Part 2
— Eh!... — e il francese si arricciò i baffetti bruni. — Mi pare chiaro!... Cioè, — soggiunse ridendo, — non sarà chiaro, sarà buio. Quel marmocchio mi ha ripetuto tre volte: «Senza luce. Senza rumore e senza luce».
E senza rumore e senza luce Jean Vital si recò quella notte alla capanna solitaria di là dal ponte di San Juan. Lungo la spiaggia i suoi passi cadevano lievi e silenziosi sulla sabbia; indi volse a destra, traversò il ponte e lasciò dietro di sè le luci del villaggio e la luminosa striscia del mare.
E ben altro lasciò dietro di sè in quell'ora Jean Vital che i suoi focosi venticinque anni conducevano a perdizione.
Seguendo la strada, da qualche anno quasi deserta, vide presto, a destra della via, ergersi — ombra sull'ombra — la capanna abbandonata.
Stava per emettere un breve fischio allorchè ricordò l'ingiunzione del ragazzo: «Senza rumore!» E giunto sulla soglia e spinto l'uscio basso e socchiuso, il buio davanti a lui fu così nero che per istinto cercò in tasca gli zolfanelli.... Ma ecco che gli tornò alla memoria l'ordine tre volte ripetuto dal messaggero: «Senza luce».
Si tolse la mano di tasca e la tese brancolando innanzi a sè; indi sussurrò a bassissima voce il nome della donna:
— «Jamana!...»
Un mormorio inarticolato gli rispose; una mano toccò il suo polso e lo trasse nella capanna.
Un profumo strano e violento gli tagliò per un istante il respiro. Era come un odore di muschio e di bergamotto; e sotto a quella duplice e forte fragranza vagava un altro aroma, dolciastro, languido, quasi impercettibile....
Ma la stretta al suo polso — egli la sentiva calda e tremante — lo traeva innanzi e in giù.... il suo piede toccò una stuoia.... e al suo respiro rapido e ansante rispose, lieve, un sospiro....
. . . . . . .
L'alba color grigio-perla illuminava fiocamente l'apertura quadrata della finestra, quando un leggero rumore lo svegliò. Prima ancora di ogni altro ricordo, giunse ai suoi sensi assopiti quello strano odore, dandogli una lieve impressione di stordimento.
Senza aprire gli occhi allungò la mano e toccò accanto a sè una coperta ruvida, un posto vuoto.... Allora aprì gli occhi e vide disegnata sullo sfondo grigio del vano della porta, un'ombra. Era un'ombra femminea, ammantata di scuro, che apriva cautamente l'uscio. Gli parve di non ravvisarla. La chiamò.
— Jamana!
Ma la donna non si volse. Spalancò la porta e uscì correndo.
Vital balzò in piedi, e così qual'era, senza giacca e senza scarpe, le fu dietro colla leggerezza rapida d'una pantera. La raggiunse, la ghermì per le braccia, le strappò dal capo lo scialle nero e la guardò.
Un urlo gli sfuggì dalla bocca spalancata. Gittò le braccia in aria, e gli occhi parevano schizzargli dalla testa....
E mentre la donna fuggiva, curva nella polvere, egli ululava, ululava strappandosi i capelli, dilaniandosi le carni, conficcandosi le unghie nella bocca come se volesse strapparsela dal viso. La bocca!...la bocca sua che aveva baciato quell'immonda cosa!...quel volto roso e sfigurato dalla lebbra!
L'aurora lanciava pel cielo nastri di rosa e veli d'oro, allorchè Jean Vital ritraversò il ponte. Parlava forte da solo; gridava, gesticolando, scotendo i pugni al cielo.
Andò a battere alla porta del dottor Harding. Questi si alzò da letto per aprirgli. Sulla soglia vide un essere ch'egli dapprima non riconobbe.
— Lontano!...Stammi lontano — urlò Vital in frenesia, — sono contaminato!
E stramazzò ai piedi di Harding, e sangue e schiuma gli uscivano dalla bocca lacerata....
. . . . . . .
Passò un anno. Non accadde nulla. Durante quell'anno parve a Jean Vital di trattenere il respiro. Non osava guardarsi in uno specchio per paura di vedere le stimmate orrende del morbo. Non osava guardare in faccia alla gente per paura di scorgere a un tratto nei loro occhi la rivelazione spaventosa.
Passarono due anni. Allora, tremando, egli osò per la prima volta guardarsi in uno specchio. Si trovò magro, con un ciuffo di capelli bianchi sulle tempia, col viso pallido ma d'un pallore chiaro e sano. Allora prese a guardarsi continuamente; si portava intorno uno specchietto e cento volte al giorno se lo toglieva di tasca e si scrutava; si esaminava gli occhi, la bocca, il naso, le gengive, la gola.... Nulla.
Passarono quattro anni. Passarono cinque anni. — Nulla. Jean Vital riprese a lavorare e a vivere. Era rimasto incolume; era sfuggito al contagio. La sua gioventù, il suo sangue sano avevano trionfato della mostruosa contaminazione.
Ed era un uomo felice. Il fatto di essere sano, di avere le carni illese, era per lui una fonte di perenne, estatica esultanza; non era la passiva, quasi inconscia, soddisfazione dell'uomo che gode di una salute normale. No; Vital ogni giorno, ogni momento si compiaceva nel constatare che il suo corpo era incorrotto, il suo sangue mondo, terse le carni vigorose; e questa constatazione gli pareva quasi una vittoria sui fati, una conquista personale della sua robusta virilità.
Passarono otto anni. Vital tornò in Francia. Aveva danari. Pensò a prender moglie. Scelse con prudenza e deliberazione. Scelse la più bella e saggia fanciulla del suo paese. E quando l'ebbe chiesta e ottenuta, se ne innamorò perdutamente, pazzamente, sentendo rinascere in sè la passione scordata o frenata durante i suoi anni di tortura. L'amò con frenesia di gratitudine e di gioia, quasi rappresentasse per lui la liberazione definitiva dall'incubo mostruoso. L'adorò con tale trasporto di riconoscenza e di beatitudine che la fanciulla stessa non lo comprendeva, e ne aveva quasi paura....
Mancava un mese alle nozze. Era il primo d'Agosto e, dopo la giornata canicolare, Vital — che dal principio dell'estate s'era sentito un po' languido e sonnolento — scese con gli amici a fare un bagno nel fiume. Si svestì sulla sponda, parlando e scherzando; gettò giacca e sottovesti sull'erba, indi alzò le braccia per trarre da sopra al capo la camiciola di maglia.... Sostò. Guardò quelle braccia ignude alzate nella gran luce del sole....
Stette un attimo così, immobile, senza respiro. Indi abbassò le braccia e le tese davanti a sè nella luce abbagliante di quel sole estivo. Il terrore lo fulminò.
Sull'avambraccio destro v'era una macchia rossastra, leggermente saliente. Più su, vicino alla spalla, ve n'era un'altra. Sul braccio sinistro.... Sì! sopra la piegatura del gomito, una piccola placca rossa e granulata....
Una nausea profonda gli chiuse la gola. Indi con un ruggito di belva si abbattè, colla fronte in terra.
. . . . . . .
Il dottor Harding ne ebbe notizia per qualche anno ancora.
Vital errava per il mondo portando con sè la sua disperazione. Harding ne riceveva delle lettere che lo facevano rabbrividire d'orrore e di pietà.
«Se tu sapessi che cosa vuol dire assistere con mente chiara alla propria putrefazione!... Non mi lascio vedere dai dottori per paura che mi mandino alla Lebbroseria, a Hendela.
«Tu, tu che sei medico, studia, trova, inventa!... Per Dio! ci sarà pure un rimedio! Ancora sono nei primi stadi.... Trova! Cerca! Inventa!».
E un anno dopo:
«Fa presto! fa presto! Aiutami! Faccio già spavento a chi mi vede. Non ho più sopracciglia; ho dei noduli sulla fronte, sulle narici, sui lobi delle orecchie. Ho le mani difformi; le dita mi si ricurvano come artigli....».
E più tardi ancora:
«La cancrena mi ha fatto cadere un dito. Il morbo mi s'infiltra negli occhi; non ho più palpebre. Fa presto! In nome di Dio!... Cerca! trova! inventa....».
E il dottor Harding studiò, cercò, inventò. Fece venire le opere di Bibb, di Koch, di Hutchinson, di Schmal; andò in cerca d'indigeni lebbrosi e fece su loro degli esperimenti, pericolosi a sè stesso e a loro; tentò inoculazioni, vaccinazioni, cure di arsenico, di mercurio, di olio di chaulmoogra.... Visse tra mostri deformi e animaleschi, studiando tubercoli e ulceri, cancrene e necrosi....
E già da anni la terra, scura e pietosa, aveva ricoperto il volto spaventoso di Vital, che ancora il suo amico, sulle lontane coste dell'India, cercava, studiava, inventava, ossessionato dall'idea di guarirlo, fisso nel pensiero di vincere il più antico, il più atroce morbo che affligga l'umanità.
. . . . . . .
Il dottor Harding aveva oltrepassato di poco la quarantina, allorquando l'unica sua parente — una sorella di suo padre, vecchia solitaria ed eccentrica ch'egli appena conosceva — si ammalò e lo chiamò in patria. Per devozione alla memoria di suo padre, egli, lasciando a malincuore i suoi studi e l'India, vi andò, e trovò la vecchia donna, colpita da paralisi, nella sua casetta rustica, «Rose Cottage».
Al capezzale, mite, timida, pietosa, vegliava la bionda figlia del pastore anglicano di Wild-Forest.
E quando la vecchia ebbe chiuso gli occhi — lasciando ad Harding la sua esigua sostanza, la casetta e i limitati poderi — Harding tese la mano alla mansueta e silenziosa infermiera per ringraziarla.
Quella mano era piccola e tiepida e tremante. E Francis Harding la trattenne nella sua.
V.
Ma traverso gli anni — troppo brevi! — di calma dolcezza con lei, e nella vedovanza che gli straziò il cuore e lo lasciò, solo in un mondo che poco conosceva, con due fanciullette sulle braccia, l'idea fissa di Harding non gli uscì mai dalla mente: trovare un rimedio alla spaventosa elefantiasi greca, distruggere il bacillo di Hansen, liberare la terra da quella mostruosa impurità. Studiò tutte le nuove pubblicazioni di Pasini e di Borthen, di Moreno e di Padilla; si mise in corrispondenza con Filippo Rho, con Castellani e Chalmers; si creò un piccolo laboratorio in fondo al giardino dove, con bacilli mandatigli da Londra, fece degli esperimenti su conigli, topi e porcellini d'India. Intraprese dei viaggi a Parigi e a Bieberich sul Reno; mantenne delle corrispondenze agro-dolci coi collaboratori di giornali scientifici e riviste mediche; e non cessava mai di rammentare le sue passate esperienze indiane, rimpiangendo amaramente di non poterne sapere i risultati.
— Avevo trovato!... sono certo che avevo trovato.... — diceva talvolta, la sera alzando i miti occhi dai suoi fogli e fissandoli sulle teste bionde delle sue figliuole che, chine al lavoro sotto la luce diffusa della lampada famigliare, alzavano a lui i soavi occhi celesti. — Mi basterebbe avere qui otto o dieci lebbrosi....
— E dove li terresti? — chiedeva Myosotis, non senza un poco d'inquietudine.
— Già — rifletteva il dottore scotendo la testa bianca; — dove li terrei?
VI.
Lieti volavano i giorni, portando anemoni d'opale e iridi azzurre e candidi narcisi al giardino di Rose Cottage; allungando i tralci di edera che stringevano in un verde abbraccio tutto il piano inferiore della casetta.
Avrebbe dovuto esserci anche un'aiuola di giacinti; ma questi, comperati allo stato di bulbo dal dottore a Leeds, e da lui e le sue figlie piantati con più cura che esperienza, non fiorirono perchè erano stati messi in terra colla testa all'ingiù.
Nel piccolo orto, cura speciale di Jessie, si seminarono colla consueta regolarità cavoli, spinacci, cicoria e piselli, e colla medesima regolarità gli otto polli bianchi, cari al cuore del dottore, andarono a mangiare i semi appena messi in terra, e se ne tornarono all'aia soddisfatti, facendo cenno di «sì» col capo ad ogni passo.
I quattro grossi conigli bianchi e neri diventarono i genitori di trentadue piccoli conigli bianchi e neri.
I due cani, Whisky e Soda, per tutto un giorno non ebbero fame, e si fu molto in pena per la loro salute, finchè non si scoprì che avevano mangiato dodici dei piccoli conigli. Allora Myosotis e Leslie piansero molto per i piccoli conigli; e piansero ancor più per Whisky e Soda durante la punizione inflitta loro dalla inesorabile Jessie col battipanni.
Il dramma dei conigli fu l'episodio più saliente di quella primavera.
L'evento principale dell'estate fu una visita della signora Russel, moglie dello Squire del paese; ella arrivò a Rose Cottage un mattino con sua figlia Nelly ad invitare le due fanciulle ai bagni di mare a Felixstowe.
— Partiamo lunedì, Nelly ed io, — disse, amichevole e vivace, al dottor Harding; — le sue due figliole potranno essere pronte per quel giorno?
Il dottor Harding parve assai incerto. Pur ringraziando dell'invito, non pareva troppo incline ad accettarlo. L'idea di affidare ad altri, anche per breve tempo, le sue dilette, lo turbava assai.
— Ma sapete pure, — insistè Mrs Russel, un poco impaziente — che questa è un'usanza entrata ormai in tutte le nostre migliori famiglie. Anche la mia Nelly fa ogni anno il suo giro di visite in casa dei nostri amici più intimi. Solo così le nostre ragazze possono imparare a stare al mondo, a conoscere gente, a non trovarsi timide ed impacciate quando vanno in società.
Pur riconoscendo la saggezza e i vantaggi di questa abitudine inglese, il dottore non sembrava troppo disposto a conformarvisi.
Allora la signora Russel, già sulla porta in procinto di partire, tentò un altro argomento.
— Pensate, dottore, di quanto vantaggio per la loro salute saranno i bagni di mare....
Il dottore ringraziò, e promise che ci avrebbe pensato.
Jessie che teneva aperta la porta, la richiuse con forza non appena Mrs Russel e sua figlia ebbero voltato le spalle; indi entrò nel salotto con ciò che le bimbe chiamavano «la sua faccia di policeman».
— I bagni di mare! — esclamò. — Già. Non mancherebbe altro.
— E perchè no? — fecero in coro Myosotis e Leslie.
— Perchè è pericoloso — dichiarò essa.
— Ma Jessie!... Tutti vanno a fare i bagni!...
— Ci vanno, ci vanno; e per lo più si annegano, — sentenziò Jessie, lugubre e caparbia. — Vostro padre deciderà come vorrà. Ma se lo domandate a me, dico che finchè voi non saprete nuotare non dovete entrare nell'acqua.
— E dove vuoi che impariamo a nuotare? Per istrada? nel prato? — esclamò Leslie, sarcastica.
Ma la vecchia domestica volse le spalle quadrate e inesorabili, e tornò in cucina.
Le due fanciulle la seguirono.
— Jessie!... Sei proprio illogica... — ragionarono.
— Sì, sì, illogica — fece quella; — quando avrete la mia età sarete illogiche anche voi.
Myosotis rise. E rise anche Leslie all'idea di avere giammai l'età di Jessie.
— Scommetto che Jessie, — osservò Myosotis — non sa neppure il significato della parola «illogica»!
— Non lo so, nè lo voglio sapere — ribaltò Jessie. — Non ho tempo, io, di riempirmi la testa di parole nuove.
E staccò dal gancio una casseruola, sbattendola sul tavolo con molto rumore.
— Lasciamola stare! — fece Leslie, traendo pel braccio la sorella. — Sai bene.... È come la storia del pianoforte.
La storia del pianoforte! Le ragazze la rammentavano a Jessie ogni volta che volevano farla stizzire.
— Rose Cottage sarebbe perfetta — aveva detto un giorno Myosotis, guardandosi intorno nella casetta, che dopo la vigorosa pulizia pasquale di Jessie era linda e lucida come un bambino a cui si sia lavato con molto sapone la faccia, — sarebbe perfetta.... se ci fosse un pianoforte.
Il papà, udendo quell'osservazione, aveva accarezzato la guancia rosea di Myosotis.
— Te lo comprerò, — disse.
Ma Jessie che stava mettendo tavola, e che, per principio, disapprovava ogni soverchia indulgenza, intervenne severa:
— E si può sapere che cosa ne farete d'un pianoforte, poichè non lo sapete suonare?
— Ma quando l'avremo, impareremo — disse Myosotis.
— Niente affatto. Quando avrete imparato a suonarlo, lo potrete avere — ribattè Jessie, con grande fermezza. — Vostro padre non farà di quelle spese inutili. — E uscì, borbottando ancora: — Già! Mancherebbe altro. Un pianoforte, quando nessuno lo sa suonare!...
— Sarà meglio non farla arrabbiare — disse il dottor Harding, a tavola, guardando i visetti compunti delle due ragazzine. — Non insistiamo per il pianoforte....
Non insistettero. Ma Myosotis si alzò ogni mattina alle sei, e prima di scuola scendeva correndo al villaggio. Alle sette e mezzo batteva già alla porta di Miss Jones, la quale, ancora in sottana con uno scialletto sulle spalle, la faceva entrare nel suo salottino, toglieva dal pianoforte un vaso di fiori di cera, le fotografie dei suoi genitori e quella della famiglia reale, e apriva con solennità l'istrumento. Myosotis sedeva risolutamente davanti alla tastiera e si poneva a studiare.
Un pomeriggio, quattro mesi dopo, tornando di corsa a Rose Cottage, ella andò difilato in cucina, e davanti a Jessie che stava impastando un Yorkshire pudding, distese ed aprì il primo quaderno del Diabelli.
— Vedi queste cose nere? — disse. — Sono note. Ed io le so suonare.
E poggiato il quaderno all'orlo dell'asse infarinato, suonò sulla tavola da cucina, alzando molto le dita e cantando la melodia:
— _Ta, tatà tatà tatà, ta, ta...._
Jessie colle mani infarinate sui fianchi, fu assai impressionata.
— Ma guarda un po', ma guarda un po'! — esclamava. E nei suoi occhi rossi salivano le lagrime di meraviglia e di ammirazione.
— _Ta, tatà tatà tatà tatà, ta, ta_ — continuava Myosotis.
E a Jessie le lagrime traboccarono dagli occhi e caddero giù per le guancie; e non potè nè nasconderle nè asciugarle perchè aveva le mani infarinate.
Tre giorni dopo, arrivava da Leeds il pianoforte. E il dottore in poltrona, e Leslie in piedi, e Jessie rigida in una sedia accanto alla porta, ascoltarono rapiti la Sonatina del Diabelli per ben otto o dieci o dodici volte di seguito; mentre in cucina il pollo — immolato per la grande occasione — bruciava nella casseruola, e Whisky in piedi sulla tavola, ne divorava i fegatini e il cuore.
VII.
Di ritorno da Felixstowe, Mrs Russel, a cui la timida e dolce ritrosia delle due fanciulle era assai piaciuta, le invitò a venire ogni sabato a giocare al tennis colle sue figlie e la figlia del nuovo pastore anglicano. Le due fanciulle vi andarono, ma essendo molto timide e non sapendo giocare al tennis non si divertirono troppo, e il sabato seguente non vi andarono più.
Ma da quella visita riportarono una cosa nuova nella loro vita; un libro prestato da Nelly Russel: «_Jane Eyre_», di Charlotte Brontë. Non avevano mai letto un romanzo e fu per loro un avvenimento. In Rose Cottage non si parlava che delle sofferenze di Jane, della dolcezza di Helen, della fierezza di Rochester; Myosotis lo leggeva ad alta voce, la sera, a Leslie che ascoltava colle guancie accese e le mani strette in grembo, e al papà che ogni tanto sonnecchiava. Ma le ragazze lo svegliavano per rileggergli i passi più emozionanti, e poi andavano in cucina a leggerli anche a Jessie.
Ma quella crollava la testa sotto la cuffia bianca inamidata: — A me non piacciono quelle storie. Meglio leggere la Bibbia: si capisce meno, ma si sa che fa bene.
La sera che il libro fu terminato, Myosotis riprese rassegnata la sciarpa che stava ricamando per Leslie; ma Leslie tenne il libro tra le mani, quasi le dolesse separarsene.
— È strano, — sospirò essa, facendo scorrere tra le dita le nitide pagine ormai lette, — è strano che nei libri accadono tante cose!... Invece nella vita non accade mai niente.
— Perchè dici questo? — chiese la sorella maggiore volgendo su lei gli occhi teneri e inquieti. — Ti annoi, forse?
— Non so se m'annoio — rispose Leslie, pensierosa. — Non so precisamente che cosa voglia dire «annoiarsi».
— Già, — fece Myosotis, contemplando la diafana, biondissima sorellina. E seguendo il filo dei suoi pensieri dovette dirsi che, in fondo, non sapevano nè l'una nè l'altra che cosa volesse dire annoiarsi o divertirsi, gioire o soffrire.
La vita non aveva finora offerto alle loro labbra che la pura inconsapevolezza d'ogni cosa, come un fresco e insapore sorso d'acqua montanina.
— Perchè proprio a questa Jane — continuò Leslie, sfogliando il libro con nostalgica lentezza — vanno a capitare tante cose? Non è verosimile. Poteva accaderle niente, come a noi.
Myosotis rise. — Ma è appunto perchè le sono capitate tante cose, che l'autore ha scritto il romanzo. Di una ragazza a cui non succede niente, nessuno scrive.
— Già, sarà così — disse Leslie pensierosa. — La nostra vita!... Come è bianca e vuota! Certo di noi nessuno scriverà.
VIII.
Verso la fine di quell'estate, in cui Myosotis compiva diciannove anni e Leslie quindici, venne a stare a Wild-Forest, in una villa signorile da tanti anni chiusa, una signora dal bel nome aristocratico: Lady Randolph Grey.
Grande, grassa, coi capelli tinti di rosso, la carnagione di un biancore abbagliante, si vedeva uscire dal cancello della villa, vestita di scuro con un largo cappello alla Rembrandt sui capelli color rame, e traversare il paese con calmo e dignitoso incesso.
Non faceva nulla per far parlare di sè. Ma Wild-Forest tuttavia ne parlava. Commentava il suo contegno serio e composto ogni domenica in chiesa; e assaporava con piacere i _puddings_ profumati di cannella e garofano ch'essa mandava a tutte le vecchie povere del villaggio.
Non si sapeva troppo chi fosse. Delle sue tre domestiche, una sola usciva a far compere nel paese e non parlava con nessuno. Ma, forse per qualche velata indiscrezione dello chauffeur — poichè Lady Randolph aveva anche una Rolls-Royce verde scura e uno chauffeur in livrea dello stesso colore —, si sussurrava che era una dama di alto casato: chi dava per certo che era sorella di Lord Randolph Churchill, e chi sosteneva con non minore convinzione che era invece la moglie di Lord Edward Grey.
Il suo primo nome aveva un dolce suono esotico: «Miranda», che i villici di Wild-Forest rotolavano in bocca come una caramella di gomma.
Il Pastore protestante e lo Squire colle loro signore le avevano subito fatto visita; ma essa, pur ricevendoli con regale affabilità, non aveva reso la cortesia se non col lasciare alle loro porte uno stemmato biglietto di visita.
Viceversa, dopo qualche settimana di solitudine, cominciò a ricevere molte visite da Londra; e, specialmente al «_week-end_», cioè ogni Venerdì e Sabato, si udiva per le silenziose vie del villaggio un gran rantolare e russare e tossire d'automobili.
La domenica andava sempre lei sola in chiesa; i suoi ospiti rimanevano nella villa delle Acacie. I buoni rustici, avviandosi alla chiesa, li scorgevano talvolta traverso l'alta siepe d'edera e di bosso: stavano languidamente sdraiati sotto agli alberi nelle poltrone di vimini, fumando sigarette (le donne come gli uomini) ed esponendo all'aria (gli uomini come le donne) le eleganti caviglie calzate di seta variopinta.
Si faceva sottovoce i nomi degli ospiti: quello dai baffi bianchi doveva esser Mr. Asquith, e le due signorine vestite di rosso erano senza dubbio le sue figlie. C'era anche il Duca di Norfolk.... in incognito. E quel biondino snello e pallido, vestito di grigio, si sussurrava a bassa voce che doveva essere.... Sì, sì! nientemeno che il principe di Galles!... Traverso le siepi i contadini sostavano, trattenendo con riverenza il respiro, a mirare quelle caviglie iridescenti a quadretti rossi e verdi, appartenenti a Sua Altezza.... E quando, in chiesa, il reverendo Pastore recitava come di precetto la preghiera per la Famiglia Reale, tutti gli occhi si volgevano a Lady Miranda Randolph Grey, che inginocchiata piamente nel suo banco, chinava un po' più basso sulle guantate mani il cappello piumato e la nuca tizianesca, quasi fosse questa preghiera un favore speciale e personale che la congregazione chiedesse per lei all'Onnipotente.
Una domenica, uscendo dalla funzione, col capo d'oro soavemente chino sopra il suo libro di preci, e percorrendo il viale del piccolo cimitero che circondava la chiesa, ella si imbattè faccia a faccia colle due figlie del dottor Harding. Quelle levarono a lei i limpidi sguardi; e quando furono passate ella ebbe l'impressione d'aver sfiorato qualche cosa di primaverile, di mattinale e d'alato.
— Chi sono quelle due fanciulle giovanissime, biondissime, vestite d'azzurro, che ho visto or ora? — si degnò essa di chiedere a Mrs Russel che, ferma sulla strada davanti al cancello del cimitero, aspettava il passaggio e il saluto della illustre dama.