Part 3
_Flecte ramos, arbor alta,_ _Tensa laxa viscera,_ _et rigor lentéscat ille_ _Quem dedit nativitas._
“Un sort de vent tiêde detandit ma rigueur.„
Quali impressioni per la prima volta abbia fatto l'Italia sull'animo giovanile di Renan, così ben disposto da natura ad accogliere i fantasmi dell'arte e della bellezza, io potrei argomentarlo dai suoi colloqui di venti anni fa, mentre egli non era più giovane e l'Italia era ormai per esso una conoscenza più volte rinnovata, e pur non ostante continuavano a risuonare così vivaci le vibrazioni del suo entusiasmo.
Ma ora abbiamo molto di più. Una lunga corrispondenza tra il Renan e il Berthelot comparsa ora appaga largamente la nostra curiosità.
Questo epistolario ci dà la storia di questo viaggio memorabile e ci mette in presenza dell'animo del viaggiatore, via via modificato e quasi colorato da tante commozioni nuove di uomini e di paesi. Il Renan scrive le sue lettere da Roma, da Napoli, da Monte Cassino, da Firenze, da Pisa, da Bologna, da Venezia, da Padova, da Milano, da Torino. Si può dire che la intera penisola passa in succinto per queste lettere, che vanno dagli ultimi mesi del 1849 all'aprile del '50; e vi passano i principali avvenimenti della vita italiana in quel periodo breve e tempestoso che unì gli ultimi insuccessi del moto rivoluzionario, e le prime tristissime imprese della restaurazione, a Roma e negli altri Stati.
Vi sono delle descrizioni che difficilmente si potranno mai più dimenticare: quelle, per esempio, del convento di Monte Cassino, con tutti quei monaci infiammati di liberalismo rosminiano e giobertiano e volgenti il proposito a bruciare il convento piuttosto che cederlo alla invasione borbonica; e l'aspetto delle vie di Roma (14 aprile) al ritorno di Pio IX.
Di Pio IX il Renan ci narra anche una udienza avuta a Portici; e il ritratto, al morale e al fisico, del Papa, avvicinato in quella condizione di cose tanto singolari per lui e per la Chiesa cattolica, è schizzato con una bravura e una finezza e una penetrazione psicologica da far onore a qualunque più esperto ritrattista.
Ma tutta la importanza narrativa e descrittiva dell'epistolario va in seconda linea; e quello che vi campeggia è l'uomo interiore e il dramma che si agita nello spirito dell'osservatore. L'Italia compiè veramente l'alta funzione spirituale, della quale Ernesto Renan confessò d'avere ricevuto da lei il benefizio. Egli non prova solo, potente e consolatore l'influsso della bellezza artistica, ma, reagendo con la penetrante agilità del suo spirito, studia e analizza quest'arte italica nella grande verità della sua manifestazione, la penetra a fondo, ne afferra largamente la essenza e la categoria ideale, le condizioni e i caratteri collegati alla etnografia e alla storia.
Le lettere sono seminate di osservazioni che colgono sul vivo, e qua e là attraversate da sprazzi luminosi di intuizioni felici e profonde, che aprono un orizzonte. A Pisa, per esempio, dinanzi al Camposanto e al Battistero, scriveva: “L'Italie n'a jamais perdu le sentiment de la vraie proportion du corps humain, _dont la notion exerce une influence si immediate sur tous les arts plastiques._ L'art gothique n'avait pas cette mesure intérieure, ce compas naturel, que possède si divinement la Grèce. L'Italie ne l'a jamais perdu...„ E sostiene che l'Italia non ebbe mai, come le altre nazioni d'Europa, un vero medio evo, specialmente nella estetica e nella cultura. E pensare che invece fra noi corrono sempre dei trattati di storia ne' quali il medio evo è portato innanzi sino alla scoperta dell'America!
Sul rimanente dell'epistolario ci sarebbe molto da dire. Ernesto Renan era molto giovane e poco esperto della vita in genere; nuovo affatto della vita pubblica italiana. Il suo spirito giovanile era ancora troppo pieno della grande battaglia spirituale di recente combattuta. Non debbono quindi far meraviglia certe sue impressioni eccessive e certe conclusioni frettolose e sproporzionate all'ambito delle esperienze fatte. I viaggi e gli studi ulteriori metteranno le cose a posto. Intanto il rigido nodo del suo spirito si è “allentato„ conforme alla sua preghiera, sotto l'azione blanda del nostro sole; e nel suo modo largo e penetrante di investigare l'anima di questa Italia da lui tanto desiderata, e vista per la prima volta, si presenta già il filosofo che per primo descriverà a fondo il genio delle razze semitiche e lo storico futuro delle origini del Cristianesimo.
I GIOVANI
Dai nostri giornali, specialmente letterari e artistici, si levano, è un po' di tempo, delle voci giovanili, che paiono fatte aspre e roche per il malcontento e per la stizza; e mi sono messo anch'io ad ascoltarle, provandone, lo dico subito, un misto di amarezza e di stupore.
A questo dunque siamo. Non bastava l'odio delle classi; c'è chi sta ora evocando, dalle intime propensioni morbose dell'esser nostro, anche l'odio delle età. Che Mefisto li aiuti e li prosperi, buona gente!
Per la prima volta (a quanto io ne so) la giovinezza, da coloro che hanno la fortuna di goderla, viene proclamata come un argomento di merito; per la prima volta essa è accampata come un diritto al rapido pervenire. Tutti quelli che non hanno più vent'anni sono avvisati e se lo abbiano per detto. Una nuova legge biologica è venuta improvvisamente a governare lo svolgersi e il maturarsi delle facoltà più preziose e più gelose dello spirito umano. Tutte le idee e le costumanze in contrario non sono che un fascio di roba vecchia, come il famoso brodetto di quella Sparta, ove, all'approssimarsi di un anziano, i giovani si levavano in piedi. Adesso si intima agli anziani di togliersi dagli scanni già troppo lungamente occupati; e si vuole che facciano presto perchè i nuovi venuti sono impazienti e non hanno tempo da spendere “nell'ansie dell'attesa.„
Queste cose si ripetono oggi con molta ricchezza di epiteti e con molta fierezza di epifonemi; ma hanno anche un'aria tanto poco _giovanile_, che io stento a credere che certi articoli — per quanto bambocciosi nella fattura — siano veramente opera di giovani. E se sono, giuro che fanno un gran torto alla età degli spiriti valenti e delle forze generose.
* * *
Come tutto ciò è sbagliato e goffo nel fondo e nella forma! Come tutto ciò è anche pratticamente disforme dal fine che si vorrebbe conseguire!
Un giorno, mentre il generale Boulanger era più in auge e parlava alla Camera francese, un deputato lo interruppe di botto, gridandogli: — Signore, alla vostra età Bonaparte aveva già vinte tutte le sue battaglie! — Nessun dardo colpì forse più in pieno petto l'uomo che pareva predestinato al trionfo.
La giovinezza non è solamente una forza per se stessa. È anche un prestigio augurale che moltiplica tutte le altre forze e dà loro un impeto irresistibile e vittorioso. Quindi se, sottratta ad un uomo la idea della giovinezza, vi fermate a pensarlo vecchio, per quanto egli sia forte e grande e forte e grande sia l'opera sua, ecco che egli rimane improvvisamente sminuito, se non nel giudizio, nel sentimento nostro. Qualche cosa di triste è sceso sopra la sua figura, simile a quell'ombra atra e fredda che i poeti antichi vedevano ondeggiare intorno al capo degli eroi votati alla morte. E anche aveva ragione Ugo Foscolo quando cantava dell'amata:
Meste le Grazie mirino Chi la beltà fugace Ti membra....
Poichè alla forza e al gaudio delle coscienze giovanili nessuna offesa deve esser fatta; nemmeno con la idea del caduco e del transitorio, nemmeno con la immagine importuna del poi. Noi dobbiamo circondare quelle coscienze d'un rispetto riverente e geloso onde niente la conturbi, niente adombri e faccia vacillare ai nostri occhi quella parvenza infinitamente amabile.
Così noi conserviamo le energie più pure e più feconde del consorzio umano.
Ed è per questo che la giovinezza ha sempre dominato il mondo; la giovinezza confidente e conquistatrice, benefica e diffusiva dell'esser suo, come il fiore del proprio aroma, come l'astro della propria luce. Quand'è che i giovani non sono stati i padroni? Sempre lo sono stati. Anche quando la politica parve guidata dalle mani esperte ma già un poco tremule dei settuagenari, i giovani stavano dietro ad essi; e da essi partì sempre lo impulso potente e l'istinto di orientazione; e i vecchi, anche loro malgrado, li secondarono e interpretarono. Qualunque sia la generazione che tiene il governo, siate certi che il _movente_ decisivo voi sempre dovrete cercarlo negli spiriti e negli ideali della generazione che vien su dai venti ai trent'anni...
E chi dice arte e poesia dice giovinezza. Non di rado l'età matura e la vecchiaia ci diedero dei capolavori; ma perchè l'anima giovanile aveva già dati gli elementi di essi, fulgidi e vitali. L'esperienza e la scienza sanno raccogliere, ordinare e comporre, quando non guastano. Paragonate la divina _Pietà_ del Buonarroti in San Pietro, col suo marmo esprimente il medesimo soggetto, in Santa Maria del Fiore. Ordinare, comporre, ampliare anche; tutte cose che il tempo insegna; ma la creazione è del giovane.
Un grande poeta varierà mirabilmente per tutta la vita i motivi d'amore e di gloria che a venti anni gli cantavano nel cuore; un grande pittore svolgerà e illustrerà quell'ideale di belle forme che gli sorrisero alla mente giovanile e glie la conquistarono.
* * *
Di chi avrebbero dunque a temere i giovani? E che mai potrebbe giustificare queste loro querimonie e questi loro sospetti? Dubiterebbero mai, per caso, della vittoria?....
Guardino intanto quel che succede anche adesso nel campo delle lettere. L'Europa letteraria, com'era ieri, così è oggi tutta un lieto dominio giovanile. Maurizio Maeterlinck, un giovinetto poco più che trentenne, tiene da dieci anni sotto il fascino delle sue visioni strane e de' suoi ritornelli dal ritmo ipotezzante, non solamente la pensosa anima fiamminga, ma appassiona anche il mondo anglo-sassone; ha degli adoratori in Francia, dei lettori e degli ammiratori per tutto il mondo. Al di là dei Pirenei, trionfa Eugenio De Castro, un poeta giovane, poco più che un ragazzo, dal nitido profilo d'annunziano di dieci anni fa; e la sua lirica è letta con entusiasmo nella penisola iberica e in tutti i possedimenti lusitani e spagnuoli, mentre a lui, nella sua Coimbra, arrivano i più belli e olezzanti fiori della lode da Parigi, da Londra, da Napoli e da Vienna. In Italia abbiamo Gabriele D'Annunzio. Intorno a lui già si raccolsero dall'estero, oltre la più calda ammirazione, i voti e le speranze di tutto un rinascimento latino; ma in Italia, prima ancora che uscisse di collegio, aveva già letterati illustri e dai capelli grigi, che lui preconizzavano il poeta vittorioso della generazione nascente. _Tu Marcellus eris!_ E non si tratta, fra noi, di un caso strano e insolito. È una vera tradizione, che possiamo ricordare con orgoglio perchè è molto simpatica e molto onorevole.
Nel principio del secolo, Ugo Foscolo e Vincenzo Monti annunziarono e designarono all'applauso degli italiani Alessandro Manzoni giovanetto. I suoi versi citati in una nota al carme _I sepolcri_ e le parole che li accompagnavano, parvero e furono un battesimo di gloria. Più tardi, viveva solitario in una oscura cittadina delle Marche e si struggeva nell'amore della fama il contino Leopardi. E fu un vecchio, Pietro Giordani, che andò a scoprirlo, che ruppe intorno a lui l'alto muro conventuale della casa patrizia e l'uggia del silenzio. E più tardi, fu ancora un vecchio, Terenzio Mamiani, che s'accese d'entusiasmo alle prime canzoni di Giosuè Carducci, gli andò incontro come un padre o come un fratello maggiore, lo tolse alle fatiche dell'insegnamento mediano e lo portò di slancio nel più glorioso ateneo d'Italia a insegnare e a rivelarsi poeta civile della terza Italia...
Ed io non posso astenermi dal dimandare anche una volta: che cosa vogliono e di che temono questi giovani? Che è mai accaduto che possa legittimare questa loro impazienza, questa loro diffidenza e — diciamolo pure — questa loro irriverenza?
Sono i vecchi divenuti così feroci? Sono divenuti gli uomini maturi così ingiusti e invidiosi dell'aria che essi respirano? Fuori le prove!
Vorrebbero forse che l'ingegno umano abdicasse per amor loro a tutti i suoi diritti, e l'esperienza e lo studio e la critica al loro ufficio austero, doveroso, non declinabile? Se anche questo fosse possibile, badino i giovani che il maggior danno sarebbe per essi, poichè niente più che le soverchie indulgenze e il troppo facile plauso nuoce a chi comincia nella via dell'arte. Oppure, tra quelli di loro che più gridano e s'impazientano, — anche questa ipotesi bisogna pur fare! — vi è qualcuno che si creda un piccolo Manzoni non abbastanza incoraggiato o un piccolo Leopardi un piccolo Carducci non abbastanza presto rivelati e sospenti sulla strada dei rapidi trionfi?... Io li consiglio a non si fidare troppo di questa ipotesi, dietro la quale potrebbe occultarsi una disastrosa cantonata!
Quando l'amabile Giovinezza si avanza col volto luminoso d'avvenire e con in mano il fiore d'elitropio, il mondo è per lei pieno di sorrisi e d'inviti.... Così ha cantato un grande poeta, non certo incline troppo all'ottimismo. Non turbino essi, i giovani, questa amorosa corrispondenza della Giovinezza e della Vita con un coro di querimonie scorrette, di pretese eteroclite e di impazienze senili!
PITTORI SCOZZESI
Chi, recatosi, l'anno scorso, a visitare l'Esposizione di Venezia, girava gli occhi la prima volta nella _Sala R_ ov'era la copiosa e svariata collezione scozzese, cominciava col sentirsi penetrare da un sentimento di calma tranquilla, che confinava con la freddezza. E veniva voglia di domandare: Dov'è il sole? Che cosa hanno fatto del sole questi bravi figliuoli della poetica Caledonia? — Una grande placidezza di sonno vegetale pare che incomba alla vita di questi paesaggi e la protegga e la carezzi blandemente. Emerge la sobria fusione dei colori, i verdi si intrecciano o si sovrappongono al giallume dei rami secchi e al grigio delle roccie; i piani degradano o si staccano trapassando d'un in altro. E tutto questo sempre in modo da far pensare a una dolce musica d'archi ai quali siano stati messi i sordini..... Ma se l'occhio insiste un poco, quanta finezza di accordi e quanta vaghezza di gamme penetranti! Che vita schietta, vigorosa, sinceramente vissuta in quelle campagne solitarie, e dentro e dintorno a quelle abitazioni umane!
Viene l'idea che tutti questi pittori non abbiano mai pensato a dipingere per dipingere; ma sì bene per appagare un sentimento che era dentro di loro e che voleva uscire e distendersi e riposare in un bel luogo prescelto. Non è questo l'impulso psichico dal quale sarebbe da augurarsi che nascessero tutte le opere d'arte?
Uno di questi quadri piglia il titolo da un pensiero di Percy Shelley. “Tosto che le ombre della sera prevalgono, la Luna incomincia il suo mirifico racconto.„ È un paese di Stevenson Macaulay.
Il disco lunare si mostra fra una nebbia azzurrognola che leggermente appanna la nitida serenità vespertina. La Luna ha principiato il suo racconto mirifico e gli alberi l'ascoltano; dei grandi alberi che si rizzano sui tronchi sottili piantati in un pendìo erboso; e pare che vogliano spingere in alto, sempre più in alto le chiome diffuse e tremule per avvicinarsi più che possono alla meravigliosa raccontatrice...
Talvolta anche la figura umana trionfa nei quadri scozzesi; benchè essi prediligano questa poesia delle campagne solinghe, ora diffusa nei vasti orizzonti, ora circoscritta, raccolta e come pensierosa in qualche insenatura di monte coronata da un castello o in qualche piccola valle attraversata dalle acque e animata da un vecchio mulino. Nei loro quadri di figura — o piuttosto con figure — è sempre la medesima arte, accurata senza leccature, sobria nella tecnica del colore, sincera nello spirito, cercatrice per istinto e per volontà della intima ed eletta poesia delle forme. La parte più sana e vivificante dell'apostolato di Giovanni Ruskin pare veramente che sia passata nell'opera di questi pittori. I quali non procedono, come i preraffaelisti inglesi, da un motivo formale di arte antica, adattandolo alla loro estetica particolare e non di rado anche forzandolo e sofisticandolo; ma attingono dalla viva natura, che essi studiano e sanno esprimere con un senso di poesia mansueto e fedele. Perciò i quadri _cantano_ quasi sempre nell'anima di chi sa guardarli; cantano come un'eco di vecchia ballata, o meglio come una traduzione visiva di quella lirica “laghista„ che doveva sopravvivere ai dispregi iracondi di Giorgio Byron e penetrare del suo spirito dolcemente fantasioso tanta parte della lirica europea.
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_Sotto la luna_ di Francesco Enrico Newerbey è uno dei quadri della collezione che seguita più dolcemente a cantare nell'anima di chi lo osservi senza fretta.
Quattro fanciullette, tenendosi per mano, girano a tondo sulla spiaggia con un lieve movimento di danza, che anima e atteggia tutte e quattro le figurine, agili e liete.
Al di là dell'acqua, d'un azzurro cupo, sulla linea netta dell'orizzonte s'è levato più che mezzo il disco lunare e comincia a rompere le ombre del piano non interrotto da alberi. Che cosa dice monna Luna a quelle testoline infantili, che forse non pensano a nulla?... Nella parete opposta della sala è ancora il Newerbey che ci ferma con quattro occhi — i due di una bimba e i due di un gattino. — È un dipinto tutto condotto sulla base monogrammica del turchino, come si compiacquero di fare alcuni pittori inglesi del secolo passato, sull'esempio del Gaisborough, il quale ai divieti accademici del Reynolds rispose trionfalmente col suo celebre _Blue Boy._ Bisogna però aggiungere che il Newerbey procede con una così signorile incuria dell'effetto immediato, che, alla prima, lo spettatore del preziosissimo quadretto non bada altro che alla grazia di quell'amore di bimba e al suo piccolo compagno. A questa completa dissimulazione dell'effetto _cercato_, l'arte del secolo scorso non pervenne mai.
Alla stessa guisa, Roberto Brough ama di affrontare i più difficili problemi della luce e li risolve alla chetichella, non avendo mai l'aria di accamparli con quella ostentazione di cui altri pittori tanto si compiacciono; ed evitando quei contrasti accentuati, che sono come degli imperativi categorici vibranti e invadenti dal quadro sulla volontà dello spettatore. Egli ha insomma il buon gusto (che minaccia di mutarsi in gusto raro) di considerare ancora la luce come il mezzo della visione e non come il fine unico dell'arte. Con le identiche massime, liberamente applicate, dipingono Davide Fulton, Giacomo Paterson, Haig Hermiston, il Pratt, il Robertson e parecchi altri della nobile schiera, sviluppando ognuno il proprio valore artistico come una persona bennata esprimerebbe la indole propria, senza modi studiati e senza violenza.
Il solo, forse, che fa eccezione, è il Brown T. Austin con la sua _Mademoiselle Plume Rouge_; ma gli si deve anche tener conto della grande riuscita. Mi assicurano che questo suo ritratto nel 1895 venne acquistato per venti mila marchi dalla Pinacoteca di Monaco di Baviera, dopo aver vinta la medaglia d'oro in quella Esposizione. Salute a lui!
Generalmente parlando, i ritratti che contiene la collezione scozzese manifestano lo stesso procedimento tecnico, volto in particolar modo a far supporre certe intime qualità d'indole e di pensiero. Io ho sempre diffidato della esattezza di quella definizione di Hegel, divenuta oramai un luogo comune: _un ritratto deve essere la pittura di un carattere_, poichè una bella testa, vera o dipinta, possono essere (e sono state tante volte!) una grande menzogna psicologica e storica. L'essenziale è che il ritratto abbia l'apparenza della vita. Con questo semplice criterio io non dubito di affermare che i ritratti scozzesi, estendendo il confronto a tutta la Esposizione, stanno sicuramente sulla prima linea; e arrivo a dire che il ritratto di figura in piedi della signorina Harvilton, dipinto del Guthrie (uno dei capi scuola) non isfigurerebbe a collocarlo nelle più celebri gallerie.
Per la intensa e magistrale verità della fattura, bellissima parmi anche la testa della baronessa Sobrero di Torino, dipinta dal Lavery; il quale poi nella intera figura d'uomo messa in fondo alla sala si mostra invece alquanto rigido e legnoso.
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Da questa pittura scozzese dovrebbe uscire un qualche buono ammaestramento, quantunque io poco lo speri. I confronti sono qui numerosi, evidenti e alla portata di tutti. Chiunque, dopo aver trascorso un'ora dinnanzi ai quadri che ho accennati sopra, passa nelle altre sale, e si ferma, per esempio, a quelli di Claudio Monet, del Besnard, del Liebermann, del nostro Gola e di parecchi altri, è obbligato di accorgersi che egli non è solo in cospetto di ingegni o, come dicono, di temperamenti diversi; ma che si tratta di una orientazione completamente dissimile e opposta nell'intendere l'arte. Luministi, divisionisti, impressionisti, vibrantisti, che vuol dire tutta questa roba?... Almeno nove volte su dieci, essa non esprime altro che una cocente inquietudine del successo, cercante il proprio affare nelle singolarità della tecnica.
Il nostro tempo fra tante belle cose, ha inventato anche la ipocrisia artistica; e hanno saputo tanto bene convertirla in abitudine, che si può accompagnare anche ad una certa buona fede.
Ma non venitemi a dire che per rendere fedelmente la luce degli oggetti o, se meglio vi piace, gli oggetti nella luce, fa d'uopo ricorrere alla macchia lattiginosa e caòtica del Monet; e che per esprimere una figura umana all'aria aperta, bisogna adoprare le chiazze paonazze e sanguinolenti del Lieberman. No! La protesta del senso è troppo categorica, troppo immediata e concorde. O si tratta di qualche anomalia visiva e si ricorra all'oftalmico; o signoreggia una illusione mistificatrice, elaborata con lungo studio di suggestioni, ed è bene dissiparla prima che si converta in demenza cronica.
Io dubito fortemente che siamo in questo secondo caso.
I pittori vedendosi sempre più ristretto a poveri confini l'ufficio rappresentativo dell'arte e in pari tempo accresciuti paurosamente gli ostacoli a pervenire in mezzo a tanta folla di competitori e a tanta indifferenza di pubblico, era non solamente naturale ma inevitabile che essi, massime nelle opere da cavalletto e da esposizioni, cercassero di proposito l'alleanza dello strano, si buttassero alle curiosità funambulesche e alle bizzarrie della virtuosità, facendone il loro principale tormento. Storia e legge comune a tutte le arti... Chi va dentro a una moltitudine affaccendata e vuol essere notato a ogni costo, si aggiusta un naso di cartone o inalbera un pennacchio scarlatto sul cappello a staio. Così l'artista si mette a combattere e a vincere con lo stupore, facoltà inferiore dello spirito. Ha bisogno di alleati? Li troverà facilmente nella critica e nel pubblico. Basterà lasciar travedere _che non è dato a tutti_ comprendere e gustare certe _superiori_ preziosità; ed ecco che la finezza dei furbi e la vanità degli ingenui si mettono nella partita; e il giuoco riesce infallibilmente.
Ma vi è un guaio nel giuoco; ed è che invecchia rapidamente e bisogna spesso variarlo; se no se ne avvedono anche quelli che giuocavano in perfetta buona fede.