Nanà a Milano

Part 15

Chapter 15 3,987 words Public domain Markdown

Dal giorno che Enrico O'Stiary portò a Nanà i diecimila franchi, che dovevano dare un altro strappo alla sua sostanza, quelle due belle creature si videro tutti i giorni. Rotto il ghiaccio essi entrarono nel secondo stadio dell'amore... sentimentale. Enrico non aveva il coraggio di esigere di più da quella donna, che gli appariva armata di virtù come l'antica Minerva. E forse se avesse anche saputo chi ella era sarebbe stato troppo tardi lo stesso. La sua fantasia, l'amor proprio, i nervi, i muscoli il sangue erano troppo invasi dal magnetico di quella donna per concedergli di desistere dall'immenso desio. Ogni volta che egli montava le scale di Nanà giurava di riuscire a conquistarla; dinanzi a lei si trovava di aver il cuore di coniglio, il cervello di ghiaccio e la lingua mozza. Tutte le ragioni, le preghiere, le astuzie pensate, come quelle del povero Renzo in presenza dell'Azzeccagarbugli sfumavano. Non sapeva più che cosa dirle, da dove incominciare, come pigliarla. Pativa suggezione della Parigina!

Ell'era incantevolmente graziosa con lui; lo riceveva con vera e schietta gioia; non lo lasciava partire s'egli accennava di volersene andar più presto del solito. Ma se egli arrischiava un gesto, una frase di desiderio, una preghiera o non faceva mostra di capirli, o li vietava cogli occhi, colla mano, col broncio, o si sottraeva alle sue carezze.

Nanà manovrava con lui con una tattica degna d'un generale di genio. Ella aveva fissato di sposare Enrico, mescendo l'utile al dolce; sposare un giovane che le piaceva e diventare contessa. Conosceva troppo la regola più elementare della civetteria femminile, per la quale avviene che gli amanti stiano legati assai più col rifiutarsi che col concedersi. E la sua continenza era cosa tanto insolita in lei che ne andava orgogliosa.

Enrico sentiva d'essere stretto nelle spire d'un adorabile serpente e non sapeva levarsene. Già cento volte Nanà aveva letto negli occhi di Enrico il poema delle sue sofferenze fisiche e morali, e ne gioiva. C'era in questa gioia di Nanà un piccolo sentimento di vendetta. Ella faceva pagar cari al giovane innamorato il tentativo di sottrarsi al suo fascino, spiegato da lui nella prima sera, quand'essa, non aveva potuto cavargli una sola dichiarazione, e aveva dovuto ella stessa fare i primi approcci.

X.

Siamo in villa, sul lago di Como. Potevano essere le otto d'un bel giorno di settembre. Il notaio faceva il suo solito sonnetto del dopo pranzo. La signora Eugenia era salita a trovare la cameriera, che s'era messa a letto con un febbrone. Elisa era uscita sul terrazzo, che dava sul lago, e stava là colle braccia a gomitello sul davanzale a guardar nel vuoto con quell'abbandono un po' languido e sconfortato di chi soffre un cordoglio che vuolsi dissimulato a tutti e che nella solitudine si fa sentire con raddoppiata amarezza.

Povera fanciulla!

Sua madre aveva già tentato qualche volta di dissuaderla dal pensare ancora a quello scapigliato di Enrico, ed essa faceva di tutto per compiacere a sua madre e non ci riusciva. Chè anzi, il martello dell'amor proprio offeso, e il disinganno, e il contrasto raddoppiavano nel suo animo il dolore e la desolazione.

Stava così volgendo nella sua testolina i mesti progetti dell'avvenire, pur non disperando ancora del tutto, quando le parve udire dietro di sè il passo di Enrico.

Essa lo distingueva bene fra tutti quanti.

Enrico, il giorno prima, aveva portato a Nanà i diecimila franchi avuti dalla ditta Marliani e C., e Nanà li aveva accettati; ma era stata con lui più fiera che mai. Uscendo da lei, era stato preso per reazione da una specie di rimorso, da una resipiscenza amorosa per la sua bella Elisa; aveva giurato di star lontano per qualche giorno da Nanà ed era venuto alla villa Martelli per riveder la fanciulla come se sperasse in quel dolce e onesto sguardo trovare la consolazione al disinganno de' sensi.

Le giunse a ridosso credendo di non essere stato udito, e ristette ad ammirarla; e in quel punto sentì il suo amore per lei moltiplicato dal dispetto e dal tormento che Nanà gli aveva fatto durare il dì prima; le si mise accanto.

Essa alzò lentamente le pupille addolorate in viso ad Enrico sorrise e la sua fisonomia fu come illuminata da un raggio di gioia divina. Stese la mano al giovine, e gli disse:

--Sei qui, Enrico? Oh, non ti aspettavo più.

Enrico vide negli occhi della fanciulla brillar due lagrime, preziosi gioielli dell'immeritato tesoro di tenerezza, ch'egli aveva racchiuso in quell'anima innamorata.

--Che hai Elisa?... Tu sei malinconica--le disse Enrico mettendosi con lei al davanzale.

--Ti pare?--sclamò sorridendo la fanciulla con molta dignità.

--La balia ieri sera mi parlò di te.

--Che cosa la ti disse?

--Che tu credi che io non ti ami più.

--È vero.--domandò Elisa.

--Ebbene, ti giuro di no--riprese con accento sincero il conte.--Credilo, Elisa, io ti giuro che sento di non voler bene davvero che a te sola.

Elisa sospirò, ma non disse parola.

--Però, siccome non sono capace di fingere con te, mia buona Elisa, ti dirò tutto. Forse sì, sono andato a rischio di cadere nei lacci di una donna... una donna che non vale un tuo capello... ma per puro capriccio, vedi, non per cuore. Ma quando ti vedo, quando sento la tua voce, quando guardo nei tuoi occhi tanto belli e sinceri, mi par impossibile di avere avuto un pensiero per un'altra donna.

--Ah! dunque non mi sono ingannata--disse la Elisa.--Qualche cosa c'è per cui io non debba più sperare...?

--No, te lo giuro--interruppe Enrico--non c'è nulla. Tu mi credi, n'è vero Elisa? Tu lo senti che io sono sincero, e che non ti voglio bene proprio di cuore che a te sola....

--Ebbene sì, ti credo--rispose la fanciulla con infinita grazia--perchè guai a te se poi tu m'ingannassi. Sarebbe come ingannare un bambino. Io non so nulla di ciò che voi pensiate, nè che proviate per certe donne... ma so che tu mi fai soffrire.

Queste parole furono dette dalla vergine, con una ineffabile espansione.

--Ah, se anche tuo padre non fosse l'uomo che egli è--sclamò Enrico quasi per scusarsi--se non fosse lui che mi sforzò a far la vita che faccio.

--Oh, ma perchè?

--Perchè io sento di essere indipendente e superbo, ed egli mi trattò sempre come un fanciullo, e non come un uomo di ventiquattro anni che fra poco sarà padrone del proprio avere. Lui crede che io debba pensare come lui, far la vita che fa lui, avere le sue abitudini, le sue idee, le sue spilorcerie. Egli mi ha fino rimproverato un giorno, perchè avevo fatto un'elemosina. È insoffribile. Non è degno d'essere tuo padre.

--Ah, Enrico, non dire così!

--È vero, Elisa, scusami--sclamò il conte ridendo.--Ma tu, sarai per me la più cara creatura di questo mondo. Fin da quando avevo dieci anni e tu non ne avevi che cinque, il primo pensiero d'amore che passò nella mia testa fu per te. Io sento di essere tuo e che nessuna donna potrà prendere il tuo posto qui nel mio cuore.

--Allora giurami--disse la Elisa--che non la vedrai più questa donna.

--Ebbene, te lo giuro--rispose Enrico sincero. Ma poi soggiunse:

--Ti giuro che ci andrò ben di rado e che non le dirò mai più nulla che ti possa dar ombra.

--Ah no, tu non devi vederla mai più.

--Ma, mia cara, farei una figura molto ridicola co' miei amici.... Si direbbe ch'ella mi ha messo alla porta. Tu non vuoi, Elisa, ch'io diventi ridicolo.

--No, ma io vorrei che tu mi promettessi almeno di non vederla più da solo a sola.

--Ebbene, questo te lo posso promettere--rispose Enrico.

In questo s'intese la voce vibrata e severa di donna Eugenia che chiamava: Elisa.

E la madre comparve sulla soglia della terrazza.

--T'ho pur detto tante volte--ripigliò--che sulla terrazza non amo che tu ci stia di sera, se non con tua madre; speravo che tu m'avessi a obbedire.

Rientrarono tutti e tre in sala, dove il notaio stava russando ancora placidamente nel suo seggiolone.

Quella serata fu piena, pe' due giovani amanti, di misteriose dolcezze, mentre una noia feroce regnava in quella sala, che a poco a poco s'era andata popolando di visite. Erano i villeggianti dei contorni che venivano, come al solito, a passar la sera in casa Martelli. La Elisa, prima suonava qualche pezzo sul piano, poi si giuocava a _mercante in fiera_, fin verso le undici.

Donna Elena aveva già dato ordine al servitore di far preparare per il conte una delle camere dei forestieri in una casina attigua alla villa.

--Spero che ti fermerai un po' di giorni--aveva domandato il notaio al conte.

--Non posso--gli aveva risposto Enrico--sono venuto a far una visita alla sfuggita. Ma ho sul cavalletto un ritratto che non voglio lasciar prosciugare.

Il giorno dopo infatti Enrico salutava i suoi ospiti e partiva. E in viaggio sentiva lievemente, gradatamente andarsene in fumo la promessa data alla Elisa ad ogni chilometro che si scostava da lei e che si avvicinava a Nanà.

XI.

La storia della lotta fra la passione d'Enrico e la calcolata freddezza di Nanà--è inutile dissimularlo--non potrebbe essere cosa nuova, per la ragione che essa dura fin dal primo giorno, in cui la mistica coppia, imaginata dalla Bibbia, sentì il primo palpito, che doveva perpetuar nel mondo la razza umana. Essa durerà pei secoli dei secoli, e sempre uguale, finchè su questa pallottola abitata ci sarà un seno di femmina, che palpitando rifiuti e un petto di maschio che sbuffando, desideri.

Era dunque, come tutte queste battaglie d'amore, combattuta ad armi assai disuguali; perchè egli amava ed essa calcolava; perchè egli pativa ed essa godeva.

Quel ruolo di donna onesta non è a dirsi come qualche volta pesasse anche a Nanà. Ella amava di quando in quando lasciar intravedere al suo amante di quali pazze delizie, di quali frenesie lo avrebbe inebbriato s'egli avesse saputo meritare o carpire i di lei favori. Allora Enrico, infiammato, delirante, furioso si faceva più ardito, ed ella lo lasciava arrivar fino all'estremo punto, poi lo arrestava negando, con un sangue freddo e una costanza, che avrebbero fatto onore a Penelope e a Lucrezia romana.

--No, Enrico, no--gli diceva fingendo di soffrire ella stessa--io non potrei essere l'amante di un uomo che è già promesso ad altra donna.--Io voglio che tu non mi disprezzi, nè che tu rida di me co' tuoi amici....

Enrico protestava....

--Io non potrei essere tua che diventando tua moglie. Devi scegliere o me o lei.

La prima volta che Nanà diede così il fuoco alla bomba, Enrico restò interdetto.

--Mia moglie?--sclamò.

E per due minuti non aggiunse altro.

Nanà si guardava le unghie e taceva anch'essa.

* * * * *

--Ti ricordi, Nanà--riprese Enrico con calma--d'avermi detto un giorno che non avresti sposato mai un artista?

--Mi ricordo--rispose ella ridendo--ma allora io non ti conoscevo come ti conosco adesso e non sapevo che tu mi avessi amata così. Oggi io, pigliandoti, sposerei un uomo che sono certa non ha per me soltanto un capriccio, ma un sentimento sincero e profondo.

--Ma io ti volevo molto bene fin d'allora, perchè credo d'essermi invaghito di te fin dal primo momento che i miei occhi hanno incontrato i tuoi.

--Sempre la stessa cosa!--sclamò volubilmente Nanà.

"Da quel dì che t'ho veduta

Bella come un primo amore"

E come se scordasse sull'istante che in quel punto Eurico le stava parlando appassionatamente d'amore, ella si mise sul _tabourè_ del piano e cominciò a cantare la cavatina di Verdi.

Enrico restò come atterrato. Egli non conosceva ancora quella donna. Se Nanà, quando le era cascato in mente di trarre dai tasti del piano la cavatina di _Carlo V_, si fosse trattenuta e ne avrebbe fatta una piccola malattia. È isterismo, dicono i medici. Chi non lo sa?

Quand'ebbe toccati dei tasti, rinchiuse il piano e tornò presso Enrico, che era rimasto lì abbacinato, credendo ch'ella si burlasse di lui.

--Dunque, che ne dici?--gli domandò.

--Sei decisa a non vedere in me altra stoffa d'uomo, che quella di cui si fanno fuori i mariti?

--Decisa.

--Mi concederai, Nanà, che la cosa è poco lusinghiera per me.

--Hai torto. Tu calunnii la mia scelta. A Parigi, se io avessi voluto essere cento volte contessa, duchessa, principessa lo avrei potuto. Come pure se volessi avere un amante, potrei sceglierne qui a Milano mille più ricchi di te. Ma come sposo, non ci sei che tu, Enrico, a' miei occhi che mi possa far felice. E poi assolutamente io non vorrei per amante un uomo che è già sposo di un'altra. O me, o lei.

--Mi concederai che la è una determinazione gravissima quella che mi cerchi--disse Enrico, che schivava sempre di alludere alla Elisa.

--Non lo nego. Ma per me essa è meno grave che decidermi ad una relazione intima quale la vorresti tu... Come mio marito io avrei interesse a non rovinarti e a non disonorarti; come amante forse non meriteresti da me questi riguardi. Vedi che ti parlo schietto!

---E se io acconsentissi e ti promettessi di sposarti?--ripigliò Enrico--saresti tu pronta a raccontarmi il tuo passato?

--Certamente--rispose Nanà franca come una torre.

--E chi dovrà essere il primo a promettere?

--Tu.

--E perchè non tu, piuttosto?

--Perchè sarebbe perfettamente inutile, che io raccontassi la storia della mia vita ad un uomo, che non dovesse poi essere nulla per me.

--Puoi tu giurarmi fin d'ora che il tuo passato non ha nulla, che sia indegno di un gentiluomo il quale promettesse di darti il suo nome?

Nanà non arrossì ma non rispose subito. Chiamò a raccolta in un attimo tutte le facoltà della simulazione e della dissimulazione, poi disse con calore:

--Tu sai bene, Enrico, che io sono un'artista da teatro, e non una vestale.

--Questo non conta! Io non parlo di errori, parlo di macchie indelebili. Una volta che tu fossi divenuta la contessa O'Stiary nessuno avrebbe più il diritto di richiamare il tuo passato, tranne nel caso che fosse un passato infame. Ciò che io ti domando si è se la tua mano possa mettersi nella mia senza tremare che un giorno o l'altro un uomo abbia il diritto di dirti una di quelle frasi che io non potrei lavare che a prezzo della vita dell'uno o dell'altro.

Nanà lo ascoltava cogli occhi fissati ne' suoi. Ella ripetè la sua scusa.

--Già ti dissi che non fui maritata e che ho un figlio. Il mio povero Louiset non ha mai conosciuto suo padre. Fu un errore di giovinezza. Se nondimeno tu hai il coraggio di farmi tua moglie, ti giuro che diventerò il modello delle spose, giacchè ho conosciuto il mondo e sono certa di poterti assicurare su quel punto. Se non accetti, Enrico, sarà meglio che non ci rivediamo. Io ti restituirò, a suo tempo, la somma che mi hai favorita... E tal sia di noi.

Enrico la interruppe con un gesto...

--Sarà meglio che non ci vediamo più--proseguì Nanà--giacchè la nostra situazione diventerebbe assurda e pericolosa per entrambi.

Per quanto il giovine fosse appassionato non aveva perduto però fin l'ultimo lume della ragione e della prudenza. Forse l'imagine sofferente e bella della Elisa vegliava ancora per lui in un cantuccio del suo cuore.

Si diede a passeggiare pensieroso.

--Dunque?--domandò Nanà poco dopo.

--Se io dovessi promettere, crederesti tu alla mia parola?

--Come a Dio!--rispose Nanà con entusiasmo non finto.

Questa frase diè coraggio ad Enrico. Prese le due mani di Nanà, la attirò a sè e le disse:

--Mi vuoi tu un po'di bene?

--Come al miglior amico che io mi abbia--rispose la donna.

Enrico la strinse sul petto. Ella si sciolse, scivolando fuori dell'abbraccio, e dicendo in francese:

--_Voyons! Pas de bêtises!_

* * * * *

La frase fu crudele per Enrico.

Prese il cappello e uscì.

Nanà non lo richiamò.

Ella si conosceva. Temeva che il subitaneo bollor del sangue non le facesse perdere il frutto della sua lunga resistenza.

Ma Enrico era troppo leale e troppo inesperto per una simile donna.

Del resto, cogli ardimenti della fantasia Nanà aveva risolto il problema di restare casta, con Enrico, pur non soffrendo. Ella non avrebbe potuto resistere altrimenti. Trovava il suo amante così timido, così riguardoso e così bello, che anche con tutta la potenza del calcolo di cui si era armata, ella era sicura che non avrebbe saputo sempre trovare la virtù della resistenza, se la fantasia, avvezza a ben altro, non le avesse prestato spontaneamente collo sfogo, il suo aiuto. Quando Enrico, al colmo della passione le ricingeva la vita e la copriva di insaziabili baci, ella si abbandonava per un istante alle voluttà di quell'adorazione e gemeva come donna a cui pel soverchio piacere sta per mancare la vita; poi si scioglieva a un tratto da lui, sicura ormai di non cedere. Era l'abbominazione d'una depravazione parigina, che, se Dio vuole, non è ancora comune fra le nostre donne!

* * * * *

Questo giuoco andava da più settimane, quando avvenne un caso che diede una grande rinfiammata alla passione di Enrico.

Nanà in quel tempo stava con lui buona parte del giorno. Essa andava al di lui studio al mattino e vi stava fino alle due. Al dopo pranzo Enrico tornava da lei fino a mezzanotte e ne partiva congedato sempre, e sempre più appassionato.

Ma appena partito lui, un ombra d'uomo, che si spiccava da un angolo buio, dov'era stato a vedetta, scivolava lungo il muro della casa d'onde era uscito il sofferente giovine, lo seguiva da lungi per un tratto e quando lo vedeva bene avviato, e s'era assicurato che non pensava a spiare, tornava rapido, metteva la chiave nella toppa dello sportello di Nanà e spariva in esso.

Quell'ombra, che alla luce appariva essere quella del marchesino Sappia, l'intimo amico di Enrico, usciva poi da quello sportello, verso le cinque del mattino.

Enrico non aveva pensato ancora di essere geloso. Un'idea fissa lo consolava dei rifiuti costanti di quella donna, ch'egli amava ormai alla follia; un'idea che l'amor proprio gli faceva sembrare eminentemente logica e chiara. Se Nanà era tanto riservata con lui, come avrebbe potuto egli accogliere il sospetto ch'ella non lo fosse con tutti?

Alle necessità della sua vita dispendiosa egli ci aveva già pensato assai. Era pronto a rinnovar la dose appena Nanà gli avesse lasciato intendere di non aver più danaro, e glielo aveva detto esplicitamente. Non le doveva mancar nulla! Perchè lo avrebbe essa tradito? A che scopo?

* * * * *

Una sera Nanà gli disse:

--Domani non posso venire allo studio.

--Perchè?

--È arrivata da Parigi una mia amica. Debbo passar la giornata con lei.

--Chi è?

--_Madame Monrichard_--rispose Nanà molto franca.

--Dove stà?

--Non so bene--disse la donna con un poco di impazienza.--Domani verrà qui e mi farò dire dov'è discesa ad alloggiare.

--A che ora verrà domani da te?

--Non lo so. Potrà venire prima di mezzo giorno e forse potrà venir dopo. È però necessario ch'io l'aspetti in casa.

--Bene, verrò io da te all'ora che tu avresti dovuto venir da me.

Nanà restò un poco perplessa, poi disse:

--No, non voglio che tu la veda.

--Perchè?

--Perchè è molto bella.

--Che idea!

--Ho paura che la ti piaccia più di me.

--Non c'è pericolo. Via!

--No, non voglio assolutamente.

* * * * *

La mattina dopo Enrico entrava alle dieci nell'andito della porta di Nanà, e il portinaio gli andava incontro porgendogli una lettera.

Aveva le cifre di Nanà e diceva:

"Caro Enrico"

"Madame Monrichard è venuta alle otto e mezza e mi ha condotto con lei in campagna a godere gli ultimi giorni di autunno. Non torneremo a Milano che a notte. Amami. A rivederci domani al tuo studio."

"LA TUA NANÀ."

--A che ora è uscita stamattina la signora?--domandò Enrico scevro ancora da vero sospetto, ma col cuore molestato da un vago presentimento di sciagura...

--È uscita alle nove con una signora.

--Bella molto?

--Oh no, tutt'altro; brutta e vecchia.

--"Brutta e vecchia!"--sclamò fra sè Enrico il quale si ricordava che Nanà il giorno prima gli aveva detto _madame_ Monrichard essere giovine e bella.

--È andata in campagna n'è vero?

--Non so. Non m'ha detto nulla.

--Com'era vestita?

--Come al solito, di nero.

--Grazie--rispose Enrico, e uscì turbato.

Era quello il primo attacco di gelosia che risentisse di sua vita.

Ora come assicurarsi? Come avere le traccie di lei? Dove rincorrerla? Dove sperare di trovarla?

Ricorse anche lui al solito mezzo comune, antico, volgare, come i sospetti negli innamorati e la cupidigia nelle cameriere, ma sicuro sempre, per quanto sfruttato da secoli.

Tornò indietro, levò dal portamonete un biglietto da dieci lire, lo pose in mano al portinaio, che si guardò bene dal ritirarla senza di esso, e gli disse:--Stasera quand'essa torna a casa ne avrete il doppio se mi saprete dire da chi è accompagnata e se verrete ad avvisarmene subito. E gli diè l'indirizzo.

--Signor conte illustrissimo--sclamò il portinaio cavando il berretto fino a terra--lei sarà servita.

"Guadagnar trenta lire, solo per accontentare un capriccio di innocente curiosità ad un bel giovane... non c'è male" pensava il portinaio. "A Milano queste cose si vedono di rado."

Verso la mezzanotte Enrico si vide comparir dinanzi, nel luogo fissato al convegno, il valentuomo sorridente, che gli narrò come avesse avuta la pazienza di stare dalle nove fino allora ad aspettar nella via il _brougham_, che doveva portar a casa la signora Nanà.

--Ebbene? Con chi tornò?

--È arrivata in un _brougham_, accompagnata da un signore, che è rimasto nel legno. Essa discese, senza farsi aiutare da lui, si volse gli disse _À revoir_, entrò in casa; e il _brougham_ partì di galloppo.

A Enrico si aprivano gli occhi. Nanà lo tradiva.

Diede al portinaio i venti franchi promessi, dicendogli:

--Va bene. State attento che ne guadagnerete degli altri.

E lo congedò con un gesto severo.

Il povero giovane, non sapeva ancora per prova che cosa fosse gelosia. Non imaginava di quali morsi orrendi sia capace questo egoismo esimio, questo desiderio violento di conservare tutta per sè la donna che si ama e di impedire che altri ce la possano togliere. La Elisa, la vergine bella e pudica, scelta dal suo cuore adolescente, della quale egli aveva creduto per un pezzo d'essere innamorato, non gli aveva fatto provar mai neppure l'ombra di quell'uragano, di quella disperazione, che sentiva in quel punto sorgere nel cuore, e pigliarvi delle proporzioni rapide e spaventose. La Elisa non gli aveva fatto provare tutt'al più che una leggera puntura dell'amor proprio, quel giorno ch'ella s'era data a civettare con Aldo Rubieri, per tentar di smoverlo dalle freddezze, che a sua volta le davano tanto dolore! E si ricordò di quella leggera velleità di gelosia, e la paragonò allo spasimo atroce di quel momento in cui il portinaio, che pensava di poter guadagnare i venti franchi, era venuto sorridente e lieto a raccontargli il tradimento della sua donna.

Passata la botta però, cominciò il dubbio che in simili casi, è, per così dire, di prammatica. La gelosia invero non esiste che allo stato di dubbio. Se fosse certezza non sarebbe più gelosia. La gelosia spinge la creatura alla ricerca della propria disgrazia, e finchè v'ha ricerca, v'ha dubbio. Quando la certezza è entrata, la disperazione o la guarigione sono vicine.

Enrico, adunque, cominciò a dubitare e a cercare tutte le ragioni plausibili per scusare Nanà e per non crederla rea. Perchè, perchè lo avrebbe tradito? E non trovava risposta al perchè? Era invece così facile il trovarla, s'egli avesse conosciuto Nanà o avesse avuto soltanto una maggiore esperienza dell'animo femminile.

Come al solito, dunque il paravento dell'orgoglio gli celò i molti perchè, dai quali una donna della tempra di Nanà può essere spinta a tradir un'amante, ch'ella abbia scelto a marito, e decise di aspettar a condannarla dopo di averla bene interrogata.

La notte gli portò consiglio. Aspettò di piè fermo Nanà nel suo studio, cercando di nascondere sotto una calma completa la sua immensa emozione.

Nanà alle dieci fece la sua comparsa più bella e più lieta che mai. Egli l'accolse, come il solito, andandole incontro e stendendole le due mani; Nanà gli presentò la fronte da baciare.

Ella s'accorse ch'egli era pallido come un cadavere.