Nanà a Milano

Part 17

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Vedendola entrare, il giovinetto si strappò di testa la callotta di Bibò, balzò in piedi e mosse incontro alla bella donna, aggrottando le sopracciglia, ma beato in cuor suo.

--Tu sarai sorpreso--disse Nanà--di vedermi qui da te, n'è vero?

--Non ti dissimulo....

--Vengo, prima di tutto, a vedere cosa è successo iera sera con Cantis.

--È pazzo quel fanciullo o l'hai aizzato tu stessa contro di me?

--Perchè vorresti ch'io lo avessi aizzato contro di te?

--Per salvare il tuo amante dalla mia vendetta.

--Ma che amante!--disse Nanà sedendosi.--E dunque com'è finita.

--Gli ho mandati i padrini e li aspetto fra poco.

--Io non voglio che vi battiate.

--Vedremo. Non ti posso dir nulla.

--Io sono venuta a salutarti perchè parto.

--Parti? Per dove?

--Per Vienna.

--Col principe?

--Quale principe?

--Il Kuvasoff.

--Che c'entro io col Kuvasoff.

--Via Nanà, non farmi l'innocentina.

--Io ti dico che non parto col principe.

--Con chi dunque?

--Parto con un banchiere ricchissimo... che ha promesso di sposarmi.

--E il conte O'Stiary.

--Lo pianto qui.

--Davvero?

--Non posso partir con due.

--Poverino!

--Lo compiangi?

--È tanto innamorato. Ma però fai benone.

--Ti pare?

--Benone ti dico. Non avresti potuto continuare un mese con lui.

--Perchè?--domandò Nanà con voce molto indifferente.

--Perchè ormai egli è spiantato... peggio di me.

--Spiantato?

--Spiantatissimo.

--Da quando in qua?--domandò Nanà guardandosi le unghie.

--Dacchè cominciò a far debiti.

--Ha dunque molti debiti quel povero ragazzo?

--Ne ha per circa settecento mila franchi.

--È impossibile! Mi avrebbe mentito allora quando mi parlava del testamento di suo padre.

--Domandalo al marchese Sappia, domandalo a Aldo Rubieri che lo sanno meglio di me.

--Non ha egli ereditato da suo padre più di un milione?

--Cosa c'entra? Un piccolo, un miserabile milione, che egli sciupò in poco più di tre anni.

--Sarà molto dunque se riuscirà a conservare duecento o trecentomila franchi in tutto e per tutto?

--Ma neanche. A poter disporre dell'eredità gli manca ancora un mese a dir molto. Pagati gli interessi e i debiti plateali egli resterà nudo come il giorno che è venuto al mondo.

"Avrei fatto un bell'affare, sposandolo" pensò Nanà in cuor suo.

Ma poi riflettè:

"Non sarà vero nulla! Costui parla per gelosia."

--Bene,--diss'ella--queste cose già a me poco importano. Io non sono venuta da te per questo come puoi imaginarti. Sono venuta da te, portata da un piccolo rimorso a chiederti un servizio.

--Di danaro?--domandò sollecito il Marliani, colla voce in cui si sentiva il disinganno.

Nanà pensò di lasciar credere per poco al Marliani ch'essa volesse chiedergli danaro, per vedere poi accolta con migliore garbo la sua preghiera, quando gli avesse detto che non si trattava punto di chiedergli un prestito.

--Danaro! danaro!--diss'ella--sempre questo maledetto danaro!

E si fermò a guardare Marliani nel bianco degli occhi.

* * * * *

--Ebbene, parla--disse il giovine--in ciò che posso.

Nanà, vedendo le buone disposizioni di Marliani, fu lì lì per chiedergliene subito davvero. Ma poi pensando d'aver qualche cosa di più interessante pel capo, ripigliò ridendo:

--No, non voglio avere ancora danaro da te, se non me lo sarò meritato. Dopo se potrai darmi un paio di mille franchi, mi farai gran piacere. Sappi dunque che io potrò giovarti assai se mi vorrai obbedire... Vedi che in caso tu non mi daresti che la senseria.

--In fondo sei una gran buona fanciulla!--disse Marliani che cominciava a intenerirsi.

--Io non voglio lasciare di me brutta memoria in questa città, che mi è stata tanto gentile e simpatica. Noi forse non ci vedremo mai più; ma ho bisogno di partire col cuore in pace e sono venuta come vedi, a congedarmi. Vuoi tu che ci lasciamo in pace?

--Come si fa a negarti una cosa simile?--sclamò il meneghino, che s'inteneriva sempre più.

--Eppure io so che tu stavi preparando una vendetta.

--Sì..., ti confesserò che io avevo stabilito di scrivere a O'Stiary per metterlo in guardia contro di te e per raccontargli il tuo passato, come del resto, te l'ho minacciato ieri sera.

--Vedi dunque che ho fatto bene a venire da te. Io non so quando partirò, ma nel frattempo tu puoi figurarti quanto io ci tenga che i miei amici non sappiano nulla di brutto sul conto mio. Noi dunque dobbiamo tornare amici, almeno fino alla mia partenza. Poi ci scriveremo... È così bello sapere che si hanno qua e là dei cuori che pensano a noi, che ci vogliono bene. Accetti?

--T'ho già detto, Nanà, t'ho già detto che a te nulla si nega--rispose il giovine che sentiva a sfumar dall'animo dolce ogni risentimento verso quella strega di bellezza.

--Ebbene, ascolta un mio progetto su di te. Dal giorno che ti seppi in cattiva posizione, io ho pensato di far qualche cosa a tuo vantaggio. Vedi che io ho cuore. Avrei trovato il modo di farti qui in Milano una buona posizione.

--Tu?

--L'uomo col quale debbo partire--disse Nanà--tiene qui a Milano moltissimi interessi bancarî e commerciali. Io ho il potere di farti nominare suo rappresentante. Si tratta per te di otto o diecimila franchi di guadagno all'anno.

Marliani stentava a credere alle proprie orecchie. "Possibile che Nanà--Nanà egoista, Nanà spensierata, Nanà prodiga, Nanà alienissima dagli affari,--fosse così buona e così provvida per lui?"

--Tu mi colmi--disse egli prendendo una mano della bella e baciucchiandogliela con passione. Stasera ti porterò i due mila franchi.

Ah, se la Bibò fosse entrata in quel momento!

I baci di Marliani erano espressivi al punto da scrocchiare sulla pelle di Nanà come la frusta d'un postiglione _in grazia divina_.

--Ascolta dunque--ripigliò Nanà ritirando dolcemente le mani da quelle di Marliani.--Io non posso metterti in relazione qui a Milano con lui, perchè egli non vuol essere conosciuto. Ma ti fidi di me?

--Come non fidarmi?

--Vieni a trovarmi dopo pranzo, ma non dopo le otto. Saremo soli e discorreremo. Ti dirò tutto quello che avrò ottenuto per te dal mio nuovo... grande industriale.

--Come ringraziarti?

--Non voglio ringraziamenti; voglio soltanto essere tua amica e star certa che tu non mi vuoi far del male.

Nanà si era levata in piedi e aveva stesa la destra a Marliani per congedarsi.

--Non ne dubitare, angelo mio--disse Marliani ricominciando a imprimere un'altra sonora dose di baci sulla di lei mano.

E fu in questo punto e sulla frase: "non dubitarne, angelo mio" che Bibò fece la sua tacita comparsa dalla fatal porticina di fronte alla scrivania.

Nanà aveva già voltate le spalle a quell'usciolo e non vide Bibò. Soltanto che, udì il Marliani, il quale, tutt'a un tratto, cambiando perfino il tono di voce, soggiungeva:

--Questi baci fatti così, e quella frase "angelo mio" detta da lei in tal modo, sono certo faranno crollare il teatro sotto gli applausi.

Essa si volse indietro come per dirgli: "ma cosa diamine mi vai farneticando ora?" vide Bibò, terribile, colle mani sui fianchi, la faccia scarlatta, le furie nello sguardo capì tutto e non potè a meno che scoppiare in una omerica risata, dicendo a Marliani: addio, addio!

Bibò diè un passo innanzi. Nanà uscì fuori in fretta si cacciò nel suo _brougham_ e disparve ridendo sempre.

Bibò e Fiffo fecero una _lite impiccata_ e tale, che se ne ricordano ancora oggi i casigliani.

Il lettore se la imagini.

* * * * *

--"Uno è a posto!" pensò Nanà. Ora al marchese Sappia. Da lui saprò se è vero che Enrico è rovinato... In tal caso mi attacco definitivamente al principe; lo obbligo a dividersi da sua moglie e vado in Russia con lui.

Il marchese Ferdinando Sappia aveva le sue entrate notturne da Nanà al martedì e al sabbato. Questo fatto urterà i nervi e il senso morale di ogni persona ben nata; urtò anche i miei. Ma ne ha colpa forse il romanziero se certe donne sono proprio così fatte?

Se le adulate, se nascondete _il vero _su di esse, dov'è la morale?

Il Sappia era uno dei tre a cui la cortigiana parigina impartiva i suoi favori--lei credeva in gran segreto,--per soddisfare a' imperiosi bisogni di donna afrodisiaca, e al suo bilancio eternamente in _deficit_, come quello del regno d'Italia; malgrado che a rimpinzarlo ci avessero già pensato in quattro: Marliani, O'Stiary, Sappia e Kuvasoff.

Quanto al principe Kuvasoff, era ammogliato ad una mongola, brutta e gelosa come una gatta in aprile, e teneva un appartamentino per gli appuntamenti con Nanà in una nota via.

* * * * *

Dinanzi alla porta di casa Sappia, Nanà scese dal _brougham_, entrò dal portinaio e lo pregò di avvertire il marchese che una signora aveva urgente bisogno di parlargli.

Il marchese padre e la marchesa madre erano in campagna.

Sappia discese. Essa lo pregò di accompagnarla sin da Rubieri e rientrarono entrambi in carrozza.

--Che cosa c'è di nuovo?

--Io credevo--disse Nanà--che tu fossi un gentiluomo e temo di dovermi disingannare.

--Mi farai piacere a spiegarti.

--Ti avevo pregato di non dire al tuo amico O'Stiary in qual luogo a Parigi tu mi avessi incontrata.

--Ebbene?

--Non è che a me importi del conte O'Stiary o di chiunque altri di questa terra; ma gli è soltanto che mi dispiace di trovar in te un uomo che dice di amarmi e che non ha saputo mantener il segreto.

--Enrico ti ha forse detto di aver saputo di madama Tricon?

--No, ma se lo sa non puoi essere stato che tu a dirglielo.

--Se lo sa non può essere stato che Marliani. Io non potevo dirglielo, neppur volendo, giacchè quando gli parlai di te gli ho inventate cose tali che ora avrei fatto la figura d'un bugiardo e d'un _blagueur_, se avessi dovuto dirgli la verità.

Da questa confessione del Sappia Nanà fu pienamente rassicurata.

--Ebbene ti credo. L'avrà saputo da Marliani. Oh del resto ormai poco m'importa, giacchè devi sapere, mio caro, che io sono obbligata di partire da Milano.

--Tu parti?--sclamò il Sappia leggermente commosso da questa notizia.

--Tu non sai ancora un segreto della mia vita, che ho sempre taciuto a tutti.

--Ed è?

--Io sono maritata.

--Tu?

--E amo mio marito.

--Tu?

--Mio marito mi richiama a sè in Francia e mi perdona il mio passato.

--Dov'è ora questo tuo marito?

--A Parigi.

--E tu fai conto di tornar a Parigi?

--Sì--rispose Nanà mestamente.

--È molto tempo che sei maritata?

--Due anni.

--Dunque quando io ti vidi a Parigi non lo eri ancora?

--No.

--Tuo marito è ricco o povero?

--È povero.

--E tu vuoi tornargli insieme?

--Si. Egli riconosce e addotta il mio Louiset.

--E lo ami?

--Sì.

--E quando partirai?

--Non lo so. Aspetto ch'egli mi telegrafi il giorno.

--E di Enrico, del mio povero conte, che ne fai tu?

--Lo lascio.

--Egli ne morrà.

--Oh non si muore più adesso per queste cose--sclamò Nanà.--Egli sposerà la sua Elisa.

--Ahimè!--disse il Sappia.--Io temo che anche quel suo matrimonio sia andato a monte.

--Perchè?

--Perchè Enrico è rovinato. E tu certo non puoi vantarti di non esserci entrata in buona parte.

--Ma è dunque vero, che è rovinato quel povero Enrico?--sclamò Nanà con voce compassionevole.

E fra sè pensava intanto "Ah il mio _petit crev_ stai fresco ora."

--Non gli resterà tanto da tenersi un cavallo.

--Io non ne ho colpa. Io non gli ho mai chiesto danaro. I regali già non si possono rifiutare.

--Oh del resto--notò il Sappia--ti permetto di non avere rimorsi. Egli era già quasi rovinato prima che tu venissi a Milano.

"Assolutamente--pensò Nanà fra sè--se lo sposassi ora che posso essere certa che egli è rovinato, sarei una gran baggea. Bisognerà pensare ad altro."

--Senti un pò--disse Sappia.--Se io ti accompagnassi a Parigi? Che ne pensi?

--Impossibile.

--Perchè impossibile?

--Perchè mio marito verrà a levarmi di qui.

Il Sappia si strinse nelle spalle. Che cosa gli restava a dirle di più? Egli non era l'uomo da far delle pazzie per Nanà. Anzi ond'essere vero sempre, fino alla feccia, c'è da confessare che tra i pensieri del marchese scattò spontanea e pronta questa frase che fa onore alla di lui saggezza: "Meglio così! Tanti risparmiati!"

La confessione però, di quell'amore per un marito qualunque, gli giungeva così nuova ed eteroclita, che ne dubitò. Si propose di sorvegliare Nanà e di scoprire l'arcano, che doveva covare sotto l'apparente sincerità della _cocotte_.

* * * * *

Erano giunti a casa di Aldo Rubieri.

--A rivederci questa sera--disse Nanà.--A proposito, sai che ieri sera Enrico non è venuto da me?

--Tiene il broncio?

--Sicuro.

* * * * *

Il Sappia tornò col _brougham_ a casa. Nanà trasse di tasca una piccola chiave, fè il giro dietro la casetta di Rubieri e per una porticina seminascosta dietro l'edera entrò nel guardino.

* * * * *

Gignous avrebbe delirato di gioia, vedendolo.

Parlo del giardino di Aldo Rubieri, che Mattia Corvino chiamava con innocente iperbole il _giardino incantato_.

Era vasto. Ma quantunque chiuso fra quattro mura, sembrava sterminato intorno intorno. I muri erano tutti coperti di edera folta, e dinanzi ai muri, stavano piantate tre filari di pini delle Alpi.

Nell'edera, Aldo aveva saputo praticare certi effetti di luce, di chiaroscuri e di sfondi, da farli scambiare fra le macchie più avanzate, per cannocchiali di una foresta folta, che contornasse tutt'all'ingiro il giardino.

Un'illusione ottica maravigliosa.

Certo era quello il più bello e il più fresco giardino di Milano. D'onde mai il Rubieri fosse andato a tirare l'acqua perennemente zampillante dalle tre fontane e formante la vaga cascatella, tra il tufo e i sempreverdi, nessuno lo sapeva, tranne Nanà, la signora Marietta e il Cicerone. Il fatto è che v'era una delizia di frescura e di verde ammirabile.

Nanà aveva dichiarato che ci sarebbe vissuta volentieri tutta la vita. Rubieri aveva accolta quella dichiarazione come un complimento al suo buon gusto e null'altro.

* * * * *

--Sei qui, mia splendida bellezza?--disse Aldo vedendola entrare nello studio.

--Sono qui, e per l'ultima volta. Dopodomani parto--rispose Nanà.

--Dove vai?

--A Napoli.

--A far che?

--A recitare. Sono scritturata a mille franchi al mese.

--Tu?

--Io.

--Ma chi è quell'impresario balordo, che ha il coraggio di darti mille franchi al mese?

--Come siete sempre grossolano con me, caro Aldo!--disse Nanà.

--Ah, tu sai bene che io non faccio complimenti neppur alle donne belle.

Il Rubieri fin dal primo giorno s'era avvezzo a non subire il fascino sensuale di Nanà. Egli considerava la sua modella come una bellissima creazione dal solo punto di vista dell'arte. Tutte le moine e le seduzioni di lei, non erano riuscite a smuoverlo dalla sua sovrana indifferenza.

Egli aveva altro pel capo.

La trattava come un fanciullo, e Nanà sentiva di lui un poco di soggezione. Era tutto il rovescio di quello che accadeva cogli altri adoratori, i quali invece avevano suddizione di lei.

Talvolta Rubieri le parlava seriamente come da padre. Egli amava di comparire ai di lei occhi un uomo serio. Oltre che, era portato a questo dal suo carattere, pensava che parlando in francese di cose serie, egli avrebbe fatto miglior figura.

Pei _calembours_ egli non ci aveva l'incornatura.

Nanà trovava un gusto nuovo a questa, per lei, grandissima novità. Se a Parigi qualcuno le avesse detto una cosa simile, gli avrebbe dato dell'idiota. Ella si sentiva come riabilitata ai propri occhi, finchè stava con Rubieri e ascoltava senza noia il suo Fidia. Spesso, ella si maravigliava d'essere capace di udire senza sbadigli certe tirate, che era avvezza a considerare come solenni pedanterie. Ma il segreto di questa nuova attenzione lo si comprende pensando che ella aveva ormai uno scopo serio nella sua vita.

--Nanà, ascolta--disse Rubieri sedendosi vicino a lei--io ho bisogno di sapere da te se il conte O'Stiary ti accompagnerà a Napoli.

Nanà guardò sorpresa in faccia a Rubieri.

--Perchè mi hai fatta questa domanda?

--Perchè ci ho il mio grande interesse a fartela.

--Si può sapere questo interesse?

--Non c'è nulla che mi vieti di dirtelo. Tu sai che Enrico era promesso sposo della signorina Elisa Martelli.

--Ebbene?

--Da qualche tempo questo matrimonio pericolava assai, perchè Enrico pensava tanto alla bella Elisa come io penso alla regina di Golconda.

--Lo so.

--Ma se tu riesci a condurlo via con te, gli è come dire che andrebbe proprio a monte del tutto e definitivamente.

--Ah, ho capito; e allora tu, n'è vero, ti faresti sotto?

--Perchè no? È una delle più belle fanciulle di Milano.

--Con trecentomila lire di dote.

--Non dico di no.

--E se io ci riuscissi a fare questo colpo, quale sarebbe la mia ricompensa?

--Proponi.

--Ma prima di tutto è necessario che io sappia in quali acque si trova oggi il conte. È vero che è rovinato?

--Non del tutto, ma quasi.

--Capirai Aldo, che il fuggire con un uomo rovinato, di cui non si sia pazzamente innamorata, non è proprio l'ideale del saper vivere.

--A me basterebbe che tu me lo tenessi lontano un mese. Per questo mese io penserei a te.

--Io non mi fido.

--E se ti sborsassi il danaro prima di partire?

--Allora sì.

--Ti bastano duemila franchi?

--Peuh! Facciamo tre.

Aldo si alzò, e andava difilato allo scrigno, quando un dubbio lo fece arrestare:

--Tu non ti fidavi di me. Dovrò io fidarmi di te?

--Se non ti fidi tralascia--disse Nanà.

--Non potresti dirmi qualche cosa che mi affidasse che tu saprai davvero trascinarti dietro il giovinetto?

A Nanà venne un'idea splendida.

--Io l'ho il mezzo.

--Quale?

--Gli scrivo un biglietto qui; egli mi risponderà che è pronto a fuggire con me, e tu lo leggerai pel primo.

--Se tu sei così brava ti snocciolo subito uno sull'altro i tre biglietti da mille.

--Dammi da scrivere.

Aldo la condusse nel gabinetto da studio.

Nanà scrisse:

"Mio adorato Enrico,

"M'è nato il dubbio che tu abbia mutato di parere. Assicurami subito che tu sarai pronto questa sera, per l'ultima corsa di Arona, a partire con me. È necessario che non ci vediamo prima di quell'ora per non dare sospetti. Alle dieci io ti aspetto in casa. Sarò pronta. A rivederci. Rispondimi subito.

"Tua NANÀ."

Un'ora dopo il Mattia Corvino, che era stato mandato a portare il biglietto al conte O'Stiary, recava la risposta:

"Mia Nanà,

"Non dubitare. Alle dieci di questa sera io sarò da te e partiremo insieme. Io ho già salutato Milano forse per sempre. Ciò che però non ti ho ancora detto a voce te lo dico in questo estremo momento. Io non sono più ricco e a te povera Nanà toccherà forse di avere delle privazioni per vivere con me. È un dovere imprescindibile che mi spinge ora a farti questa confessione. Mi ami tu abbastanza malgrado ciò? Me lo dirai domani sera lungi da Milano, quando sarai finalmente nelle mie braccia.

"Tuo ENRICO."

--Che ne dici?--domandò Nanà trionfante. Rubieri era pensieroso.

--A che pensi?

--Penso che voi due vi eravate già intesi di fuggire stasera insieme.

--Può darsi!

--Senza le mie tremila lire, dunque?

--Ero venuta per chiedertele ugualmente.

--E se io te le avessi negate?

--Saresti stato padronissimo. Ma ora mi pare che mancheresti di delicatezza.

--Ho scherzato. Volevo vedere come la pigliavi.

Aldo andò allo scrigno portò a Nanà i tremila franchi, ch'ella ripose con grandissima indifferenza e con un semplice _merci_ nel portamonete.

Poi dato uno sguardo all'orologio e col pretesto delle mille faccende che le restavano da sbrigare per poter partire, s'accomiatò.

* * * * *

"Queste le tengo," pensò Nanà, rincantucciata nel _brougham_, che la portava alla palazzina del principe Kuvasoff; e andava palpando e ripalpando il portamonete con immenso giubilo.

* * * * *

Il principe Kuvasoff aveva i suoi erotici colloqui con Nanà nell'appartamentino della casa in cui trovasi oggi la _Cronaca Grigia_. Essa aveva due uscite. Il principe entrava da una parte, Nanà dall'altra; e quando si lasciavano, Nanà usciva dalla parte per cui il principe era venuto e viceversa. In tal modo essi avevano sventate le ricerche assidue della principessa, la quale teneva due spie sulle traccie di suo marito e non aveva potuto saper nulla ancora di quel convegno.

--Mio caro principe--disse Nanà--che arrivata prima di lui stava sdraiata su un'ottomana ad aspettarlo fumando una sigaretta--oggi grandi novità. C'è chi si è incaricato di rapirmi a voi.

--Ah dev'essere un grande uomo di forza costui!--sclamò il principe sedendosi vicino a Nanà e cingendole la vita col braccio.

--Egli mi ama come un pazzo--disse Nanà.

--Ed io dunque vi amo forse come un saggio?

--Vediamo dunque. Che cosa sareste pronto a fare voi per me ond'io non accetti le proposte di quell'altro?

--Tutto quello che vuoi.

--Sareste pronto principe a dividervi dalla principessa e a condurmi in Russia con voi, come mi avete detto altre volte?

--Sempre. Io già da un pezzo, lo sai, rumino l'idea di liberarmi da quell'arpia.

--Allora birba chi manca. Toccate.

Il principe diè la mano a Nanà.

--Quando partiamo?

--Anche stanotte se vuoi.

--Sta bene. Io sono pronta.

--Ma non converrà partire insieme.

--È vero partiamo da soli e troviamoci in un'altra città.

--Dove per esempio?

--A Venezia. È sulla strada per andar in Russia.

Furono presi tutti gli accordi più necessari, e il principe le diede cento napoleoni d'oro per le spese del viaggio da Milano a Venezia.

E Nanà li mise insieme ai tremila franchi di Rubieri.

Il resto del colloquio andò poi co' suoi fiocchi; ma noi è meglio che lo lasciamo nell'ombra.

* * * * *

Il giorno dopo tutta Milano,--voglio dire la tutta Milano settembrina, che ha tempo e voglia di occuparsi dei fatti altrui--parlava della sparizione di Nanà e di quella contemporanea del conte Enrico O'Stiary.

Quanto al principe Kuvasoff egli si fece veder al Corso in _coupè_ allato di sua moglie, e non lasciò Milano per Venezia che il giorno dopo.

Ma che cosa era capitato ad Enrico O'Stiary?

Due ore prima di quella fissata alla partenza con Nanà egli era andato da lei, e aveva trovato dal portinaio questo biglietto:

"Caro Enrico,

"Siamo sorvegliati. È impossibile andar via insieme. Io deludo lo spionaggio di chi potrebbe impedirmi di partire con te e parto subito. Mi troverai a Torino al Feder, a meno che non mi tocchi di continuare il viaggio fino a Macon.

"A rivederci.

"TUA NANÀ."

Enrico questa volta non ebbe sospetti gravi; ma sentì una specie di maraviglia disgustosa, che ci fosse taluno il quale potesse impedire la partenza di Nanà. La sua mente corse tosto a Aldo Rubieri, ch'egli credeva suo fortunato rivale, e fu lì lì per andare da lui a chiedergli una spiegazione. Ma consultato l'orologio capì che non aveva tempo da perdere; mandò Aldo al diavolo in cuor suo, e giubilando al pensiero che fra poche ore si sarebbe trovato al fianco della donna adorata, si fece condurre alla stazione dove pranzò; quindi partì per Torino.

* * * * *

Chi domandasse poi il perchè Nanà si fosse divertita a far anche quest'ultima burla crudele ad Enrico mostrerebbe di non conoscere di quali capricci sia fecondo l'isterismo d'una _cocotte parigina_.

XIII.

Suonavano le nove e mezza di mattino al campanile del villaggio sul Lario, che sorgeva a un tiro di pistola dalla villa del notaio Martelli.

Egli stava in giardino a potar i suoi fiori, quando il domestico gli annunciò una visita sbarcata poco prima dal vapore.

--Sarà quel capo scarico d'un mio pupillo, mi imagino--disse don Ignazio.

--No signore. È il signor Aldo Rubieri.

--Ah, tanto meglio!--sclamò il notaio; e deposta la forbice gli corse incontro tutto lieto.

--Benvenuto, benvenuto--cominciò a gridar da lungi, alzando le due braccia come un telegrafo--Che buon vento?

--Lei non m'aspettava?

--Ma sì, certo che l'aspettavamo tutti--disse il notaio.--Però credevamo che lei venisse colla seconda corsa.

--Ho dormito a Como. Ecco perchè sono qui così presto. Ieri sera ho perduto l'ultimo vapore e non ho avuto il coraggio di fare questo tratto in barca.

--Sfido io! Le donne poltrone sono ancora a letto... o tutt'al più alla _toilette_. Non sanno godere la campagna quelle pettegole.

--Oh, del resto non sono che le nove.