# Nanà a Milano

## Part 16

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Egli invece fece mostra di non accorgersi del moto gentile di Nanà, e la fece sedere:

--Dunque ti sei divertita?

--Quando?--domandò la donna col suo sorriso più sincero.

--Ieri in campagna.

--Ah sì, moltissimo.

--A che ora sei tornata a Milano?

--Coll'ultima corsa.

--E chi è che ti accompagnò a casa?

--Monrichard.

--Il marito della tua amica?

--Precisamente.

Poco mancò che Enrico non mandasse un grido di gioia e non si curvasse ad abbracciare Nanà e a dimandarle scusa de' suoi sospetti. Tutto si spiegava perfettamente. Egli era stato geloso d'una vana ombra. Come mai non aveva pensato prima che quell'uomo che aveva accompagnata a casa la sua Nanà, era, doveva essere, il signor Monrichard? Rise fra sè di aver sofferto tanto!

La sua gioia però doveva durar poco. Tutt'a un tratto si ricordò che la portinaia, il giorno prima, gli aveva detto che Nanà quella mattina era uscita di casa con una vecchia.

Allora le domandò.

--Ieri mattina a che ora è venuta a prenderti questa bellezza che tu non vuoi che io conosca?

Nanà ebbe dal canto suo un sospetto. Quell'interrogatorio di Enrico, quel suo fare un po' diverso dal solito, non la lasciava tranquilla.

--Son venuti a prendermi alle nove--rispose stando a cavallo sulle frasi.

--E sei uscita con lei?

Nanà non rispose subito. Il suo sospetto s'accresceva.

--Ma perchè mi fai tante domande quest'oggi?--gli domandò.

--Perchè mi interesso de' fatti tuoi--rispose Enrico colla voce più indifferente, che gli fu possibile di trovare in gola.

Egli fingeva d'essere tutto intento a preparare la tavolozza.

--Dunque?

--Dunque che cosa?--domandò Nanà.

--T'ho pregata di dirmi se fu _madame_ Monrichard che venne a prenderti.

--E con chi t'imagini che io sia uscita di casa?--sclamò Nanà levandosi.

--Io non imagino nulla. Domando.

--Ebbene no. Uscii con sua madre che è venuta a prendermi in vece sua.

Enrico fu nuovamente sul punto di saltar al collo di Nanà. Ma ebbe vergogna di confessarsi reo, e non gliene disse nulla.

E quel giorno passò senz'altri incidenti.

Nell'animo di Enrico però era rimasto un lievito di inquietudine vaga, un'intuizione dell'inganno, un presentimento di sventura, che non lo lasciavano quieto.

Tornò dal portinaio della casa di Nanà:

--Questi sono quaranta franchi--disse.--Io ho bisogno di sapere chi viene a trovare la signora quando io non ci sono.

--Se me l'avesse domandato prima glielo avrei già detto--rispose il portinaio.

--Parla dunque?

--Quando lei è partito, verso mezzanotte viene un signore che ha la chiave. Io sono a letto, ma lo sento entrare e montar piano, piano.

--Possibile;--sclamò Enrico.--Ch'ella sia così imprudente?

--Ella spera che io non glielo dica; ma lei è più generoso della signora, dunque....

--Ah, dunque la signora vi ha fatto dei regali per comperare il vostro silenzio?

--Oh, no, signore--rispose il portinaio--perchè poi io sono un galantuomo, e se la signora mi avesse pagato per tacere, io avrei taciuto. Mi ha fatto un regalo sì, ma un'inezia, e non mi ha detto nulla di tacere, perchè essa spera forse che io non senta a entrare l'amico Ciliegia.

--E voi siete certo che egli va da Nanà?

--Può figurarsi! Dopo due o tre sere che l'avevo sentito a entrare, mi sono preparato giù dal letto a piè scalzi, e pian pianino sono uscito fuori e ho veduto che andava al primo piano.

--Ma a che ora viene egli?

--Un quarto d'ora dopo che lei è partito.

--Non sareste capace di dirmi chi è?

--Credo di saperne il nome.

--Ed è?

--È il signor Aldo Rubieri--rispose il portinaio confondendo un nome con un altro.

Forse a bella posta?

Chi lo sa!

--Aldo Rubieri;--sciamò Enrico volgendo il dorso al portinaio e andandosene senza dirgli crepa:--"Lo avrei giurato!"--pensava.--"Ah! giustizia di Dio, egli dunque mi ha vilmente ingannato quand'io l'ho scongiurato di dirmi se fra lui e lei erano passate delle intimità?... E d'altronde?... Non ebbe il coraggio di posare nuda dinanzi a lui? Non ci sono che le modelle o le amanti che posino nude. Ma modella non è. Dunque! Stupido, idiota che fui finora a non capirlo."

Enrico a quel punto si sentì assalito da una violentissima smania di piangere; e per soffocare l'esplosione del dolore che lo soffocava e per non farsi scorgere per la via coi lucciconi, che nessuna forza umana è valida a trattenere quando il cordoglio è al colmo, si cacciò in un _brougham_, disse al cocchiere:

--Va a casa del marchese Sappia.

E gli indicò la via calando le cortine.

* * * * *

Ferdinando Sappia era in casa.

Enrico fece irruzione nella sua camera allo stesso modo e peggio di quel giorno ch'era andato da lui a chiedergli diecimila franchi da prestare a Nanà.

Vedendolo entrare pallido, cogli occhi rossi, sottosopra, convulso, il marchese, che in quel punto stava studiando sulla carta geografica un certo suo progettato viaggio in Europa, si volse, mise le due mani sui fianchi e stette ad aspettare che Enrico si spiegasse.

Enrico si lasciò cadere, un po' drammaticamente, ma pur senza aria di posare, in una sedia e taceva.

--Cosa c'è?--domandò il Sappia.

--Nanà è una gran p....!--sclamò Enrico.

Il Sappia capì che si trattava forse di lui stesso e si armò di dissimulazione.

L'autore dei _Promessi Sposi_ scrisse che: l'uomo onesto in faccia al malvagio piace generalmente imaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col petto rilevato, con lo scilinguàgnolo bene sciolto.

Il marchese Sappia non era un malvagio, ma sentiva, da quella frase appassionata di Enrico, di avere verso di lui tutto il torto che un amico può confessare a sè stesso di avere in faccia all'amico tradito.

Sciaguratamente, in questa nostra vita contemporanea, la morale amorosa ha create tali e tante leggi in contrasto flagrante fra di loro, che il raccappezzarne una assoluta e fissa nel caso di Sappia sarebbe opera superiore ad ogni filosofico criterio.

Sappia _tradiva_ davvero l'amico? Non faceva egli quello che--volgarmente--chiamasi _il suo mestiere_ di uomo elegante? Non aveva egli un diritto su Nanà, anteriore a quello di Enrico? Poteva egli in coscienza credersi reo di lesa amicizia? Avrebbe egli avuto il dovere di raccontare ad Enrico il perchè ed il come Nanà fosse stata obbligata a riceverlo lui, di notte, mentre s'era mostrata sempre restìa e inflessibilmente, se non casta, cauta, con lui?

Tutte queste domande si erano affollate nel cervello di Sappia nel breve spazio di tempo, che scorse fra l'esclamazione di Enrico e quella che egli fu obbligato di rispondergli, per non metterlo in sospetto.

--Te l'avevo pur detto di guardarti!--sclamò Sappia.--Ora spiegati.

Enrico gli raccontò tutto sinceramente.

--Ma chi è costui che va da lei di notte?--domandò il Sappia con finta indifferenza.--Il portinaio ti ha detto chi sia?

--Sì--rispose Enrico--è lo scultore.

--Lo scultore?

--Aldo Rubieri!

Il marchese tirò dai precordi un gran fiato; egli intanto si sentì sollevato da un bel peso. La tempesta che vedeva scatenarsi sul proprio capo, si scioglieva in sereno per andar a devastare il campo del vicino. E il primissimo moto del suo egoismo fu di lietezza.

Ma il secondo, repentissimo, nel suo animo fu di sorpresa e di rabbia. L'amor proprio pigliò tosto il sopravvento. Così subitaneo, a dir vero, che si confuse col primo e gli fece sclamare con accento sincero:

--Dici vero? Aldo Rubieri? Ah, canaglia! Non lo sapevo!

Enrico scambiò l'interesse, che la voce, lo sguardo e il gesto del marchese gli dimostravano come una commiserazione per la propria sventura, e rispose ingenuamente:

--Ti pare? Tu che sai tutto di me; dimmi che nome merita Nanà? Dillo che nome merita quella donna infame?

A questo punto la chimica--per modo di dire--amorosa di que' due amici diventava assai complessa e confusa. Enrico si credeva di fronte ad un amico senza colpa. Il marchese che non aveva "il buono testimonio della propria coscienza, nè il sentimento della giustizia della propria causa" era rimasto leggermente imbarazzato e silenzioso.

O'Stiary proseguiva:

--Tu che ne dici? Che cosa mi resta a fare? Levarmela dalla mente ora è impossibile! Non avrei mai creduto che una donna potesse rendermi così vile e stupido! Lo riconosco.... Ma è più forte di me, è più forte della mia volontà! Oramai non posso più far senza di lei.

--Non c'è che un viaggio!--disse Sappia--Va via... va a Parigi. Vengo anch'io.

--Impossibile! Ci ho pensato. Ma ritornerei dopo tre giorni. Che cosa vorresti facessi in viaggio se ella mi ha come... ammaliato?

--Capisco, capisco!--ripetè il Sappia sopra pensiero.--Ma sai bene, Enrico, in queste cose non si possono dare consigli. Io non ho mai provato che cosa sia questo tormento. La mia Luisa io non l'amo abbastanza per esserne geloso.

E stettero silenziosi entrambi per un cinque minuti.

La conclusione fu che il Sappia non diede altro consiglio ad Enrico e che Enrico si accontentò per quel giorno d'essersi sfogato coll'amico traditore.

Così, e non altrimenti, corre ai giorni nostri la _vita vera_. E chi desideroso di non trovarla tanto sconclusionata e smorta volesse caldeggiarla e idealizzarla, per seguire i dettami di chi odia la pretta verità, correrebbe rischio di dipingere una società di fantasia, mille e mille altre volte descritta dai maestri del passato, ma sterile poi e vuota di ammaestramenti ai filosofi socialisti.

XII.

Nanà riceveva in casa gli amici ai venerdì; quel giorno era appunto di venerdì, Enrico decise di non lasciarsi vedere. Gli seccava di mostrarsi presso di lei in faccia a Rubieri, a Sappia, a Marliani, a Salis, a Bianconi, che forse sapevano del suo attaccamento per Nanà, e avrebbero indovinato il suo spasimo. Egli era furente contro Aldo Rubieri e gli dava in cuor suo del traditore, dell'ipocrita e del paltoniere. Giurava non volerlo più salutare.

Quella sera da Nanà c'era un dramma nell'aria.

Nanà era sdraiata nel suo seggiolone e guardava spesso alle lancette del pendolo. Erano già le dieci ed Enrico non era comparso ancora. Già due o tre volte Marliani e Sappia le avevano notato questo ritardo. C'erano quella sera dalla Nanà oltre i due nominati, la signora Fanny, la padrona di casa, la Luisa, Bonaventuri e Cantis. I Francesi erano partiti da Milano. Marliani s'era seduto accanto a Nanà e le parlava sottovoce. Essa non lo udiva; pensava al conte.

--Mi risponderai una volta?--disse alla fine il giovine molto duramente.

Nanà ne fu scossa e si rizzò sulla vita. Guardò Marliani come donna che si desti da un sogno e:

--_Fiche moi la paix_!--gli disse; e tornò a sdraiarsi.

--Ascolta Nanà--proseguì Marliani sottovoce.--Così non la può andare. O tu mi dici che il conte non è nulla per te ed io ti credo, guarda, sulla parola e ti domando perdono delle insolenze che ti dissi ieri; o tu persisti a trattarmi così, e allora io ti ripeto che sei la più infame delle sgualdrine che io abbia conosciuto, e ti giuro che la prima volta che lo trovo, lo provoco e mi batto con lui all'ultimo sangue; ma prima gli dico il bel mestiere che facevi a Parigi... bada.

--Oh?--sclamò Nanà; e scoppiò in una risata, perchè gli altri non s'accorgessero che la tempesta ruggiva. Ma poi pensò che bisognava tener buono il Marliani e riprese:--Tu sei troppo gentiluomo per fare una simile vigliaccheria.

--Bada Nanà a non scherzare col fuoco. Tu non sai quello che mi fai soffrire. Non farti insultare daccapo.

--Ma _crè nom de_... che siano proprio tutti continuamente uguali questi signori uomini?--sclamò Nanà quasi parlando a sè stessa.--Io credevo venendo in Italia di trovare tutt'altra cosa di quello che avevo trovato a Parigi.... M'accorgo che alla lunga valevano ancora meglio i miei compatrioti!

--Io voglio una risposta--insisteva Marliani.--Io ti ho avvisata; la colpa di ciò che accadrà sarà tutta tua Nanà se non mi rispondi.

--Che cosa vuoi che ti risponda, vediamo, maleducato che sei!

--Se tu ami il conte O'Stiary.

--Io non amo nessuno.

--Ma egli è innamorato di te.

--Bella novità! Chi è dei presenti, che non è innamorato di me?

--Tu vuoi sposarlo.

--Chi lo dice?

--Me lo ha detto il Sappia.

--Il Sappia è un asino--disse Nanà senza curarsi di mitigare l'epiteto, che le venne spontaneo sulle labbra.

--Perchè dunque mi tratti così? Perchè mi hai lusingato di nuovo per farmi soffire così?

--Com'è che ti tratto?--domandò Nanà.--Tu vorresti dunque che io fossi continuamente nelle tue braccia? Tu non vuoi assolutamente ammettere che ho fissato di mutare la mia vita? Siete dunque voi che continuamente vi opponete a che una donna possa diventare onesta? T'ho io forse detto qualche volta d'essere innamorata di te? E se io non sono innamorata con quale diritto pretendi tu che io resti eternamente la tua amante?

--Qui non c'entra il diritto!--disse Marliani.--In amore so benissimo che non esistono diritti. I diritti non esistono che nel matrimonio. Ebbene! vuoi tu sposarmi Nanà? Io sono pronto.

--Ma dunque siamo proprio daccapo come laggiù?--gridò Nanà ridendo e facendosi udire da tutti perchè si credesse che il loro dialogo fosse leggiero e insignificante.

La Luisa, che stava civettando con Salis, volse il capo e domandò:

--Dove laggiù?

--A Parigi--rispose Nanà.--Figuratevi che il signor Marliani mi stava offrendo il suo cuore e la sua mano...

Marliani si levò ridendo, sdegnato e andò a suonar una _polka_ al pianoforte.

Così, signori, così e non altrimenti, si esplica e si mostra la vita contemporanea. Regina, sovrana, arbitra, dea d'ogni cosa, al giorno d'oggi, è la santa dissimulazione, giacchè il peggior delitto di cui si possa macchiare un giovine odierno è quello di farsi vedere innamorato d'una donna... Ciò che nel medio evo era dovere d'ogni uomo bennato ciò che costituiva la vita de' cavalieri e dei trovatori oggi è diventato ridicolaggine.

Che cosa volete capir bene de' fatti suoi quando vedete un uomo che ha--come dicono gl'_idealisti_--la morte nel cuore andar a sedersi dinanzi a un pianoforte a suonar una _polka_ allegra di Marco Sala o di Strauss, come l'uomo più spensierato della terra?

* * * * *

Enrico O'Stiary entrò in quel punto.

Egli non aveva potuto tenere la risoluzione di non andar quella sera da Nanà.

S'era lasciato portare di transazione in transazione dinanzi alla porta di lei, aveva montate quelle scale maledette, era entrato protestando sempre, ma trascinato, suo malgrado, da una vera _forza irresistibile_, arcana, fatale.

Un oh! sincero e prolungato, lo accolse. Egli era simpatico a tutti, tranne che a Marliani, il quale lo esecrava. La Luisa gli corse incontro e lo presentò alla società come un figliuol prodigo, che fa ritorno alla magione.

Questa alzata d'ingegno della Luisa non è a dire come dispiacesse all'Enrico, segretamente. Ma bisognava sopratutto avere del contegno. E lo ebbe.

Nanà e Sappia furono i soli ad accorgersi che sotto a quel fare in apparenza ilare e disinvolto covava più fiera la tempesta che mai. Gli altri non capirono nulla.

Enrico strinse la mano a Nanà dicendole buona sera, senza tradire la benchè minima emozione, poi si confuse ai crocchi circostanti.

Allora il Marliani si staccò dal pianoforte, andò vicino a Nanà e le disse sottovoce:

--O tu questa notte mi ricevi o io vado a provocarlo, ti avviso.

--No, non posso.

--Qualunque cosa avvenga Nanà, ricordati che la colpa è tutta tua.

--Bene, finiscila, non seccarmi.

Essa non credeva che Marliani avesse coraggio.

* * * * *

Questi si levò pallido, zuffolando a sordino. Nei momenti più terribili, nelle crisi più tormentose del cuore, Marliani zuffolava a sordino, col muso in fuori.

Si avviò verso O'Stiary.

Nanà si volse repentinamente dall'altra parte dove stava Cantis, il giovinetto d'avvocato, che immemore d'ogni altra cosa che della propria adorazione concupiscente, stava là a covare cogli occhi il profilo di Nanà e il profluvio de' suoi capelli d'oro, e l'alabastrina morbidezza di quella sua pelle indemoniata, e il dolce avvallarsi del seno scoperto fin quasi ai capezzoli, tutte cose che mettevano nelle vene degli uomini, che l'avvicinavano così strepitosi fremiti.

Essa gli disse:

--Ernesto, avete voi coraggio per amor mio?

--Oh, lo sapete bene, Nanà--rispose l'adolescente con immensa convinzione.--Io sono pronto a dar anche la vita per voi.

--Marliani poc'anzi mi ha insultata. Io voglio essere vendicata, ma sull'istante. Andate là, provocatelo, fatelo uscire con voi dalla sala... Ma fate presto.... Sarete poi contento di me.

Cantis s'alzò come invasato dal furore di Marte. Si slanciò presso Marliani, che stava d'accanto ad O'Stiary, e andava battendo colla sinistra un guanto sulla palma della mano opposta. O'Stiary stava colle spalle a lui rivolte, parlando colla Luisa e fingendo disinvoltura.

--Caro signor Marliani--disse il giovinetto--avrei a dirle due parole.

--A me?--sclamò il Marliani volgendosi di mala voglia a chi veniva così in mal punto a interrompere il suo divisamento.

--Sì, a lei, a lei, se le accomoda--rispose forte il Cantis, in modo da essere inteso da tutti.--Oggi in studio m'è capitato di vedere il di lei riverito nome come gerente della ditta Marliani e Compagni--proseguì il giovinetto--e vorrei per suo bene metterla sull'avviso di certe cose, che devono interessarla assai.

--Ma che cosa c'entra ora?

--C'entra molto. Anzi, se non le è di disturbo, la prego di uscire con me.

--Uscire? Perchè uscire?

--Perchè non vorrei far uno scandalo qui fra questi signori, che hanno il diritto di non seccarsi per una nostra questione personale. Mi capirà che non è questo il luogo per certe spiegazioni! La prego di uscire con me.

--Ah!--sclamò il Marliani.--Vedo che lei ha delle idee!--Davvero però che questo è un bel caso.

Così dicendo diede una squadrata a lui e una squadrata ad Enrico, che aveva voltata la faccia verso di lui e stava ad ascoltare quel diverbio senza capire nè sospettare di nulla.

--È davvero un bel caso! parola d'onore!--ripigliò Marliani amaramente--sono a' suoi comandi.

E s'incamminò verso l'uscio, seguito da Ernesto Cantis. Schiuse l'imposta e mentre stava per oltrepassare la soglia dell'uscio gli venne un'idea. Si volse e sclamò guardando ferocemente a Nanà:

--Oh, ma forse ho sbagliato a dirlo un caso. Ma riderà bene chi riderà l'ultimo.

* * * * *

--Cos'è stato?

--È pazzo?

--Che mosca l'ha punto?

--Quel _pivello_ però ha un certo _chic_ di buona compagnia!

--Si vede che è una vecchia ruggine!

--Amerei sapere cosa va a succedere.

--Bisognerebbe tenerli d'occhio...

--Non la può finir liscia.

Queste e altrettanti frasi uscirono dagli astanti appena quei due furono usciti.

La sola Nanà sapeva tutto ma pregò tutti di star al suo posto. Gli altri si perdevano in false congetture.

Nessuno dunque si mosse per tener d'occhio i due contendenti. E dopo cinque minuti tutti li avevano già scordati.

--Che cos'hai stasera, Enrico, che non mi dirigi la parola?--disse Nanà al conte.

--Non t'ho diretta la parola--rispose il conte coi denti stretti come un Inglese, lasciandone scivolar fuori le sillabe staccate e sibilanti, tanto era l'emozione da cui si sentiva preso--perchè avrei avuto voglia di ucciderti. Ora sono più calmo e ti parlo.

--Uccidermi? Perchè?

--Perchè tu sei la più infame prostituta, la più spudorata sgualdrina, che io abbia mai conosciuta di mia vita--rispose freddamente O'Stiary.

* * * * *

Nanà impallidì; si volse a cercare colla mano la spalliera d'una sedia e si lasciò cadere in essa come stanca.

Era, in cinque minuti, il secondo sanguinoso insulto, ch'essa riceveva sul viso. Ciò che bolliva nella sua anima di _cocotte_ francese, basta accennarlo per farlo capire.

--Perchè mi dici queste ingiurie?--balbettò.--Che cosa ti ho fatto?

--Che cosa mi hai fatto? Tu hai tanta fronte di domandarmelo? Chi è che è uscito anche stamattina all'alba da queste camere?

--Nessuno--rispose franca Nanà.

E questa volta diceva il vero.

--Sei bugiarda. Io so tutto.

--Che cosa sai?

--So che madama Monrichard è una invenzione, so che non sei partita da Milano, so che non sei tornata a casa ieri sera col marito di questa tua pretesa amica, so insomma che Aldo Rubieri sta con te tutte le notti, mentre tu mi fai soffrire per comparire onesta e per riuscir a sposarmi.

--Se tutto questo che hai detto fosse un amasso di menzogne e di calunnie?--disse Nanà--che nome meriteresti tu?

--Se tu sei capace di provarmi che io mi sono ingannato mi assoggetto a qualunque sagrificio. Ma subito.

--Subito in che modo?

--Mettiti il cappello e andiamo insieme a trovare madama Monrichard con suo marito e sua madre.

--Ah, questo, per esempio, è impossibile--rispose Nanà sforzandosi di ridere.--Vorresti ch'io lasciassi qui gli amici? E poi io te l'ho già detto, non voglio che tu la conosca la Monrichard. È un puntiglio!... Pensa pure tutto quello che vuoi di me e non seccarmi oltre.

Su questo _ultimatum_ stettero un minuto in silenzio.

--Enrico--disse Nanà ad un tratto--vuoi tu avere la prova la più certa che io non penso che a te solo, che non ho altri intorno a me, che non desidero altro che di poter essere tua?

--Parla.

--Partiamo da Milano, conducimi in fondo della terra, su una montagna dove nessuno sappia che viviamo, senza lasciar a Milano traccie di noi, senza che alcuno possa venir a seccarci. Sarai persuaso allora? E per farti vedere che io non ci ho interesse ma che ti amo non voglio neppure che tu mi dia la tua parola d'onore, che prima di esigere che io sia tua, mi sposerai... Ma almeno saprò che anche tu sei lontano dalla tua Elisa.

Nanà non gli aveva mai parlato così.

Enrico fu vinto. Lo spasimo che aveva durato fino allora lo aveva reso debole come un vigliacco: non diversamente il torturato dai frati domenicani riusciva dopo il tormento degli stivaletti o dopo lo strazio delle tanaglie roventi a dichiararsi reo d'un delitto imaginario.

La felicità che gli pioveva a un tratto sul cuore dalle parole di Nanà era troppo viva, perchè egli ponesse indugio ad accettare la proposta di quella donna, che lo aveva ammaliato e che si dava anima e corpo in suo potere. Come avrebbe ella potuto resistergli ancora, una volta, che fossero insieme notte e giorno fuori di Milano?

La vittoria, finalmente, la sospirata, la agognata vittoria era certa!

In quel momento il desiderio lunghissimo e intenso, l'idea della conquista e del trionfo non gli lasciarono discernere neppur in ombra tutto quello che v'era di estremamente grave in una fuga da Milano colla famosa Nanà.

E d'altronde ci avesse anche pensato come avrebbe potuto ritirarsi? Non ne avrebbe avuto nè la forza, nè la volontà.

Acconsentì. In cinque minuti s'intesero e fissarono il punto della partenza. Doveva essere pel domani. Enrico non doveva dir ad anima viva che stava per andarsene da Milano. Avrebbero poi preso in affitto una qualche villetta romita in Isvizzera, e là sarebbero vissuti felici come due colombi nel nido.

In questo suonò la mezzanotte al pendolo sul piano del camino.

Sappia s'alzò e venne a stringere la mano a Nanà per congedarsi, dicendole sottovoce:

--Fra mezz'ora?

--Impossibile! Non venire--gli sussurrò Nanà.--A domani; ti dirò poi.

Tutti s'erano levati e si congedarono l'un dietro all'altro.

* * * * *

Nanà era sul punto di riuscir nell'intento. Ma pensava esserle duopo di usare molta cautela, per scongiurare il pericolo d'essere sfatata da' suoi furibondi adoratori, i quali avrebbero potuto scoprir il suo nido d'amore e mettere in guardia Enrico contro di lei.

Quanto ai documenti che sarebbero venuti da Parigi, i documenti necessarî al matrimonio, ella aveva già disposto le cose in modo da riuscire per bene.

Gli amici, che essa temeva sopratutti, erano il Marliani ed il Sappia, che conoscevano il di lei turpe passato.

Era indispensabile disporre in modo le cose che essi non potessero parlare, non dovessero tradirla.

La mattina stessa del giorno anteriore alla partenza ella andò da Marliani in via Valpetrosa.

