Nanà a Milano

Part 5

Chapter 5 3,790 words Public domain Markdown

--Possibilissimo mio caro Enrico. Credilo pure; la gente che paga i debiti di giuoco non è a questo mondo che un decimo di quella che non li paga. Questa almeno è la statistica della mia dolorosa esperienza! Non so se gli altri saranno stati più fortunati di me nella loro vita. Ma è così! Ora capisci bene. Se tu quando perdi sei certo di dover pagare, e quando vinci sei certo di non essere pagato che dieci volte su cento... la cosa diventa molto seria. Sarebbe necessario perchè tu restassi almeno in pace che vincessi novantacinque volte su cento; il che assolutamente non è possibile avvenga. Hai fatto bene dunque a promettermi che non giuocherai più.

E qui si mise a parlargli di tutt'altro.

Il marchese artista nell'anima tempestava Enrico di domande sulla sua posizione, sulla pittura, sulle sue idee circa le due scuole, sulle sue speranze di farsi un nome, sull'avvenire sognato.

Enrico s'accalorò in quel dialogo. Il marchese godeva enormemente a sentirlo parlare così modesto, così schietto, così sincero e così pieno di illusioni.

--Ma non credi tu--gli disse a un certo punto--che il positivismo, il realismo e la democrazia abbiano a uccidere l'arte?

--Ah, marchese, al contrario! L'esaltazione del popolo sarà l'esaltazione dell'arte.

Il marchese crollava il capo sorridendo.

--Ah, entusiaste!

--Non lo crede lei?

--Io no davvero,--rispondeva il marchese.--Il popolo, e per popolo m'intendo quella parte della popolazione d'un paese che si stacca dall'aristocrazia illuminata e dalla borghesia ricca e studiosa, il popolo non sente bisogno dell'arte, nè la capisce. Mancando assolutamente di sentimento estetico come vorresti tu ch'essa amasse il bello nelle sue manifestazioni?

--Eppure se c'è un'esposizione di quadri e di statue vi accorre...!

--Il popolo no, non se ne cura. La statistica della affluenza del pubblico alle esposizioni parla chiaro. In ogni modo anche i pochi che ci vanno non vi sono attirati dal bisogno di ammirare il bello, ma dalla curiosità di veder nei quadri dei fatti interessanti, allegri o pietosi. Il quadro sarà pessimo come arte, ma rappresenterà qualche fatto ben volgare, ben chiaro, che squadri al popolo? Sarà il prediletto da lui. Esso non s'accorgerà che artisticamente parlando il quadro è uno sgorbio, un abbominio. Il popolo non monta verso l'arte se non quando l'arte discende giù fino al volgo. E il naturalismo stesso, l'impressionalismo, di cui tu mio caro Enrico, ti dichiari seguace e cultore, non è forse l'arte che abdica in favore dei grossi istinti del volgo?

Enrico era impaziente di andar a pagare i debiti fatti la sera prima. Erano i primi debiti di sua vita e gli rimordevano la coscienza. Diede dunque ragione al marchese e se ne andò ringraziandolo di nuovo con espansione.

Prima di spiccarsi dal suo vecchio amico, questi aveva cavato da una cartella che stava sulla tavola un foglio di carta e accostando alla mano di Enrico il calamaio gli aveva detto:

--Scrivimi qui la ricevuta e la promessa di non più giuocare.

Enrico si dichiarò debitore delle tremila lire al marchese e promise nella ricevuta di restituirgliele quando fosse andato in possesso della propria sostanza.

Della mesata insufficiente fissatagli dal tutore non si fiatò. Non si ricordò di parlarne.

Il marchese non gli aveva neppur lasciato il tempo di spiegare la cosa, e quando Enrico s'era trovato esaudito, col danaro in mano, s'era scordato di entrar in quell'argomento.

Enrico corse a casa di Sappia, a cui raccontò il rabbuffo e la crudeltà del tutore e il bel tratto del marchese d'Arco. Volle andar egli stesso nella bottega della Romea, a portarle i suoi trecento franchi, che gli bruciavan le dita e dovette spenderne un'altra quarantina di giunta, in bottiglie _di champagne_, ch'essa gli appioppò senza che lui, timido ancora, osasse di rifiutarle.

Poi, con Sappia, ritornò a casa.

--Parlerò io al tuo signor zio antidiluviano--aveva sclamato il Sappia quando Enrico gli aveva raccontato del fiero rabbuffo avutone.--Lui li chiama _minuti piaceri_? Altro che minuti! Impercettibili, microscopici... piaceri!

Il notaio a stento acconsentì di portar l'assegno di Enrico da duecentocinquanta a trecento franchi al mese.

--Domando io caro signor marchese--gli disse congedandolo, e colla più profonda convinzione di dir cosa sensata ed onesta--domando io come potrà mai arrivare a spendere più di otto franchi al giorno fuori di casa?

--Nei mesi di trentun giorni e negli anni bisestili--disse il Sappia con una finissima ironia che il tutore si guardò bene dal notare--gli otto franchi al giorno sì può calcolare che diventino soltanto sette e novantadue centesimi.

--Ho fatto un buco nell'acqua--diss'egli tornato che fu all'Enrico, il quale non s'aspettava nemmeno i cinquanta franchi d'aumento--Bisogna che tu faccia la lite al testamento di tuo padre, che ti ha voluto tener sotto a quel mastodente fino ai ventiquattr'anni; se no finirai, col rovinarti moralmente e materialmente, te lo dico io!

--No--rispose Enrico.--Prima di tutto io non vorrei fare questa lite, neppure nel caso che non offendessi l'ultima volontà e la memoria di mio padre. In ogni modo, dato che il tribunale mi desse torto, io sarei perfettamente rovinato, giacchè avrei fatta opposizione; e tutta la sostanza andrebbe ai gesuiti che stanno aspettando al varco la preda, È meglio ch'io mi stia ai primi danni.

* * * * *

Così erano passati circa due anni, e a dispetto dei trecento franchi al mese, Enrico O'Stiary era diventato uno dei giovani più brillanti di Milano. Cavalcate, scarrozzate, scherma, cene, club, ballerine, e pur troppo di nuovo, il giuoco--nel quale era ricascato con vivo, quantunque inutile rammarico, con profondo, ma pur vano rimorso--erano le occupazioni delle sue giornate e delle sue notti. E la povera Elisa trascurata, infelice, ma orgogliosa nel suo dolore s'era fatta intanto donna.

Il tutore non badava più all'Enrico.

Disperava di cambiargli la testa. "Chiudeva un occhio per non inquietarsi" come diceva lui.

Il marchese d'Arco dal canto suo, il quale vedeva il suo giovane amico far la vita del gentiluomo, e non s'era curato mai di sapere quale somma il tutore gli avesse fissato pei minuti piaceri, era ben lontano dall'idea ch'egli si stesse rovinando a bagno maria. Egli poi non sospettava che Enrico si fosse rimesso a giuocare. Gli sarebbe parso fargli uno sfregio pensando che un'O'Stiary avesse potuto mancare così alla parola d'onore.

Quando si trovavano parlavano d'arte, di cavalli, di politica, e le miserie umane le lasciavano da parte.

Enrico dal canto suo, si guardò bene dal ricorrere un'altra volta al marchese per denaro, e lo schivava come un rimorso. Il Sappia pensava largamente a tutto. Suo padre e sua madre gliene davano in una certa abbondanza, ed egli aveva un credito grande presso gli usurai! E anche lui--lo sciagurato--faceva delle orribili operazioni a babbo morto!

Ma era venuto un bel giorno che anche il Sappia erasi trovato nella necessità di chiedere danaro ad Enrico.

Il povero giovine gli avrebbe data la vita, ma non aveva che i suoi duecento franchi al mese.

Risolse di farla finita col tutore; di parlargli fuor dei denti, di ottenere insomma quello a cui gli pareva di aver diritto.

Ci pensò un paio d'ore, poi piuttosto che aver a fare con don Ignazio si aperse alla balia.

La balia gli aveva detto di avere dodicimila lire alla Cassa di risparmio.

Non lasciò che l'Enrico terminasse la frase; corse per quanto glielo permettevano i settantanni nella sua camera, e portò al contino le dodicimila lire in tre bei libretti puliti e fiammanti ch'era un piacere a vederli.

--Ma no, non voglio, non voglio--diceva Enrico colle lagrime agli occhi.

La balia alzò la destra, e con una specie di entusiasmo, sclamò:

--Ma non è forse roba sua codesta? Quale uso più degno potrei fare di questo danaro... io che non ho più nessuno al mondo?

* * * * *

Pochi mesi dopo convenne di nuovo rivolgersi altrove.

Il tutore, quand'ebbe messa da parte del tutto la speranza di vedere il conte far giudizio, pensando al giorno ormai vicino in cui gli sarebbe toccato rassegnargli la sostanza taglieggiata e forse perduta, intieramente aveva cominciato a cercarsi dattorno un altro sposo per la sua Elisa, che già aveva trascorso il diciottesimo anno.

Egli comandò a sua moglie di far di tutto per disingannarla nel caso ch'ella nutrisse ancora qualche speranza di diventare la moglie del contino e si mise a sparlare a tavola del suo pupillo e a tentar di metterglielo in mala vista.

Ma egli non pensava che dieci anni di pensieri e d'illusioni accarezzate non si distruggono in un giorno!

L'uomo adatto, del resto non tardò a presentarglisi sotto la miglior luce del mondo. Era Aldo Rubieri--che s'era fatto un bel nome e una bella sostanza, e che quantunque artista, parve al babbo un modello di uomo serio e un marito esemplare.

* * * * *

Chi mai avrebbe detto a Enrico O'Stiary che quei cinquanta franchi da lui con lieto animo versati nella borsa di Luisa a titolo di beneficenza la sera d'un giorno d'autunno del 1866, dovessero essere il primo anello di una lunga e disastrosa catena di sagrificî, di spese, di perdite, di debiti, di rovesci, che lo dovevano condurre tre anni dopo, quando egli era lì lì per aver la piena disponibilità della propria sostanza, ad essere un uomo rovinato?

Ma sopratutto chi gli avrebbe detto che la causa principale, la causa effettiva del suo rovescio, non doveva essere nè l'amico Sappia, non doveva essere la Luisa, non doveva essere il giuoco, ma piuttosto la gretta protervia del suo tutore, che aveva negato fin dal principio di fissargli quel tanto, che nella sua posizione era necessario?

II.

Aldo Rubieri, nel tempo che aveva molti debiti e poche commissioni, abitava fuori di una porta della città. Si era fatto corpisantino, e là nel sobborgo, teneva abitazione e studio. Pagava una miseria di affitto, e dalle sue finestre vedeva d'estate molto verde, e d'inverno, se fosse nevicato, molto bianco.

Quando poi diventò poco meno di celebre, ed ebbe soddisfatti i suoi pazienti ed onesti creditori, egli si era talmente affezionato a quella residenza che non aveva più voluto venir in città, quantunque l'aria assai democratica, che tirava nel sobborgo non fosse quella delle sue convinzioni assai moderate.

Comperò dunque la casetta, e in essa si creò il suo nido dell'arte e della vita.

Lo studio, che solo conservò tal quale, era per lui popolato da tutte le imagini, da tutte le finzioni, da tutti i progetti della sua geniale fantasia; memorie imagini, finzioni che gli avevano procacciata l'ambíta fama e la invidiata agiatezza.

Gli pareva che le vicende della sua vita abbastanza travagliata, gli dovessero sfumar via d'un tratto, se avesse mutato di casa e aveva giurato di finire in essa la sua fortunata carriera.

La casetta, dall'umile apparenza, ma tutta leggiadra e artistica di dentro, era da vari anni visitata dagli stranieri. Aldo Rubieri aveva scritto a Bedeker di farne un cenno, nella sua nuova _Guida d'Italia_, e Bedeker infatti nel capitolo che riguardava Milano, parecchi anni or sono, vi aveva fatte due aggiunte: il vaporino illuminante in circolo la cupola della Galleria Vittorio Emanuele e lo studio di Aldo Rubieri.

* * * * *

Una piccola carovana, uscita dall'albergo Reale un dopo mezzodì di agosto del 1869 s'avviò allo studio di Aldo Rubieri. Per risparmio di ciceroni quella carovana era composta di elementi assai eterogenei. In testa camminava un Francese con quella noncurante serietà che caratterizza la gioventù della giovine Francia, più gloriosa ancora dopo i rovesci, uno di que' Francesi che in Italia stanno sull'occhio per non essere creduti, _brillanti a spasso_, e che non hanno difetti in fuori di quello di sprezzar troppo la roba straniera.

Dopo lui scarpinavano, coi loro piedoni piatti, due rappresentanti della vecchia Albione, un _mister_ ed una _mistriss_.--Anch'essi non presentavano alcuno di que' tratti caratteristici e ormai diventati comunissimi, che si usa di attribuire molto volentieri agli Inglesi in viaggio. Non enormi guide sotto il braccio, non indecenti spolverine, non scarpaccie infangate ed eccessivamente lunghe. Di inglese essi non avevano neppur il colore dei capelli.

Alla retroguardia seguivano altre quattro persone, di cui tre uomini e una donna. Costoro che avevano veduta la luce sulle sponde del Danubio erano invece biondissimi.

Il Cicerone dell'albergo chiudeva la marcia.

La zitellona tedesca poteva avere un trentatrè anni; più al di là che al di qua. A diciotto ella poteva essere stata una bella biondona. Suo padre e suo zio, mercanti di oggetti artistici, stavano disputandosi in dialetto viennese sul merito relativo degli scultori italiani, le cui statue era capitato loro qualche volta di comperare a Milano per cinque e di vendere a Vienna per cinquanta.

La zitellona camminava in mezzo a loro due. Quello a destra, sosteneva che al giorno d'oggi non era possibile più il vendere che pattini e quadri di genere; l'altro, che due giorni prima aveva comperate parecchie tele di stile classico, negava che il realismo in arte potesse mai avere fortuna. Entrambi però erano d'avviso che lo stile austriaco non avesse confronti "quella maniera larga di dipingere in tinta gialla che fa credere tutta roba da museo anche i quadri di un anno" essi la ritenevano la miglior pittura che fosse al mondo.

Si sa bene che ognuno ha il suo orgoglio nazionale!

A un certo punto s'interpose il Cicerone. Era costui un personaggio autorevole in fatti di giudizî di pittura. Lo aveva lodato perfin il povero Rovani, che certo non abusava della lode. Era costui un Modello incanutito fra i cavalietti e gli scalpelli che adorava Aldo Rubieri fino alla esagerazione, di quell'amore entusiastico e un tantino irragionevole, di cui non sono capaci che i figli d'Italia:

--Scusino, signori--diss'egli in tedesco--nessuno dei giovinetti che cominciano ora ad esporre promette di giungere alla grandezza di Aldo Rubieri.

E nel pronunciare questo nome il suo occhio semispento brillò di un insolito guizzo di luce.

--Da quanto tempo è diventato celebre il nostro bravo Aldo?--chiese uno dei due viennesi, il padre della zitellona.

All'udire quella frase confidenziale il Cicerone ne fu quasi scandalizzato. Guardò l'austriaco con una inenarrabile occhiata di compatimento, e disse:

--Conoscete forse _mein herr_, il grande scultore Aldo Rubieri?

--Se lo conosciamo? Altro che!--rispose l'Austriaco, guardando a sua figlia che si fe' un poco ciliegia, e che sorrise misteriosamente.

--Ed è perciò che vi domandavamo da quanti anni sia diventato celebre, giacchè noi sono ormai più di dieci anni che non l'abbiamo più veduto, e quando l'abbiamo conosciuto noi non lo era ancora.

--Dal primo suo gruppo, che fu premiato dall'Accademia e venduto per quarantamila franchi--rispose il Cicerone.

--Bella somma!--sclamò lo zio.

--Un gruppo alto un metro--aggiunse il Cicerone.--Ma la sua fama il signor Aldo la deve ancora più al suo modo originale di trattare cogli eroi della democrazia che per altro. Le opere, si sa bene, finchè un artista è vivo, saranno sempre criticate; ma la indipendenza del suo carattere e il suo magnifico disinteresse faranno sempre sul popolo un grandissimo effetto. Egli è capace, se non gli garba il soggetto, di rifiutare una commissione, che gli frutterebbe molto danaro. Dopo l'immenso successo del suo ultimo gruppo, il generale Garibaldi gli ordinò, un gruppo di soggetto repubblicano che un Inglese gli avrebbe pagato cento mila lire. Credete voi che egli abbia accettata la commissione? Neppur per ombra. Io ero presente quando Aldo Rubieri rispose al messo di Garibaldi, che era venuto là in studio a portargli la ordinazione, credendo di fargli un grande onore:

"Dite al generale, che cento mila lire per un gruppo alto un metro e mezzo è troppo! E che io non ho tempo per un simile lavoro."

--Ciò è bello!--sclamò la zitellona.

--Ciò è stupido!--disse il padre.

--Ciò è assurdo!--osservò lo zio....

--Un'altra volta, sarà una settimana, cacciò fuori dal suo studio un principe russo che voleva sforzare la porta per correr dietro alla signora Nanà.

Al nome di Nanà, tre esclamazioni contemporanee uscirono dalle bocche austriache.

--Ah!

--Ih!

--Oh!

Il Cicerone, sorpreso, si arrestò di botto.

--Chi è la signora Nanà?--fu prima a parlare la zitellona.

--Chi è la signora Nanà?--disse quasi contemporaneamente, il padre.

--Chi è la signora Nanà?--stava dicendo lo zio a sua volta; ma si tacque, udendo che la domanda veniva già fatta dagli altri due.

--Nanà è la più bella donna del mondo--rispose enfaticamente il Cicerone.--Nanà è un'artista francese, che ora serve di modella per la _Venere contemporanea_.

--Venere contemporanea?--sclamò Leopoldina--cosa vuol dire?

--Vuol dire una _Venere decente_--rispose il Cicerone--una Venere non del tutto ignuda; una Venere della quale si vedano e si indovinino le forme divine in quelle parti decenti, che sono divinamente formate dalla natura e si dissimulino le parti che le donne del giorno d'oggi hanno meno belle, e che non si devono rappresentare.

--In tal caso--osservò con un certo acume uno dei due Tedeschi--non arrivo a capire il perchè si parli di Venere, che viceversa è il nome di una Deità molto classica e interamente nuda.

--È vero!--sclamò il Cicerone, colpito da questa osservazione.--Ma debbo dire che in caso l'errore è tutto mio. Io sono vecchio e non ho potuto ancora svestirmi totalmente dei pregiudizi classici. La statua del mio maestro sarà un'opera d'arte che protesti energicamente contro l'invasione moderna dell'impressionismo, del realismo e della sprezzatura esagerata nella divina arte scultoria, che deve essere liscia e finita e non brizzolata e rugosa come la robaccia della scuola nuova.

I forestieri capivano e non capivano.

Il Cicerone era come invaso da un santo sdegno.

--Ma dunque--uscì finalmente a dire il padre--il signor Aldo crede ancora possibile una Venere, dopo tante che ce ne lasciò l'antichità?

--Perchè no?--proruppe il Cicerone.--La bellezza non è forse eterna? La bellezza del nudo non tramonta mai!

--È tanto bella?--domandò di nuovo la donna--questa signora Nanà?

--Bella è, secondo me, una parola un poco insignificante per esprimere che cosa sia la signora Nanà. Essa è un portento.

--Dicevate dunque--disse il padre austriaco, quasi volesse stornar il discorso dalle imagini troppo estetiche....

--Io stavo dunque dicendo--ripigliò il Cicerone--che Aldo Rubieri è ancora più in voga pel suo carattere che pe' suoi lavori, e raccontavo che aveva cacciato fuor dallo studio il principe russo, mentre il giorno dopo aveva spalancata la porta del suo più segreto penetrale ad un povero pittorello di Roma, che viaggiava per istruzione col sacco in spalla; egli fece colazione con lui nel giardino incantato.

--Ah, c'è anche un giardino incantato?--domandò la matura fanciulla spalancando gli occhi grigi.

--Incantato, per modo di dire--rispose il Cicerone--ma è tanto più incantato dopo che lo frequenta la signora Nanà, giacchè, secondo me, un luogo dove regna e dove respira, foss'anche una mezz'ora al giorno, una creatura come la signora Nanà, quello diventa per forza un luogo incantevole.

I sei occhi dei tre personaggi austriaci s'incontrarono.

Parvero dire colla loro espressione desolata, il volgare "_siam fott... o regina!_"

* * * * *

--Continuate--ripetè il padre.

--L'avere ricevuto così intimamente lo scolaro povero, dopo aver cacciato, senza complimenti, un principe arcimilionario, fece chiasso. Tanto più quando i giornali liberali, nemici di Aldo Rubieri, raccontarono che il supposto studente di pittura di Roma non era altro che un povero imbianchino di stanze. Allora egli fece una risposta che chiuse la bocca a tutti. Egli dimostrò come un imbianchino valga sempre più di certi giornalisti, per la ragione che questi, _sporcando_ della carta _bianca_, le toglievano ogni valore commerciale; mentre quello, _imbiancando_ pareti _sporche_, ridonava ad esse molto valore commerciale.

Quando poi lo scolaro andò a scusarsi d'essere stato causa involontaria della polemica, egli lo consolò dicendogli: "Lasciate scrivere. Sono i pittori invidiosi, che ispirano i cattivi giornalisti. Ma io conosco degli imbianchini che valgono molto più di quei pittori. Giacchè gli imbianchini raggiungono sempre e bene il loro scopo, che è quello di pulire e render lieti i locali, mentre certi pittori, non solo non lo raggiungono mai, ma lo tradiscono e lo deturpano, sporcando delle candide tele. Del resto, che gran differenza c'è fra un pittore e un imbianchino? La sola, veramente grande, è che il pittore adopera un pennello a manico breve e la tavolozza, mentre voi altri adoperate il pennello a manico lungo e la secchia. L'ingegno solo fa la grande distinzione; ed io, fra un imbianchino d'ingegno e un pittore asino, scelgo subito l'imbianchino.

--Parlateci ancora di questo giardino misterioso e incantato--disse la zitellona, crollando il caposorridente per le sortite del vecchio Cicerone.

--Oh, molto misterioso!--sciamò questi alzando gli occhi al cielo.--Si può dire che dopo me non vi siano a Milano che tre persone, le quali abbiano avuto la immensa fortuna di spingere lo sguardo in quel sacrario dell'arte viva.

--E voi siete del numero?

--Io sono del numero--rispose il vecchio sollevando orgogliosamente la bella testa di Cristo invecchiato.

--C'è speranza che noi, colla vostra autorità, e come amici vecchi di Aldo Rubieri, possiamo essere introdotti?

--Voi, amici vecchi?--sclamò il Cicerone.

--Non sapete forse che Aldo, quando aveva 20 anni, era a Vienna con suo padre?

--Ah, è vero!--sclamò il Cicerone, portando la mano alla fronte.--Non mi ricordavo più che egli è figlio di un colonello di stato maggiore al servizio di casa d'Austria.

--Dunque?

--Dunque che cosa?

--Potremo noi vedere il giardino incantato?

--Oh, impossibile!

--Potreste voi almeno descrivercelo?

--Impossibile anche questo. Ho data la mia sacra parola d'onore al maestro, che non avrei tradito mai il segreto della sua dimora.

I tre Viennesi tacquero e ciascuno si mise a mulinar a suo modo.

Ma in quel punto erano arrivati dinanzi alla casetta di Aldo Rubieri, e s'arrestarono.

* * * * *

A Milano, come dovunque, ci sono delle abitazioni dove tutto va male, tutto dà noia, tutto vi sta a disagio; e ve n'ha delle altre, dove tutto gioisce, tutto dà piacere, tutto risplende.

Entrando nelle prime, trovi un portinaio ciabattino, che vive in un bugigattolo buio ed infetto. Il tanfo vi è nauseante; sui gradini della scala vi si scivola; gli usci si direbbe si lamentino di dover girare sui cardini; le persiane, spalancate, si rinchiudono sgarbatamente in faccia; gli scarafaggi ed i topi sono padroni della cucina; i cimici, del letto; le faine, del solaio; le lumache e gli scorpioni della cantina; il pozzo dà l'acqua cattiva; un cane rinchiuso guaisce tutte le notti; un ragazzo caparbio vi strilla ogni mattina; un suonatore di tromba vi studia ogni mezzogiorno; delle casigliane pettegole vi si picchiano ad ogni calar della sera; il padron di casa usa mandar delle lettere insolenti; il ragioniere ha il fiato che ammorba... e via dicendo.

Entrando nelle seconde, il cuore si allarga. Tutto vi spira l'ordine, la pulizia, la pace, il benessere. Si direbbe che queste case benedette furono costruite da operai intelligenti, e siano abitate da gente di buon gusto.

Tale apparve ai viaggiatori la dimora di Aldo Rubieri.

Appena giunte, la zitellona alzò la testa e s'imbattè in una scena graziosa.

Sotto un portichetto, lieto di verdura in un angolo, una rondine aveva costruito il suo nido e giungeva volando alla pensile capannina, nel momento che i viaggiatori si arrestavano dinanzi alla porta della casa. Spaventata nel veder tanta gente, la rondine svolazzava trissando intorno al nido quasi volesse attirare a sè tutta l'attenzione di quegli stranieri per distrarla dai suoi cari implumi.