Nanà a Milano

Part 18

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--Bravo, bravo!--sclamò don Ignazio entrando nel salotto e mettendosi a sedere.--Oh, giacchè siamo soli, parliamo dunque un poco seriamente dei nostri affari. Il suo amico che mi fece l'onore di domandarmi in di lei nome la mano della mia Elisa, le avrà portata la mia risposta.

--Ed io sono venuto incoraggiato appunto da quella risposta--disse Rubieri.

--Lei può imaginarsi se io non sarei felice. Ma le dirò la verità, noi non abbiamo ancora avuto occasione di parlarne alla Elisa.

--È naturale! L'amico mi portò la lieta notizia soltanto ieri mattina, ed io due ore dopo partivo da Milano.

--Mi ascolti, caro Rubieri--disse il notaio invitando lo scultore a seder dinanzi a sè.--Lei sa che da qualche tempo io vagheggio l'idea di ottenere dalla Giunta municipale quella tal concessione di cui le ho parlato e che deve far più ricca d'assai mia figlia che lei mi fa l'onore di chiedermi in isposa. Mia figlia è unica, e naturalmente... Lei è assessore e mi dicono che può tutto presso il conte sindaco.

--Oh questo è una esagerazione--sclamò Rubieri.

--Sì sì, m'hanno assicurato che il sindaco la stima assai, e fa tutto quello che lei gli suggerisce.

--Non negherò che il conte sindaco abbia una certa deferenza per me--rispose Aldo--ma da questa al far tutto ciò che io desidero ci corre. E poi c'è il Consiglio.

--Ma lei appartiene alla maggioranza....

--Questo è vero! Se il sindaco vuole, del Consiglio ce ne infischiamo.

--Dunque una mano lava l'altra. Io le do mia figlia e lei mi fa ottenere la concessione.

--Mi spiacerebbe che la signorina Elisa sapesse che....

--La Elisa non deve saper nulla delle nostre faccende--disse il padre.--Siamo intesi?

--Ma dal canto mio--rispose Aldo--lei può imaginarsi se non mi metterò colle mani e coi piedi perchè questa concessione le sia data... se non che....

--Non è certo di ottenerla?

--Come lei, caro don Ignazio, non è certo di ottenere il consenso di sua figlia.

--Eh l'otterremo, non la dubiti, l'otterremo--sclamò il notaio scotendo il capo con un sorriso fra il malizioso e il soddisfatto.--La Elisa è una testolina sì, che ha le sue idee, non dico, ma che non mi ha mai disobbedito finora; e credo non vorrà cominciare dal momento che io le proporrò un giovinotto come lei, un uomo celebre, assessore municipale....

--Basta basta, don Ignazio, non la mi faccia arrossire ora. Piuttosto le dirò..., caro cavaliere... le esporrò un mio dubbio..., ch'ella potrà distruggere o avvalorare secondo la verità. Io, come lei può ben pensare, non vorrei per tutto l'oro del mondo ottenere da sua figlia un consenso che potesse per avventura essere un po' forzato. Io non sono in confidenza colla signorina Elisa e non so come ella stia di cuore. So però, come tutti gli amici di casa, ch'ella ebbe sempre una grande inclinazione per il suo compagno d'infanzia....

--Vedo dove ella tende--disse don Ignazio--e le risponderò francamente. La Elisa infatti aveva un certo attaccamento per il conte Enrico, mio pupillo, ed io e mia moglie certamente saremmo stati felici di vederla diventare contessa, se quel balordo di un giovinotto non avesse distrutto, colla sua condotta impossibile, ogni nostra speranza.

--Sta bene--riprese il Rubieri--e non sarò io certo che mi lamenterò di questo fatto. Soltanto che... lei sa bene... le fanciulle talvolta amano più gli scavezzacolli che i giovani ordinati e prudenti.

--Oh io spero poi che la mia Elisa sia ormai persuasa che io non le darei giammai il consenso di sposare il conte.

--Lo credo--disse Rubieri--ma ciò non mi dice ancora ch'essa non ne sia sempre innamorata.

Il padre a questa uscita di Rubieri stette muto, ma col capo alzato, collo sguardo fisso e col labbro infuori, pareva chiaramente dicesse:

"Chi va mai a sapere ciò che si cela nel cuore di una fanciulla? Questo toccherà a lei!"

--Certo che--riprese Aldo--quando la signorina Elisa saprà quello che è accaduto ieri sera del nostro Enrico...

--Che cos'è accaduto?

--Vedo che lei non sa nulla... e da un lato mi dispiace di dover essere proprio io il uuncio di nuova disgrazia.

--Cosa diamine gli è capitato? Forse ha perduto qualche altra somma al giuoco?

--Peggio.

--Peggio di perdere al giuoco?--domandò con sorpresa don Ignazio--La dica, la dica.

--È partito da Milano con quella sua...

--Ah quella donnaccia francese... forse... la di lei modella?

--Precisamente.

Don Ignazio si gettò sul cordone di un campanello e al servo che comparve sulla soglia dell'uscio disse:

--La signora è levata?

--Donna Eugenia... sissignore.

--Ditele che venga giù subito, che c'è qui il signor Rubieri.

Poi voltosi a questi:

--Ella è ben certa che sia proprio partito con lei?

--Certissimo.

--Essa ha nome Nanà, n'è vero?

--Nanà appunto.

--Ah, che testa, che testa!--gridò don Ignazio giungendo le mani in atto di maraviglia.--Ma già fu sempre uno scapestrato! Si poteva aspettar da lui questo e altro.

Donna Eugenia comparve, e le fu raccontata la cosa.

Ella se ne mostrò altrettanto addolorata quanto suo marito pareva ne giubilasse.

--Ormai--sclamò egli--spero bene che la ragazza sarà persuasa e convinta, e non avrà più ragione da opporci. Tocca a te ora, cara Eugenia, a informarla.

La signora Eugenia protestò che non ne aveva il coraggio.

Ella avrebbe passato il lago a nuoto più volentieri che dar all'Elisa quel brutto colpo.

Povera donna come sei ammiranda nel tuo materno imbarazzo!

Ella si era prestata spesso a far quello che suo marito le raccomandava di fare, cioè dissuadere la fanciulla dal voler bene all'Enrico.

La Elisa dal canto suo non aveva mai aperto a sua madre l'animo proprio ferito nel vedersi trascurata dal suo giovine amante.

Regnava tra madre e figlia una specie di delicatezza, una suggezione riguardosa su questo argomento. Entrambe temevano di farsi reciprocamente un dispiacere, e ne tacevano.

"Oh, non c'è argomento--pensava la madre--che valga a distruggere l'impero di dieci anni di sogni e d'illusioni d'amore."

Ma volere o non volere bisognava spiegarsi. Bisognava aprir gli occhi alla innocente creatura e raccontarle finalmente la fuga di quell'ingrato.

* * * * *

--Ascolta Elisa...--incominciò--io capisco che tu pensi ancora... Ed io t'avrei a dire una cosa molto seria quest'oggi. Ti imagini tu, cara, di che cosa io ti voglia... dire?

--Me lo imagino--rispose la fanciulla con un sorriso tra la speranza e la malinconia.

--Dimmelo allora.

--Io spero che tu mi voglia parlare di Enrico.

La signora Martelli attirò sua figlia al seno e la baciò passionatamente.

--Oh, perchè piangi?--sclamò Elisa vedendo i lucciconi negli occhi di sua madre.

--Ascolta Elisa. Se tu dovessi persuaderti che il conte O'Stiary non è degno di te?

--Tu me lo hai fatto capire altre volte--disse la fanciulla--ma io non voglio crederlo ancora. Egli è pieno di cuore e di onore. Che cos'avrebbe fatto per non essere più degno di me?

--S'egli ti avesse miseramente ingannata, dicendoti che ti amava, mentre....

La Elisa si rizzò in piedi come se una molla potente l'avesse sospinta in alto, e portò istintivamente le due mani sui polsi.

--Mamma, per carità!

--Lo dicevo io--sclamò sua madre spaventata.--No, anima mia, non far così. Elisa... chissà che non sia una calunnia... quetati.

La fanciulla si era rimessa tosto.

--Ah!--disse con un gran sospiro--non è dunque una cosa certa? E difatti è impossibile! Io sento che egli non ama che me. Ne sono sicura. Io lo so ch'egli ha conosciuto un'altra donna. So tutto... ma!

"Oh molte altre donne" pensò fra sè la madre.

--Ma egli non ci ha voluto bene a quella... Me lo confessò lui stesso. Fu una sorpresa, un capriccio, che so io?

La signora Eugenia ascoltava sua figlia con una specie di sgomento. Essa non aveva calcolato la portata del colpo che era obbligata di darle. Essa non credeva che sua figlia fosse capace di tanto affetto.

--Ma--ricominciò la povera donna--se invece ci fosse in lui qualche cosa di molto serio? Se egli ti dovesse dare la prova certa del suo tradimento?

--La prova?--sclamò la Elisa sorpresa. Quale prova? Che cosa ha fatto? Oh, finchè egli stesso non me lo dica colla sua bocca, che ha cessato di volermi bene a me sola, io non crederò a nessuno.

--E s'egli non potesse più dirtelo?

--Oh mamma!--gridò la Elisa sopraffatta da queste strane parole.--Perchè? Che cosa gli è accaduto? Per pietà mamma.

--No, non spaventarti così, cuor mio! Oh Elisa la mia Elisa, sia buona, non far soffrire in questo modo la tua povera mamma... sia ragionevole.

--Ma sei tu mamma che mi fai soffrir me!--disse la fanciulla.--Oh parla, ti scongiuro.

--Credi tu che se non fosse necessario io non t'avrei risparmiato questo dolore?

--Ebbene, parla mamma, ti ascolto; vedi, sono ragionevole, parla, sono buona....

E fu allora che la madre le narrò la fuga scandalosa di Enrico con Nanà.

* * * * *

Elisa che stava in piedi si sedette, pallida molto. A sua madre che la fissava ansiosamente, sembrava di vederla come a trasformarsi. Non una esclamazione, non un lamento, non una lagrima.

--Quando successe questo?--domandò la fanciulla con voce ferma.

--Ieri l'altro. Fu Rubieri stesso che venne a dircelo.

--È cosa certa? Rubieri non potrebbe essersi ingannato?

--Ah, pur troppo no; diede tutti i particolari.

E la madre baciò con passione la Elisa.

Allora la povera fanciulla fu presa dall'accoramento; il gruppo del dolore si sciolse, e scoppiò in lagrime.

--Oh mamma, bisogna che tu mi guidi, se no non so che cosa accadrà di me--diceva la povera fanciulla singhiozzando.

Così dicendo, ella stringeva convulsivamente le mani di donna Eugenia e le portava alle labbra per baciarle, come un bimbo che domanda scusa.

--Io lo amo mamma, io lo amo il mio Enrico. Mi pareva che egli fosse così sincero. Io non vivevo che per lui!

--Elisa, fatti animo--le disse donna Eugenia--bisogna che tu impieghi ogni mezzo per dimenticarlo. Tu sei troppo esaltata, figlia mia. Oh, credi tu forse che io non ti comprenda? Credi tu forse che anch'io....

Si arrestò. Un'emozione profonda scuoteva suo malgrado quell'anima, che pareva a tutti impassibile e fredda. Un segreto di amore stava per cader dalle labbra della matrona; erano forse più di vent'anni che il suo cuore si era chiuso alla idea d'amare un'altra creatura che non fosse la sua Elisa; il dolore di sua figlia aveva risvegliato nel suo cuore la lontana rimembranza. Una tempesta assai terribile doveva avere durato quel cuore, che da tanto tempo scordava di avere sofferto, se la nuova passione di sua figlia vi aveva saputo ridestare tanto eco di dolore e di compianto.

La madre accolse la sua creatura nel braccio destro; colla mano sinistra le fece appoggiare la testolina sul proprio seno. E le sue lagrime di madre cadevano sulla bionda testolina di quel suo angelo sconsolato, e il dolore di entrambe, pur tanto diverso, si confondeva là su quel seno in un solo dolore.

XIV.

L'anima appassionata ha le sue rivoluzioni come la storia dei popoli. Lo spirito sotto l'aculeo dei tormenti morali si trasforma a poco a poco, accogliendo consigli e propositi dianzi sconosciuti.

Elisa all'annuncio della partenza di Enrico con Nanà, sentì d'essere stata scossa nel più profondo di tutte le sue convinzioni. Ogni sentimento ne fu stravolto. L'amore così confidente e puro, la speranza che le freddezze di Enrico fossero passaggere, quella stessa sua verginale indifferenza intorno al motivo sensuale, che allontanava da lei il suo giovine amante, e la stima immensa che essa gli conservava pur sempre, malgrado tutto, furono rovinati in un punto solo nel di lei cuore. Non le restava più dubbio. Enrico le aveva mentito.

Come fosse violento lo strazio della povera fanciulla, che pure, per istinto di orgoglio e per delicatezza verso sua madre, lo comprimeva dentro di sè, sarà chiaro a coloro che avranno capito bene quale fosse il carattere di Elisa. Forse ad altri parrebbe esagerazione. Essa non aveva neppure come le anime credenti un rifugio al dolore nella preghiera. Enrico le aveva insegnato che la preghiera verso lassù è un non senso, perchè nessuno nel cielo imaginario dei credenti può star ad ascoltare le querimonie degli afflitti, ed essa gli aveva creduto. La poverina sentiva dentro di sè qualche cosa che moriva. Essa comprendeva che forse, ancorchè Enrico fosse tornato a lei subito, non lo avrebbe più amato come prima, non gli avrebbe più creduto, non si sarebbe più, come moglie, data a lui con trasporto.

Elisa non aveva precisamente le nozioni, che danno lo schifo alle donne sapute, che sdegnano di accogliere un uomo che esce colle labbra roride dei baci d'altra donna. Ma capiva quasi per intuizione questo vero, e si disperava di sentire in cuore che il suo amore, così bello, era stato spezzato forse per sempre. Nondimeno, di quando in quando, in Elisa ardeva una fiamma intensa di sentimento, che si esaltava e che si ostinava a non voler credere il suo Enrico un traditore. La sua voce era tanto sincera quand'egli le aveva detto di amarla lei sola! Ella non l'odiava ancora. Essa voleva riudire le sue espressioni, avere da lui una spiegazione di quella sua mancanza di fede, essere da lui convinta che aveva mutato. E allora si sarebbe decisa sulla propria sorte.

Verso la metà d'ottobre, la famiglia Martelli ritornò a Milano. Di Enrico nessuna notizia.

Un giovedì, nel salotto stavano radunate quattro persone; era una brutta giornata, piovosa e buia. La signora Martelli, la Elisa presso al camino, parlavano fra loro sottovoce. Il marchese d'Arco in piedi addossato al focolare colle mani raccolte dietro la schiena, tacendo pensava. Egli era arrivato da poco e non aveva ancora parlato; don Ignazio passeggiava borbottando in su ed in giù.

--Mancherebbe anche questa--sclamò egli a un tratto--che mi facesse aspettare questo brigante d'un sor Marliani.

E diede un'occhiata al pendolo confrontandolo col proprio orologio.

--Tre e mezza--disse--e io gli aveva dato appuntamento alle tre.

--Si potrebbe sapere--domandò il marchese--quale sia il suo progetto, don Ignazio?

--Proporgli la transazione del cinquanta percento.

--Posso mettere anch'io una parola?--soggiunse donna Eugenia.

--Sì, la dica lei--sclamò il marchese--che sono certo non potrà essere che per bene.

--Volevo dire a mio marito che la transazione col... con quell'uomo che verrà tra poco è impossibile.

--Perchè impossibile?--sclamò don Ignazio fermandosi sulle gambe aperte.--Chi lo dice? Io ne ho messi al dovere di quelli peggiori del signor Marliani, io.

--Non parlo di costui--rispose la signora Eugenia con dolcezza--io parlo del tuo pupillo, il quale mi ha dichiarato molte volte di voler pagare i suoi debiti fino all'ultimo centesimo.

--Quand'è che ha dichiarato questo?

--Molte volte.

--Ma è matto da legare--gridava questi.--Egli vorrebbe fare anche quest' ultima castroneria per giunta?

--Caro il mio cavaliere--disse il marchese con quella sua pacatezza aristocratica, che non si smentiva mai.--A me pare che le sue donne abbiano perfettamente ragione.

--Ma va bene! Anche lei adesso, insieme alle donne. Tutti addosso a me. La casa abbrucia, diamoci il fuoco. C'è da perderne la testa!

--Andiamo, andiamo--osservò il marchese ridendo non la si riscaldi per così poco.

--È vero o non è vero, che queste cambiali furono da lui firmate, mentre non aveva ancora il diritto di firmarle, secondo il testamento di suo padre?

--E così?--domandò il marchese.

--Come, e così? Vuol dire che la sua firma vale quanto quella d'un minorenne o d'un interdetto, che per legge non valgono nulla.

--Ma che c'entra qui la legge, caro cavaliere? Dall'avere ventitre anni e trecentosessantaquattro giorni, all'averne ventitre e trecentosessantacinque, che è come a dire ventiquattro, non scorre che un giorno, anzi, che dico, un'ora, un minuto. E vorrebbe lei che un uomo d'onore credesse di non essere un minuto prima quello che la legge gli concede di essere un minuto dopo?

--Oh, caro marchese--ribattè il notaio--le chiacchere son chiacchere e i danari son danari. Io sono un uomo positivo, io. Io guardo in faccia alla legge, alla maestà della legge, e non vado a cercare cinque ruote in un carro.

--La legge, caro cavaliere, è stata fatta per coloro che non ne hanno un'altra assai più bella e più forte a questo posto--rispose con molta nobiltà il marchese, ponendo una mano sulla sinistra del petto.--I galantuomini a Milano e dovunque hanno una legge che vale più di tutti i Codici di questa terra, e più di qualunque timore dell'altro mondo e che si chiama il punto d'onore.

--Sì, il punto d'onore non lo nego è una bella cosa,--disse don Ignazio.--Ma se questi briganti di strozzini si accontentano di pigliar la metà dovremo dar loro il tutto?

--Si accontentano è un modo di dire. Ma la questione non è lì. Non sono gli usurai che devono essere contenti, è l'Enrico.

--Dunque egli dovrà proprio esser rovinato di rami e di radici? Venduto che sia il podere e questa casa all'Enrico non restano più di trenta o quaranta mila lire.

--C'è stato un re di Francia--disse il marchese--che dopo la battaglia di Pavia ebbe a dire: tutto è perduto fuor che l'onore.

--Oh ma l'Enrico non è re di Francia e noi non siamo a Pavia--sclamò il notaio con un certo disprezzo.--Se a Milano si saprà che O'Stiary ha pagato fino all'ultimo centesimo mentre avrebbe potuto farne di meno faranno tutto quanti una figura di cioccolattiere.

* * * * *

Nel frattempo la povera Elisa, restava là presso sua madre immobile, incerta e senza parola.

Quando udì da suo padre il nome del suo Enrico sentì il dolore sgrupparsi nel petto e si mise a lagrimare sommessa.

Sua madre se ne accorse.

--Non far così Elisa--le disse sottovoce--tu finirai coll'ammalarti, cara la mia figliuola, se continui ad accorarti in questo modo.

--Oh, magari mi ammalassi, che almeno non sentirei più nulla, non vedrei più nulla, non mi direbbero più nulla. Io non desidero che di morire.

--Ma che cosa dici Elisa? Non far così dunque, te ne scongiuro.

--Che cosa mi resta a fare a me a questo mondo?

--Oh, ti resta di voler bene a me, che morirei subito se tu mi avessi a mancare. Vorresti tu forse far morire tua madre?

--Oh, no, mamma--rispose la Elisa abbracciandola con affetto.--Ebbene, io mi farò suora.

--Ma che suora?--sclamò don Ignazio che aveva colta a volo la frase di sua figlia.--Ho da sentir di peggio? Non si usa più adesso ad andar monaca. Non troveresti neppur il monastero.

--Oh, non è vero! Mi sono già informata.

--Bella risorsa! Suora di carità! La prima carità comincia da casa sua. Non mancherebbe altro che di dover perdere l'unica figlia per quel bel mobile d'un signor conte.

Il babbo, sbirciava la sua figliuola, come chi sente compassione, e pur non vorrebbe mostrarla.

--Ma chi doveva andar a pensare una cosa simile?--ripigliò--Anch'io dico il vero m'ero lusingato che tu saresti diventata la signora contessa, e che poi colla vostra influenza avrei potuto... basta, castelli in aria!... tutte cose andate a monte.... Ma io lo so di chi è la colpa.

E così dicendo strisciò un'occhiata rapida sul marchese e sua moglie.

--Lo dici forse per me?--domandò questa.

--No, lo dico per me!

--Scusa, ma avresti torto.

--Lo dico per te, lo dico per il marchese, e lo dico perfino per quella vecchia minchiona d'una balia, che andò a prestargli i danari che aveva messi da parte. Tutti quanti contro di me. Pareva fossi io quello che gettava i danari dalla finestra.

Il marchese s'accontentò di sorridere e di crollare il capo.

La signora Eugenia invece non stette zitta:

--No, no, per te non c'è questo pericolo! Io non ti dicevo altro se non che non bisognava lasciarlo andar in mano degli strozzini.

--Brava! Perchè non dici addirittura che sono stato io a metterlo in mano degli strozzini?

--Già è inutile parlare con te--disse come rassegnata la signora Eugenia.--Io dico soltanto che se tu l'avessi preso colle buone quando è venuto la prima volta a contarti quello che gli era capitato, e se tu gli avessi pagati i primi debiti egli avessi...

--Brava, benone! I primi debiti erano debiti di giuoco.--Chi gli ha detto di pagarli?

--Oh ma che dici?

--La legge non li contempla--proseguì il notaio imperterrito.

--Tu sei riuscito perfino a rimproverarlo perchè faceva delle carità--disse la signora Eugenia.

--Sicuro, e me ne vanto! E lui, che crede di essere un liberale, dovrebbe sapere che i suoi filosofi, i suoi progressisti, dicono che la carità fatta in quel modo è una cattiva cosa, perchè fomenta l'ozio che è il padre dei vizi. Non sono io che ha inventata questa dottrina... E poi se il far la carità è una soddisfazione dell'amor proprio che si prova, bisogna saper fare un sagrifizio e privarsene!

Entrò il servo recando una lettera.

Era Aldo Rubieri che annunciava al notaio di aver parlato al sindaco per quella tal concessione, e d'esser pieno di buone speranze. La lettera terminava pregando il padre a volergli dire qualche cosa circa la risoluzione della signorina Elisa a suo riguardo.

"Proviamo un poco" pensò il notaio avvicinandosi alla fanciulla.

E cominciò:

--Senti un poco, Ida. Tu sai che il signor Rubieri, già da qualche tempo aspetta che tu gli dica che non lo rifiuti per sposo.

La Elisa ebbe come un sobbalzo.

--Non te lo dico--continuò suo padre--per forzare la tua volontà; ma siccome egli amerebbe sapere da te qualche cosa in proposito, mi volgo a te.

"Se accettassi?"--pensava intanto la Elisa.--"Ah, Enrico credeva forse di non esserci che lui a questo mondo?"

--Ormai--continuava suo padre--hai avuto tempo abbastanza di pensarci sopra, e questa volta se tu persisti a non volerne sapere sarà certo l'ultima volta che egli rinnoverà la domanda.

"Potrei vendicarmi in questo modo"--continuava nella sua testolina la fanciulla.--"Potrei fargli vedere che ci sono degli altri che mi cercano e che mi amano."

--Che ne dici? Tu sai che sarebbe un eccellente partito.

--Ebbene sì, babbo--disse a un tratto la Elisa balzando in piedi.--Lo accetto.

"È piena di talento!"--pensò il babbo dal canto suo.

La madre invece le susurrava sottovoce:

--Ah, Elisa, non precipitare, pensaci sopra.

--Ecco là!--sclamò stizzosamente il notaio.--Appena a sua figlia viene una buona ispirazione lei fa di tutto per cacciargliela indietro.

--Guarda quello che fai--ripetè donna Eugenia.--Guarda a non pentirti più tardi.

--Oh, mamma, basta che io possa uscire da questa posizione orribile, ti giuro, sono pronta a qualunque sagrificio. Io non voglio che l'Enrico creda che io mi dispero per lui. Ormai l'ho atteso abbastanza.

--Brava! Che fermezza! Tutta suo padre!

--Sarebbe dunque più un puntiglio che altro?--le domandò sua madre.

--Ma lascia fare a lei una buona volta, o benedetta donna!--gridò il padre.

Poi rivoltosi alla Elisa:

--Tu sei disposta?

--Sono decisa.

--Per carità, Ignazio, non precipitare....

--Oh, che donna! Ha più giudizio lei che tu. Si potrebbe desiderare forse un migliore partito? È un artista, è vero, ma che artista! Bell'uomo! Ricco... assessore municipale....

--Va bene; ma non fa bisogno di rispondergli subito.

--Ebbene, faremo così--disse don Ignazio.--Lo inviterò a pranzo e intanto la Elisa avrà tempo di decidersi; e in fin di tavola gli parlerò io, secondo che ella avrà deciso.

--E poi se...?

--Oh Dio, e poi e poi, se la Elisa non vorrà assolutamente lo avremo invitato a pranzo per... pulirgli la bocca...

--No, sono decisa--ripetè la fanciulla.--È necessario ch'io esca da questo stato umiliante.

--Va benissimo--sclamò il padre.--Tu, Eugenia, pensa a mandarlo ad invitare a pranzo.

Entrò in questo il servo ed annunciò il signor Marliani.

--S'è degnato, se Dio vuole!--sclamò don Ignazio.--Fallo entrare lì nel gabinetto e digli che vengo subito.

* * * * *

--Io l'ho mandata a chiamare--disse poi quando l'ebbe raggiunto--per vedere di aggiustarci per le cambiali del mio pupillo il conte O'Stiary.

--Lei è il procuratore della signora Bibiana Martorelli, n'è vero?

--Per servirla.