Nanà a Milano

Part 6

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La zitellona si fece malinconica. Forse un assalto di nostalgia l'aveva presa.

Non c'è come la rondine per ridestar nel cuore la memoria della casa lontana.

In quel punto un colpo di martello fece trasalire la Tedesca.

Il Cicerone aveva picchiato alla porta chiusa col battente di bronzo.

In una delle imposte si vedeva inchiodata una placca di terso ottone su cui stava scolpito un _Rubieri_, senz'altro.

Doveva bastare!

* * * * *

Il Cicerone dato il colpo si volse a' suoi compagni e disse:

--Ora ci toccherà forse di aspettare un quarto d'ora; ma guai se io rinnovassi il colpo; potremmo star qui due ore, che nessuno più verrebbe ad aprirci.

--Perchè?

--Perchè la signora Marietta pretende di non essere sorda, ma confessa di essere molto pigra.

Questa volta però il fatto smentì il pronostico. La porta si schiuse poco stante, e una donna s'affacciò al varco, domandando:

--Chi è?

--Forestieri che desiderano di visitare lo studio e parlare al maestro--rispose il Cicerone.

E lanciò alla donna un'occhiata espressiva che voleva dire: "Gente per bene, bisogna esser gentile."

La donna aperse il battente, si ritrasse, e pronunciò il sacramentale:

--Restino serviti.

La carovana attraversò un atrio pompeiano, dove sul muro videro graffite delle figure bellissime di fanciulli ricciuti, di vergini con anfore in mano e di satiri con tirsi inghirlandati di pampini, saltellanti e festosi.

Il Francese che fu il primo a vederle, ristette; e il Cicerone cominciò la sua spiegazione:

--Questo atrio venne terminato soltanto l'altro giorno. Questo genere di pittura a chiaroscuri e con linee profonde comuni a Pompei, si chiama graffito. Questo pattino che vedono, è il ritratto del figlio della signora Nanà, sopra fotografia, giacchè il Louiset è rimasto a Parigi colla zia.

Questo nome scosse nuovamente la zitellona e i due Ausriaci. Ma nessuno dei tre osò fare una domanda sul figlio della signora Nanà, che non era punto bello, ma che era maestrevolmente disegnato.

Ammirato che l'ebbero, s'avviarono verso il viridario contornato di portici, precisamente come si usava nell'antica Roma. Una vaschetta di marmo bianco, con zampilli uscenti dal corno di faunetti di bronzo, sorgeva nel mezzo del giardinetto spandendo intorno una grata frescura.

--Questo lo vedremo meglio dopo, uscendo per di là--disse il Cicerone svoltando a destra in coda alla signora Marietta, che aveva schiuso un uscio.

Sulla soglia del quale gli stranieri lessero il classico _Salve_, poi entrarono.

La scena mutava d'aspetto.

Pompei cedeva il campo al più ferreo dei medî evî risuscitati.

Come una di quelle dimore di Fata, che sorgono dal suolo nei sogni che seguono la lettura dei romanzi di Scott o della Radeliffe, così il salotto dove erano entrati gli stranieri parve ad essi la viva e reale imagine d'una stanza di antichissimo castello feudale.

Il presente scomparve ai loro occhi come per incanto. Si guardarono l'un l'altro, quasi fossero sorpresi di trovarsi vestiti di panno e col cappello a tuba in mano. Una specie di estasi medioevale li invase, e provarono nell'anima un ridestarsi confuso di tutte le memorie romantiche della lontana gioventù. Parte a parte non c'era moltissimo da ammirare. Appiccicati alle pareti, non ricchi trofei di armi in simetria, come è l'uso comune delle odierne sale d'armi. Ma si sarebbe detto da una certa rastelliera e da certi cappucietti come dimenticati sul davanzale d'una finestra, che un falconiere fosse uscito di là poco prima, dopo aver addestrato il falco; si sarebbe detto che il giullare avesse lasciato su una sedia il suo berretto a sonagli; che l'armigero e il balestriere avessero deposta poco prima in un canto, uno la picca, l'altro la balestra; che la castellana passando, avesse profumato quell'aura cogli aromi che il marito crociato le aveva recati dall'oriente.

Ciascuno di quei viaggiatori ebbe la propria impressione storica.

Al Francese parve di respirar un'aria tutta pregna di effluvi merovingi.

Alla zitellona sembrò di calpestar la polvere dei seguaci dell'interessante giovinetto svevo, venuto a morire in Italia sotto la mannaia di Carlo d'Angiò.

Gli Inglesi credettero sentir un bisbiglio di voci dei guerrieri di Riccardo Cuor di Leone.

Chi non provò nulla di tutto questo, furono i due Austriaci. Non avevano l'incornatura romantica loro!

La carovana, ammirando in religioso silenzio, passò ed entrò in una seconda camera tutta parata di giallo, in stile moderno. Quelle fisonomie già pallide soffuse dal colore delle cortine e delle tappezzerie si fecero cadaveriche.

L'artista aveva il capriccio di vedere sulle linee faciali de' suoi visitatori questo effetto di tinte, non già pel gusto di trovare il genere umano più brutto di quello che esso sia realmente, ma per studiare il cambiamento di linee, di toni e di riflessi, allorchè dal giallo i visitatori passavano allo scarlatto dell'attiguo salotto.

--Si fermino qui un momento che io vado ad avvisare il maestro della loro venuta--disse Mattia il Cicerone, mentre la signora Marietta era scivolata fuori dalla camera da un uscio di fianco.

* * * * *

Mattia Corvino--tale era il nome del vecchio--s'accostò ad un uscio di contro a quello per cui era entrata la comitiva, piegò l'indice della mano destra con una specie di religioso raccoglimento e colla nocca picchiò un colpetto discreto, tendendo l'orecchio.

Egli era compunto. Egli stava per comunicare coi due idoli del suo cuore, e l'atteggiamento della sua persona, pigliava un'apparenza di devozione.

Nessuna risposta dal di dentro.

Tornò a picchiare più forte, tornò ad origliare, e nulla ancora.

Allora alzò con una certa soavità la mano alla maniglia dell'uscio, lo aperse e scomparve per esso, dicendo con voce flebile l'indispensabile:

--È permesso?

Mattia Corvino era entrato nel gabinetto di lettura di Aldo Rubieri.

Lo scultore infatti non aveva soltanto uno studio, ma anche uno scrittoio. In faccia a qualche suo collega scapigliato Aldo aveva un gran torto quello di non odiare la coltura e la letteratura.

La stanzina parata di rosso conteneva una bella libreria tutta piena di libri d'arte, di romanzi, e di poesie. Una magnifica scrivania--come non se ne vedono certo in casa dei letterati--_tronava_ in fondo al gabinetto di fianco alla finestra. Intorno intorno sulle pareti dei piccoli capolavori di pittura e di scultura.

Questo nido della intelligenza gli aveva meritato da alcuni colleghi, il sopranome di _aristocratico_. Dico alcuni, che per fortuna si possono contar sulle dita; e non sono neanche da confondersi costoro, con quei molti, che detestano la letteratura soltanto in apparenza, e non tengono in casa nè libri, nè calamai, nè penne, ma conoscono i letterati e li ascoltano, e ne sono amici.

La è piuttosto un'abitudine e una jattanza che un'antipatia; giacchè modesti e avidi di sapere, vivono talvolta cogli uomini di lettere e di scienza meglio e più a lungo che coi loro stessi colleghi.

I pochi invece che davano dell'aristocratico a Rubieri nutrono un vero e alto disprezzo per tutto ciò che non è colore o scalpello; negano che l'arte abbia bisogno di coltura, giacchè per essi l'intenzione è tutto; chiamano imbrattacarte gli scrittori ed i critici, e disprezzano e odiano la letteratura e anche l'acqua, tanto per uso interno come per uso esterno.

Aldo Rubieri che aveva fatto anche lui la sua carovana artistica ed era stato assai povero, per ispirito di reazione, aveva forse esagerato il tipo opposto. Appena uscito dalle angustie egli si era rifatto gentiluomo perfetto. Il cappello a tuba in capo, la cravatta nera, le mani guantate, spesso gli stivali lucidissimi; in casa poi aveva accomodato il suo studio letterario con infinita cura e lo aveva affidato alle sollecitudini, allo strofinone e al pennacchio della signora Marietta, che lo teneva lindo e splendido come un gioiello.

--Non c'è--sclamò Mattia Corvino, dopo essersi guardato intorno.--Sarà dunque nello studio.

E ristette un poco pensieroso.

Mattia Corvino, lo sappiamo già, aveva per Aldo Rubieri e da pochi giorni per la signora Nanà, una di quelle adorazioni che in certe anime foggiate a bella posta, possono elevarsi fino al sagrificio della vita. Quando entrava in quelle camere egli si sentiva preso da un senso di altissima venerazione, come si dice che Mosè lo provasse sull'Orebbo, quando s'accorse che il suo piede stava per calcare il sacro suolo. Mattia era tale che se lo scultore glielo avesse permesso, si sarebbe volentieri cavate le scarpe per entrare là dentro.

--Forse egli è là con quella tentazione di sant'Antonio--pensò Mattia prima di ricominciare sul nuovo uscio la stessa manovra di poco prima.

Egli chiamava a suo modo Nanà: la tentazione di sant'Antonio.

--Alla fine si decise e diè un altro picchietto sull'imposta.

--Una voce maschia e sonora rispose di dentro:

--Chi è?

--Mattia--rispose il vecchio trattenendo il respiro.

Un bisbiglio di voci, accompagnato da un melodioso e fresco scroscio di riso accompagnò la risposta del Cicerone.

--È lei!--pensò.

E dovette sedersi per l'emozione.

--Dio fa ch'ella posi--continuò in cuor suo e che essa non abbia oggi il capriccio di considerarmi come un uomo di questo mondo.

* * * * *

Questa frase di Mattia giungerà forse oscura a qualcuno.

Mattia Corvino s'era infiammato di Nanà come s'infiammano talvolta certi vecchi artisti dopo averla veduta a posare nuda nello studio del suo scultore.

La artistica nudità femminile al giorno d'oggi ha perduto--per colpa de' gesuiti--tutta la famosa ingenuità del mondo antico. Noi non sappiamo più imaginarci un corpo di donna bella, quale pur fu creato da madre natura, senza dei sussulti peccatori. Le innocenti nudità sono un mito per noi.

Nei boschi della Grecia le Driadi, e le Nereidi sulle rive del mare, noi non sappiamo più imaginarcele; come non sappiamo più vedere nè Veneri, nè Ninfe, negli studi dei nostri scultori. Le Driadi e le Nereidi del giorno d'oggi tutt'al più si chiamano _forosette_ e _bagnanti_ e osservano fior di regolamenti della scuola di nuoto e pagano fior di multe se li trasgrediscono. Quanto alle Ninfe e alle Veneri negli studi degli artisti oggidì si chiamano semplicemente _Modelle_.

--Entra Mattia--disse la voce--dopo un breve silenzio, durante il quale il Corvino era stato ad aspettare origliando all'uscio, coll'ansia istessa con cui un imputato sta ascoltando il presidente che gli legge la sentenza di assoluzione.

All'invito il vecchio sprigionò dal petto un sospirone, schiuse l'uscio ed entrò.

* * * * *

Lo spettacolo che s'offerse agli occhi di Mattia non era nuovo per lui ma era solenne.

Nondimeno Nanà con un moto istintivo, aveva rilevato fino all'anca il lembo dell'arazzo che le stava a larghe pieghe posato sotto i piedi nudi, e aveva guardato placidamente, e come se nulla fosse, in viso a Mattia Corvino che entrava.

È assioma che la mano, la quale pudicamente rialza o abbassa un velo, fa pensare assai più a ciò che essa vuol nascondere che al pudore che nasconde. Nondimeno se ciò paresse strano a qualche lettore, che si ricorda come Nanà quando a Parigi Labordette le aveva detto ch'ella avrebbe posato per la testa e per le spalle dinanzi allo scultore che doveva modellarle la _Notte_ pel suo nuovo letto avesse risposto:

"_Je me fiche pas mal du sculpteur qui me prendra_." Se quel moto di pudore, ripeto, paresse strano al lettore io non saprei dargli torto, giacchè egli non conosce ancor nulla della piccola trasformazione morale che Nanà aveva subita nei pochi giorni di sua dimora a Milano.

Nell'ambiente serio e sconosciuto nel quale s'era messa "la bonne fille" subiva un cambiamento ne' suoi istinti di donna, la quale non sarebbe apparsa tanto corrotta neppur a Parigi se il cinismo degli uomini non l'avesse resa tale.

--Che c'è?--domandò Aldo Rubieri.

Mattia distaccò a stento gli sguardi dal tesoro di formosità, che dall'anca in su gli si presentava di contro e rispose con voce commossa:

--Forestieri... seccature che vorrebbero parlare con lei. Ecco il biglietto di visita d'una signora.

Aldo lo prese:

--Leopoldina Rickherwenzel!--sclamò con grandissimo stupore.--Chi vedo! Che fosse colei? A Milano? Possibile! Dimmi Mattia, che figura ha?

--Bionda..., magra, alta....

--È lei, è lei!

--Che età?

--Io le darei dai trenta ai trentaquattro anni....

--È lei! Non c'è dubbio!

--Dev'essere stata bella, da ragazza--aggiunse Mattia coll'aria d'un conoscitore.

--Dovrò io riceverla?--pensava intanto lo scultore.

--Chi è questa donna che cerca di voi?--domandò Nanà in discreto italiano.

--Oh, una vecchia conoscenza di Vienna.

--Una antica amante?

--Pressapoco.

E qui successe un poco di silenzio.

--Se io vi pregassi di non ricevere questa vostra antica fiamma, cosa direste di me?--fece Nanà questa volta in francese.

--Davvero?--sclamò Rubieri con una punta di ironia nella voce e nello sguardo.--Chi l'avrebbe detto!

--Chi l'avrebbe detto?--ripeto Nanà.--Sapete che questo mi ha l'aria di una impertinenza?

--No--rispose lo scultore--è semplicemente un'esclamazione.

--Ebbene--ripigliò Nanà--senza tanti discorsi, ditemi francamente se mi fate o se non mi fate il sagrificio che vi chiedo.

--È impossibile!

--Perchè?

--Ma perchè la sarebbe una specie di furfanteria se rifiutassi di rivedere una donna alla quale tra le altre cose ho promesso di sposarla e che è venuta a Milano, dopo dieci anni, per rivedermi.

--Ma tanto più!--sclamò Nanà ridendo--Assolutamente mio caro Aldo, se voi la rivedete potete star certo che io non metterò più il piede in questo studio.

Lo scultore fu colpito vivamente da questa uscita così perentoria di Nanà. La guardò con malcelato stupore. Poi le si accostò e le prese la mano.

--Nanà--disse--spiegatevi allora. Questo vostro capriccio ha bisogno di un poco di luce.

--Ecco gli uomini!--gridò Nanà sempre ridendo. I suoi denti, eran tali da non permetterle di parlare sul serio.--Non si può avere un suggerimento dei nervi senza che essi subito ci vogliano vedere un capriccio di... tutt'altra cosa.

Rubieri vedendo di essere stato capito al di là di quello che supponeva e che desiderava, abbandonò la mano di Nanà e restò un pochino interdetto.

Nanà continuò:

--Voi non mi conoscete Aldo, che da otto giorni, e sta bene; se staremo insieme da buoni amici come spero per un pezzo vi toccherà di udirne e di vederne di quelle anche più strane e non per mia colpa, ve lo giuro. Persuadetevi di una cosa sola, ed è che in fondo io sono una buona figliuola, che non faccio apposta, che non è un partito preso il mio di sembrare qualche volta stravagante, ma è una cosa più forte di me stessa. Io vi sembrerò fors'anche una matta gloriosa. Chissà? M'han creata così. È la qualità del legno--proseguì in italiano--come diceva la Sarah, a Firenze. È la colpa del fattore, come diceva Bigio Diotallevi.

--Dunque che cosa dovrò dire ai forestieri?--si permise di interrogare Mattia Corvino che, aspettava da cinque minuti la risposta.

--Dì loro che se ne vadano pe' fatti loro--rispose Nanà.

--No aspetta--interruppe Aldo. Poi voltosi alla donna,

--Via non siate irragionevole. Vorreste che quegli Austriaci pensassero di me che son diventato un mascalzone?

--Gli Austriaci pensino di voi, quello che loro più pare e piace, ma io non voglio che voi riceviate quella donna. Ve l'ho detto; non sono io che comando sono i miei nervi.

--Bene bene--disse Aldo accostandosi a Mattia.--Dirai loro che io non posso riceverli.--E più sottovoce soggiunse--dille che andrò io al suo albergo domani.

Nanà si lamentò di quella frase detta a bassa voce.

--Ho capito. Gli avrete detto che tornino domani quand'io non ci sarò.

--No--disse Aldo.

--Che cosa gli avete detto dunque sottovoce?

--Nulla.

--Bugiardo. Nulla non è una risposta. Rubieri ascoltatemi--diss'ella seria--se io so che voi, mi avete disobbedita non mi vedete più nè viva, nè morta, e anche la Venere resterebbe a mezzo.

--Ah questo è proprio assolutamente troppo.

--Mi promettete di non andarla a trovare?

--Ma che v'importa, Nanà, che v'importa?--domandava ansiosamente lo scultore che non giungeva ancor a spiegar a sè stesso quel fenomeno.

--Nulla, ma non voglio. È un puntiglio. Voi dovete cedere. Io non sono avvezza a non veder cedere. Sono otto giorni che noi ci conosciamo. Se non cedete nei primi otto giorni, quand'è che vorreste cominciare? Me lo promettete?

E fra sè pensava "_Ces fichus d'Italiens!_"

--Bene ve lo prometto--disse Aldo per troncare il diverbio.

In quella, Mattia rientrò.

--Il signor conte sindaco è in salotto che avrebbe a dirle due parole.

--Il sindaco benvenuto--sclamò Rubieri deponendo gli utensili del lavoro.--Per oggi basta Nanà. Ci rivedremo domani. Addio.

E uscì.

Dal canto suo, la dilettante di nudo, calzate sui piedini le pianelle, se ne andò a vestirsi dietro certi arazzi che formavano in un angolo l'appartamentino per le modelle.

* * * * *

Che cosa veniva a fare da Rubieri il conte sindaco? Chi era il conte sindaco?

Egli era un ometto, così; nè bello, nè brutto, fra i cinquanta e i sessant'anni, grassottello e nello stesso tempo arzillo e svelto come un pesce; il che implica una certa contraddizione, che invece non esiste. O se la esiste, si può dire che questa contraddizione fisica sia appunto la caratteristica del nuovo personaggio.

Tutto infatti, nel conte sindaco, sentiva di contraddizione lontano un miglio. Nato povero, era ricco; nato plebeo, era stato fatto conte; aveva degli istinti liberali ed era un gran conservatore; aveva dello spirito, ed era senatore; aveva sortito da natura le inclinazioni del _viveur_ e del _barzellettista_ e come senatore, banchiere, sindaco e conte, gli toccava di essere l'uomo più lavoratore e più serio dell'universo.

A chi gli avesse fatta osservare quest'ultima contraddizione--e cioè, ch'egli fosse sortito da natura per essere piuttosto quello che i Francesi chiamano _un homme de loisir_ che un gran lavoratore--egli avrebbe recisamente negato, e gli avrebbe risposto che nessuno forse, a questo mondo, s'era meno divertito di lui, e nessuno poteva vantarsi di avere lavorato più di lui. E bisognava credergli. Ma è da notare che, prima la spinta della necessità, poi quella dell'interesse, poi l'ambizione, poi il dovere gli avevano messa indosso fin dalla puerizia un'abitudine di lavoro a tal segno, che fugando la nativa spensieratezza, era divenuta in lui una seconda natura e poteva esser tenuta da lui stesso in conto di vera inclinazione. Ma in fondo in fondo, no; perchè il nostro ometto era nato scansafatica, e questo lo si poteva arguire dalla sensualità e dalla voluttà ch'egli metteva in tutte le azioni, minori della sua vita. Quando parlava, per esempio e che poteva ridere di qualche sconsigliato consigliere del Municipio, egli godeva mezzo mondo. Mangiava poco, ma avrebbe dato dei punti a Brillat Savarin, come buon gustaio, anzi come buon gustatore. E fra le ballerine del palcoscenico del teatro della Scala come si sgranavano que' suoi occhietti verdognoli e arguti alla vista della grazia di Dio. Come era eloquente il suo sorriso, pur restando sempre un sorriso da sindaco, da conte, da banchiere e da senatore!

Nella sua qualità di capo dell'amministrazione comunale, egli era indubbiamente tenuto come uno dei meno peggio d'Italia, così ricca di sindaci balordi. Dove diamine, lui, così poco istruito in gioventù e lontano dal mondo diplomatico, avesse attinta quella finezza moderna, quell'arte del barcamenare, quella dissimulazione preziosa, che sono indispensabili a chiunque si trovi nella di lui posizione, nessuno lo saprebbe dire. Egli non aveva avuto maestri di tali discipline. Pochi uomini possedevano come lui quella dote utilissima ai governanti, la quale consiste nel non dimostrare mai al prossimo nè troppa simpatia, nè troppa antipatia. Anche lui le provava talvolta fierissime in cuor suo, ma sapeva dissimularle così bene, sapeva reprimere con tanta disinvoltura i moti del proprio animo, sapeva far tacere così costantemente ogni eccitazione personale, sapeva dividere in così giusta misura le proprie inclinazioni e le proprie declinazioni, da meritarsi da ambe le partì il soprannome di sindaco _trampolino_, il quale sembra un'offesa, mentre è il brevetto della sua più grande imparzialità.

Riusciva dunque difficile il dire se egli fosse un conservatore o un liberale.

Egli non aveva preferenze pei due partiti, in cui--come in politica--si divideva il Municipio della sua città. Stando a cavallo, ei si serviva ora della opposizione dei conservatori, ora di quella dei _rompicolli_, a seconda ch'egli aveva bisogno di questa o di quella, e ne usciva sempre ilare e trionfante, ch'era un piacere a vederlo.

* * * * *

--Sono venuto io stesso--diss'egli a Rubieri, che si scusava di riceverlo in abito da lavoro--sono venuto io stesso a darle una buona notizia. Ella è nominato assessore, e io sono certo che ella accetterà.

--Oh!--sclamò il Rubieri, fingendo una grande sorpresa.--Non si potrebbe dispensarmi?

--No, no, tutti lo desiderano--rispose il sindaco.--C'è bisogno d'un artista in Consiglio.

--La avverto caro signor sindaco che io sono corpisantino e che mi metterò nell'opposizione.

--Non lo credo! Io non gliene darò mai l'appiglio. Io conosco il di lei criterio abbastanza, per sapere che invece noi andremo perfettamente d'accordo.

--Se lei mi parla così a me tocca d'accettare--disse Aldo al sindaco stringendogli la mano.

--Bravo! Così mi piace, senza tante smorfie. Del resto--soggiunse tosto--io non credo che lei avrebbe ugualmente la possibilità di farmi l'opposizione ancorchè si mettesse colla montagna. Io sono proprio stanco, e non per convenzionalismo, come si usa ormai di dirlo da tutti gli uomini, ma stanco di buono e vedrei di buon occhio un successore. Provino, provino quanto sia facile far il sindaco di Milano!

Il dialogo tra il sindaco e Rubieri andò per le lunghe e divagò poi in cento argomenti.

Ma noi crediamo di far bene ad arrestarci avendo riferito di esso quello che importa alla nostra storia.

* * * * *

Ora sarà bene che vediamo in che modo c'entrassero con Aldo Rubieri gli Austriaci che erano venuti a trovarlo prima del conte sindaco.

Bisogna dunque sapere che il padre di Aldo Rubieri era stato colonnello di stato maggiore al servizio dell'Austria.

Nel 1850, quando Aldo non aveva che dodici anni, ed era accasato con suo padre a Vienna, il rinnegato italiano godeva settemila fiorini annui come impiegato nel ministero della guerra.

Suo padre aveva sposato una baronessa polacca. Si capisce facilmente quale potesse essere stata l'educazione politica e patriottica del giovinetto Aldo fino al 1859.

Sua madre gli era morta in quell'età.

Quand'egli cominciò a provar nel cuore il bisogno di voler bene a una creatura di diverso sesso, gli capitò di innamorarsi come si usa a 19 anni, di una fanciulla di famiglia borghese, ch'egli aveva veduta per la prima volta al Prater.

Una di quelle lunghe occhiate reciproche dalle quali i fisiologi dicono emani del fluido magnetico, era corsa fra loro; e due giorni dopo, mentre entrambi stavano credendo di udire la messa nella cattedrale, una seconda occhiata ancora più lunga e più reciproca aveva suggellato il loro amore.

L'effetto di quello sguardo era stato decisivo per entrambi.

Poco stante era cominciata la corrispondenza. In tre pagine di quelle proteste e di quei giuramenti senza fine, che scaturiscono tanto spontanei dalla punta di una penna di 19 anni, Aldo parlava alla sua Leopoldina di futuro matrimonio.

Leopoldina aveva allora 21 anni, tre o quattro più del giovanetto.

Pochi giorni dopo la signorina viennese e il figlio del rinnegato Italiano, s'abboccavano al passeggio e si giuravano anche a voce eterno amore.

--Mio padre non mi permetterebbe certamente di sposarti ora;--disse Aldo--avrai tu pazienza di aspettare che io sia uscito di minor età?