Part 16
Provavo, ed era inutile; mi pareva che il vecchio pretendente fosse rimasto lì, in qualche cantuccio della stanza, a crollare il capo dicendo: «Tu ridi pure, io tanto tanto sposerò tua figlia».
— Ridi — insisteva Evangelina.
— Che ci vuoi fare? non posso. Mi sento umiliato per Laurina, mi pento sinceramente di non essere stato abbastanza villano con quell'imbecille, perchè in sostanza egli ha quasi avuto gli onori della giornata co' suoi argomenti...
— La ragazza non glie l'hai data!
— È tutt'uno, egli si crede sicuro di pigliarsela; lo dice chiaro che è ricco, che è ben conservato, che sa tutta l'arte di amare. Laura non potrà resistergli, egli ne è persuaso... Torna, torna, vecchio balordo, e te lo darò io l'irresistibile...
Evangelina non ne poteva più; le mie parole non le lasciavano trovare un po' d'equilibrio; rideva dondolandosi di qua e di là come una pianta tormentata dal vento, e a un mio ultimo gesto essa aprì disperatamente le braccia e si buttò, per ridere meglio, sul canapè.
— Sia ringraziato quel signore... come si chiama? Non avevo mai riso tanto in vita mia.
Io ero interamente placato; avrei riso volentieri anch'io, ma m'ingegnavo di mantenere il seriume perchè Evangelina se lo potesse godere.
— Ha da capitare proprio a Laurina! — esclamai.
— E che vi è di male? — interruppe mia moglie. — A trovare un pretendente come lo vogliamo noi, nostra figlia ha tempo, ma uno come questo non le si presenterà mai più.
— Che ne sappiamo noi? Io comincio a credere che per ogni fanciulla che arriva alla maturità, vi sono almeno due vecchi ben conservati ed impazienti che aspettano.
— Io ne sono persuasa.
— La società è fatta così — proseguii: — i giovani vanno in cerca delle donne stagionate... degli altri, e i vecchi si pigliano le fanciulle. Ma pensa un po' che orrore! la nostra Laurina!...
Ammutolii. Laurina entrava allora. Con quel suo sennino perspicace, capì subito che stavamo troppo zitti, buttò un'occhiatina qua e là, tanto da non aver l'aria d'accorgersi che ci dava noia, e s'avviò all'uscio opposto per andarsene com'era venuta.
— Laura!
Si arrestò sulla soglia, volgendo a me la faccia sorridente; le feci un cenno ch'ella comprese e corse a buttarmisi nelle braccia. Stringendole il mento con una carezza, e tenendo la sua testina alla distanza di tutto il mio braccio allungato cominciai burlescamente una specie di esame malizioso, che a un tratto, pensando all'avvenire ignoto di mia figlia, si volse in tenerezza profonda, e subito dopo in dispetto.
E mi venne detto senza avvedermene: animale! perchè mi si presentava alla mente quel vecchio egoista, che a lasciarlo fare...
Evangelina ripigliò a ridere, come se io avessi dato il segnale, mentre nostra figlia veniva interrompendo ora il babbo, ora la mamma:
— Che cosa è stato? Perchè ridete?
IV.
Provai da quel giorno un bizzarro sentimento verso mia figlia, un misto di tenerezza e di rispetto, come se a un punto medesimo si fosse fatta donna e rifatta si fosse bambina.
Anche Evangelina sentiva a quel modo.
— Se penso che Laura ha già avuto una proposta di matrimonio, non mi pare neanche più la mia figliuola; e quando faccio il conto e trovo che il pretendente può quasi essere suo nonno, mi sembra ieri che mi fu resa dalla balia.
Per non dire il vero a nostra figlia, ci credemmo in obbligo d'inventare una storiella, tanto da acquetare la sua curiosità; ma Laura ci fece intendere in silenzio che accettava le nostre parole come già aveva fatto dell'ultimo balocco, per chiuderlo senza scontentarci in un cassetto.
— Scriviamone al babbo — suggerì Evangelina.
— Andrà in collera.
— Al contrario, si farà un po' di buon sangue, povero vecchio!
Povero vecchio! Ohimè, sì, il tempo passa e mio suocero non era più quel vecchietto vivace, che saltava intorno ai nipotini; era oramai un nonno venerando, sebbene egli non ne volesse convenire ed ammettesse appena appena che cominciava a declinare. Aveva passato la sessantina e serbava, ultimo fiore della sua folta canizie, il buonumore schietto. Lavorava ancora per non darsi vinto, per non invitare la morte, diceva lui, a fargli visita prima del tempo; la filanda di Monza era il suo castello, e da qualche tempo ne usciva di mala voglia per non essere preso in un agguato.
In compenso delle visite che ci faceva desiderare troppo, mandava frequenti lettere a sua figlia, a suo genero e sopratutto a suo nipote. Aveva trovato non so dove un certo stile semplice, snello e pieno di malizia, che gli stava bene in pugno e che egli maneggiò alla prima senza impaccio; quattro facciate di una scrittura fitta fitta spesso non bastavano a esaurire il suo umore giocoso; ve n'entrava anche in un _poscritto_ nei margini.
Erano confidenze, erano consigli, erano gai sermoncini che egli faceva ad Augusto, e sopratutto disegni per l'avvenire. Sì, l'amabile vecchietto assicurava a mio figlio, studente di leggi all'Università di Pavia, che verrebbe un giorno in cui se la spasserebbero insieme. «L'avvenire è di chi sa aspettarlo». Questa frase, che ricorreva spesso nelle sue lettere, era per lui tutta la filosofia consolatrice della vecchiaia.
Naturalmente nell'epistolario del nonno era un posticino anche per Laura, un posticino appena, tre pagine in tutto. «Non so che cosa scriverti», diceva per iscusarsi di lasciare una pagina bianca; «ho dimenticato come si fanno le letterine alle fanciulle; ai miei tempi l'educazione delle ragazze era già una cosa tanto complicata, che se per poco è andata peggiorando come il resto, si corre il rischio di fare uno sproposito dopo quattro parole».
Quando io gli scrissi della domanda di matrimonio del signor De' Liberi, seguì quello che ci aspettavamo.
— Non bastando un intiero volume a raccogliere la sua vena, vedrai — avevo detto a Evangelina — vedrai che verrà a Milano.
— E vorrà vedere da vicino il pretendente, non vi è ombra di dubbio.
Venne infatti, e parve che avessimo indovinato tutte le sue intenzioni, perchè, penetrando in casa all'improvviso, era splendente ed irrequieto come un fuoco d'artifizio, e la sua prima domanda fu:
— Dov'è?
Credevamo che parlasse del signor De' Liberi, egli invece voleva vedere Laurina, e quando seppe che fino alle due era sempre a scuola, ripetè con una meraviglia ingenua:
— A scuola! È in età da marito e me la mandate ancora a scuola!
Si avvicinò alla finestra per vedere se per caso Laura attraversasse in quel punto il cortile tornando a casa; poi guardò l'orologio senza veder l'ora, poi lo guardò un'altra volta per veder l'ora, e finalmente disse:
— E come sta Augusto? Benone; mi ha scritto anche l'altro ieri; — però studia troppo, si vuole ammazzare quel povero ragazzo... Che bisogno vi è di studiare tanto per far gli esami? Io glie lo raccomando sempre; gli esami si fanno come si può, si passa a scappellotto, poi si diventa avvocati famosi.
Mi pose una mano sull'omero per avvertirmi che parlava per celia, e proseguì:
— La vostra lettera mi ha fatto venire una magnifica idea; quella ragazza non bisogna più mandarla a scuola, è ora di darle marito... anzi, mi meraviglio di non avervi pensato prima.
— Volevi darle marito a quindici anni?
— Darglielo è un conto, pensarvi è un altro; mi pare che se avessi pensato a questo per cacciar la malinconia...
— Hai la malinconia tu? — chiesi con accento incredulo.
Egli alzò una mano e cominciò solennemente:
— Ragazzo mio...
Ma si pentì subito, e finì la frase in una risatina, fra le braccia di sua figlia.
— E che cosa fa Laurina a scuola?
— Studia...
— L'arte di far felice il nonno gliela insegnano a scuola? Quelle letterine francesi che mi manda le scrive a scuola? Sa la storia, sa sonare il pianoforte, sa far di conto... che altro studia?
— Le ragazze d'oggi devono sapere la storia naturale, la fisica, la geometria, la chimica, il tedesco e qualcos'altro...
Egli alzò gli occhi al cielo per chiamarlo in testimonio di quanto stava per dire, e disse un'eresia. Disse, il cielo glielo perdoni, disse che per mettere al mondo dei figliuoli le ragazze non hanno bisogno di sapere la chimica.
Non ci domandava conto del signor De' Liberi, ed io, impaziente di veder mio suocero in preda alle convulsioni dell'ilarità, fui il primo a mettergli innanzi quell'argomento saporito.
— E il signor De' Liberi? Non dimentichiamo il signor De' Liberi.
Immaginavo d'essere interrotto da uno scoppio di buon umore; ma siccome mio suocero sembrava aspettare la spiegazione del mio accento beffardo, mi toccò soggiungere:
— Ah! quanto ne abbiamo riso!
— È ritornato? — domandò senza ridere.
— Ancora no, e mi stupisce; alla sua età non si ha tempo da buttar via...
Mio suocero fu pronto a interrompermi.
— Quanti anni ha?
— Te l'abbiamo scritto, cinquantacinque sonati.
Egli mi guardò in faccia e sentenziò severamente:
— A cinquantacinque anni si è ancora giovani; a quaranta qualche volta si è ancora ragazzi.
— E a sedici?
— A sedici anni — prosegui il vecchio rasserenato e sorridente — a sedici anni si è bambine o si è donnine, secondo i casi. Laura, per esempio, è una donnina e bisognerà darle marito presto.
— Diamole il signor De' Liberi! — insinuai.
— Lascia stare il signor De' Liberi; che cosa ti ha fatto il signor De' Liberi?
— Mi ha chiesto Laurina in moglie, ed io propongo di contentarlo; egli è ancor giovane, è nel fiore de' suoi cinquantacinque anni sonati... la sproporzione d'età non gli fa paura...
— È la sproporzione d'età che lo attira — mormorò mio suocero come rispondendo a sè stesso — è l'infanzia che ci attira tutti; quando i nostri capelli cominciano a incanutire, sono le larve della gioventù e dell'amore che...
Ci voleva un po' di silenzio in coda a questa reticenza filosofica, ma noi forse ne mettemmo troppa, perchè il vecchietto si scosse, ci guardò in faccia, e questa volta ridendo in modo esuberante, dichiarò che se le ragazze a sedici anni sono la vera e propria calamita della gente calva o canuta, uno che sotto la calvizie o la canizie conservi almeno un dito di cervello deve farsi forza e resistere; e che il signor De' Liberi era un asino calzato e vestito se pigliava un istinto per un bisogno e la propria debolezza per la propria forza.
— Però s'ha a compatirlo — si affrettò a soggiungere... — e levarcelo dai piedi con garbo. Me ne incarico io, purchè...
Ogni tanto gettava un'occhiata in cortile, attraverso i vetri; a un tratto s'interruppe e passò un raggio di luce sulla sua faccia.
— Eccola! — mormorò appoggiando il viso alla vetrata... — quanto è cresciuta! quanto è bella! Ma chi è quel signore che l'accompagna?
— È lui — esclamai picchiando il vetro colla fronte.
Era il signor De' Liberi! Sempre saltellante e disinvolto, e accompagnato sempre dalla sua musica, che attraversava i vetri e giungeva fino a noi, egli camminava accanto a mia figlia, la quale non sospettando la perfidia in un uomo di quell'età, gli fissava in volto gli occhi innocenti, mentre egli le diceva... Che cosa mai le diceva?... E la fantesca? Stupida creatura! Eccola là che arriva tranquillamente in ritardo, dando un'ultima occhiata e buttando un ultimo pezzo di dialogo al portinaio.
Un momento dopo Laura venne di corsa a portarmi una carezza, a mezza strada vide il nonno che aspettava a braccia aperte, sviò e fu prima da lui.
— Ci è di là un signore... vecchio — disse quando potè uscire dall'amplesso.
— Chi è quel signore _vecchio_? Che cosa ti diceva? Come mai ti seguiva?
— È quello stesso che abbiamo visto insieme nei giardini, te ne ricordi? quello che porta gli stivali canterini... Ieri uscendo da scuola lo incontrai per via e mi salutò, oggi pure, per combinazione veniva da te... Montiamo nell'_omnibus_ e monta anch'egli; ci troviamo a sedere dirimpetto... — La signorina Placidi? — mi domanda. — Sì, signore — rispondo. — Ho fatto male?
— No, no, tira via...
— Conosco il babbo — prosegue lui; — lo vado appunto a trovare; crede che sarà in casa a quest'ora? — Credo di sì — rispondo. — Poi l'omnibus si ferma, egli scende, m'aiuta a scendere e lascia che Margherita faccia da sè. E ora è là che ti aspetta per parlarti di un negozio importante.
— Come lo sai?
— Me l'ha detto lui che ha un negozio importante con te; mi sembra un po' chiaccherino quel signore e anche un po' curioso; voleva sapere se vado volentieri a scuola... Nel salutarmi mi ha detto di conservarmi _sempre così_... Sempre così... come?
Mio suocero non istette ad ascoltare altro, e s'avviò incontro al signor De' Liberi; io, temendo che ne facesse scempio, gli venni dietro.
V.
Non si sgominò niente affatto vedendo comparire due persone invece d'una; ci accolse con un inchino, con un sorriso, e appena fu a tiro, s'impadronì della mia mano.
— Mio suocero — cominciai a dire...
— Il nonno! — esclamò egli — l'avrei indovinato; è il suo ritratto!
Con questa bugia enorme egli metteva fuor di combattimento un avversario, ma inaspriva l'altro; perciò soggiunse, rivolgendosi a me:
— È strano che uno possa somigliare a molte persone, che poi fra loro non hanno ombra di somiglianza.
Io ammisi concisamente che era strano, e pregai il signor De' Liberi di mettersi a sedere.
— Il signore — dissi parlando a mio suocero, con l'aria d'informarlo per la prima volta — il signore ci ha fatto l'onore di chiedere la mano di Laurina.
Era inutile proseguire perchè mio suocero, ancora gongolante della sua somiglianza strana con mia figlia, faceva intendere col capo e col sorriso che sapeva tutto, e che era disposto a compatire ogni cosa.
— Vengo per la risposta — disse il signor De' Liberi, rivolgendosi addirittura al nonno.
— La risposta... — balbettò il pover'uomo imbarazzatissimo nel dover dare un'afflizione in cambio di una lusinga; — la risposta non deve offenderla... Noi comprendiamo... io capisco benissimo e so compatire... alla nostra età... lo dicevo poc'anzi con mio genero... l'infanzia ci attira...
Il signor De' Liberi pareva in un'angustia grande; gli era penetrata una spina in una parte molto sensibile... non poteva star fermo...
— Scusi... — diceva; ma mio suocero non era uomo da lasciarsi interrompere al momento di prendere il filo.
— Scusi lei... — ribatteva: — Laura è proprio una ragazza, sebbene paia una donnina a vederla, non è possibile pensare a questo matrimonio sul serio. Si figuri un po' l'avvenire; pochi anni ancora e noi saremo vecchi quando Laura...
Questa volta il signor De' Liberi non potè resistere.
— Quanti anni ha il signore?
— Capisco che cosa vuol dire — rispose mio suocero; — ho infatti qualche anno più di lei; ma questo non fa nulla; non siamo ancora vecchi nè io nè lei, ma abbiamo intenzione di invecchiare; almeno io ce l'ho...
— Ce l'ho anch'io, ma col tempo... mentre lei, mi scusi...
— Io... scusi... alle ragazze di sedici anni ho rinunziato da un pezzo, e se dà retta a me, deve rinunziare anche lei.
Mio suocero, dicendo queste parole, non somigliava niente affatto a Laurina; aveva messo nella voce un piccolo tremito d'impertinenza garbata, e gli lucevano gli occhi nella cornice ispida di peli bianchi. Il signor De' Liberi fu impassibile.
— Vi rinunzio — disse con sussiego impagabile; — aspetterò che ne abbia venti.
Mio suocero ed io ci guardammo esterrefatti da quella minaccia; poi ridemmo senza pigliarci soggezione. Rise anche il signor De' Liberi, ma solo per farci smettere, poi proseguì:
— E siccome sono un galantuomo, oso sperare che il signor avvocato non mi vorrà chiudere le porte di casa sua come a un monello o a un nemico.
Che cosa rispondergli? Che al contrario le sue visite ci avrebbero sempre fatto piacere...
— Grazie — disse egli rizzandosi da sedere; — un'altra volta la pregherò di presentarmi alla sua signora; ora me ne vado...
— Creda pure — entrò a dire mio suocero interamente placato.
— Creda... — dissi io.
— Credano — disse lui — non mi dispero mai, perchè so aspettare.
— L'avvenire è di chi aspetta — sentenziò mio suocero.
— A ben rivederla.
— A ben rivederli. — Infilò l'uscio, e seguìto da noi, attraversò le stanze senza voltarsi; sulla porta d'ingresso fece un ultimo inchino e sparve.
Un momento dopo attraversava il cortile a passo di conquista, e sollevava gli occhi alla finestra, forse con la speranza di vedere la piccola dama de' suoi pensieri. Ci ritirammo in fretta per non farci scorgere; ed io, lasciando spenzolare le braccia dinanzi a mio suocero che mi stava a guardare a bocca aperta:
— Mia figlia è condannata — dissi. — Non ho più speranza di salvarla.
— Che cosa dici mai?
— Dico che quell'uomo è capace di aspettare quattro anni e di sposarsela; è il destino che lo vuole.
Un po' del mio timore superstizioso era penetrato nell'animo del povero nonno.
— Vedremo anche questa — diceva. — È impossibile che Laurina stia quattro anni ancora senza trovar marito. Gliene troveremo uno, bisogna trovargliene uno subito... io ti aiuterò.
— Stando a Monza!
— Che credi? Se appena appena mi tenti, sono capace di piantare la filanda per cacciarmi in casa tua come un invalido... Mi vuoi?
— Vieni — esclamai solennemente — vieni a ripetere queste parole in faccia a tua figlia e a tua nipote.
Io lo trascinai meco, ed egli lasciò fare ridendo.
VI.
A forza d'invocare la parola data e di ripetere che l'uomo deve a sè stesso, non già nella vecchiaia, ma prima, un po' di riposo nel seno della propria famiglia, mio suocero si indusse a scrivere al suo ragioniere, affidandogli l'incarico di assestare ogni cosa e di affittare o vendere la filanda; e al momento di abbandonarmi la lettera preziosa perchè io pensassi ad avviarla a Monza, egli prima vi mandò un gran sospiro, poi mi spiattellò in viso che tutte le mie insistenze e tutte le moine di sua figlia e la stessa parola che gli era sfuggita non gli avrebbero impedito di andarsene se non fosse stato di...
— Di Laurina?
— No d'un'idea, d'un capriccio che m'è venuto.
Non volle dir altro e parve accomodarsi con sufficiente rassegnazione alla nuova vita. Però la sera di quel medesimo giorno mi disse:
— È strano; mi sembra un anno che ho rinunciato alla filanda, non ho mai sentito come ora il bisogno di andarmene... non dubitare, rimango... non per te, sai? non per voi altri, ma perchè sono un egoista, un impertinente, uno sfacciato...
Non capivo nulla, ed egli pigliava gusto a confondermi sempre più il cervello.
— Mi diranno incontentabile, lo dicano, sono fatto così e non mi sono fatto io. Ho un'idea ardita — ripeteva — e non te la voglio dire.
Aveva invece una gran voglia di dirmela, ma quella era un'idea così ardita, ch'egli stentava a esprimerla ad alta voce per timore d'essere castigato.
Quando meno vi pensavo, rompendo un altro filo di ciancie che pareva dovesse durare un gran pezzo, mio suocero mi fermò, fermandosi, e con voce malsicura:
— Te lo voglio proprio dire — disse — te lo voglio proprio dire quello che mi sono messo in capo: dar marito, il più presto possibile, alla mia Laurina.
— Sapevamcelo! — esclamai.
Egli mi diede un'occhiata compassionevole e soggiunse maliziosamente, senza badare all'interruzione:
— Darle marito perchè ti faccia presto nonno. Tu non sai cosa sia essere nonno e non te ne puoi fare un'idea.
— Grazie — gli dissi con falsa solennità; — la tua premura mi commuove, io non ho fretta.
— Se non l'hai tu, l'ho ben io.
— Tu sei già nonno; che te ne importa?
Ma la luce che era sulla faccia gongolante del povero vecchio, illuminò il mio cervello: il gran segreto mi fu svelato.
— Bisnonno! — esclamai.
— Bisnonno — disse abbassando la voce — voglio essere bisnonno, sono forse ancora in tempo, e Laurina non è capace di farmi penare.
Quando questa idea fu entrata nel cervello di mio suocero l'occupò tutto, e vi regnò dispoticamente, mattina, sera e parte della notte. Gli venivano da Monza notizie incerte e contraddittorie sulla filanda che lo aveva tenuto prigioniero tutta la vita; il compratore non si trovava; il compratore era trovato; il compratore era pentito. E mio suocero rimaneva impassibile e sicuro del fatto suo.
— So già come andrà a finire — diceva — il compratore c'è, ma tarda a farsi innanzi per spendere meglio il suo denaro; all'ultimo momento arriverà di corsa; intanto... diamo marito a Laurina.
— Non ha che sedici anni — osservava mia moglie.
— Compiti, quasi diciassette; tu non ti sei forse maritata a diciassette anni?
— Scusa babbo, ne avevo quasi diciotto.
— Non gli avevi compiti. Vediamo, che vita fate voi altri? Non avete una sera di ricevimento? Non andate in qualche casa dove Laurina possa farsi vedere?
— Andiamo in casa del Cavaliere...
— E che si fa dal Cavaliere?
— Si discorre, si giuoca, si suona il pianoforte.
— Laurina sonerà a quattro mani; io starò attento a voltar le pagine... E quando si va in casa del Cavaliere?
— La casa del Cavaliere è aperta ogni giorno.
— In casa del Cavaliere — proseguì Evangelina — si trova sempre la mensa imbandita, una chicchera di caffè, un bicchiere di birra e uno di rosolio.
— Le ragazze vi trovano marito?
— Qualche volta sì...
— Mi farai conoscere il Cavaliere — conchiuse mio suocero gravemente.
La casa del Cavaliere, come la chiamavano per abbreviazione, era veramente la casa degli amici, di cui si notava una straordinaria affluenza in tutte le stagioni dell'anno.
Il proprietario era a quel tempo un bel vecchietto di sessantacinque anni, senza un pelo di barba sulla faccia rifiorita; aveva avuto in passato un solo nemico, una malattia di nervi, che gli aveva dato battaglia assidua senza riescire a fargli perdere la cordialità con gli uomini e la galanteria con le signore. E la cordialità e la galanteria avevano in lui strane esigenze. Andarsi a sedere nel posto più infelice, dare il braccio alle due signore più vecchie e affliggersi di non poter rimorchiare la terza nei passi difficili, mettersi addosso, sotto il sole di luglio, gli scialli di tutta una comitiva di donnine timorate della costipazione, offrirsi primo a far le strade più disastrose per portare una notizia, scrivere calligraficamente dieci lettere di quattro pagine per raccomandare una persona ignota senza dar fastidio a dieci conoscenze. Tutte queste e altre simili imprese erano il suo pane quotidiano. Vi ringraziava se gli davate una piccola noia; se gliela davate grande, ve ne serbava una gratitudine eterna. Sacrificarsi per il prossimo era la sua ambizione, se pure non era il suo destino, se pure non era la sua condanna. Glielo dissi una notte che, dopo essergli andato incontro alla stazione, egli non aveva avuto pace finchè non gli era riuscito di accompagnar me fino all'uscio di casa mia.
— Cavaliere — gli dissi — lei espia qualche colpa orrenda; in un'altra vita, Dio sa quante me ne ha fatte vedere! Ma a quest'ora le ho perdonato.
Era dunque in casa del Cavaliere che mio suocero si proponeva di trovare il marito di Laurina.
VII.
Il mercoledì successivo era giorno di gala per il Cavaliere. La notte prima, all'ora di entrare in letto, un telegramma era venuto a dirgli che il colonnello Ipsilonne, antico compagno d'armi che egli credeva morto nella battaglia di Novara, sarebbe arrivato all'una dopo mezzanotte per ripartire all'alba.
Bisognava andargli incontro alla stazione perchè il colonnello Ipsilonne lo diceva chiaro, in quel linguaggio telegrafico che ha tanta somiglianza col linguaggio disciplinare del reggimento: «trovati alla stazione». E poi sapere che quel povero Colonnello scampato alla mitraglia passava tre o quattro ore in una sala d'aspetto, che doveva essere stanco, forse annoiato, forse pieno di sonno, sapere tutto questo e rimanersene nel proprio letto e non vegliare e non annoiarsi egli pure, sarebbe stato un egoismo feroce, degno della sua vita passata, e il Cavaliere, ritornando al mondo, aveva promesso solennemente, al Padre Eterno, di emendarsi.