# Nanà a Milano

## Part 2

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--Oh, ch'io lo veda questo mio signor contino, ch'io lo stringa ancora una volta al seno prima di morire.

Il palafreniere, che aveva condotto il padroncino nella camera del conte padre, pose l'indice attraverso le labbra e additando alla balia la stanza dove era entrato Enrico, aveva risposto:

--È là dentro e non vuol essere disturbato. Piange.

--Povero ragazzo!--sclamò la balia con amore.--Starò qui ad aspettarlo.

Così detto si adagiò, trasse di tasca la corona e cominciò a biascicare orazioni.

Ma il palafreniere non le lasciò il tempo di finire il _panem nostrum quotidianum_, che le domandò:

--Voi balia che dovete esser vecchia di casa....

--Altro che vecchia di casa!--interruppe questa.--Io sono nata nel castello dei conti O'Stiary, ed erano già sessantanove anni che ci stavo prima di venir giù a Milano. Io ho allattato il povero conte Guglielmo che è morto or ora; e sono stata la balia secca del contino Enrico.

--Tanto meglio! Io volevo domandarvi conto di questo signor marchese, che è venuto un'ora fa a a vedere se il contino era arrivato.

--Il marchese d'Arco?

--Sicuro. Mi pare di aver capito ch'egli abbia un grande attacco pel giovinetto che deve arrivare, e m'è passato per la testa, così per dire a dire, che egli fosse stato l'amante della mamma.... Si sa bene!

La balia levò lentamente la testa canuta, con un fiero rimprovero negli occhi:

--Dica, signor Leopoldo; la si ricordi che non è di moda in questa casa il fare dei giudizii temerarii. La contessa Irene era una santa donna e il bene che il signor marchese le voleva era come quello che noi altri cristiani vogliamo alla Madonna.

--Tanto peggio per lui!--rispose cinicamente il palafreniere.

Leopoldo fece entrare la vecchia e don Ignazio stava per interrogarla, quando s'intese il campanello dell'uscio d'ingresso e poco stante comparve sulla soglia dello studio il giovinetto conte.

Vedendo la balia, la quale si era voltata al rumor dell'uscio che s'apriva, Enrico le corse incontro, colle braccia tese e le saltò al collo.

--Oh Teresa, la mia buona Teresa, quanto tempo che non t'ho abbracciata!

Ma poi vedendo il suo tutore, che s'era levato dallo scrittoio e gli si avvicinava colle braccia protese, si staccò dalla balia e andò con premura verso di lui.

--Scusami, caro zio, se il mio primo saluto fu per la Teresa, che mi ha veduto nascere e che mi ha portato tanto in braccio.

La balia si asciugava col lembo del grembiale i luciconi.

--È naturale, caro Enrico--disse il tutore--Guarda che l'hai perfino fatta piangere di consolazione.

--La m'ha scusare--fece la balia, colla voce ancora fra le lagrime--ma non avrei potuto far di meno, e ora posso morire contenta. Avevo tanta paura di morire prima di poterla rivedere.

--Ma ho da sentir di peggio?--disse Enrico alla vecchia.--Dammi subito del tu come mi hai sempre dato in castello.

--Ah caro lei, adesso è impossibile signor conte. Adesso lei è un uomo.

--No, no, non importa. Ti comando espressamente di trattarmi ancora come pel passato.

Poi si volse al tutore.

--Ma sicuro che mi sei diventato un uomo!--sclamò questi,--tu mi mangi la torta in capo ora. Bravo, bravo! Bene bene! E dimmi un poco. Hai già vedute le mie donne?

--No,--rispose Enrico,--non mi ero ancora mosso dalla camera del povero babbo.

--Sono andate a messa,--disse la balia.--La signorina Elisa non vede l'ora di vederla,--aggiunse ella sottovoce, mentre il notaio s'era voltato.

--A proposito,--ripigliò questi--tu l'avrai già sentita la santa messa?

--La messa? Ma no, a dirti la verità. Sono arrivato di buon mattino, ho viaggiato tutta notte... non saprei neanche dove avrei potuto averla sentita.

--Bene, bene, per questa volta...! Oh, dimmi un poco, tu forse non avrai con te altri abiti che questi che hai indosso, non è vero? In ogni modo ti abbisogna un vestito di lutto.

--Sicuro! Quando il colonnello mi disse che il babbo era moribondo e mi lasciò partire, fu tale la mia fretta che non ho neppure fatta la valigia della biancheria. Ora bisognerà provvedere subito a tutto, altrimenti non potrei uscir di casa.

--Leopoldo,--disse il tutore al palafreniere,--andate ad avvisare il mio sarto che venga qui subito.

--Il suo sarto?--domandò Leopoldo con ironia.--Il portinaio di casa...?

--Ma sì, ma sì, il mio sarto,--replicò don Ignazio,--ci vuol tanto? Andate.

Poi, rivolgendosi all'Enrico continuava:

--Non è certamente uno dei primi sarti di Milano, ma è bravino e mi è tanto raccomandato dal preposto della parrocchia. E poi, è tanto discreto nei prezzi. Vedi quest'abito?--Così dicendo voltava al contino le spalle per mostrargli una palandra, verdolina sgualcita sui gomiti, che gli faceva delle pieghe da tutte le parti.--Mi sta abbastanza bene, n'è vero? Ebbene, indovina un po' quanto me lo ha messo fuori, compreso stoffa, fodere, bottoni, guarnizioni, spedizioni, tutto insomma?

Enrico conosceva a un dipresso l'umore di suo zio e non fu sorpreso da quella domanda. Si die' a ridere; però rispose:

--Caro il mio zio, non me ne intendo davvero,

--Ma perchè ridi? Sono cose molto più serie di quello che tu imagini. Me lo ha fatto pagare ventinove franchi. E nota che l'ho già fatto voltare e rivoltare.

Enrico era un po' sulle spine. Tutta questa roba gretta, spilorcia, sordida gli faceva provare una specie di angoscia nervosa. S'intese il campanello.

--Saranno le mie donne,--disse il notaio.--Vedrai, vedrai anche la mia Elisa che hai lasciata colle vesti al ginocchio, come si è fatta grande e donna.

Enrico arrossì. Il nome di Elisa gli aveva dato un tuffo nel sangue.

Erano infatti la signora Eugenia Martelli e la Elisa che tornavano dalla messa.

* * * * *

Enrico ed Elisa, primi cugini per parte della madre, erano cresciuti insieme e si erano anche picchiati qualche garontolino giuocando a moscacieca nelle anticamere dell'avito palazzo. Enrico quasi non la riconosceva più, tanto s'era fatta grande, bella e vistosa uscendo dall'età ingrata.

I saluti, le condoglianze, le frasi scambiate fra di loro son tutte cose che il lettore intelligente imagina da sè. Elisa negli occhi, nel sorriso, nel colorito del viso, bello e innocente, mostrava una felicità così sincera e grande, che non c'era da sbagliarsi. Povera fanciulla! Ella s'era avvezzata già da qualche tempo a considerare apertamente il contino come il suo amante, come il suo futuro sposo. Era una cosa quasi convenuta in famiglia. Sua madre e la balia glielo ripetevano spesso. La balia qualche volta, non ridendo, la chiamava contessina. La mente dell'Elisa, per non dir ancora il suo cuore, era piena dell'imagine di Enrico, bello, giovine, conte, simpatico, ricco. Perchè non l'avrebbe essa desiderato per marito?

Del resto l'Elisa non ne sapeva nulla più in là!

Dopo una mezz'ora di condoglianze, di domande, di risposte, di progetti, di spiegazioni la signora, Martelli fece all'Enrico l'ambasciata del marchese d'Arco.

--Ci vado subito dal povero vecchio. Mi vuol sempre tanto bene?

--Oh sì,--disse la Elisa,--come tutti, del resto.

La madre diede a sua figlia uno sguardo significante.

Di lì a poco la signora Martelli domandò a suo marito se aveva pensato di invitare l'Enrico a pranzo.

--C'è anche Aldo Rubieri, che desidera di conoscerlo.

--Non faceva però bisogno d'invitarlo,--rispose don Ignazio,--dove vuoi che vada a pranzare oggi se non è con noi?

--Aldo Rubieri, il bravo scultore?--domandò Enrico.

--Lui! Io gli faccio tutti i suoi affari,--rispose il notaio.

--Oh! bravo, bravo, pranziamo insieme--aveva sclamato intanto l'Elisa battendo le palme una contro l'altra.

Ma l'esplosione di gioia erasi troncata di botto perchè ella aveva incontrato di nuovo lo sguardo severo di sua madre.

* * * * *

--Non vuoi proprio dunque imparare a dissimulare un poco i tuoi sentimenti?--le diss'ella quando furono sole.

--Ma che cosa ho fatto poi? Non m'hai detto tu stessa qualche volta che sono destinata ad essere la sua sposa?

--Certo--disse la madre--ma se vuoi che egli prenda molta stima di te, è necessario....

--Ch'io finga di non volergli bene?--interruppe l'Elisa.

--Non dico questo.... Tu sei sempre estrema nelle tue frasi. E poi pensa che c'è tempo. Egli non ha che ventun'anni. Figurati quanti ne devono passare ancora prima ch'egli abbia l'età conveniente per sposarti.

--Ah, non troppo poi!--sclamò l'Elisa con un adorabile atto di sorpresa--io ne ho quasi sedici, sai mamma, e fra quattro anni sarò già vecchia perchè ne avrò venti.

--Oh!--sospirò la madre alzando gli occhi alla soffitta,--esse credono di esser già vecchie a venti anni!

* * * * *

Un lungo colloquio ebbe luogo più tardi fra il marchese d'Arco e il giovine conte, che era andato in quella stessa giornata a cercare di lui.

--Tu sai come ti ha trattato tuo padre?--gli domandò il marchese fissando negli occhi il giovine con molta attenzione.

Enrico piegò leggermente il capo sul petto e rispose:

--Sì.

--E quali sono le tue intenzioni in proposito?--domandò il marchese con una leggerissima emozione nella voce. Tu fra poco in faccia alla legge sarai maggiorenne.

E il suo sguardo nelle pupille di Enrico raddoppiava d'intensità. Era ansioso.

--Io voglio rispettare religiosamente la volontà di mio padre,--rispose il giovane alzando la testa con molta naturalezza.

Il viso pallido del marchese, si illuminò; gli occhi gli si inumidirono. Allungò le braccia e attirò al petto il giovine conte, che non sapeva spiegarsi bene il perchè di tanta tenerezza.

A lui pareva una cosa tanto naturale quella di rispettare l'ultima volontà di suo padre!

"Bisogna dire--pensò fra sè--che la cosa a Milano non sia creduta molto facile."

Anche il tutore il giorno dopo abbordò la questione del testamento.

Don Ignazio, più ancora, del marchese, temeva che l'Enrico si ribellasse alla protratta maggior età e volesse tentare la lite, la quale aveva certamente assai probabilità di essere vinta, ma non la certezza. E s'ingannava!

A lui pure l'Enrico dichiarò quello che il giorno prima aveva risposto al marchese, intendere cioè di rispettare il testamento, quantunque fosse persuaso che legalmente parlando quella clausola non avrebbe avuta una sanzione!

Il cavaliere Martelli era fuori di sè per la gioia.

--Che bravo figliolo! Chi l'avrebbe detto! Che bravo figliolo! Allora discorriamo un poco del tuo avvenire--soggiunse egli col suo miglior sorriso.

Il ribollimento del suo dolore, fece scoppiar l'Enrico in nuovo pianto.

--Via Enrico--disse il tutore tra l'ammirazione e il compatimento--non rammaricarti poi troppo colle tristi memorie. Tuo padre, come pure la tua povera mamma, erano due degne e sante creature che ti stanno guardando di lassù e che ti proteggeranno contro i pericoli della vita.

--Son qua, se lo crede necessario,--disse il giovinetto.

--Hai tu pensato qualche volta a quello che vorrai farne della tua vita?--cominciò a bruciapelo don Ignazio.

--Quello che vorrò farne della mia vita?--ripetè Enrico---ma credo che farò anch'io nè più nè meno di quello che fanno tutti gli altri.

--Gli altri, gli altri!--sclamò il tutore con una smorfia--chi sarebbero secondo te questi altri?

Enrico fu un poco sorpreso di questa specie di interrogatorio, ma dissimulando rispose:

--I miei amici d'infanzia, i giovani della mia età, i miei compagni di collegio... non saprei io... quelli che conoscerò in società... per esempio, mio cugino Lorenzo e Gigi Prato e Ferdinando Sappia che sono maggiori di me, ma che mi volevano tanto bene, e Alfonso Sant'Albano, che veniva sempre a trovarmi, con la sua mamma e con cui giuocavo... ti ricordi zio? precisamente in questo salotto, prima di andar in collegio....

--Ascolta, caro il mio figliolo; questo già non è il momento di farti un predicozzo sui cattivi compagni, però....

--Come!--interruppe Enrico--mio cugino Lorenzo e Gigi Prato e Santalbano sarebbero cattivi compagni?

--Non dico questo... non faccio il nome a nessuno io... parlo in generale. Ti basti di sapere che acqua torbida non fa bel specchio. Qui a Milano ci sono dei giovani, così detti del buon genere, che buttano via il tempo, la salute e i quattrini in cavalli, in cene, in ball... in baldorie, in frascherie insomma, e che so io.

--Io non ho davvero queste intenzioni--disse Enrico seriamente.--In collegio mi hanno insegnato che cosa si deve fare per diventare un uomo che possa far onore al proprio paese.

--Tu mi consoli, caro Enrico--sclamò con giubilo don Ignazio.--Mi piace sentirti a parlare così dei Barnabiti!

Enrico sorrise.

--Dunque siamo intesi. Ora veniamo alla morale. Tu già non avrai più nessun danaro di quello che ti ho spedito per fare il viaggio.

--Non solo non ne ho più di quello, ma siccome, fatto il conto all'ingrosso, quello che tu mi hai mandato non sarebbe stato sufficiente per venire fino a Milano....

--Come! come! Ti sbagli,

--Io non volevo farmi vedere a piangere e ho preso un cuppè tutto per me, caro zio. Tu mi hai mandato il denaro misurato per viaggiare nei secondi posti.

--Io viaggio sempre nei secondi.

--Io no; sempre nei primi. Mi feci dunque prestare duecento franchi da un compagno a cui bisogna li rimandi subito.

--Cominciamo male!--disse il tutore grattandosi in capo.--Dunque non hai più neppur un centesimo?

--Ma no, caro zio; l'ultima lira l'ho data al facchino, che portò le mie valigie sul legno, tanto è vero che il cocchiere l'ha pagato la portinaia a cui debbo un altro paio di franchi.

--Ma caro Enrico, dovevi sapere che non si dà un franco al facchino della stazione.

--Non avevo altro. Non potevo farmi dar indietro il resto in spiccioli.

--Io ai facchini do sempre dieci centesimi e sono contentoni.

--Sarà benissimo.

--E poi che necessità di prendere un legno? C'è l'omnibus della stazione, che passa qui davanti alla porta.

Enrico cominciava sul serio a inquietarsi.

--Ti dicevo dunque--continuava il tutore--che per metterti nella società che conviene al tuo rango e alla tua educazione ci vuole un po' di denaro in tasca.

--Lo credo io!

--Però, tu non devi aver bisogno di molto. Qui hai il tuo bell'appartamento di sei camere. Hai la balia per la guardaroba e il palafreniere come cameriere e per la scuderia. Colazione, pranzo e vestiario tutto pagato. È un lusso asiatico. Veniamo dunque al concreto e fissiamo questa benedetta cifra dei minuti piaceri, che è lo scoglio più difficile da sorpassare coi pupilli. Quanto ti pare che ti dovrà abbisognare per le tue spese fuori di casa?

--Caro zio, ti ripeto che non ne so nulla. Potrei dirti troppo, potrei dirti troppo poco. Mi fido nella tua esperienza.

--Io sapevo che tu eri un bravo figliolo--sclamò il tutore tutto contento--noi andremo perfettamente d'accordo. Ebbene io avrei pensato che duemila franchi ti dovrebbero bastare....

--Ma anche di troppo!--sclamò ingenuamente Enrico battendo palma a palma.--Duemila franchi al mese sono un assegno principesco!

--Oh, Oh! Bagatelle! Come corri! Io m'intendevo dire duemila franchi all'anno.

--Ah!--sclamò il giovine mortificato--allora mi sembrano ben pochi!

--Perchè, diciamola qui fra noi; a che cosa ti devono servire questi benedetti denari fuori di casa? Ad essere buttati via in cose inutili, in cose da nulla, in sciocchezze, in frascherie. Un qualche capiler al caffè, quando tu voglia leggere i giornali, una qualche corsa in omnibus....

--Una qualche scampagnata cogli amici....

--Ah! le scampagnate, mio caro, costano troppo. E poi, adesso vedi, è diventato quasi inutile l'andar in campagna. Abbiamo il nostro bel giardino pubblico. Io ci vado spesso e talvolta mi par proprio di essere in Svizzera sulle Alpi.

--Oh, diamine! Ma, e il teatro?

--Se vorrai andar a teatro ti procurerò i biglietti pel Filodrammatico. Tutti i venerdì ci va anche mia moglie coll'Elisa.

--Sì? coll'Elisa?--disse vivamente Enrico.--Volontieri ne approfitterò.

--Io credo dunque che con duemila franchi all'anno, che sono per così dire sei franchi al giorno, tu potrai fare una bella figura in società e forse anche qualche risparmio.

--Risparmio!--sclamò il giovine--perchè dovrei fare dei risparmi? Mi fu detto che io potrò disporre di circa ventimila franchi all'anno. Mi pare che tu zio ci pensi ora già abbastanza a fare per me dei risparmi. Duemila all'anno mi paiono pochi davvero!

--Bene, facciamo cifra tonda: duecento franchi al mese--disse il tutore mordendosi le labbra.--Del resto, come dico, in casa troverai tutto ciò che ti sarà veramente necessario.

--Basta così--disse Enrico che cominciava oltre al resto ad annoiarsi fieramente di quel dialogo.

--E di cavalli ne sono rimasti in stalla?--domandò egli dopo breve pausa.

--Oh, no--rispose il tutore--l'Elisa e mia moglie avrebbero ben voluto che li tenessi, ma io ho pensato che sarebbero rimasti in scuderia a mangiar fieno e biada a tradimento.

--Il poney almeno m'avresti fatto proprio un gran regalo a conservarmelo, caro zio!

--Ma sei un benedetto ragazzo--rispose il tutore--non capisci che il poney, come dici tu, è stato quello che mi ha compensato delle perdite che ho dovuto fare sulle quattro rozze da tiro.

--Lo credo bene!

--Ieri sono stato io stesso a vederne uno che par fatto apposta per te.

--Tu zio, sei stato a veder un cavallo per me?--disse Enrico ridendo.

--Sì, perchè?

--È bello?

--Sì, è bellino, ma quello che più importa si è che costa poco. Sono quasi certo di portarglielo via per un tozzo di pane.

--A chi di grazia?

--Ad un mio amico, che è uno dei primi sensali di zucchero e di cacao di Milano. E nota che è a doppio uso.

--Chi, il sensale?

--No, il cavallo. Egli lo monta e lo attacca alla carrettella.

--Mi pare che sarà un po' difficile che lo possa montar io.

--Ma perchè? Il mio amico lo montava tutti i dopo pranzo sul bastione, e bisognava vedere che brio. Adesso, povero diavolo, deve come aver sofferto delle disgrazie nel cacao, e gli tocca di vendere il cavallo per pagare i debiti.

--Ma è impossibile!

--Si può sapere il perchè?

--Caro zio, un cavallo che costa un tozzo di pane o è una gran rozza di figura, oppure è tanto vizioso, che mi farà rompere l'osso del collo in meno di quella.

--Tutt'altro invece. Vedi come sbagli--sclamò il tutore credendo aver trovata una gran ragione in contrario.--Quel mio amico non si è mai rotto l'osso del collo, quantunque siano già diciotto o vent'anni che lo monta.

Enrico scoppiò in una grande risata. Il tutore capì d'aver detta senz'accorgersi una minchioneria.

--Venti, e tre di puledro, ventitre per lo meno. Tu dunque zio vorresti darmi il cavallo dell'Apocalisse? Sarebbe più vecchio di me. Se lo montassi mancherei di rispetto al Luogo Pio Trivulzio!

--Bene, bene insomma, al cavallo ci penseremo più tardi,--disse don Ignazio levandosi--Oggi siamo intesi; aspettami qui che ti porterò la prima quindicina dei minuti piaceri.

--Cento franchi?

--Cento franchi.

--Basta! Io penso poi che se non mi basteranno tu zio non vorrai mostrarti crudele verso di me.

--Crudele no, mio caro Enrico, ma neppur troppo corrente. Ricordati che c'è un limite a tutto e che il mio dovere di tutore e di esecutore testamentario è quello, non solo di conservarti intatta la sostanza, che tuo padre morendo ha affidata alle mie cure, ma anche di aumentarla; perchè devi pensare che, per uscire dalla minorità fissata da tuo padre nel testamento, ti mancano ancora quasi quattro anni.

Con tale considerazione era terminato fra tutore e pupillo questo memorabile dialogo, il quale doveva essere, per così dire, la pietra fondamentale d'un edificio destinato a crollare e a cadere a terra in meno appunto di quattro anni.

* * * * *

Enrico O'Stiary s'era dato a fantasticare anche lui sul proprio avvenire, e, cosa non molto strana nella sua posizione, s'era sentito invaso, insieme a un certo desiderio di gloria artistica, giacchè egli adorava, la pittura, da una grande voglia di spendere, di brillare, di far la bella vita. L'avvenire? L'avvenire, pensava lui, come quello della maggior parte dei mortali, che non hanno una meta fissa e sicura o che non possedono la forza d'animo che serve a raggiungerla, è in balìa della fortuna; poteva dipendere dalla prima donna che avesse incontrata sul suo cammino, dalla prima amicizia che avesse stretta al club, dal primo avvenimento che gli fosse capitato sulle spalle.

Il tutore dal canto suo non aveva già fatto, senza saperlo, il primo passo per riuscire alla di lui più deplorabile rovina finanziaria?

Negandogli i mezzi di vivere dignitosamente nella società del suo rango, obbligandolo a far sicuramente dei debiti, fissandogli nella sua gretta ignoranza del mondo, i duecento franchi al mese, non gli apriva forse dal bel principio la strada al disastro?

Qualche volta c'è da pensare volentieri che i Turchi non abbiano così gran torto di credere nel destino! La nostra sorte, la nostra felicità, la nostra vita pur anche, non è forse continuamente in balìa del caso? Se il tal dei tali fosse uscito dalla sua porta il tal giorno, del tale anno, soltanto cinque minuti più tardi, avrebbe forse incontrata alla svolta della via quella straniera, che lo colpì di botto, che si fermò a Milano per lui, ch'egli amò come un pazzo, che lo rovinò miseramente e che lo spinse al suicidio? Se quell'altro tal dei tali, invece di tirar dritto per un'altra via avesse dato ascolto all'amico, che lo pregava di svoltare con lui a sinistra e di accompagnarlo a casa, avrebbe forse trovato quei malandrini che lo accopparono quella famosa notte per rubargli il portafogli e l'orologio? E suo figlio, non orfano, sarebbe certo cresciuto un galantuomo, mentre oggi sta a Procida condannato a vent'anni di lavori forzati!

Il primo amico in cui s'imbattè il conte Enrico O'Stiary, lo stesso giorno del suo arrivo a Milano, fu il Marchesino Ferdinando Sappia, che venne a cercarlo in casa.

--Finalmente! Sai tu che sono ormai più di tre anni che non ci vediamo?--sclamò il Sappia contento di riabbracciare il suo giovine amico d'infanzia.

--Come ti vedo volentieri,--disse a sua volta Enrico con uguale espansione.

Qui il Sappia, vedendo che Enrico era ancora mezzo vestito da garibaldino, gli domandò se non pensava a mutar d'abito e a uscir di casa.

--Certamente,--rispose Enrico,--sto aspettando che il sarto mi rechi il vestito nero.

--E chi è mai di grazia il tuo sarto?--domandò il marchese, mentre arrovesciava indietro sull'omero con ineffabile garbo la rivolta del suo soprabito da mattino.

--A dirti il vero non lo so bene ancora; ma credo non debba essere gran cosa perchè mi pare di aver udito, non ridere! che sia un portinaio.

--Un portinaio!--sclamò il Sappia, balzando in piedi come preso da vero spavento.--Tu conte O'Stiary, discendente...

--Bene lascia stare la genealogia!...

--Vestito da un sarto portinaio come un diurnista del Municipio? Ma è un tradimento, un disonore, un abbominio!

--Che importa? Tu sai che io sono un artista! Io non faccio conto di andar attilato come te.

--Prandoni mio caro,--gridò il Sappia, continuando colla intonazione semienfatica con cui aveva incominciato.--Fuori di questo non c'è salute.

Il Sappia era un di que' giovani, che quando parlano non ascoltano che sè stessi, e non rispondono mai direttamente all'interlocutore. Per essi l'obiezione, l'affermazione e la negazione di quegli con cui stanno a colloquio non esistono. Si capisce che essi non spezzano mai nella mente il filo delle proprie idee; talchè la parte abbondantissima che essi mettono nel dialogo finisce coll'essere un lungo soliloquio, nel quale non trova posto neppur l'ombra del sentimento altrui.

--Che vuoi caro Nando--disse Enrico appena potè avere la parola--sono arrivato oggi stesso dopo essere stato per molti anni nei padri barnabiti e per molti mesi volontario in guerra. Sono ignorante come un pilastro di queste cose. Da quest'oggi, se vuoi, io mi metto sotto la tua direzione. Comincerò col licenziare il sarto portinaio.

--Il tuo tutore--ripigliò il Sappia--sarà un bravissimo, notaio, ma non può avere pratica di mondo. Guai a te se io non arrivavo da Parigi.

--Ah sei stato a Parigi?

