Morti e viventi

Part 7

Chapter 72,669 wordsPublic domain

È permesso a uno scrittore il far travedere anzi il mettere schiettamente in vista, quando gli piaccia, l'intendimento utile d'una sua narrazione? — Lasciamo che ne discutano ancora quei critici ingenui, e stavo per dire quegli infelici, che perseverano nella volontaria fatica di fabbricare le caselle per la novissima rettorica. Dio buono! Bisogna bene che anche la infanzia e la vecchiaia abbiano i loro trastulli.... Ma non mai, a proposito di un libro, potè, meglio che per questo del De Amicis, essere ricordata la massima di Boileau, che tutti i generi son buoni all'infuori dei noiosi.

* * *

Volete ricchezza di profili umani, colti dal vivo e delineati con mano ferma? I maestri Ratti, Lerica, Labaccio, Calvi, Delli; le maestre Galli, Ferrari, Pedani, Falbrizio, Bragazzi; il provveditore Megari; il sindaco Lorsa, l'avvocato Samis, i preti don Bruna e don Biracchio, l'organista anarchico, il segretario sornione, l'ispettore igienista, l'ispettore scienziato; ecco dei personaggi in carne ed ossa che vediamo muoversi, che sentiamo parlare, che non dimenticheremo più.

Volete varietà animata e pittoresca di ambiente e di paesaggio? Gerasco, Piazzena, Altarana, Camina, Bossolano, ognuno dei luoghi ove il maestro Ratti è portato dalla sua buona o mala ventura, il De Amicis sa ritrarre con tocco efficace o sobrio. Non profonde, come suole, tutti i colori smaglianti della sua tavolozza, inebriandosi di descrizioni; ma trova sempre il modo di compenetrare e via via di fondere quasi il dramma umano con la scena, raggiungendo spesso una evidenza mirabile. Come balza intera dinanzi ai nostri occhi la vita intima di que' comunelli di pianura e di montagna, con tutte le piccinerie e le miserie e le cattiverie, che l'autore non tralascia mai di ricercare e mettere all'aperto con una nobile austerità di proponimento!

La visita del maestro Ratti al provveditore Magari, merita di essere ricordata e confrontata con la famosa scena tra Don Abbondio e il cardinal Borromeo; la descrizione dei vecchi maestri obbligati agli esercizi di ginnastica, ci dà un quadro stupendo, fra bizzarro e pietoso, che vi rinnova, sott'altra forma, l'impressione della “Corte dei miracoli„ in _Notre-Dame_ di Victor Hugo.

Alcune volte, è vero, una punta di caricatura che sconfina nel volgaruccio: qua e là degli indugi e delle variazioni compiacenti sulla formosità femminile e sugli effetti afrodisiaci che produce nei riguardanti; non di rado anche certe particolarità descrittive e crudezze di linguaggio inutilmente ignobili. Tutte cose nuove affatto o recentissime nel De Amicis. Con le quali direste che egli metta un deliberato proposito a vendicarsi di quei critici che per tanto tempo lo hanno proverbiato di sentimentalità o di idealità eccessiva. Volevano un De Amicis rude, audace, quasi brutale? Eccoli contentati!

Ma questi, che pur sono difetti, non riescono a offuscare uno degli aspetti più considerevoli del libro: voglio alludere alla schietta vena di _umorismo_, onde tutto il racconto riesce così brillantemente avvivato e come aromatizzato.

Alcuni critici hanno voluto sostenere,

tanta ignoranza è quella che li offende,

che l'umorismo è opera d'arte tutta moderna, confondendo la novità esotica della parola con la novità della cosa. Io intanto direi che, generalmente parlando, l'umorismo degli scrittori moderni pecca spesso di un grandissimo difetto, il quale consiste in una certa “esibizione„ troppo scoperta, e quindi tutt'altro che abile, del loro intendimento. Lo scrittore umorista noi lo sentiamo quasi sempre alla impostatura della frase, al giro del periodo, perfino a qualche predilezione grafica e ortografica; lo indoviniamo a un certo suo piglio suggestivo, col quale par che ci dica: — eccomi qua; aspettatevi di sentirne delle belle! — Edmondo De Amicis invece possiede un fare tutto suo. Ha il segreto del nostro riso come ha quello delle nostre lagrime. La sua narrazione procede innanzi piana, limpida, uniformemente colorata, come una cert'aria di buona figliuola, senza lasciare mai scorgere la più piccola pretesa a far dello spirito... A un tratto un particolare, una reticenza, un motto, un idiotismo bastano perchè ci sentiamo pieni d'un improvviso buon umore; e spesso la volta della stanza ci rimanda l'eco di una nostra risata...

Ma benchè queste risate non sieno infrequenti mentre leggiamo _Il romanzo di un Maestro_, sull'indole del libro si stende un'ombra di tristezza. E l'hanno chiamato un libro pessimista.

La mente di Edmondo De Amicis da qualche anno (fu già notato) è entrata in un periodo più serio e ha contratto un abito più meditativo. Anche dall'animo suo, con la prima giovinezza, debbono naturalmente essere volate via certe inclinazioni a vedere tutte le cose del mondo con occhio confidente. Adesso egli sente di più certi disagi e certe inquietudini del nostro tempo; degli accenni frequenti e alcune preterizioni significanti, ne' suoi ultimi volumi, mostrano, a chi sappia leggere tra le linee, che egli si è venuto di più accostando, anche senza mutare nel fondo, alle idee e ai sentimenti della novissima generazione[2]. Tale è, io credo, la prima radice di certe sue tristezze, che sconfinano talvolta in un accoramento profondo.

Se l'impressione generale che lascia questo romanzo non è allegra, bisogna anzitutto accagionarne la materia che, in Italia, davvero non lo è. Ma ammesso questo, io nego che pessimista debba qualificarsi il libro, nello stretto senso almeno che si suol dare a tale vocabolo. Esso ci fa pensare che sopra ottomila e più Comuni che conta il regno d'Italia, ve ne ha certo più che l'ottanta per cento nei quali la Scuola è considerata come un gravame, un ingombro, un fastidio, e il povero maestro quasi un nemico che si circonda di angheria e d'incuria e d'ingiustizie d'ogni maniera. Doveva il libro farci pensare tutto il contrario? Doveva invece portare un allegro contributo di argomenti a conforto di quegli ingenui, ai quali il nostro trentennio di analfabetismo stazionario non ha ancora insegnato mai nulla, e che persistono a cullarsi nel sogno che senza una vera “rivoluzione„ negli ordinamenti scolastici potremo uscire da tanta miseria? — Il libro insomma è una terribile pittura di mali veri; ma nè li dimostra irreparabili, nè va fino ad occultarci con essi la faccia del bene e a spegnere in noi la fede nel suo trionfo. Tutt'altro. I tristi e gli inetti abbondano in questo racconto; ma bastano alcuni tipi veramente luminosi per farci guardare in alto e sperare virilmente.

[2] Questo era scritto nel 1890.

I fanciulli, perfino i fanciulli, paiono in certe pagine aspramente trattati e quasi respinti dal paterno cuore di De Amicis. Come è dura la disillusione che mettono quelle pagine in noi, che qui ci attendevamo di vedere la penna del buon Edmondo gareggiare di sorrisi e di carezze col pennello dell'Allegri! Ma indi a poco, in altre pagine, vediamo l'ideale dell'infanzia e il santissimo ufficio di redimerla e di consolarla così potentemente evocati e inculcati, che non possiamo a meno di riconfortarci e quasi di inorgoglirci dell'amore e della fede nobilissima, che l'anima dello scrittore ha fatto esultare nella nostra.

LA LETTERATURA DEL CARCERE

A MATILDE SERAO.

Quello che sto per scrivere pare un controsenso: le opere d'arte più vigorosamente concepite ed eseguite, hanno il potere di farsi talvolta dimenticare e quasi mettere in un canto dalla nostra imaginazione, che esse medesime hanno saputo spingere fuor di loro, lontano da loro, a spaziare per orizzonti vastissimi. È come una abdicazione temporanea, la quale dimostra la potenza meglio che qualunque altro esercizio di dominio diretto.

La musica di Beethoven, per esempio, io credo che non abbia avuto mai maggior trionfo di quell'ora in cui la mente di Goethe, ascoltandola, andò fantasticando di cose in apparenza tanto diverse e lontane da essa.

L'ultimo romanzo di Matilde Serao mi ha gittato nel cervello una inquietudine strana. Seguivo la storia di Rocco Traetta, il galeotto dell'ergastolo di Nisida, e ogni tanto, invece di voltare la pagina, chiudevo il libro, mettendovi l'indice per segno come Don Abbondio col suo breviario. Chiudevo il libro e pensavo ad altro. Forse che poco mi teneva il racconto? Pochi invece io ne ricordo che m'abbiano più vivamente interessato e commosso; e se non fosse che a certe sentenze di carattere assoluto la critica dee sempre guardarsi dal trascorrere, massime quando si è ancora sotto il colpo di una forte commozione, io affermerei che il racconto _All'erta, sentinella!_ è destinato a segnare una delle buone date nella cronistoria del romanzo italiano.

Nessuno meraviglierà che mi rapissero pei campi immensi delle associazioni fantastiche, la pietosa verità dell'argomento e il teatro del dramma. Avete mai pensato a tutta la materia artistica che è uscita dal carcere? È una interminabile galleria di quadri svariatissimi, col medesimo fondo tetro e limitato.

Alla grande serie si potrebbe dare un principio sulla rupe del Caucaso ove la coscienza umana lottò coll'Infinito; e Prometeo appare come l'eroico archimandrita di questa generazione di grandi e miseri captivi che si succedono nella poesia e nella storia. Il dramma socratico si compie in un carcere. Il più terribile e pietoso episodio della _Divina Commedia_ ha per teatro le quattro pareti della muda pisana.

Se si potessero applicare dei calcoli esatti in questa materia tanto difficile perchè tanto ribelle, si scoprirebbe, io credo, che alla prigionia andiamo debitori di parecchi fra i più intensi sviluppi psicologici della razza umana. La scienza intima dell'uomo, pur troppo, nacque dal dolore. Costretti nella lunga solitudine, rimossi da ogni distrazione esteriore, profondati nelle tenebre e nel silenzio, tristi, avviliti, disperati, gli uomini allora non ebbero altro rifugio che la contemplazione della propria anima; e vi si concentrarono con perseveranza dolorosa. Quanti abissi della coscienza esplorati e illuminati nei lunghi anni d'una prigionia! E il problema della vita quanti nuovi aspetti deve avere assunti dinanzi agli occhi fissi dei prigionieri! Le punte dei rimorsi e la buona compagnia della coscienza, le ombre della disperazione e i sorrisi luminosi della speranza, come debbono avere lavorato e rimuginato da cima a fondo lo spirito umano negli antri, nelle galere, nelle segrete e nelle casematte, durante tutti quei giorni senza luce e tutte quelle notti senza sonno!....

Una domanda sola: la tempra del metallo umano è uscita migliorata da questa fucina espiatoria ove martellano da tanti secoli gli Steropi e i Bronti? — Bonivard, il carcerato di Chillon cantato da Giorgio Byron, termina il racconto della sua orribile prigionia con queste singolari parole: “Finalmente vennero degli uomini a restituirmi la libertà. Io non chiesi perchè, nè volli sapere dove mi conducessero. Ormai essere libero o prigione era indifferente per me. _Io avevo imparato ad amare la disperazione._ Quando vennero a liberarmi, quelle mura erano divenute il mio eremitaggio; e fui a un punto di versare delle lagrime nel momento di lasciarle...„ Questa estrema e morbida raffinatezza del sentimento umano, forse non è una bizzarria poetica a cui il psicologo non debba badare.

Anche in Silvio Pellico e in altri troviamo le testimonianze storiche di questa arcana e pietosa simpatia. E Silvio Pellico mi fa pensare alla grande letteratura autobiografica, che la prigionia ha prodotto. La prima idea di narrare la propria vita probabilmente l'ha avuta un uomo carcerato; certamente nacquero in carcere molti propositi di lasciare il ricordo delle toccate ingiustizie e dei patimenti sofferti. A chi rivolgersi quando tutte le violenze del destino e della volontà umana cospirano contro di voi? Allora l'innocente leva il suo gemito e il vinto lancia la sua maledizione; allora l'uomo che soffre e che espia si sente attratto con forza invincibile a raccontare le sue pene e anche le sue colpe, perchè ha bisogno di consolarsi e purificarsi in una abluzione d'umana pietà.

Delle facoltà latenti e dormienti in fondo alle anime si svegliano a un tratto e danno splendori inattesi: la simpatia delle cose, muta per lo innanzi e nemmeno sospettata forse, dischiude la fonte della curiosità, delle meditazioni, dei sorrisi e delle lagrime. Una idea fissa si arrampica sopra tutte le altre, le governa e le tiranneggia; quella della evasione, per esempio. A Severino Boezio la Filosofia comparve nel carcere indegno, e gli fu prodiga di consolazioni nobilissime; ma quando il libro _De Consolatione_ fu messo nelle mani del Casanova, l'avventuriero veneziano, tutto intento ad un solo oggetto, la fuga dal suo carcere, dichiarò che non seppe che farsene. “La seule pensée qui m'occupât était celle de m'enfuir; et, come je n'en trouvais pas le moyen dans Boèce, je ne le lisais plus!„

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Se venisse in mente a taluno di ordinare in una biblioteca speciale tutti i libri autobiografici di narrazioni carcerarie, si vedrebbero, io penso, aspetti singolarissimi dello spirito umano e documenti per la storia e per l'arte curiosissimi.

Non mi metto nelle enumerazioni, anche sommarie, perchè andrei chi sa quanto in lungo. Ho sul tavolo l'ultima pubblicazione di questo genere; ed è _La prigionia di Hercol Fantuzzi narrata da lui_, edita dal mio bravo amico Corrado Ricci[3]. Altro che processo degli untori e altro che _Colonna infame!_ Dati i pregiudizi dell'epoca, gli inveterati errori giudiziari e i terrori di una grande calamità pubblica, quelle enormità in qualche modo si spiegano. Ma qui nel racconto del gentiluomo bolognese, indegnamente carcerato e torturato perchè non voleva servire alla cupidigia vendicativa di un cardinale, viene rivelato, con una evidenza spaventevole e raccapricciante, tutto l'orrore di quel mondo giudiziario e carcerario, durato, su per giù, fino al secolo scorso in queste terre di principi cristiani. Gli arbitrii, i garbugli, le false testimonianze, le falsificazioni negli atti e negli interrogatori sono passati in abitudine continua e i colpevoli nemmeno si degnano di scusarli e dissimularli. Il cavalletto, la ruota e la corda sono in assiduo moto ad ogni reticenza, ad ogni resistenza nell'imputato a confessare tutto quello che il giudice s'è messo in testa che confessi.

[3] Presso Romagnoli e Dall'Acqua — Bologna 1889.

L'abitudine crea quasi l'indifferenza; e un senso di lugubre facezia si mescola a tutto quell'apparato di crudeltà e d'infamia. I falsi testimoni entrano mangiando e sghignazzano e dicono barzellette in faccia all'imputato che essi cercano d'assassinare. Il giudice, mentre il povero Fantuzzi è sospeso alla corda, gli passeggia sotto ghignando e gli chiede ogni tanto in tono canzonatorio: _come state, messer Ercole?_ E quando quel disgraziato è ben rotto e sanguinoso della persona, gli fa mettere ai piedi una catena di ferro del peso di sessanta libbre e gli niega il medico e gli niega il prete, perchè sia più presto ridotto a dire ciò che è nel desiderio di esso il giudice e del suo eminentissimo padrone che dica. Chi stupisce di tanta enormità? Nessuno. Lo stesso Fantuzzi si lagna, è vero, amaramente dei mali patiti, ma la nota della sorpresa non appare quasi punto nel suo scritto. Allora le cose andavano, d'ordinario, a quel modo. Perchè stupirne? E questa è davvero filosofia della storia in azione!

* * *

Ma io sospetto, cara Matilde, che invece di queste mie divagazioni, più d'un lettore avrebbe gradito ch'io fossi stato fermo con la mente al vostro libro e mi fossi disteso a riassumerlo e a ricamarvi sopra commenti e note. O grande vanità della nostra critica! Un racconto sbagliato è come una gamba storta o una mano con sei dita. Tutti vedono il difetto e sanno anche indicare il modo con cui si sarebbe potuto evitare. Ma quando ha davanti a sè un racconto riuscito, che cosa può fare la critica? Almanaccare perifrasi e prodigare aggettivi. Il vostro, amica mia, è un racconto riuscito mirabilmente, tanto che io non esito a dichiarare che con esso voi avete toccato un alto segno non prima raggiunto da voi, che pure al vostro _attivo,_ come dicono, contate già di gran belle cose.

Mi auguro e spero, per voi e per le lettere nostre, che vi duri lungamente questa vena forte e felice, questa potenza di rappresentazione dilettosa, questo segreto di far passare nei vostri lettori il senso vivo delle cose e le passioni degli uomini; questo mirabile prestigio di colorito congiunto a così squisito criterio della misura.

E al vostro primo romanzo sbagliato, vi dedicherò un lungo articolo.

INDICE

PREFAZIONE Pag. V Morti e viventi » 1 Gabriele d'Annunzio » 15 Ernesto Renan in Italia » 48 I giovani » 62 Pittori scozzesi » 73 Simbolisti » 88 Un ritorno a Goldoni » 100 Monaca e romanziere » 114 Paolo Ferrari » 141 Mastro-Don Gesualdo » 154 Il romanzo di un maestro » 166 La letteratura del carcere » 179

OPERE DI E. PANZACCHI

=Prose=

_Teste quadre_ (Zanichelli). _Al rezzo_ (Sommaruga). _Critica spicciola_ (Verdesi). _Nel mondo della musica_ (Sansoni). _Nel campo dell'arte_ (Zanichelli). _I miei racconti_ (Zanichelli). _Donne ideali_ (Voghera).

=Poesie=

_Visioni e immagini_, 2 volumi (Zanichelli). _Liriche_ (Treves). _Rime novelle_ (Zanichelli).

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.