi sforzi.

La imprudente promessa di quella somma, strappatagli dal padre di Leopoldina in un momento di abberrazione, lo decise sempre più.

Fece la risoluzione di lasciar Vienna, di abbandonare la Leopoldina e suo padre, e di venir in Italia per entrar volontario nelle regie truppe. Raccolse quanto più potè di danaro e un bel giorno partì nascostamente e venne a Milano; fece la campagna del 1859, poi mise studio di scultore e si fece nome.

* * * * *

Aldo Rubieri si ricordava benissimo di avere lasciato alla Leopoldina di Vienna quell'atto di donazione; temendone le conseguenze, andò a trovarla, mancando di parola a Nanà. Come fosse ricevuto cordialmente e gioiosamente si può imaginarlo.

La prima cosa che Leopoldina gli confidò fu che il loro figlio era morto, e Rubieri tirò un lungo fiato.

Quando la fase sentimentale del richiamo delle memorie fu cessata, e Rubieri si disponeva già a congedarsi, colla speranza che gli Austriaci avessero deposto ogni altro pensiero, il buon babbo, accostatoglisi colla grazia un po' grifagna che si direbbe tutti gli Austriaci abbiano ereditata dalla loro acquila bicipite, gli disse sottovoce col più tedesco dei sorrisi possibili:

--Per l'affare poi che lei sa, e che riguarda mia figlia, potremo parlare più tardi... un'altra volta... n'è vero.

--Che affare?--domandò Aldo Rubieri come uomo che caschi dalle nuvole.

--Come! Ma la scrittura... di donazione... alla mia Leopoldina nel caso... che non fosse accaduto il suo matrimonio.

--Ah, bene, bene--disse Aldo per pigliar tempo.--Più tardi, ci rivedremo.

E s'accomiatò.

Gli Austriaci lo aspettarono al domani, poi al posdomani, tre, otto giorni, finchè il padre risolvette di ritornare lui stesso in cerca di Rubieri.

Naturalmente non fu ricevuto.

Ma la sera istessa la signora Leopoldina ebbe una lettera nella quale il suo ex-innamorato le diceva chiaro e tondo come egli non volesse più essere importunato e le ricordava senza complimenti come in tutti i codici della terra esista la legge che dichiara non valida la promessa di matrimonio, nè di un qualsiasi indennizzo....

I tre Austriaci, testardi come sono gli Austriaci quando hanno ragione, fissarono di spuntarla.

Leopoldina avrebbe rinunciato. Ma il padre e lo zio erano feroci, e la persuadettero che si doveva ricorrere alla legge per farlo pagare per forza.

Risolvettero di consultare un avvocato per sapere se l'atto fosse in piena regola e se con esso si potesse sperar di vincere una causa.

L'albergatore indicò loro il primo avvocato che gli si parò alla mente.

Ed essi andarono difilati dall'avvocato Delguasto.

Quando furono sul pianerottolo dinanzi all'uscio il padre e lo zio ristettero per rifiatare e per consultarsi. Il primo poi stava per tirar il cordone del campanello, quando Leopoldina gli trattenne il braccio, additando ciò che stava, scritto sull'uscio:

--Che c'è?--domandò il padre in tedesco.

--_Avanti_--disse la zitellona, che sapeva un poco di italiano.--Avanti, vuol dire:

Allora spinsero l'uscio ed entrarono.

Nell'anticamera, seduto dinanzi ad una scrivania stava un giovinetto, dalla faccia di furfantello, che s'avrebbe detto fosse stato messo là dall'avvocato per schizzare la caricatura a tutti i clienti che entravano.

Lo zio, vedendo quel piccolo Mefistofele, disse a suo fratello una frase in tedesco.

Quello smaliziato d'uno scritturale, che stava col capo sullo scrittoio, intento, l'alzò repente, aggrottò le ciglia, e con un accento pieno di ironia e di insolenza, fingendo che quelle parole esotiche fossero state dirette a lui, disse:

--Non potrebbero farmi la finezza di parlare in italiano?--disse--La sua lingua a Milano, signori belli, non è di moda. È antipatica.

--Parlare noi molto malissimo--rispose il babbo, che non aveva capita la portata dell'insolenza di quel monello seduto allo scrittoio.

--Non fa niente. Capirò lo stesso. Per quanti strafalcioni lei dica in italiano farà sempre più bel sentire che a parlarmi benissimo il suo tedesco.

--Mia figlia parlare piccolo poco.

--Tanto meglio. Allora ho l'onore di domandar alla signora a che cosa il signor avvocato dovrà aver la fortuna della loro visita?

Non è da credere che Ernesto Cantis, galloppino dell'avvocato Delguasto, trattasse con tanta disinvoltura tutti i clienti del suo padrone. Guai a lui se così fosse stato. Ma egli aveva udito farlinzottare in tedesco, s'era accorto dall'aspetto che quei tre signori dovevano esserlo puro sangue, e non aveva potuto trattenersi dalla smania di mostrar loro la sua innata antipatia. Egli amava i Tedeschi in genere come... l'olio di ricino, e gli Austriaci in ispecie come il tartaro emetico.

--Noi voler parlare con _herr_ avvocato--disse Leopoldina.

--È impedito. Si accomodino pure.

E senza dir altro, abbassò la testa sullo scrittoio e si rimise a scrivere.

Ecco che cosa stava scrivendo Ernesto Cantis, mentre i tre Tedeschi si accomodavano per aspettare l'avvocato.

"Signora.

"Io credo che una donna non debba mai essere offesa nel sapere che c'è un uomo al quale il cuore batte per lei cento battute al minuto di più di quello che gli batteva prima di averla veduta. Ieri al teatro Milanese lei mi apparve per la seconda volta, e il fascino de' di lei occhi posati ne' miei fu tale che a costo di diventar ridicolo io non ho potuto trattenermi dal farglielo sapere. A me parve, sarà forse superbia, ma a me parve di non esserle riuscito antipatico. Lei ebbe la bontà di rivolgere verso di me spesse volte que' suoi occhi immensamente belli, ed io sono in un tale stato di esaltazione da non poterlo descrivere. Io non ho che vent'anni, e non sono ricco. Ma se malgrado ciò lei credesse che io non debba gettare lontano da me ogni più lontana speranza io la scongiuro me lo faccia capire questa sera o quella sera che a lei parrà tempo di vedermi il suo schiavo più affezionato e più fedele. Io sarò anche questa sera al Milanese e avrò nell'occhiello del mio abito un garofano. Quando la vedrò porterò il mio fazzoletto alla bocca, deh, faccia altrettanto per dimostrarmi che io non debbo disperare affatto.

"ERNESTO CANTIS."

Riletto il foglio, lo piegò accuratamente, lo mise in una busta su cui scrisse l'indirizzo di Nanà. Avvolse la lettera in un foglio di nitida carta, poi si alzò e andò ad una sedia su cui stava un manicotto di martora e, come se i tre stranieri non fossero stati, presenti a quell'operazione, vi infilò la sua letterina.

Comparve l'avvocato accompagnando una signora fin sulla soglia dell'anticamera.

Il giovane balzò all'uscio impallidendo visibilmente.

La signora era Nanà, la quale aveva posato il suo manicotto su quella sedia poco prima di entrare nello studio.

--A rivederla, dunque, caro Delguasto; noi siamo intesi--disse Nanà--poi volse il capo come cercando qualche cosa intorno.

--Il suo manicotto è qui--disse il giovinetto precedendola all'uscio della anticamera.

Nanà strinse la mano all'avvocato ed uscì. Ernesto, quand'ella gli ebbe volte le spalle, si fe' sentir a dire: che angelo!

* * * * *

--In che cosa posso servirli?--disse l'avvocato ai tre Austriaci, che s'erano levati in piedi duri come stoccafissi in estate...

--Noi essere fenuti da voi per avere bisogno di vostri consigli--rispose Leopoldina.--Restino serviti.

E li fece entrare nel suo studio.

--Loro sono dunque venuti?--cominciò l'avvocato.

--Ecco _herr_ avvocato.... Tocca parlare io, perchè mio padre e mio zio non conoscere italiano.

--Dica pure... dica pure, tanto meglio!--sclamò con una punta di galanteria l'avvocato.

--Lei dovere sapere che io avere un documento con promessa di donazione di un uomo che doveva sposare me, e che poi non ha sposato per sua colpa.

--Una promessa di donazione?--ripetè l'avvocato.--In regola?

--Noi credere essere perfettamente in regola.

--Si può vederla?

--Certamente. Ecco.

--E la signora Leopoldina cavò di tasca una carta la quale, col lungo passar di mani in mani austriache, non si poteva dire del certo gareggiasse per candidezza colla neve caduta di fresco.

L'avvocato gettò gli occhi su quel _pappiè_ e sclamò sorridendo:

--Ma questo è in tedesco!

--Lei, _herr_ avvocato, non conosce nostro bello linguaggio neanche in scrittura?

--Io no, signora. Ne faccio senza, e non ho mai pensato ad impararlo.

--Posso io tentare traduzioni!--domandò la zitellona.

--Sicuro!

Leopoldina cominciò:

"In questo giorno, 6 novembre, dell'anno di grazia 1864, io sottoscritto, di mia piena e spontanea volontà, nè spinto da altri riguardi se non da quelli di una sincera affezione per la signorina Leopolda Ernesta Federica, la quale trovasi in istato interessante per mia colpa, prometto di farle donazione di fiorini trentamila, nel caso che giunto all'età di ventiquattro anni io non dovessi mantenere la parola data a lei di essere suo sposo.

"Per fede

"ALDO RUBIERI.

"Vienna, 6 novembre, 1864."

--Aldo Rubieri!--sclamò con una certa sorpresa l'avvocato.--Il nostro bravo scultore?

--_Ya mein herr, ya_!--rispose il babbo che aveva capito _a lume di naso_.

--Sarebbe ella compiacente di spiegarmi come e in quali circostanze sia avvenuta questa donazione?

Leopoldina con molta fatica e con molto rossore cominciò a raccontare all'avvocato quello che noi già sappiamo.

--E quanti anni aveva il signor Aldo Rubieri quando la fece?

--Come italiano egli era maggiorenne o quasi.

--Suo padre era italiano o austriaco?

--Suo patre non aveva perduta sua nazionalità italiana, quando stare in Vienna colonello di Stato Maggiore.

--Allora si può benissimo far causa--disse l'avvocato.

--Essere noi fenuti per questo.

--Hanno già parlato loro col signor Aldo Rubieri?

--Sì, otto o dieci giorni fa.

--E che cosa ha detto?

--Detto nulla, ma avere scritto di non essere intenzionato mantenere suo promesso.

E gli porse da leggere la lettera con cui Aldo si schermiva di pagare la somma promessa.

--_Herr_ avvocato!--disse la zitellona--Credere lei che vinceremo?

Negli occhi dell'uomo di legge passò un lampo d'ironia.

--Sicuro che vinceremo. Sono loro pronti a fare le spese necessarie?

--Quanto volere?

--Il deposito da farsi subito è di tremila franchi non un quattrino di meno.

I tre Austriaci si guardarono in viso esterefatti.

--Tremila franchi! Senti? Più di mille fiorini soltanto di deposito?--sclamò in tedesco lo zio.

--Non si può far a meno. La giustizia costa assai in Italia--osservò ridendo sotto i baffi l'avvocato che godeva di veder gli Austriaci in ansia.

--Bene--disse il padre a Leopoldina--spiega all'avvocato che vogliamo avere il tempo di pensarci sopra.

Ma poi ravvisandosi:

--No. Prima domandagli quanto verrà poi a costare la causa finita.

Leopoldina tradusse questa domanda all'avvocato.

--Ma secondo che la si vinca o che la si perda. Vincendola può darsi ch'io riesca ad affibbiar le spese all'avversario. Può darsi anche che il tribunale dichiari di far a metà le spese. In caso contrario, sta il viceversa.

--Domandagli ora--ripigliò il padre dopo che Leopoldina gli ebbe tradotta la risposta dell'avvocato--quanto ci potrebbe toccar di spese nel caso che vincessimo, ma che dovessimo pagare a metà.

--Dai dieci a dodicimila franchi colle mie competenze--rispose l'avvocato con grande franchezza.

--_Farflucter_!--sclamò lo zio, che aveva capita la cifra.--Pene, pene, allora gli comunicherai quello che ti dicevo--conchiuse il padre.

--Come vogliono! Io sarò sempre ai loro comandi. Quando loro si saranno decisi, non avranno che a ritornare da me.

E così s'accomiatarono.

* * * * *

Il giovinetto scritturale non s'alzò questa volta ad aprir loro gli usci come aveva fatto con Nanà.

III.

Sulla fine dell'ammirabile istoria naturale di quella sua Nanà,--della quale non amo credere esistano troppi esemplari nemmeno a Parigi--Emilio Zola racconta che arrivò un momento in cui la sua posizione a Parigi le divenne insoffribile. Sopraffatta dai fantasmi miserabili e cruenti della sua opera di ruina e di morte; trovando che il suo appartamento era divenuto troppo _idiota e troppo ristretto_, in urto col suo impresario, che la voleva troppo sfruttare, un bel giorno aveva venduto ogni cosa, ed era scomparsa senza dire me ne vado, neppure alle più intime amiche.

Scomparve così segretamente, che a Parigi, durante parecchi mesi, nessuno potè dire con sicurezza dov'ella fosse andata a finire.

"_Nanà_,--scrisse lo Zola--_brusquement disparut; un nouveau plongeon, une fugue, une envolèe dans des pays baroques_.

"_Des mois se passèrent. On l'oubliait. Lorsque son nom, retenait parmi ces messieurs et ces dames, les plus étranges histoires circulaient; chacun donnait des reinseignements opposés et étonnants. Elle avait fait la conquête du viceroi d'Egypte, elle regnait au fond d'un palais.... Pas du tout! Elle s'était ruinée avec un grand Nègre, une sale passion qui la laissait sans une chemise. Quinze jours plus tard ce fut un étonnement; quelqu'un jurait l'avoir rencontrée en Russie. Une légende se formait; elle était la maîtresse d'un prince.... on parlait de ses diamants.

"Maintenant on la nommait sérieusement, avec le respect réveur de cette fortune faite chez les barbares_.

Come capita spesso in queste cose, tutto ciò che si diceva a Parigi di Nanà scomparsa, conteneva qualche poco di vero e conteneva assaissimo di falso.

Ella non era andata al Cairo e non era ancora stata in Russia. Ella non regnava menomamente in fondo di un palazzo saraceno; ella non s'era innamorata pazzamente di un gran Negro, che l'avrebbe lasciata senza neppur una camicia.

Era però vero all'incontro ch'ella s'era incapricciata di un grande biondo, incontrato a Montecarlo, dove s'era lasciata alleggerire un poco dei seicentomila franchi ricavati dalla vendita dei mobili fatta a Parigi.

Sarebbe arduo assai l'affermare in quale giorno preciso Nanà sia entrata in Italia da Marsiglia, dov'ella era andata direttamente partendo da Parigi. A Marsiglia un giorno s'erano perdute le traccie di lei e la cronologia stessa non ci è venuta in soccorso. Nulla toglie adunque, che prima di comparire alle Cascine di Firenze, un bel giorno di maggio del 1869, ella avesse fatto davvero una corsa _nei paesi barocchi_, come disse lo Zola. Chi lo sa? Certo è che prima di entrare nella classica terra delle arti, della musica e dei fiori, ella aveva arrischiata come dicemmo una gita a Monaco, dove aveva trovato chi le aveva fatto mutare itinerario.

E allora ella era stata presa da una grande curiosità di vedere questa Firenze e questa Milano di cui aveva inteso parlare qualche volta da suoi amici di Parigi, i quali non c'erano mai stati.

L'indubitato si è che ai primi di maggio del 1869, Nanà arrivò sola a Firenze, dove si mise a spendere e a spandere come la moglie d'un nabab, seguendo certi nuovi capricci della sua vita sfrenata e avventurosa.

Il soggiorno di Nanà a Firenze si lega strettamente ad uno dei periodi più funesti e più interessante dell'istoria sociale ed economica d'Italia. Esso non potrebbe essere tralasciato nella storia di Nanà, la quale prese una parte abbastanza viva nel guazzabuglio di quell'epoca, ancora oggi tutta piena di curiosi misteri per gli ingenui e per i moderati.

* * * * *

Certo non è nostra intenzione di rimestare politicamente il fango della Regia Cointeressata. Noi non scriviamo un periodo di storia contemporanea, ma siamo pur tenuti a dirne quel tanto che basti a quei lettori, a cui ora sorride la più bella età della vita ed erano allora spensierati adolescenti. Questi non possono avere idea di quell'incredibile avvenimento, sul quale con molta generosità i liberali hanno steso un velo pietoso di oblio. Esso servirà a mostrar chiaro come luce di sole una verità fin d'allora soffocata nel silenzio, negata con albagia anche oggi da chi l'ha negata allora, e nella quale la bellissima Nanà avrebbe potuto dire una parola molto persuadente.

* * * * *

Nei giorni in cui Nanà arrivava a Firenze un temporale si addensava mormoreggiando sull'orizzonte. Un vergognoso segreto--da pochi saputo e dissimulato gelosamente alle turbe--gettava gli animi, schiettamente innamorati del loro paese e della monarchia, nella sfiducia e nello schifo della vita pubblica.

Si cominciava appena appena a dimenticare la strage di Mentana; i prudenti, gli addormentatori ripigliavano a cantare la nina nanna alle aspirazioni verso Roma e domandavano con una convinzione profonda e sincera che cosa ci avessero mai guadagnato quei poveri figliuoli, che erano rimasti sul campo sotto le palle dei _chassepots_ di Francia.

Nanà francese adunque non giungeva certo a Firenze in buon punto, se ella fosse stata una donna portata a conoscere i rompicolli e i liberali. Fortunatamente per lei, mentre i rompicolli, feriti, perseguitati, nascosti scontavano la pena delle loro impazienze e della loro piccola fede nei mezzi morali, la mania degli affaristi e le orgie dell'agiotaggio erano al colmo. I giornali onesti in que' giorni non parlavano che di crisi, di carrozzini, di apostasie, di coscienze vendute, di tradimenti, di debiti non pagati, e di altre cose molto concludenti per la felicità e per la grandezza della patria.

Il ministero era in quel tempo un sinedrio eteroclito e pazzo di personaggi spostati, ripugnanti fra loro ed assurdi; un cibreo, un baragozzo, una mascherata degna di giovedì grasso. Oggi ancora, chiunque con animo pacato si volge a giudicare quel ministero colla indifferenza filosofica di chi è sfuggito al danno e alla vergogna, non può far a meno che sentir nell'animo una grande amarezza mista a una compassione badiale. Quel ministero, di cui non si darà forse più l'eguale, era formato da un generale devoto a Santa Caterina, da un avvocato permanente, da un democratico rifatto, da un conte fallito, da un prodittatore di Garibaldi a spasso, da un impiegato della _Gresham_ e da un marinaio che ne sapeva di politica come un ippopotamo.

A compiere la baraonda eterogenea s'era trovato perfino un _eterno bimbo_, il quale aveva accettato il portafogli di agricoltura e commercio da lui e da suoi amici, spesse volte dichiarato inutile e degno di abolizione.

La ragione di tanto aborto stava in parecchie cause segrete e complesse, alcune d'ordine politico, altre d'ordine finanziario.

Alle prime, ho già accennato; alle seconde vengo ora.

Tre o quattro giorni dopo l'arrivo di Nanà a Firenze, ella, nella sua _vittoria_ a due cavalli, s'era incontrata alle Cascine col _phaeton_ d'un personaggio, il quale, alla vista della _cocotte_ parigina, s'era levato a sedere curiosamente e l'aveva seguita collo sguardo fino a perdita di vista.

La mattina seguente, a Nanà, che stava alla sua teletta, fu recato dal cameriere dell'albergo un biglietto di visita.

Lesse: Il cav. Bonaventuri, con quel che segue.

"C'è cascato!" pensò Nanà, e disse al cameriere di lasciar entrare la visita.

Il cav. Bonaventuri era un aiutante... di alcova. È assolutamente inutile, che noi ripetiamo qui il dialogo che accadde fra Nanà e quel signore, nè le proposte e le accettazioni che ne seguirono sotto il suggello del più alto segreto.

Il fatto è che il gran personaggio, dopo quindici giorni che conosceva Nanà, si trovò di essere più che mai in estremo bisogno di danaro.

A chi si sarebbe egli rivolto se non al conte di Schifanoja, ministro delle finanze, che, come Marco Minghetti, aveva accettato il portafogli per ispirito di annegazione?

L'incontro di Nanà alle Cascine aveva fatto traboccare nel personaggio la necessità di ottener una somma da un banchiere compiacente. E giacchè si doveva pensar al rimedio, si voleva che fosse radicale. Il bisogno era vecchio, ma Nanà gli dava l'ultima spinta; la domanda insistente cominciò a diventare un aculeo potente nelle costole del ministro delle finanze.

Fu allora che il conte di Schifanoja venne autorizzato dalla Camera ad emettere in favore della Regia Cointeressata dei Tabacchi tante obbligazioni quante ne occorrevano, perchè entrassero nelle casse dello Stato cento ottanta milioni.

Ora avvenne che lo Schifanoja ne emettesse invece per duecento sette milioni; e allora ci fu chi cominciò a domandare dove mai fossero andati a finire i milioni che crescevano.

Nanà avrebbe saputo fin d'allora dirne qualche cosa.

Di lì a qualche tempo avvenne un fatto che gettò nel pubblico italiano un nuovo lievito di curiosità e aumentò i misteri di quella nuova Elensi. Fu uno scandaloso e inesplicabile voltamento di giubba. Un onorevole, fra i più baldi campioni di democrazia, un pubblicista che aveva passata la sua vita a dir male di Dio e dei santi, della corte e dei cortigiani, del sistema monarchico e di chi ne fa le spese, a un tratto, senza una scusa al mondo, senza ragione apparente, senza un appiglio palese, si era dato piedi e mani legate in balìa dei conservatori e dai banchi di estrema sinistra era passato con armi e bagaglio a sedersi in quelli da lui per sì lungo tempo vituperati.

Allora ci fu anche chi stette perplesso se più meritasse disprezzo il disertore o quei vigliacchi che lo accoglievano a braccia aperte dopo aver ricevuto da lui tanti schiaffi.

Ma i conservatori facevano il loro mestiere; il disertore invece appariva tre volte infame. Della fede lungamente ed efficacemente espressa da parecchi anni in molti giornali egli aveva fatto getto in un giorno solo; e con una disinvoltura ineffabile aveva compiuto uno dei più spudorati voltafaccia di cui s'abbia mai avuto esempio negli annali dei Parlamenti di questo mondo.

Costui era stato presentato a Nanà pochi giorni prima, e con lei aveva complottato molte cose.

Quella incredibile apostasia trovò un mondo di commentatori e di detrattori. Chi la scusava erano i nuovi amici della giubba voltata. "Imparino i signori democratici--dicevano essi--a trattare come trattano i loro uomini di merito!"

Ma tutta la gente onesta e senza ambizioni politiche provò per quel traditore uno sterminato disprezzo. Chiunque sa che cosa sia la nausea che nasce nel vedere, per esempio, degli ingordi invitati far a pugni per giungere a dare il sacco a un buffè, oppure nel veder un giovinetto povero ma aitante vivere alle spalle di una vecchia grima può farsi oggi un'idea del sentimento disgustoso die suscitò in Italia il voltafaccia di quel miserabile deputato.

