Nanà a Milano

Part 4

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--T'ho già detto, cara mia, che noi non facciamo di questi uffici. Non eri tu prima da una stiratora?

--Oh, come lo sanno loro?

--Noi si sa tutto. Tu eri già sul nostro libro prima di andar in prigione. Tu frequentavi le sale da ballo e qualche altro luogo anche peggio. Non è vero?

"Ho capito"--pensò fra sè la Luisa.

--Va a vedere se la tua antica maestra la ti volesse ripigliare. È una buona donna.

--Io no, vede, e lei? Mi canzona? Dopo quello che è accaduto là in quella stanza?

L'imagine della ferita, del sangue, delle grida e di tutto il trambusto ch'ella aveva suscitato il fatal giorno, le si affacciò con brusco assalto e impallidì.

Il delegato capì e non insistette.

--Vedi che cosa vuol dire a fare delle brutte azioni?

--Ora quel che è stato è stato; la brutta azione me l'hanno anche fatta pagare carne salata, me l'hanno fatta.

--Ricordati che sarai tenuta d'occhio dalle guardie.

--Questo lo so senza che me lo dica. Se non ha altri moccoli, perch'io m'aiuti, posso fallare a morir di fame.

--Cercati lavoro e non andar in volta di sera e ben poco anche di giorno. Capisci?

--Già, e il lavoro verrà da sè stesso a cercarmi a casa mia, n'è vero, il lavoro? E intanto come farò a vivere?

--Questo ti riguarda, _Arràngiati_.

La Luisa continuava a far l'innocentina.

--Cosa vuol dire _arràngiati_?

--Non so nulla. Ma ricordati di non lasciarti trovar sola a scopar la strada, specialmente dopo il tramonto, se no le guardie ti arresteranno e ti condurranno qui da me.

--Me l'ha già detto e ripetuto tre volte a quest'ora.

E nella sua testa la Luisa aveva cominciato a mulinare al mezzo di far cascare il delegato in una frase scandalosa. Ella si sentiva in confuso, una gran voglia di far risaltare la così detta immoralità nella bocca di quell'impiegato dei Governo. Voleva che fosse proprio lui a dirle di pensare a vendersi senza tanti scrupoli, e a fare la sgualdrina.

--Io le torno a domandare chi è intanto che mi darà da mangiare?

--Oh!--scoppiò finalmente a dire il delegato che non sospettando non stava in guardia, ed era anche un po' ammaliato dal bel viso di lei--credi tu che io sia un imbecille, da venir qui a farmi la bambina, dopo essere stata due anni in prigione? Chi t'ha a dar da mangiare? Ma, il primo messere che abbia due occhi in capo, dieci lire al giorno da spendere... sacrr...--e qui giù una specie di bestemmia da regio impiegato--e a cui piaccia il bel sesso. E quando il messere sarà deciso a fare sicurtà per te, conducilo qui che io ti cancellerò subito dal libro.

--Ora sono soddisfatta--sclamò la Luisa che c'era riuscita.--Basta così!

Il delegato, che la guardava con compiacenza, s'accorse allora dal sorriso maligno di lei, ch'ella era persuasa d'aver riportata su di lui una piccola vittoria.

Essa c'era riuscita!

E infatti pensava lei a un dipresso: "È il direttore d'una sezione di Questura, è il rappresentante della morale pubblica, è l'ufficiale del governo italiano che m'ha detto di andar alla perdizione. Io farò il mestiere per obbedire al commissario. Se fosse altrimenti, egli penserebbe piuttosto a procurarmi del lavoro. Egli mi lascia in balìa di me stessa, e sa pure che io di lavoro nè posso, nè voglio trovarne, mentre egli sa che di messeri, anche senza il suo parere, ne troverò finchè sarò stufa."

La Luisa, uscita di là, si mise dunque in cammino per obbedire al delegato. Essa dava ascolto alla legge, essa si uniformava ai regolamenti di Questura: _Non caste sed caute!_ Così che, se fosse anche stato il caso di dover fare il brutto mestiere contro voglia e contro coscienza--ciò che non era--la si sarebbe trovata come si dice colle spalle al muro. Se non che la coscienza e la voce dell'onore nella Luisa era un bel pezzo che tacevano. Anch'essa, come Nanà, quantunque in un grado molto più volgare e più perverso, non sentiva più in corpo che tre grandi inclinazioni molto serie e molto spiccate: quella di non lavorare, quella di far all'amore e quella di non morir di fame.

E, quanto alla terza, via! non si saprebbe davvero da qual parte farsi per dare tutto il torto a lei sola. Il diritto non le può essere contestato!

* * * * *

Non aveva mossi un centinaio di passi fuor dall'ufficio di Sanità, eh' ella s'accorse d'essere pedinata. Non sapeva bene se erano due o tre, perchè non li vedeva e non si voltò indietro; ma se li sentiva, come per intuizione, nella schiena.

Si fermò a guardare in una vetrina di modista per lasciarli passare e sapere almeno se erano gobbi o sciancati, giovani o vecchi. E volgendo il viso per guardarli, passati che furono, scorse dal canto della via, spuntare una donna, un'antica conoscenza, una certa sôra Marianna, la quale teneva sotto il braccio un enorme fardello e veniva un po' barcollando verso di lei, col sorriso che dava a vedere come l'avesse già ravvisata da lungi.

Quando le fu d'accosto:

--_Centini mundi!_--sclamò questa; la era una sua esclamazione particolare.--Finalmente che la possiam rivedere, la possiamo, questa nostra bellezza! Dove diamine la è stata tutto questo tempo?

Sapeva la vecchia che la Luisa era appena uscita di prigione? Le aveva fatta la domanda con malizia e per umiliarla, oppure non ne sapeva nulla?

La Luisa, a buon conto, fece la prima supposizione, e rispose non arrossendo e con una specie di impertinenza:

--Sono stata a Parigi! E lei, dove va con quel fagotto?

--Eh, sa bene! Le solite miserie. Vado a mettere in collegio un po' di roba, perchè è bene che impari anche lei a stare al mondo.

In lingua il _bisticcio_ della Marianna non regge; in dialetto fece il suo immancabile effetto, e la Luisa ne sorrise malinconicamente.

In dialetto, _monte_ e _mondo_, hanno lo stesso suono.

--Anche lei!--disse la fanciulla.--Non c'è dunque che miseria a Milano?

--Che vuole, cara Luisa! E lei?

--Io? Io, come la mi vede, non so oggi come pranzare.

--Possibile!--sclamò la signora Marianna coll'accento incredulo.--Una bella tosa pari sua? _Centini mundi!_ S'io fossi in lei, vorrei domandar se Milano è da vendere. Lei non ha a far altro che metter giù il suo bravo grembiale e star lì a veder i merli a fioccarvi dentro colle mani piene di bigliettoni bianchi, rossi e verdi.

--Me lo disse poc'anzi anche il...

Voleva dire il delegato, ma troncò la frase.

La vecchia però aveva già mangiata la foglia.

--Oh, diamine! Le toccò di andar laggiù?

La Luisa si morse le labbra. Pel gusto di ponzare la sua piccola idea di ribellione ironica contro le incumbenze del delegato e contro la morale pubblica, essa aveva svelato il brutto segreto.

--M'ha mandato a chiamare per sapere come faccio a vivere dopo il mio ritorno da Parigi, perchè ha saputo che vivo sola.

--Io ne avrei uno che sarebbe un portento per lei--disse la vecchia strizzando l'occhiolino.

--Di che cosa?--domandò la Luisa fingendo di non capire.

--Un messere, _centini mundi!_ Chi vuol che sia?

--Chi è desso?

--È un banchiere.

--Giovane?

--Ecco--disse la Marianna--per giovine non è giovine di primo pelo, ma però è benissimo conservato, e ricco.

--Quanti anni avrà, insomma?

--Io non gli darei più di sessant'anni o sessantadue.

--Oh, che strega!--sclamò la Luisa, scoppiando a ridere.--Mi parla di primo pelo! Non è nè di primo, nè di secondo!

--È meglio anzi che sia un uomo posato... un uomo che ha già fatta la sua carovana.

--Sì, sì, non dico, ma quanto al primo pelo... _màghero!_

--È capace di farle una posizione.

--Crede lei che vorrebbe rispondere per me là da quel caro direttore?

--Questo poi non lo so, perchè è ammogliato.

--Anche ammogliato!--sclamò la Luisa. Poi riprese:--Meglio allora!

--Sicuro che è meglio. Dà minor fastidio. Lo si può tener in gambe, comprometterlo, levargliene quanti si vuole. E poi si è più libere di tenersi il candelliere e il capriccio; si ha sempre il coltello per il....

--Bene, bene, queste cose le penso anch'io--interruppe la Luisa un po' duramente. Quella benedetta parola di coltello, poco o molto, la faceva sempre trasalire, anche quando era pronunciata in una figura rettorica.

--Dove si potrebbe vederlo questo banchiere di... terzo pelo?

--In casa mia, se vuole.

--Lei sta ancora laggiù?

--Sì, cara.

--E quando?

--Magari domani. Il tempo di avvisarlo.

--A che ora?

--A mezzogiorno.

--Bene, domani a mezzogiorno sarò da lei.

E si lasciarono.

* * * * *

La Luisa si spiccò di là, e vide sul canto della via che uno de' suoi pedinatori stava ad aspettarla.

Quand'essa gli passò dinanzi, egli le fe' tanto di cappello. La Luisa rispose con un modesto chinar del capo. L'altro, che era appunto il marchesino Sappia, le si mise accanto.

--Si potrebbe aver l'onore di sapere, bellissima creatura, dove siete diretta?

--Lei è ben curioso!

--Io faccio come il dottor Faust con Margherita, e vi domando il permesso di accompagnarvi a casa.

--Non posso darglielo--rispose la Luisa, che, piena di appetito, aveva già messo l'occhio sul suo moscone per farsi pagare da pranzo.

--Perchè non può darmelo?

--Se io le ripetessi che lei è assolutamente troppo curioso, che cosa mi risponderebbe?

--Che la curiosità è la madre della voglia di sapere.

--Lei è forse uno di quelli che scrivono sui giornali?

--No, no--rispose il Sappia ridendo.--Ma perchè questa domanda?

--Perchè lei mi parla molto difficile. Che so io? Poc'anzi era il dottor Faust e Margherita, e ora è la madre della voglia....

--Bene, parlerò più facile. Come avete nome?

--Ho nome... ho nome Aquilina. Ma non permetto che mi si dia del voi.

--Vi darò del lei. Aquilina, bel nome! Nome superbo, e portato da una donna adorabile.

--Me l'hanno detto degli altri.

--E se io desiderassi di fare la sua conoscenza, bellissima Aquilina, me ne darebbe lei il permesso?

--Mi par bene che stiamo facendola....

--Sì, ma io dico... una conoscenza un po' più intima... a quattrocchi.

--Non si rifiuta mai la conoscenza d'una persona educata come lei.

--In casa sua dunque non ci si può venir davvero?

--Per ora no. In seguito non dico. Ora io vado a pranzo. Quest'oggi si potrebbe tutt'al più trovarsi alla stessa tavola a pranzo.

--E se io la invitassi a pranzare con me fuori di Porta?

--Dove, per esempio?

--Non saprei.... All'Isola Bella.

--No--rispose la Luisa--all'Isola Bella c'è troppa gente; piuttosto al Giardino d'Italia.

--Allora ci possiamo andar subito. Sono ormai le quattro e mezza.

--Come vuole.

Il Sappia fece un gesto ad un cocchiere di vettura pubblica, che passava col legno vuoto. Vi montarono, e via pel Giardino d'Italia.

Come si vede, la Luisa obbediva largamente al delegato. Essa coglieva due piccioni ad un favo.

Aveva trovato un probabile messere e aveva azzeccato il pranzo di quel giorno.

* * * * *

--Sapete, bella Aquilina--disse il Sappia quando fu seduto a tavola colla Luisa al Giardino d'Italia--che voi assomigliate in un modo spaventevole ad un'amante che io ho avuto or ora a Parigi?

--Davvero? Ciò mi rende orgogliosa!

--Naturalmente voi non siete ancora a quel punto....

--Oh, lo credo!

--Quella era una _cocotte_ sì, ma una cocotte gran dama.

--Ho capito!

--Ha nome Teresa, ma tutti a Parigi la chiamano Nanà. Non ha meno di trentamila franchi al mese, ed è sempre in miseria.

--Vuoi dire che li spendeva.

--Sicuro!

--Ah, in questo poi non vorrei assomigliarle.

--Vediamo, Aquilina. Voi mi piacete in modo enorme. Ci sarebbe speranza di intenderci? Io non v'ho ancora detto il mio nome; sono il marchese Sappia. Io vorrei fare di voi una seconda Nanà.

--Che non spende trentamila franchi al mese, però.

--Ah, naturale! Tutto dev'essere in proporzione. Milano fa trecento mila abitanti coi Corpi Santi, Parigi ne fa un milione e mezzo; cinque volte tanto. A Milano, una fanciulla come voi può col quinto di trentamila franchi al mese, che sono sei mila far la signora come Nanà a Parigi.

--Questo poi non credo. Sei mila franchi sono una miseria anche a Milano.

--Ah, ah! Avete delle idee in grande, voi.

--Voi ci tenete ad essere solo?

--Perchè questa domanda?

--Ponete che io sia già impegnata con un vecchio, che non vi potrebbe dare ombra di gelosia. Ponete che io sia qui con voi perchè mi siete simpatico....

--Grazie, Aquilina. Non ne dubitavo

--Io so bene che voi non vorreste che io fossi vostra amante _gratis_, n'è vero?

--Neppur per sogno.

--Se voi non avete difficoltà che il vecchio continui la mia relazione, voi diventerete il mio amante di cuore. Mi farete qualche regalo e tutto sarà detto.

--Accettato.

--Allora vi dirò che io non mi chiamo Aquilina, ma mi chiamo Luisa.

E così era avvenuto il contratto del loro matrimonio morganatico.

* * * * *

Il marchesino uscì dalla casa di Luisa verso le nove del mattino del giorno dopo. A mezzodì in punto, la fanciulla montava le scale della Marianna.

Il vecchio banchiere non si fece aspettare; dopo mezz'ora di conversazione, trovò che la Luisa era la creatura che pareva creata apposta pe' suoi fini reconditi; le fece delle discrete proposte, ed essa le accettò subito anche quelle, senza farsi pregare: giacchè l'appetito non c'era verso, che non ritornasse ogni mattina e ogni, sera a persuaderla che bisognata dar ascolto al delegato. Così in breve la scarcerata di fresco fu accasata come una signora, in mezzo a mobili propri, con due assegni mensili, che uniti ne facevano uno più grosso di quello d'un consigliere di Cassazione e che le venivano dal Sappia e dal banchiere, il primo dei quali era l'amante _en titre_, l'altro lo spunta-pesi segreto.

Poco prima che Enrico O'Stiary giungesse a Milano, essa aveva finto di piantare in asso il vecchio banchiere, per farsi maggior merito presso il suo amante scoperto. Ma in fatti essa era legata al vecchio peggio di prima e da ben altri legami che non fossero i legami dell'amore.

* * * * *

--Buona sera, Nando--diss'ella al Sappia, che era entrato con Enrico O'Stiary.

E intanto aveva diretta un'occhiata curiosa all'amico che stava dietro di lui un po' in disparte.

--Buona sera, Gigia--rispose il marchesino, e volgendosi tosto verso il conte, ripigliò:

--T'ho condotto il mio giovine amico, il conte O'Stiary, che farà in tua casa i primi passi al mal costume.

Enrico strinse la mano che la Luisa gli porse; e l'indispensabile vermiglio, che accompagna quasi sempre il primo passo al malcostume, si pinse sulla fronte del giovinetto.

La Luisa lo invitò a sederle accanto.

--Spero bene--cominciò dessa--che Nando le avrà detto, che qui da me sono banditi i complimenti. Dunque la metta giù il suo cappello, giacchè il mio motto è _sans gêne_. Ma quasi mi scordavo di presentare a questi signori; il signor Silvestro Bonaventuri aiutante di... e il signor Paganino di Genova.

I due nominati s'inchinarono. O'Stiary fece altrettanto.

--Lei è uscito da poco dal collegio, non è vero?

--Ora torna dal campo.

--Dal campo!... A proposito--disse levandosi; ma disse quell'a proposito precisamente a sproposito, giacchè ciò che stava per metter fuori non c'entrava per nulla col campo--Cominciate a fare anche voi altri il vostro dovere qui su questa lista. Vi avviso che non voglio rovinarvi però. Non accetto meno di venti franchi, ma non accetto neppure più di cento franchi.

--Così dicendo, la Luisa aveva levato da un tavolino una borsa, una lista, ed un _lapis_ che presentò colla bocca aperta al Bonaventuri.

--Che cos'è?--domandò questi con aria un poco sorpresa.

--Ho fatto voto, che tutti quelli che i quali metteranno il piede in questa sala, dal primo all'ultimo del mese, dovranno per una volta almeno aiutarmi a fare un'opera buona. È una colletta per una povera famiglia che muore di fame.

--Volontieri--rispose il Bonaventuri.--Che cosa debbo fare?

--Scrivere su questa lista il vostro riverito nome e cognome, colla cifra che intendete di mettere in questa borsa, per la mia irresponsabilità.

E guardò con un bel sorriso in faccia a O'Stiary.

--Spero la mi permetterà di avere anch'io questo piacere di far del bene in sua collaborazione--disse Enrico traendo di tasca il portamonete.

--Veramente, per la bella prima volta!--sclamò ridendo la Luisa--è un po' da sfacciata!

--Faremo dunque il male in mezzo--fece il Bonaventuri parlando forte.--Ecco i miei cinquanta franchi.

--Ed ecco i miei--soggiunse il Paganino da Genova, mettendo i suoi cinque biglietti da dieci nella borsa.

Il povero Enrico fa sopraffatto da uno sgomento indicibile. Egli aveva pensato in cuor suo di non dare che venti lire, e capiva che bisognava metterne cinquanta come gli altri, e temeva di non averli nel suo portamonete. Dei cento franchi della mezza mesata sborsatagli dal tutore, e che dovevano servirgli per quindici giorni, gli pareva di averne già spesi in guanti, in profumerie, in gingilli, in mancie e al caffè, una metà abbondante. Non sapeva bene quanto gli restasse nel portamonete, ma temeva d'essere a corto. Guardò trepidando in esso, e con lieta sorpresa vi trovò appunto i cinquanta franchi che parevano lì apposta contati. Non gli rimaneva più che un bigliettino sudicio da cinquanta centesimi, che rimase là unico e vergognoso, come una protesta contro la lèsina del tutore.

--Ed ecco i miei--ripetè anche lui mettendo l'obolo nella borsa di Luisa, che lo ringraziò col suo più splendido sorriso.

"Spero bene--pensò--che il tutore non mi vorrà mangiare se gli racconterò che ho dato cinquanta franchi a scopo di beneficenza--pensò Enrico, dopo che la Luisa lo ebbe ringraziato.--"Io non potevo dar meno di Paganino e di Bonaventuri, che devono essere meno ricchi di me."

* * * * *

Poco dopo entrarono nuovi visitatori. Erano il signor Ciambelli colla Romea, un fuseragnolo di donna, con due occhi discreti e una carnagione che arieggiava la porcellana colorata, per amor dell'intonaco ch'ella si praticava sul viso.

Ciambelli, suo amante, un pancione nero come un croato, le aveva messa su una _buvette_, dove la Romea troneggiava dal suo banco, chiamando, col desio e colle occhiate lunghe, i passanti, che non volevano saperne di entrare nella di lei bottega a bevere l'amaro prima di andare a pranzo.

La Romea era una sgualdrina come tante altre, ma la si teneva ingenuamente in conto di donna onesta, e parlava delle mantenute col disprezzo d'una principessa!

Quanto la godevano per questa pretesa le sue poche pratiche!

A un certo punto si parlò di far un piccolo taglio di macao. La Luisa sulle prime fece finta di opporsi, ma poi, vedendo che tutti erano del parere fece recar le carte e lasciò che giuocassero.

Enrico, un po' per timidezza, un po' per innata ritrosia, ma sopratutto perchè non voleva far vedere d'essere corto a quattrini stava in disparte.

Sappia gli andò vicino:

--Non fai conto di giuocare tu?

--Ma... non ho voglia.... Non sapevo che si giuocasse.... È meglio che stia a vedere...

--Ti pare? Il più giovine della brigata, far la figura del più vecchio? Mi faresti sfigurare. Ricordati che questa sera comincia a formarsi la tua riputazione di gentiluomo e di uomo di mondo. Bisogna che tu provi un po' di tutto, in società, se vorrai starci bene, e se vorrai poter educare con cognizione di causa i figli che avrai dalla signorina Elisa.

Enrico si fece tutto rosso in viso.

--Che c'entra? Come sai? Chi t'ha detto?

--Noi sappiamo tutto--sclamò con aria di mistero il marchesino.

--Ma io ho ben poco danaro con me... non sapevo.

--Se non è che questo ti servo subito. Figurati! E schiuso il portamonete ne trasse un biglietto da cinquecento e lo diede a Enrico dicendo:

--Quando non ce n'è più, ce ne sarà ancora.

Avrebbe potuto rifiutarsi ancora il nostro collegiale garibaldino?

Andò al tavolo verde.

* * * * *

Dopo mezz'ora egli aveva perduto fino all'ultimo i suoi cinquecento franchi.

La Romea gliene aveva beccati fuori la metà.

Sappia gliene prestò subito altri mille.

Il demonio del gioco lo aveva già preso alla strozza.

A mezzanotte il disgraziato aveva perduto i mille e giocava già disperatamente sulla parola.

Al tocco dopo mezzanotte il Sappia si levò dal tavoliere, e disse:

--Mi pare ora di andarcene.

--Facciamo i conti--gli disse Enrico che appena cessato l'incanto e l'emozione si trovò di aver indosso una febbre indiavolata.

Fatti i conti trovarono di avere perduto fra tutt'e due seimila e trecentoventi franchi. Enrico ne doveva mille e cinquecento all'amico, mille e duecento a Silvestro Bonaventuri, e trecento alla Romea,

Il povero giovinetto era così confuso di dover danaro perfino ad una donna, era così spaventato, così abbacinato dalla perdita, dal timore di non poter il giorno dopo farsi onore nelle ventiquatt'ore, dello spavento che il tutore e la Elisa venissero a sapere la sua scappata, che quasi quasi ne piangeva a calde lagrime.

Il Sappia dovette scuoterlo più volte.

--Ma domani come si fa? Pensa che debbo trecento franchi anche alla signora Romea.

--Ci penso io--gli rispose l'amico.--Non seccarti. In ogni caso la Romea ne deve a me cinquecento da sei mesi, che non me li ha mai restituiti.

Preso poi in disparte il Bonaventuri, che conosceva, per quel tanto che si conoscono certe persone:

--Favorisca--gli disse--a indicarmi dove ella sta di casa.

--Oh--sclamò il Bonaveuturi, come schermendosi--la si figuri; ha tutto il tempo; lei è padrone di tutta la mia sostanza...

"Buono a sapersi" pensò il Sappia fra se.

* * * * *

Enrico quella notte non chiuse occhio e fece il più inviolabile proponimento di non giuocare mai più.

Nella ingenua purezza della sua coscienza di vent'anni, egli sentiva di quel fatto un rimorso indicibile.

A mattina andò dal tutore e gli spiattellò senza reticenze la sua avventura della sera innanzi.

La fu una scena di inenarrabile delusione per lui, una tempesta di maggio, un finimondo.

Il tutore gli fece una parrucca che non finiva più. Egli era un di quegli uomini che non crederebbero di far il loro dovere se non quando s'accorgono d'avere ben tormentata la loro vittima. Essi hanno nelle vene, io credo, un po' di sangue di Torquemada. Questo modo di educare, essi lo chiamano _saggezza_. E certo se facesse l'effetto di render saggio meriterebbe quel nome; ma siccome non ottengono invece che quello di seccare dovrebbe esser chiamato _seccatura_.

Allo stringer dei nodi il tutore si rifiutò perfino di pagargli quel primo debito di giuoco.

Enrico non sapeva più in che mondo si fosse. Corse a trovare il marchese d'Arco.

Questi ascoltò in silenzio il racconto e le giustificazioni del giovinetto; poi senza dir motto si levò, andò al suo scrigno, ne abbassò l'imposta, tirò fuori un cassettino, ne trasse tre bei biglietti da lire mille e li porse al giovinetto dicendogli questa sola frase:

--Ma cerca di non giuocare mai più se ti è possibile!

Enrico da quel tratto restò assai più confuso che non lo fosse stato prima dalla lavata di capo e dalle smanie esagerate del suo tutore.

--Oh, marchese, come è buono lei!--sclamò il giovine buttandosi al collo del vecchio e baciandolo sulle labbra.

--Mi prometti sul tuo onore che non giuocherai più? ripigliò sorridendo di gioia e dopo un certo silenzio il marchese.

--Sì, glielo prometto in parola d'onore e colla sicurezza di mantenere la mia promessa.

--Tu devi sapere Enrico, che a' miei tempi ho giuocato molto anch'io. Allora il giuoco era di _bon ton_, non era proibito, lo si faceva in pubblico. Il governo straniero usava di questo mezzo per demoralizzarci, per distoglierci dalle idee di patria e di indipendenza. Vedi dunque che ti parlo con cognizione di causa. Fin d'allora mi capitava sempre, che perdendo, io pagava puntualmente entro le ventiquattr'ore il mio debito; ma se vincevo pochi lo pagavano a me.

--Possibile?