Part 10
--Oh, guarda mo', povera disgraziata!--sclamò allora la Gianella, che s'era data subito a credere al barzellettatore.--Ed è viva ancora?
--Altro che viva! Si dice anzi che ieri, dopo soli tre giorni, sia andata dal Cabrino a ballare.
Un barlume di sospetto che il suo compagno d'arte si burlasse di lei, passò negli occhi sorridenti della Gianella.
--Per bacco! Dieci? Saranno ben piccini.
--Ma che!--rispose l'altro colla più imperturbabile serietà--sono tutti grossi, al contrario, come bimbi di un mese.
--Ma bisogna dire allora che essa sia una gran macchina di donna.
--Lei? Non è più grossa di te.
La Giannella portò le due mani sul grembo, come per assicurarsi che in esso non ci avrebbero potuto stare dieci marmocchi.
In quel punto gli astanti che non potevano più reggere, scoppiarono in una fragorosa unanime risata.
--Ah! Voleva ben dir io!--sclamò la buona Giannella, guardandosi intorno ramminchionita e sorridente.--Che cosa ne so io? Se ne sentono tanti adesso di _felòmeni_!
* * * * *
Nanà e i suoi due compagni s'erano fermati presso la Giannella e avevano udito quel singolare diverbio: "Ma è la _Tatan Nenè_ sputata" pensò Nanà.
In questo il direttore le si accostò:
--Vorrei parlare a madama Blanche--disse quello.
Il direttore le additò il camerino e ve l'accompagnò.
Nel camerino di madama Blanche Nanà trovò Aldo Rubieri e il marchese Sappia, i quali avendola veduta andar sul palcoscenico dalla parte di destra, l'avevano preceduta dall'altro ingresso a sinistra.
Aldo Rubieri e Sappia non si conoscevano; madama Blanche li aveva presentati uno all'altro.
--Di nome è un pezzo ch'ella è conosciuta da me--gli disse il marchese.
--Posso dire anch'io che il di lei nome non mi è nuovo. Ell'è grande amico di un mio amico, il conte O'Stiary.
--Di Enrico? Ma sì, diavolo! L'ho lasciato appunto in platea.
Nanà entrò.
Dopo gli abbracci, i saluti, le congratulazioni colla artista cominciarono i complimenti da parte di Sappia e di Rubieri che madama Blanche le presentò.
Questi da vero artista, che ha il diritto di rilevare più che altri, le bellezze formose nella donna, scoccò a Nanà un complimento così plastico, che questa ne restò colpita ed estatica.
Allora ella gli parlò subito del desiderio di avere da lui un ritratto in marmo. Gli domandò il permesso di andar il giorno dopo a visitare il suo studio.
Quanto al marchesino Sappia egli era così commosso dalla vicinanza di Nanà che balbettava, e per mostrar disinvoltura faceva invece la corte a madama Blanche.
Madama Blanche, che aveva mangiata subito la foglia, accettava quella corte di ripiego con molta ironía. Ella si era messa allo specchio e truccandosi faceva mostra di non sentir le lodi che Rubieri profondeva a Nanà, perchè quelle lodi... fatte a un'altra, nel suo camerino, la seccavano enormemente.
Finalmente il Sappia interpellato da Nanà dovette volgersi anche a lei. E allora si capì perfettamente che quelle due creature, le quali pareva proprio si vedessero per la prima volta, s'erano conosciute altrove... di sfuggita, misteriosamente, da un gran pezzo forse, ma s'erano già vedute in qualche altro luogo di questo mondo.
Una frase di Nanà tolse ogni dubbio a Rubieri e a madama Blanche.
--Voi siete sempre un gentiluomo, non è vero?--domandò Nanà a Sappia, accomiatandosi e stringendogli la mano molto inglesamente. A cui Sappia aveva risposto:
--Ne potete dubitare? Non temete nulla da me.
* * * * *
Nanà quando fu nello studio dello scultore fu presa dalla sua solita smania di far valere la sua immensa bellezza plastica. A Rubieri era bastato uno sguardo per accorgersi di essa e non avrebbe potuto desiderar di meglio che di averla per modella. Ma naturalmente non osava. Fu Nanà che gli disse essere pronta a lasciarsi far il ritratto ignuda, e allora Rubieri per idealizzare l'opera sua aveva trovato un'idea che gli era parsa luminosa, e che Nanà aveva accettata con entusiasmo.
--Io farò di voi la Venere contemporanea.
E così s'era fatto. In meno di quindici giorni, dal blocco informe di creta, era già sortita come un giorno dalle spume del mare somigliante e stupenda la statua-ritratto della Nanà.
VI.
Filippo Marliani abitava in una camera di venticinque lire al mese in via Solferino.
Era una stanza che pareva creata apposta per designare il carattere e l'ingegno di chi l'abitava. Per quanto preoccupato, per quanto al verde, per quanto disgraziato un uomo di buon gusto, non può vivere in certe camere mobiliate milanesi, ancorchè gentile ne sia la padrona che la rigoverna soffice il letto e a buon mercato la pigione. C'è in molt'uomini un sentimento delicato, ombroso, superiore ad ogni idea di risparmio, inavvertito spesso, ma sempre vigile e tiranno per conto proprio, il quale si ribella continuamente all'aspetto delle cose volgari o anche soltanto sgraziate e brutte.
Filippo Marliani, che era pure quel che si dice un bel giovane, e che era stato anche ricco, aveva il difetto di essere assolutamente privo di ogni idea estetica, non sognava che a questo mondo esistesse il sentir fine, non aveva alcuna nozione nè innata nè acquisita del buon gusto.
Filippo, da parecchi mesi, trovavasi in una terribile crisi finanziaria. Aveva fatte delle perdite grosse al giuoco, e s'era ridotto in quella camera da venticinque lire al mese, dopo d'aver venduto a poco a poco tutto ciò che teneva di bello e di ricco nel suo antico quartierino da scapolo agiato.
* * * * *
Il giorno dopo della sera che Filippo rivide Nanà a teatro--era un sabato--si trovava possessore dell'ultimo, unico, estremo suo biglietto da mille lire; con ottocento di esse doveva soddisfare a un debito di giuoco rimastogli della sera innanzi, col resto tentare per l'ultima volta la sorte. Se questa gli fosse stata avversa si sarebbe fatto saltar le cervella. Lo aveva fissato e gli pareva di aver il coraggio di non mancare al proposito.
L'incontro di Nanà a Milano era un fatto che doveva influire grandemente su questo progetto. Egli non si accorse di desiderare ancora ardentemente quella donna. La miseria è tal cosa che tronca ogni desiderio superfluo. La galanteria all'aspetto di questa si spaventa e fugge.
Nanà s'era accorta ch'egli doveva essere in miseria. Le donne in questo hanno un fiuto straordinario. Essa che lo aveva conosciuto a Parigi soltanto tre anni prima splendido e prodigo, vestito assai bene, lindo, profumato, aveva capito a prima vista la differenza.
* * * * *
Era di poco battuto il tocco quando Nanà entrò nella camera di Filippo. Essa entrò sorridendo e mostrando fra le labbra le sue mirabili due fila di denti, coll'aria trionfante di una donna la quale sa di render all'uomo che essa va a trovare uno degli onori più grandi che creatura umana possa fare ad un suo simile.
Ma dato un rapidissimo sguardo intorno in quella camera di Filippo fece una smorfia colle labbra e cogli occhi, nella quale si sarebbe veduto chiaramente un senso spiegatissimo di delusione e di disgusto.
Filippo voltava le spalle all'uscio pel quale Nanà era entrata, e stava tutto assorto, sotto ad una finestra, in una operazione discretamente eteroclita.
L'aspetto di quella camera aveva dato di botto sui nervi a Nanà. Eppure la era una stanzetta ordinata, pulita, ammodo. La stiratrice che era venuta poco prima a recar a Filippo la sua scarsa biancheria della settimana non rifiniva di lodarla. Ella trovava che ci si sarebbe stati bene anche in due. Non un filo fuori di posto; non una macchia, non uno sdrucito.
Ma agli occhi di Nanà c'era del superfluo che guastava ogni cosa.
Sulle pareti, per esempio, in cornici di finto ebano stavano appese quattro stampe rappresentanti quattro episodi del vecchio testamento: abbominî di disegno, di composizione e di colorito. E Filippo non se n'era mai accorto!
C'era un caminetto. A chiudere la bocca di quel caminetto c'era un paracamino. Uno sciagurato imbianchino sulla carta di quel telaio aveva dipinto un paesaggio al cader del sole così obbrobrioso, da far venire in uggia la campagna ed il cader del sole.
E Filippo non se n'era mai accorto.
Sul piano del caminetto Nanà scorse tre oggetti nefandi. Al posto del pèndolo, una grossa scatola col coperchio tutto incrostato di conchiglie terrestri e fluviatili, e, da una parte e dall'altra, due vasi barocchi con dei fiori di velo, sotto la loro brava campana di vetro colla rispettiva ciniglia verdesporco, che ne cingeva la base sul piedestallo di legno dorato.
Quei quadri, quel paracamino, quella scatola colle conchiglie e quei vasi erano certo la parte caratteristica, dirò così, di quella ignobile stanza, ma non erano ancora tutto. Intorno intorno Nanà, con quell'ammirabile rapidità di sguardo ch'ella possedeva quando voleva vedere, pari alla supina inerzia ond'era presa quando non le importava nulla di sapere, ebbe un'altra impressione molesta; quella che alla Francese si direbbe _choquante_.
Fu la presenza di un oggetto preparato su una sedia a piè del letto, accanto ad una camicia di bucato: un bel paio cioè di bretelle ricamate.
Le bretelle all'imaginazione delle donne rappresentano la vecchiaia dell'uomo che le porta. Eppure quelle bretelle di Filippo erano bellissime per quanto logore e macchiate dal sudore. Erano un avanzo dei giorni agiati e felici. Si capiva lontano un miglio che dovevano essere state un dono di qualche umile e molto borghese amante. Le liste maggiori erano minutamente ricamate in seta con leggiadro lavoro. Esse facevano capo da una parte e dall'altra a degli anelli, da cui si biforcavano i minori straccali di pelle liscia, che terminavano cogli occhielli, i coniugi legittimi dei rispettivi bottoni dei pantaloni.
* * * * *
Filippo stava, come fu detto, colle spalle rivolte all'uscio d'ingresso, intento in un'operazione alquanto misteriosa. Teneva piegata la testa e lavorava attento a due mani intorno ad un oggetto che Nanà non poteva discernere.
Nanà, accortasi che egli non l'aveva udita entrare, tossì.
Filippo si volse come sgomento, e vedendo la bella donna lì sul limitare, arrossì tutto e portò le due mani dietro la schiena.
Non ci riuscì a nascondere il proprio delitto. Nanà aveva già veduto, aveva capito tutto ed era scoppiata in un irrefrenabile riso.
Filippo nella destra teneva una forbice inditata, e nella sinistra un solino da collo inamidato, al quale stava facendo la barba.
Il far la barba ai solini da collo che perdono la bava dall'orlo, è un'operazione che le stiratore non si attentano di fare per loro conto, e che spetta a que' poveri diavoli, i quali non pensano a provvedere dei solini nuovi, quando i vecchi sono logori. Certo è che codesta operazione è fra le più gelose della vita, tanto che chi è costretto di farla, si lascia vedere il meno possibile che può e tanto meno poi da una donna, e tanto meno poi da una donna bellissima, alla quale già altra volta si è protestato ardentissimo amore.
Nanà trattenne l'ilarità, che mortificava Filippo e fu la prima ad aprir bocca, e senza il più piccolo preambolo gli disse a bruciapelo:
--Cosa diamine è successo di te? Sei dunque rovinato?
--Perchè?--balbettò Filippo.
--Ma lo si capisce. Sei venuto a stare in una camera, dove io non ci starei nemmeno dipinta, e ti tocca, a quel che sembra, di refilare i tuoi colli per poter uscire.
Filippo non rispose.
--Dunque non mi dici nulla a vedere che io mi sono incomodata per te?--diss'ella che si era seduta frattanto nell'unica sedia a braccioli che fosse nella camera.
E sdraiandosi in essa Nanà non aveva mancato, come al solito, di scoprire per un buon palmo, con un colpetto di mano, la stupenda gamba a Marliani già nota.
Filippo non aveva buon gusto; ma contava, prima di tutto, soli ventisei anni, possedeva una salute di ferro e una concupiscenza d'oro. Il suo temperamento sanguigno, irritabilissimo al solletico del senso, era già stato scosso potentemente al primo incontro degli occhioni di Nanà; Potete figurarvi cosa ne nacque alla vista del piede e della calza di seta ond'era coperta la gamba della donna già amata alla follia....
Lasciò cadere a terra solino e forbice, si avventò per così dire contro Nanà, con un moto di caldissima tenerezza, e fece per stringerla al seno.
--Un momento!--sclamò Nanà ritraendosi colla sedia; la quale avendo le rotelle scivolò indietro un bel tratto. Filippo che s'era curvato innanzi, perdette l'equilibrio e stette quasi per stramazzare al suolo. Lo scappuccio che egli fece mancandogli il centro di gravità fu così comico che Nanà dovette malgrado dar fuori in un'altra grande risata.
Nè faceva bisogno d'essere una _cocotte_ parigina per questo!
Filippo questa volta era mortificato sul serio.
Nanà godeva immensamente in cuor suo di riuscir con così poco a mortificare un pover'uomo! Anzi parendole venuto il tratto per aumentar la dose di quella confusione, si volse, prese in mano gli sciagurati straccali, che stavan sul dossale della sedia e presentandoli a Filippo:
--Tu dunque--disse--ti sei messo a tirar su i pantaloni con queste carrucole?
A Filippo s'affacciò per risposta e per giustificazione una bugia.
--Li usai per montar a cavallo--voleva dirle.
Ma pensò che Nanà se ne intendeva e che nei bei tempi andati l'aveva veduto vestirsi una volta per montar a cavallo, senza bisogno di quei tiranti. S'accontentò di rispondere:
--Il sarto m'ha fatto i calzoni troppo larghi.
Per poco ancora stettero in silenzio. Filippo divorava cogli occhi Nanà, che guardava altrove e diceva fra sè: che grullo!
--E dunque?--ricominciò Nanà.
--Dunque, che cosa?
--Non mi conti nulla?
--Io nulla.
--Sei in collera?
--No, ma capisci bene.
--Che cos'è che debbo capire?
--Io avrei voluto abbracciarti e farti un bacio e tu ti ritiri, che quasi mi facevi cadere e poi invece mi domandi se tiro su i calzoni colle carrucole.
--Mi piace tanto a veder gli uomini arrabbiare!
--Ancora?
Se Filippo non avesse avuto in corpo quell'orgogliuzzo da dozzina, quel ticchio permalosamente goffo, che è pure la caratteristica di tanti bei giovani di Milano e di altri luoghi, in questo punto avrebbe trionfato immediatamente.
Ho detto che in fatto di sensualismo Nanà non aveva ritegni. Contraddizione costante anche in questo. Essa era a momenti una donna fredda come marmo o magari, a momenti, la più sfrenata baccante della terra. Da madre natura ella pareva creata indubbiamente e mollemente lasciva; i suoi occhi e le sue rotondità troppo chiaramente parlavano; non si poteva pigliar abbaglio.
Quel giorno, dopo tanto erotico digiuno, ella sarebbe stata in gran vena di pazzie; e se Filippo avesse saputo fare, ella sarebbe tornata sua amante d'un giorno, con entusiasmo, malgrado la manifesta arsura di lui.
Povero Filippo Marliani!
Egli non s'accorse di essere un uomo perduto. Il presentimento non gli disse che fra il suo suscitato ardentissimo desiderio e la pur evidente condiscenza di Nanà, due elementi che sarebbero stati lì lì per intendersi tanto bene, si era elevato un ostacolo insormontabile nella mente e per ciò nei sensi di lei: il sentimento del ridicolo. Gli è in questo senso che i Francesi dicono che il ridicolo uccide.
Egli non vedeva in quel punto che la difficoltà di rompere di nuovo il ghiaccio.
Ebbe una sciagurata ispirazione.
Si mosse verso l'uscio.
--Che fai?--gli domandò Nanà.
--Chiudo l'uscio--rispose Filippo con un sorriso tra l'ebete, il compiacente e il fatuo.
--A chiave?
--Sicuro a chiave.
--Non voglio.
--Perchè?
--Perchè m'hanno veduta entrare e non voglio si dica che fui chiusa dentro a chiave con te. E poi del resto sai, debbo andarmene subito.
--Che cosa sei venuta qui a fare allora se vuoi andartene subito?
--Oh bella! Prima per domandarti un parere per un'idea che m'è venuta, cioè per una proposta che mi fu fatta da un impresario, che vorrebbe ch'io diventassi artista... poi per raccomandarti di non parlar di me a nessuno... poi....
--Poi che cosa?
--Poi per vedere se tu mi potevi prestare un migliaio di franchi.
Filippo si sentì come fulminato. Ma non si tradì.
--E se io potessi prestartelo il migliaio di franchi che faresti tu per me?--disse con voce leggermente tremula di emozione.
--Nulla... cioè ti ringrazierei.
--In che modo?
--Colla bocca.
--Null'altro?
--Null'altro.
--Perchè?
--Perchè--rispose Nanà--non vorrei che tu credessi ch'io voglia ripagarti del favore che mi faresti.
--Neppur un bacio?
--No. Un mio bacio o non deve valer denaro o deve valere dei milioni.
--Poumh?
Filippo dalle sortite di Nanà era continuamente disorientato. Quello spirito pieno d'ordine, abitudinario, limitato e timido non capiva le eccentricità di Nanà. Lo facevano ammutolire.
Allora quello sventurato, che teneva nel portamonete il danaro, col quale doveva pagare nelle ventiquattro ore il suo debito di giuoco della notte prima, trasse di tasca il portamonete e fece atto di cavarne il biglietto da mille.
--No--disse Nanà alzando la mano verso di lui.--Ora non li voglio più.
--Perchè non li vuoi più?--domandò con crescente esterefazione Filippo.
--Sei sfortunato oggi--sclamò Nanà sorgendo in piedi e ridendo un poco sforzata.--Se tu mi avessi dati que' mille franchi senza dir parola, se invece di pensare al compenso tu mi avessi fatto vedere che non pensavi ad altro che a rendermi un servizio, puoi star sicuro che.... Capisci bene; tu mi conosci già! Così me ne vado. Addio.
Filippo mise in tasca il portamonete.
Lo sguardo con cui Nanà accompagnò quella ritirata nelle tasche, mentre stava per volgere le spalle al giovane, fu una piccola iliade di ironia e di disprezzo.
--Nanà, fermati--le disse Filippo prendendole una mano.
Ella si volse.
--Io non ci capisco un bel nulla, di questi tuoi capricci.
--Lo so bene che non capisci nulla. Se tu li avessi capiti, non ci saremmo annoiati l'uno dell'altro in soli otto giorni... ti ricordi, a Parigi. Oppure a quest'ora io sarei già stata tua di nuovo.
--Ammetterai però d'esser un grande originale!
--Sarà benissimo!
Filippo le recinse la vita colle braccia, e Nanà le lasciò fare. La mossa, il gesto del giovane erano stati fatti abbastanza bene, e ciò era bastato perchè Nanà non se ne fosse schermita. Filippo curvò la testa sulla guancia di Nanà, la baciò ardentemente poi le disse in orecchio:
--Che cosa dovrei fare per ridiventarti simpatico?
Nanà ruppe a ridere. Filippo, abbassando lo sguardo sul seno turgido e semicoperto della voluttuosa creatura si sentì nelle vene un fenomeno, come se in esse fosse corso, non del sangue, ma della lava incandescente.
--Che cosa dovresti fare per diventarmi simpatico?--rispose Nanà svincolandosi da lui.--È più facile ch'io ti dica quello che non dovresti fare. Vedi, Filippo, per me il cedere non è questione come per tante altre, nè di tempo, nè di fatti, nè di gratitudine, nè di compassione. A me gli uomini sono simpatici o sono antipatici a prima vista. Dopo due minuti che li ho veduti o che li ho intesi a parlare, io potrei dirti: di questo non sarò mai l'amante, di quello lo sarei stata in tre ore, s'egli mi avesse voluta.
--Ma tu di me lo fosti già una volta!
--Appunto perchè allora mi apparisti amabile.
--Ed oggi no?
--No.
--Perchè?
Nanà, parlando girandolava per la camera ed era giunta dinanzi al camino.
--Ecco, per esempio--diss'ella alzando il coperchio della scatola fatta di lumachine e di conchigliette--ecco qua. A me sarebbe impossibile l'innamorarmi di un uomo, il quale tiene in casa sua di queste porcherie.
--Che ne so io? C'era, l'ho lasciata e la mi serve.
Nella scatola, Nanà vide delle fotografie. Ne levò una, la guardò con un sorriso pieno di ironia, poi domandò:
--Chi è questa?
--È la mia amorosa--rispose Filippo con un'alzata d'ingegno.
--Davvero? Te ne faccio i miei complimenti. È molto bella.
--Ti pare?
--C'è mai pericolo che essa mi trovi qui?
--No. Essa non viene qui. Vado io da lei.
--Perchè non me l'hai detto subito che avevi un'amante di questa forza?
--Perchè essa ama me, ma io non amo lei.
--Chi ami tu?
--Lo sai bene.
--Vorresti darmi ad intendere che tu sei innamorato ancora di me?
--Ora che ti ho riveduta, sono certo di esserlo, perchè tu sei sempre per me la più bella donna dell'universo.
Nanà vibrò al giovine uno di que' suoi sguardi ben intenzionati, che avrebbero avuto la potenza di far rizzare i capelli in capo a un morto.
Filippo spasimava.
--Nanà, sii buona--le disse egli; e prendendole le mani se la attirò sul petto, la recinse col braccio, le disse all'orecchio parecchie frasi insensate e senza sintassi, ma che volevano dir tutte chiaramente la stessa cosa.
Nanà lasciava fare e udiva con voluttà quel vaniloquio.
Ad un tratto sclamò:
--Mi hai detto che essa è innamorata di te?
--Molto.
--E soffrirebbe se tu la dovessi lasciare?
--Credo che ne soffrirebbe assai.
--Vuoi tu lasciarla per amor mio?
--Me lo domandi?--rispose come gemendo lo sciagurato Filippo.
--Me lo giuri?
--Te lo giuro.
--Che pegno, che sicurtà mi puoi dare che lo farai?
--Quella che tu vorrai impormi.
--Se io esigessi che tu non l'avessi a vedere mai più?
--Obbedirei.
--Se io volessi che tu stracciassi in mille pezzi questo suo ritratto?
--Ecco--disse Marliani facendo il ritratto in pezzi.
--Se io volessi che tu gettassi dalla finestra queste lumachine?
--Ecco.
E afferrata la scatola Marliani aperse le imposte, diè un'occhiata di sotto nel cortile e vi scaraventò la scatola.
--Se io esigessi che tu non avessi più mai a portar le bretelle?
--Ecco!
E Marliani, raccolte le forbici che stavano a terra, e presi in mano i tiranti, li tagliuzzò in varî pezzi.
--Sei contenta?
--Sì.
--Vuoi altro?
--No. Adesso che sono persuasa, va pure a chiudere l'uscio a chiave.
* * * * *
La mattina seguente al bel primo svegliarsi si affacciarono alla mente di Filippo Marliani due imagini e due idee importantissime, di cui l'una voluttuosamente splendida, l'altra sgarbatamente molesta.
La prima era Nanà. Quella donna che tutti desideravano, che aveva prodotta nella gioventù dorata di Milano una insolita effervescenza, per posseder la quale molti avrebbero dato, se non la vita, gran parte dei loro averi, era ridivenuta senza farlo basire, la sua amorosa.
La seconda idea, che attraversava e che smorzava quella superba gioia era la ripetizione di un fastidio e di un rimorso che già egli aveva risentito il dì prima, non appena Nanà lo aveva lasciato solo nella sua cameretta. Era prodotta da due fatti egualmente gravi e umilianti: quello di trovarsi senza più il becco d'un quattrino indosso, e quello di non aver potuto pagare nelle ventiquattr'ore il debito di giuoco di ottocento franchi, contratto la notte dianzi.
Egli, infatti, di nascosto di Nanà, la quale--credeva.--non avrebbe voluto più accettare il suo dono le aveva scivolato nel portamonete il suo ultimo biglietto da mille franchi, che avrebbe dovuto servire a quell'ufficio indispensabile per chi voglia comparire ancora in una sala di giucco.
E si trovava perfettamente al verde. E--ciò che non è indifferente a notarsi--non teneva più in casa neppur un filo con cui far danaro. L'abbiamo veduto fare la barba ai solini da collo sfilacciati. Segno di grande arsura!
Se non che l'anima umana è così avida di felicità e si sottrae così volentieri al dolore e all'umiliazione, che sulle prime il pensiero di Filippo figgendosi ardentemente nell'imagine di Nanà gli fe' riprovare soltanto la gioia e l'estasi vivissima d'averla ancora posseduta.
--Nanà, mia Nanà, bella Nanà terribile--andava egli dicendo mentre si vestiva; e non si saziava di ripetere quel nome come per tener occupata la mente e ributtar indietro le idee importune.--Che splendida creatura! Che occhi, che capelli, che denti, che profumo di donna sana! Ma l'orgasmo erotico durò poco.