Part 6
Quel decennio che corse dal 49 al 59, così denso di preparazioni e di apparecchi per l'avvenire politico d'Italia, fu per le nostre lettere un decennio fiacco e sconclusionato. — Il Manzoni, ritirato e quasi nascosto a Brusuglio, pensava alla botanica, alla rivoluzione francese e a Dio: il Nicolini invecchiato del corpo e della mente, ruminava in qualche stanco sonetto le sue ultime ire ghibelline: il Giusti era morto. — Epigoni e imitatori pullulavano da per tutto; e la mediocrità letteraria, come una vasta acqua stagnante, si distendeva da Torino a Palermo. Il Prati e l'Aleardi si toglievano è vero dal mediocre; ma nella voce e nel volo di quelle due liriche individuali nessuno avrebbe avuto il coraggio di sentire soddisfatti tutti i bisogni, tutti gli orgogli e tutte le speranze di un popolo che voleva civilmente risorgere. Nessuno ho detto, e nemmeno quel critico burlone, che un giorno, subito dopo il nome di Dante aveva scritto il nome d'Aleardo Aleardi...
Eppure, entro quell'atmosfera bigia di mediocrità, a un tratto si vide passare come un bel razzo luminoso; e fu la speranza di vedere nascere, vitale e raggiante di tutte bellezze, la moderna commedia italiana!
E il merito fu tutto di Paolo Ferrari da Modena. Bisogna ricordarsi bene degli uomini e dei tempi per dare un giusto prezzo a queste cose. Se il Ferrari avesse potuto rappresentare le sue prime commedie dieci o venti anni prima, nessuno sa quante e che eloquenti pagine gli avrebbe dedicato il Gioberti in quel suo _Primato_, ove sotto a molte mezzane e piccole figure l'abate torinese aveva pensato bene di mettere, per carità di patria, dei piedistalli monumentali.
Pare che la commedia goldoniana non trovasse la vita italiana abbastanza permeabile per trasferirsi in lei e penetrarla tutta, trasformandosi via via ella stessa in commedia nazionale. Molti studiarono questo problema della nostra letteratura e accennarono a diverse cagioni. La verità è, che il teatro di Goldoni non ebbe per noi quella espansione benefica e decisiva che esso meritava di certo e da molti si sperò ch'egli avesse. L'Italia (per ripetere la frase di Voltaire) non venne liberata dai Goti. La commedia goldoniana rimase per il nostro teatro un bellissimo episodio; e continuò a ridere da tutte le nostre scene come una eco giuliva del vecchio carnevale veneziano. Ma nulla più.
Seguirono settant'anni di miseria senza dignità. Mentre la Melpomene italica, a certi intervalli, poteva ancora mostrarsi in aspetto di regina, la sorella Talìa vivacchiava di ripieghi e di elemosine.... Come potevano i pubblici delle diverse città d'Italia non levarsi in entusiasmo e non abbandonarsi a sconfinate speranze, quando, proprio là in mezzo a quel tristo decennio letterario, in mezzo a quell'ansioso decennio politico, videro la commedia nostra dare a un tratto segni di vita gagliarda, e lo stesso Carlo Goldoni “in persona„ comparire sorridente sulle nostre scene, in mezzo all'Alfieri e al Parini, per ricordarci il passato e propiziarci l'avvenire?
L'avvenimento oltrepassava i confini dell'arte e gettava un soffio di animazione balda e giovanile per tutta quanta la vita del paese. Allorchè il Conte Camillo di Cavour e Urbano Rattazzi andarono in un camerino del teatro Re di Torino a stringere la mano a Paolo Ferrari, essi _intesero_ l'opera del commediografo meglio che due professori di estetica.
E Paolo Ferrari fu in quel periodo il vero, forse l'unico poeta della nazione aspettante.
* * *
Troppo difficilmente il poeta poteva durare in quella altezza; e non durò. Il pubblico seguitò ad amarlo, e non fu scarso d'applausi a _Prosa_, a _Cause ed effetti_, alle _Due dame_, all'_Amore senza stima_, al _Per vendetta_, al _Ridicolo_, al _Duello_, al _Suicidio_; ma non cessò mai di ricordare, con un certo rammarico di decadenza, il _Goldoni_ e il _Parini_; e chi avesse potuto leggere bene in fondo all'animo di Paolo Ferrari, forse vi avrebbe trovato un consenso a quel rammarico.
Io non so che sia stata mai esplorata per bene la strada lunga, faticosa e irta d'ostacoli che il Ferrari ha dovuto battere per giungere alla meta, ossia alla “commedia della vita contemporanea„ che era certamente ne' propositi suoi. In Italia non c'erano che due modi: o buttarsi alla imitazione dei commediografi francesi o costruire da capo movendo da una genesi laboriosa. Dal romanzo _astratto_ del secolo scorso si era giunti al romanzo realista contemporaneo, passando, col Walter Scott e col Manzoni, per il romanzo ritemprato nella verità della storia. Paolo Ferrari volle trasportare e rispecchiare tutto intero questo procedimento artistico nei suoi tre distinti ordini di commedie. Una impresa atta a sbigottire e stancare un manipolo di valorosi. Dopo i primi tentativi nel campo indeterminato della psicologia sentimentale e del patriottismo, (l'_Anima forte_, l'_Anima debole_, ecc.) eccolo d'un salto alla grande commedia storica, della quale egli in Italia dee essere riconosciuto per creatore vero, non avendo che una molto scarsa importanza i tentativi goldoniani intorno al Terenzio, al Tasso, al Molière. Con propositi ben più alti e disegni più appropriati, benchè con varia fortuna, Paolo Ferrari portava sulle nostre scene le figure di Goldoni, di Parini, d'Alfieri, di Dante.
Ma nelle due commedie storiche, che restano come il documento più durevole della sua fama, il _Goldoni_ e il _Parini_, Paolo Ferrari non mise solamente tutta la forza del suo ingegno. L'artista vi abilitò la mano, vi atteggiò la propria indole, vi impostò, per così dire, l'anima propria; di guisa che allorquando egli volle passare al terzo stadio, ossia alla commedia contemporanea, tutta la sua personalità di artista aveva già acquistata una certa rigidezza; e non gli fu mai possibile di scioglierla interamente.
Tutto quello che potevano dare una vera e potente vocazione per il teatro, un ingegno agile e forte, una coltura certamente non volgare, uno studio attento del vero e una consuetudine assidua e intima con quella società che il commediografo principalmente voleva rappresentare, tutto questo il Ferrari ebbe e dimostrò nelle sue commedie moderne. E queste sue commedie non ci siamo astenuti mai dall'ammirarle, per la magistrale elaborazione, anche quando eravamo in presenza delle meno riuscite o delle più sbagliate. Due tre volte ci parve persino di vederci sorgere davanti luminoso il capolavoro; e stavamo per chinare la fronte... Ma poi dovemmo accorgerci che in esse mancava sempre qualche cosa di rilevante. Era quell'ultimo tocco di spontaneità, quella suprema naturalezza di movenze, di trovate, d'arguzie, quella modernità alata, istintiva e quasi inconscia, che sono come l'atmosfera vitale in cui solamente respira la commedia quando vuol essere la diretta immagine e quasi il “duplicato„ della vita.
Ho conosciuto dei pittori provetti e già celebri i quali, dopo avere conquistata la loro bella rinomanza nel dipingere quadri d'argomento storico, in questi ultimi anni, mossi dall'esempio o dal bisogno di vendere o da una forza d'evoluzione più alta o più generica, si sono messi a dipingere episodi e ambienti di vita moderna — I loro quadri, ammirati negli studi e nelle esposizioni, ricchi senza dubbio di pregi, ma deficienti solo in questo, che non si mostravano abbastanza in perfetta consonanza con “l'abito dell'arte„ appropriato al genere di pittura da poco prescelto, m'hanno fatto più volte pensare alle migliori commedie del terzo periodo di Paolo Ferrari.
* * *
E chi lo conosceva a fondo e nella intimità della vita il buon Paolo, trovava anche nella tempra dell'animo suo, se non un ostacolo assoluto, certo una difficoltà di più per l'avveramento in lui del commediografo completo. Forse nell'intreccio e nello svolgimento delle sue facoltà interveniva troppo energico e troppo prevalente il principio etico. Mi preme di subito spiegarmi. L'indignazione ha generato, dicono, la satira e forse anche la commedia. Nessun dubbio che Aristofane, Giovenale, Dante Alighieri e Gionata Swift non abbiano dagli sdegni nobilissimi e dalle rabbie profonde saputo derivare elementi preziosi per la formazione di un mondo comico di altissimo valore. — Ma tutto questo dato e connesso, io persisto a credere che meglio conferisca alla formazione d'un autore comico una delicata infusione di scetticismo temperato e di umorismo sereno. Molière, Machiavelli, Goldoni, Beaumarchais guardarono il mondo, sorridendogli d'un sorriso fra il disinteressato e l'ironico. Questo consentiva ad essi una maggior lucidezza nell'osservare e quella grande calma artistica, che dà, nel comporre, una forza inestimabile.
Ebbene, tale posizione dello spirito osservatore, che è una delle qualità attive dell'autore comico, mancava del tutto a Paolo Ferrari. Egli era un credente, un combattente, un enfatico nel senso più alto e sincero della parola. Non bisognava fermarsi ai suoi sorrisi e alle sue facezie, che spesso accusavano una origine troppo laboriosa. Io, più ebbi occasione di inoltrarmi nella conoscenza di quel suo animo nobilissimo, più mi convinsi che egli era un bel temperamento di polemista caldo e quasi eccessivo. S'appassionava per un partito politico, si appassionava per certe idee filosofiche e religiose, s'appassionava per le questioni letterarie e artistiche. Nobilmente per l'uomo, ma troppo, forse, per un autore di commedie!
Onde avvenne che quell'equilibrio psicologico e quella visione serena che egli portò nello studio di commedie d'argomento antico; e che fu uno dei segreti della loro riuscita, gli mancò o non l'ebbe sufficiente quando la commedia moderna lo trasportava di necessità nel fitto delle battaglie e nell'urto delle polemiche di cui è tutto intessuta la vita nostra da lui voluta rappresentare. Qui l'osservatore si mutava in passionato combattente; e l'equilibrio era turbato con detrimento dell'opera.
_Iratusque Cremes tumido delitigat ore._
Ma detto questo, noi dobbiamo anche ricordarci che quando Paolo Ferrari, quasi settantenne, annunziò che stava attendendo ad una nuova commedia, tutti quelli che in Italia amano l'arte furono confortati da un senso di lieta aspettazione e di speranza; e quando si seppe che era morto, parve che delle tenebre fitte calassero su tutte le nostre scene.... Questo parmi che dia, allo stesso tempo, la misura dell'artista che l'Italia perdeva e dipinga le condizioni in cui rimase la commedia italiana, quando il suo più forte campione si allontanò dal campo della lotta, per sempre.
MASTRO-DON GESUALDO
A GIOVANNI VERGA.
Chiudendo il libro, m'è parso d'uscire anch'io coi servitori di casa Leyra dalla stanza ove Mastro-Don Gesualdo ha cessato di soffrire e di vivere. Mi è parso insieme di allontanarmi da tutto un circolo di cose vere e di persone vive, in compagnia delle quali ho passato parecchi giorni, testimonio e partecipe quasi della loro vita. Don Gesualdo, mastro Nuncio, donna Bianca, donna Isabella, Diodata, Speranza, i fratelli Trao, il canonico Lupi, il marchese Limòli, il barone Zacco, il baronello Fifi, la baronessa Rubiera, la Sganci, la Capitana, tutta gente che ha vissuto con me in lunga conoscenza. Poi rivedo un tramestìo di figure secondarie che vanno e vengono rapidamente, ma tutte con una fisonomia che, vista una volta, non si dimentica più: Nanni l'Orbo, Giacalone, don Liccio Papa il capo sbirro, don Luca il sagrestano, il farmacista Bomma, il dottor Tavuso e altri e altri....
Non meno forte nella memoria ho l'immagine dei luoghi: il paesello con la sua larga strada in mezzo e le viuzze che si perdono qua e là tortuose e mal selciate; il paesaggio siciliano arso dal sole, con le vie polverose, i burroni infuocati, i monti nerastri e rugginosi che fanno pensare a certi quadri di Lojacono; poi delle distese amenissime di “buona terra„ che dà ricchezze d'alberi, di messi, di vigne, d'acque e di fiori.
* * *
Questa grande evidenza Giovanni Verga non la consegue per via di un lungo e minuto descrivere, differenziandosi anche in questo dagli altri novellieri che oggi sono più in voga. Egli spinge in questo romanzo alle più rigide conseguenze il suo sistema di obbiettivazione. Vi mette dentro ai luoghi e ai fatti: le cose e le persone vi stanno intorno e vi passano innanzi alla stessa guisa che se foste voi pure uno dei personaggi del racconto. Supponendo questo immediato contatto dei vostri occhi e del vostro spirito con la materia narrativa, il Verga descrive quasi sempre breve, rapido, incisivo, rendendo solo l'impressione momentanea e la linea fuggente.
Ma se poi avvenga che lo stato d'animo del personaggio sia più favorevole ad una più pacata contemplazione del mondo esteriore, allora anche la descrizione si distende con miglior agio e più ricchezza di particolari. Un esempio. La giornata di Mastro Gesualdo è piena zeppa di fatiche, di noie, di amarezze: visita i lavori che ha in appalto, strappazza i lavoranti pigri, si cruccia coi parenti avidi e poltroni. E via sempre brontolando e sudando sotto il sole ardente, con la sua povera mula, che un po' cavalca, un po' si trae dietro per mano. Finalmente verso sera l'infaticabile uomo giunge alla bella fattoria ch'egli ha già potuto comperare coi quattrini fatti, venendo su dall'umile mestiere di muratore. Là, in mezzo ai suoi campi, alle sue bestie, ai suoi servi, l'uomo che ha tanto lavorato si sente prendere l'anima e i nervi da un sentimento gradevole di stanchezza e di riposo. Allora ecco che anche il paese circostante, quella splendida campagna che egli durante tutto il giorno, in mezzo alle angustie del lavoro arrangolato, non aveva certo pensato ad ammirare, pare che si metta in una più intima e carezzevole e quasi estetica armonia col suo spirito; o che gli si adagi davanti come una bella donna per essere contemplata da lui e goduta. — “..... Egli uscì fuori a prendere il fresco. Si mise a sedere sopra un covone, accanto all'uscio, colle spalle al muro, le mani penzoloni tra le gambe. La luna doveva essere già alta, dietro il monte, verso Francofonte. Tutta la pianura di Passanitello, allo sbocco della valle, era illuminata da un chiarore d'alba. A poco a poco, al dilagar di quel chiarore, anche nella costa cominciarono a spuntare i covoni raccolti in mucchi, come tanti sacchi posti in fila. Degli altri punti neri si movevano per la china, e a seconda del vento giungeva il suono grave e lontano dei campanacci che portava il bestiame grosso, mentre scendeva passo passo verso il torrente. Di tratto in tratto soffiava pure qualche folata di venticello più fresco dalla parte di ponente e per tutta la lunghezza della valle udivasi lo stormire della messe ancora in piedi. Nell'aria la bica alta e ancora scura sembrava coronata d'argento, e nell'ombra si accennavano confusamente altri covoni in mucchi; ruminava altro bestiame; un'altra striscia d'argento lunga si posava in cima al tetto del magazzino, che diventava immenso nel buio.„ — Anche della povera ragazza che l'ha servito e amato, che l'amerà e lo seguirà sempre come una pecora fedele, mastro Gesualdo trova il tempo di occuparsi, non fosse che con uno scapaccione in forma di carezza o con una domanda tra il ruvido e il premuroso. E intanto i ricordi fioriscono nell'animo del muratore arricchito. — “... Ne aveva portate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino! E ne aveva passati dei giorni senza pane, prima di possedere tutta quella roba! Ragazzetto... gli pareva di tornarci ancora, quando portava il gesso dalla fornace di suo padre, a Don Ferrante...„
La pace, la poesia agreste dell'antico idillio siciliano pare che calino un momento a blandire l'animo di quest'uomo e a rimescolarne il fondo bonario, fra le continue sollecitudini degli affari, le cupidigie del guadagno, gli urti con tutti, le diffidenze verso di tutti, le furberie e le doppiezze che formano il tessuto laborioso di quella sua esistenza così inutilmente produttiva e così triste.
* * *
La rapidità che abbiamo notata nelle descrizioni invade, costringe e, diciamo anche, affatica nelle sue strette tutto il racconto. Si sente che il Verga ha una lunga storia da raccontare e vuole affrettarsi. Parecchie volte ci aspettiamo una scena importante e restiamo a bocca asciutta; come il colloquio di donna Bianca e del marito quando rimangon soli la prima volta nella camera nuziale, come la presentazione di mastro Gesualdo alla Carboneria ed altre parecchie, per le quali la nostra curiosità era già vivamente stimolata. Invece il Verga preferisce di condurci fino sull'orlo della scena e poi di lasciarcela immaginare a nostro modo. Qualche altra volta egli ci dà la scena, ma solo per i suoi punti salienti o più significativi. È come se fossimo in una stanza accanto a quella ove il fatto succede: s'ode il tramestio della gente che si muove, si afferrano le voci, si indovinano i gesti e si capisce perfettamente la conclusione, tanta è la giustezza e la opportunità con la quale l'autore ha saputo scegliere e mettere in vista quei particolari. In questa sobrietà nel trascegliere i tratti significanti di una scena, l'arte del Verga è davvero ammirabile.
Anche nella rappresentazione dei caratteri e delle passioni egli è sempre parco e sa adoperare la eloquenza dei sottintesi. I siciliani di questo romanzo parlano tutti poco, a frasi strappate; e spesso anche non parlano affatto. Ma ogni parola ha il suo significato; e gesti e segni talora dicono assai più che le parole. Quante cose non dice, per esempio, la ruga che si va sempre più approfondando sulla fronte impenetrabile di donna Bianca e che vedremo poi ricomparire sulla fronte della sua figliuola! Le passioni di questa gente lavorano occulte e silenziose nel profondo dell'essere. _Haeret cura medullis._ Ma per questo appunto, quelle passioni fanno su noi una impressione più intensa, più cupa, più tragica; e il senso della pietà sgorga più vivo dagli animi nostri.
Io penso a quante pagine di bella prosa avrebbe dato materia un carattere come quello di Diodata se fosse capitata in un romanzo di Giorgio Sand! — È passione la sua, passione vera e inestinguibile di donna un tempo amata, o solo devozione affettuosa di serva, che sopravvive all'amore? L'autore non ci dice nulla di preciso: ma la povera ragazza ha parole tronche e sguardi e lagrime e silenzi che ci dicono tante cose! E ogni volta che la vediamo comparire vicino a mastro Gesualdo, come una buona bestia fedele in mezzo a tutto quel mondo di egoisti, di ebeti e di furbi che tormentano la vita del pover'uomo, proviamo uno stringimento di cuore, una tenerezza, una simpatia indimenticabile.
* * *
Giovanni Verga è stato, nella nostra letteratura contemporanea, quello che gli antichi chiamavano _homo unius negotii_. Non ha avuto che una linea dinanzi a sè ed è andato sempre diritto per quella. Chi lo ha mai veduto divagare nella lirica o scorazzare nella critica o badaluccare nelle polemiche? Anche nella conversazione con gli amici egli non si dà mai alcuna cura di parere un uomo istruito e diserto, oltre il comune. Piuttosto ha l'aria di meravigliarsi molto che gli altri lo sieno tanto!.... Il racconto è stata la sua cura unica, continua e direi quasi gelosa. Se qualche digressione ha fatto nel teatro, anche allora egli ha avuto l'avvertenza di non farle torto, derivando il lavoro scenico dal midollo del suo stesso lavoro narrativo. Tutte le facoltà del suo spirito, tutte le energie del suo carattere d'artista e d'osservatore egli ha addensate e indirizzate a questo unico obbiettivo. Ma il frutto che n'ha raccolto è (bisogna dirlo alto) ammirabile e invidiabile.
Giovanni Verga può adesso pensare e dire come il suo mastro Gesualdo: ne ha portati dei sassi alla sua fabbrica! La quale è venuta sempre su innalzandosi fino a questo punto, che potrebbe benissimo essere un coronamento, senza i gagliardi addentellati che, per fortuna, ci danno ragione di attendere sempre molto da lui.
Se è vera la definizione di Duranty che realismo in arte vuol dire _expression franche et complète des individualités_, nessuno può con orgoglio più legittimo del suo dirsi romanziere realista; se è spirituale argomento d'arte il far prorompere da un soggetto, alla prima umile e trito, senza erotici lenocinî e malgrado una forma troppo spesso refrattaria al genio della corretta italianità, effetti potentissimi di commozione umana, pochi, ben pochi, a mio giudizio, possono oggi in Italia gloriarsi come Giovanni Verga del nome d'artista ideale.
IL ROMANZO DI UN MAESTRO
A EDMONDO DE AMICIS.
A primo tratto, questo libro non invoca tutti i suffragi di coloro che, con Volfango Goethe, prediligono in letteratura i generi _decisi_.
Dalla lettura di quelle cinquecento pagine vien fuori da prima una impressione mista: narrativa insieme e didattica. Si comprende subito che l'autore ha voluto, narrando la vita avventurosa di un maestro, dire molte cose che egli stima vere e utili sulla scuola elementare italiana, considerata nel suo quadruplice aspetto: i maestri, i metodi educativi, la legislazione e l'ambiente sociale.
Questa forma, del resto, non è nuova nel De Amicis; e chi volesse studiarla nella sua generazione dovrebbe risalire molto indietro; e forse troverebbe i primi germi nei _Bozzetti militari_.
Di mano in mano che andavo innanzi nella lettura, a me cresceva nell'animo questo convincimento: che l'autore con questo _Romanzo di un Maestro_ è riuscito a conquistare adesso in pieno una data “forma„ di libro che egli volge nell'animo da un pezzo e che in altri lavori precedenti (negli _Amici_ per esempio) non aveva saputo conquistare che in parte, a malgrado la potenza della mente, la costanza del lavoro e la singolare ricchezza degli artifici.
Sotto questo aspetto dunque, il libro è una nuova e insigne vittoria dello scrittore; e se la importanza d'una vittoria dee misurarsi dalla forza e dal numero degli ostacoli, qui l'artista ha più che mai il diritto d'essere contento del fatto suo.
* * *
Fra i lettori, parmi già di vedere due categorie, se non di scontenti, di sorpresi, perchè il libro non ha corrisposto in tutto alla loro aspettazione.
Chi si aspettava un libro pieno di osservazioni, di disertazioni e magari di battaglie didattiche, troverà che il racconto soverchia e qua e là divaga; a coloro invece che hanno aperto il libro con la immagine suggerita ad essi dalla parola _romanzo_ che è nel titolo, parrà che l'intendimento scolastico si faccia troppo spesso avanti e sia significato in forma troppo discorsiva, mentre poi i congegni e le fila stesse del racconto, invece di procedere con libera scioltezza, sono qualche volta adattati e quasi paiono tirati per forza dentro a certi schemi dimostrativi.
Io non discuto le sorprese letterarie che, nove volte su dieci, sono sorelle carnali dei mutabili gusti personali; ma sostengo che tanto i lettori della prima quanto quelli della seconda categoria avrebbero torto se pretendessero di tradurre la loro mancata aspettazione in argomento di censura contro il libro.
Il libro nello spirito dell'autore è nato così, non altrimenti; e aveva tutto il diritto di nascere così.
Emilio Zola con una serie di romanzi ha voluto dimostrare quello che possa la nevrosi trasmessa come tabe ereditaria ai vari membri d'una famiglia. Edmondo De Amicis si è accinto, narrando la odissea di un giovane maestro, ad esprimere, senza mai abbandonare del tutto le forme narrative, molte cose che egli crede utili a sapersi da tutti per la soluzione di quel grave, lungo e oramai tormentoso problema nostro che è la scuola elementare.