Monotonie

Part 2

Chapter 21,445 wordsPublic domain

Odi, interroga, scruta — ogni soffitta ha la sua storia di dolori, antica storia dei vinti di ogni dì, dei morti, di color che morranno

nella battaglia della vita inermi. Anime e corpi scruta: ai sozzi cenci delle speranze e delle vesti ardito poni la mano: origlia

alle coscienze e sentirai compressa, profondamente con sordo rimbombo, ribollir di vulcani insospettati l'irosa onnipotenza...

ed esci — Invano con convulse dita tenti la cetra del tuo biondo Apollo a tal canto di morte — o mio poeta, è d'avorio la cetra!

L'unghie ti caccia in cuore e il cuor ti sbrana ferocemente e col zampil di sangue ti prorompa la nota, unico e primo urlo di un altro mondo.

Canta la fame dei poppanti, orrenda fame di vecchi e di malati, orrenda fame di luce, di saper, d'amore, la fame della vita:

canta, risali i secoli, divaga per ogni terra, ogni nazione illustre od umile di storia; e ovunque l'eco il canto ti ripeta

e tu coll'eco addoppia il tristo canto. Canta, poeta, la leggenda arcana dei vinti eterni, dei vincenti presso al giorno della morte;

belli nel manto del trionfo, il capo inghirlandato e nello sguardo il riso di un vasto mondo di pensier di gloria, sonnambuli felici;

mentre tremoto sotto i monti e sovra nube infinita di procella nera freme l'odio immortale e vittorioso, sola virtù dei vinti.

_Casola Valsenio Ottobre 1877._

NINA — NANNA

Fuma presso la cesta una candela lercia di sego e sgocciola; fuori la notte sonnecchiando gela ravvolta nelle tenebre.

È freddo: il vento dalla chiusa imposta brontola come un povero ed allo spento focolar s'accosta soffiando nella cenere,

che s'alza: la candela alle pareti sbatte l'ombre fantastiche, mentre i bambini dormono quïeti nel cesto della paglia.

Affagottati dentro una sottana non han più freddo, e ridono sognando chi sa cosa nell'arcana vacuïtà dell'anima.

Ma la vecchia rimasta col corsetto e la corta camicia, strette le mani nello scarno petto e il petto alle ginocchia

invano si rannicchia e sui piccini fisa l'occhio sonnambulo — È troppo freddo, i due biricchini han spogliato la vecchia;

e tepidi abbracciati in una gioia senza pensier l'uccidono; ieri s'urlava in piazza: morte al boia... Ed i bambini ridono.

È freddo, nina-nanna: per coperta non ho che la camicia e il letto m'è la scranna.

Il vento come un cane nelle gambe mi sfrega e si rannicchia cercando le sottane...

O cane, va in malora: apposta per istrada la pelliccia di una vecchia signora

e vi ti caccia, e s'ella non ti vuol dispettosa, tu la morsica di sotto la mammella.

È freddo, nina-nanna; Il vento fischia e brontola lo stomaco, la fame non s'inganna.

Nè pane, nè minestra da ieri; in casa una polenta candida di neve alla finestra,

che pare il primo fiore del grano — è stata l'ultima elemosina... anche Dio è un signore!

Mezzanotte suonata. È tardi: quando l'alba strizza il ghiaccio, strizza, sarò ghiacciata.

È freddo, nina — nanna: La mamma e il babbo sotto terra scordano, dormendo, la condanna.

Che neve quella sera! Il sangue aveva macchiato giù la manica... babbo morì in galera.

la mamma era di latte: portava le sottane alle ginocchia, battendo le ciabatte,

che la gente guardava, e più d'un bel signor le diede un bacio Allora si mangiava...

È freddo, nina — nanna i baci sulla becca le marcirono, la vita di una spanna...

è morta all'ospedale. Io v'ho raccolti e adesso manca l'olio al lume e manca il sale.

Buona notte! persino mi son cavata la camicia e muoio nuda come il mattino.

Ma, bimba, tienti a mente che finirai come la mamma, marcia dai baci della gente.

e tu da galeotto... Per noi poveri in terra si sta peggio di sopra che disotto.

Si dorme almen, la neve fa da lenzuolo bianco che abbarbaglia al letto e non è breve

che scappin fuori i piedi. Dormiamo in pace, i nostri conti tornano; ci penseran gli eredi.

Siamo morti del male di stomaco digiuno o del rimedio, galera ed ospedale:

È freddo, nina — nanna; con Dio, col mondo ci rimane un credito, scontata la condanna...

_Casola Valsenio Novembre 1877._

CURIOSITÀ

Dove mel credi, o bionda indifferente, il tentator mistero che ti affascina; nel cuore o nella mente? nella faccia o nell'anima?

Come il riso del tuo occhio sereno e l'oro caldo dei capelli morbidi, bianca come il tuo seno ti fu la vita inconscia.

Musica e fiori, eterna primavera, continuo oblio di un continuo bacio, la mattina e la sera confuse nel crepuscolo

di un solo amor come profumo solo di un vario mazzo: sempre fiori e musica, api e farfalle a stuolo, oblii, capricci e gioie.

Ed or curiosa sul mio bruno viso, inchina coi lunghi ricci l'interroghi, lo sguardo ed il sorriso tentando colla ingenua

ansia del cuore che la vita ignora. Non vi badar, se quando l'occhio umido ti accarezza e t'implora, improvviso mi striscii

un ghigno sulla bocca. All'alte vette delle montagne inabitate mesconsi nubi, aquila, saette, fior sulla neve, mobili

scheggie di sole, turbini dementi, bianchi silenzi ed ululanti dialoghi... guardan raro le genti giù dalla valle e fremono.

Ama sempre, fanciulla — il tentatore mister non dimandar che in me ti affascina, non origliarmi al cuore, non m'obliarti in faccia.

Musica e fiori, eterna primavera, baci odorosi, ebbrezze mute, spasimi, capricci di pantera, canti di balli scenici...

Ecco l'amore, o bionda indifferente: ama scherzando coll'oblio nell'animo — forse il mister ti mente un poeta maniaco.

_Bologna Aprile 1878._

SILENTIUM

Musa, silenzio; muor la sera, rade, semispente le stelle nell'azzurro guardan lungi sul mondo un'altra stella muta ed inutile;

mentre per l'infinita ombra un deserto infinito si allaga e non par moto, nè voce s'alza di tranquilla vita o di naufragio.

Forse le stelle si annegar, che smorte galleggiano sul cielo: onde, tempeste, lidi svanir, inanime deserto... Musa, silenzio!

MEMENTO

(11 MAGGIO. 2 GIUGNO 1878)

Lo sai tu, santo imperator, qual mano t'abbia raggiunto? Dalle cime fulgide della tua gloria non volgesti il guardo giù nella valle,

dove ferve del popolo la vita intensa e oscura? Quel perenne fumo di vulcano passandoti sul volto, nera carezza,

l'anima vecchia e sul sepolcro curva l'infinito a spiar dell'indomani mai non ti cinse e la irritò col torbo ondar? Scintille

rosse, guizzanti quasi d'occhi accesi e schiacciati ad un punto, in fuga, in folla vi salian turbinando e al ciel svaniano per entro il fumo,

come inutil dilegua e inascoltata nel voto immane la bestemmia. O vecchio vittorioso guerrier, sull'elmo acuta porti una punta,

che sorride col ciel, riso d'acciaro al sorriso fiammante della folgore; bada alla terra — le saette irrompono su dagli abissi!

E tu chi sei? Qual dalla bieca fronte, greve di allori e di corona, orrendo stranier nel mondo e re, qual ti somiglia, o imperatore?

Come la donna dal lascivo cuore e i dotti sensi, te fanciullo vide la fortuna ed amò: con improvvisa viltà l'antico

pallido amante di fatali giorni e di notti fatali empia tradendo, fra gli ululati, il cozzo, il vespro, il buio, lo scroscio pazzo,

d'una battaglia e di un imper più vasto d'un sogno e bello più del sol, fanciullo principe, a' piedi ti gittò sfinito Napoleone

e col vento furial della vittoria la imberbe guancia ti lambia perversa di molli baci. Nel deserto livido dell'oceàno

misterïoso e solitario sparve una sera col sol lo smisurato vinto Titano. Dai cadenti azzurri dell'orizzonte

sprizzâr baleni, e un mormorio dall'acque sommesso ascese, che svanì nel soffio d'un lamento infinito — Hai vinto, hai vinto ovunque e sempre

Paride imbelle e Priamo tremante. Hai vinto: bada, l'oceàn talvolta schianta lo scoglio: ti vacilla il capo sotto l'elmetto

e sotto i piedi il trono, altar maggiore della tua chiesa. Con delirio arcano vi si sfracella una tempesta: bada, re sacerdote,

che in cor l'orgoglio degli aviti regi e dei percossi ammicchi in ciel con Dio — sulle tempeste della terra ghigna ateo il sole!

E preme il vento e l'uragano; l'aria fosca s'aggreva: pei silenzi sacri ignorati dell'alte cattedrali, dei monumenti,

l'alme grandi dei morti erran fremendo di un'altra morte e fin sul regio letto a notte intendi sibilar tremanti le tue bandiere.

È notte, è caldo: delle scolte il grido lungi si tocca e si allontana: forse domani all'alba ti battranno; vigila, imperatore...

_Bologna 18 Giugno anniversario di Waterloo._

INDICE

Lo scrofoloso pag. 3 La viola (per una fanciulla) » 11 Autunno » 15 Il coltello » 19 Ideale » 27 Palinodia » 31 Barcarola » 35 Nel bagno » 39 Brindisi » 43 Bianca! » 53 La vestizione » 57 Dopo » 65 A Giosuè Carducci (Odi barbare) risposta di un Barbaro » 71 Nina — Nanna » 87 Curiosità » 97 Silentium » 103 Memento (11 maggio, 12 giugno 1878) » 107

_Finito di stampare il dì 15 ottobre MDCCCLXXVIII nella tipografia Zanichelli e soci in Modena_

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.