volume di _interpretazioni_ eschilee; e nella prefazione scrive
queste sacrosante parole: «L'interprete d'un'opera d'arte deve fare ben piú che spiegare parole e proposizioni: egli deve _sentire simpaticamente_ col poeta, deve sentire l'opera e il poeta come qualche cosa di vivo, ed _insegnare agli altri a sentire_».--Benissimo! Proprio quello che io vado ripetendo da oltre un decennio ai wilamowitziani d'Italia, i quali rimarranno adesso un po' male, sentendo queste parole pronunciate dal loro idolo.
Benissimo! Ma come _sente_ poi il Wilamowitz? Come _insegna a sentire_?--Del suo volume mi occupo altrove, lungamente[13]. Qui, a conclusione di questo già lungo articolo, citerò un paio di esempî.
Apriamo, anche una volta, l'_Agamennone_. Quando il re d'Argo, reduce vittorioso da Troia, si presenta sul carro dinanzi alla reggia. Clitennestra, che medita già in cuor suo di ucciderlo, lo saluta con un lungo discorso tutto miele, infinte lusinghe, velati sarcasmi. E conclude:
Ed or che il male sofferto è già, con cuor lieto, quest'uomo dirò cane fedel della sua casa, gómena che salvezza è della nave, saldo pilastro dell'eccelso tetto, figliuolo unico al padre, terra apparsa ai naviganti contro ogni speranza, giorno fulgente dopo il turbine, acqua di vena al peregrino arso di sete! Questo è il saluto ond'io t'onoro.
Sapete che cosa ha inventato il Wilamowitz? Nei _Canti popolari Toscani_ ha letto i seguenti versi:
L'è rivenuto il fior di primavera, l'è ritornata la verdura al prato: l'è ritornato chi prima non c'era, è ritornato il mio 'nnamorato: l'è ritornata la pianta col frutto, quando c'è il vostro cuore, il mio c'è tutto: l'è ritornato il frutto con la pianta; quando c'è il vostro cuore, il mio non manca: l'è ritornato il frutto con la rosa; quando c'è il vostro cuore, il mio riposa.
Questo canto e le parole di Clitennestra sembrano al Wilamowitz una sola cosa; onde egli induce dalla somiglianza non so qual profondo misterioso rapporto; e scrive, senza paura: «Io credo fermamente che i carmi convivali o i canti popolari greci offrissero qualche cosa di simile. Questo non si può riuscire a provarlo; _ma questo rispetto amoroso ci fa vedere_ a quale sfera il poeta abbia attinto i colori per la finzione ipocrita (di Clitennestra)», etc., etc.[14].
Per capire bene l'amenità di questa osservazione, bisogna rileggere l'intera scena e l'intero discorso di Clitennestra, e vedere come tutto quel che precede prepara l'animo in modo che queste ultime lusinghe della femmina feroce suonano nell'anima del lettore come un sarcasmo d'altezza tragica infinita. Allora viene _l'ermeneuta_, e vi susurra all'orecchio che dovete pensare ad uno stornello paesano.... Con che cuore, con che cuore!--E poi notate: «a quale sfera il poeta abbia attinto i colori!» Come se Eschilo, la fantasia piú vulcanica che il mondo abbia mai avuto, andasse a racimolare qua e là bricciche per comporre le sue tragedie. Avrebbe potuto almeno ricordare, il kaiser dei filologi, che nelle _Rane_ d'Aristofane appunto Eschilo rimprovera al suo rivale Euripide un simile sistema di composizione poetica!
E quasi piú interessante è la interpretazione o _visione_ wilamowitziana della scena di Cassandra.
Come tutti rammentano, la fanciulla profetica rimane muta ed immobile durante tutta la scena dell'arrivo. Esce poi Agamennone, esce Clitennestra, i coreuti intonano il loro tristissimo canto, né essa dà segno di vita. Sembra, secondo la icastica espressione del coro, una belva or ora presa. Riappare Clitennestra, la invita a piú riprese ad entrare nella reggia, i coreuti la esortano, ma non ottengono risposta. La regina rientra, i coreuti rivolgono alla fanciulla un'ultima affettuosa esortazione. Né essa risponde; bensí, d'un tratto, rompe in un inatteso grido straziante, che fa tuttora correre un immenso brivido tra le file degli spettatori.
Il Wilamowitz, come ho detto, offre di questa scena una interpretazione sua: e per apprezzare questa interpretazione, bisogna che rileggiamo insieme tutta la scena. Riferisco la mia versione.
CLITENNESTRA
_Esce dalla reggia, e si rivolge a Cassandra._
Entra tu pure.--Dico a te, Cassandra. Poi che benignamente volle Giove che i sacrifici tu partecipassi fra i molti servi, stando presso all'ara del Dio custode della casa. Scendi dal cocchio, scaccia il tuo soverchio orgoglio. Anche il figlio d'Alcmena, un tempo, dicono, fu venduto, e dove' piegarsi a forza a servil giogo. Allor che su noi piomba di tal sorte la forza, è assai fortuna trovar padroni d'opulenza antica: ché quanti ricca messe hanno ricolta oltre ogni loro speme, in tutto crudi sono coi servi, oltremisura. Tu quanto conviene troverai fra noi.
A
_a Cassandra che rimane muta._
Chiare parole t'ha dirette. Or tu obbedisci, poiché sei nelle reti fatali. Ma obbedir forse non vuoi!
CLITENNESTRA
Se pur la lingua sua barbara, ignota non è, simile a quella delle rondini, parlando il cuore suo convincerò.
A
Seguila: il meglio che poteasi in questa sorte ella disse. Lascia il carro, cedi!
CLITENNESTRA
Non ho tempo da perdere dinanzi a questa porta. Stanno già le vittime sull'ara, in mezzo della casa, e attendono il macello ed il fuoco.--Oh chi sperava mai questa grazia!--Or tu, se ciò che dissi vuoi far, non indugiare: e se t'è dura nostra favella, e dir non sai parola, con un barbaro cenno almeno esprimiti.
A
D'un efficace interprete bisogno ha la straniera, sembra. I modi suoi sono come di belva or ora presa.
CLITENNESTRA
D'insania è colta, e i mal pensieri ascolta. È giunta qui, lasciata la città arsa or ora, né sa patir le redini, se pria non spuma la sanguigna bava. Ma non oltre m'abbasso a favellarle.
_Entra nella Reggia._
A
Non io m'adirerò. Pietà mi stringe. Lascia quel cocchio, sventurata, cedi al tuo destino, al nuovo giogo piègati.
CASSANDRA
_prorompendo improvvisa_
Ahimè, terra! Ahimè, terra! Apollo! Apollo!
A
Perché d'ahimè saluti il nume ambiguo? Non si addice a quel dio funebre nenia!
CASSANDRA
Ahimè, terra! Ahimè, terra! Apollo! Apollo!
B
Con grida infauste ancor saluta il Nume cui non s'addice assistere a lamenti.
CASSANDRA
Apollo, Apollo! Mio duce e mio sterminio! Mi perdi, e non a mezzo, anche una volta!
C
Sue sciagure predir sembra: fra i lacci di servitù, vive il fatidico estro.
CASSANDRA
Apollo, Apollo! Mio duce e mio sterminio! Dove condotta m'hai? Verso qual tetto?
D
Al tetto degli Atridi: io te lo dico, se non lo sai: né troverai ch'io menta.
CASSANDRA
A tetto inviso ai Numi, di consanguinee stragi conscio, di lacci fatali, a macello d'uomini, a suolo gocciante di sangue.
B
Come can la straniera ha nari acute, e fiuta, per trovare odor di strage.
CASSANDRA
Ecco, ecco i testimonî che fede a me ne fanno questi fanciulli piangenti sgozzati: maciulla il padre le carni combuste!
A
Sapevamo per fama il tuo profetico estro; ma niun profeta andiam cercando.
CASSANDRA
Ahimè, ahimè! Che mai disegni? Quale immane novello immane lutto disegni in questa casa? Insopportabile pei tuoi, senza rimedio! E lontana rimane ogni difesa!
A
Questi ultimi presagi io non intendo; intendo il resto: tutta Argo lo grida.
CASSANDRA
Ah, scellerata! Questo farai! Lo sposo tuo, il compagno del letto, mentre nel bagno tu lo immergi.... Come dirò la fine? E presto sarà! Mano su mano avventan colpi!
A
Non anche intendo; ché irretito io sono fra vaticinî cui l'enigma accieca.
CASSANDRA
Ahi, terrore, ahi, terrore! Che visione è questa? Forse d'Averno è un laccio? La compagna del talamo è la rete, la complice! Discordia, insaziabile contro questa progenie, innalzi un ululo: ché pietre, poi, vendicheran lo scempio!
A
Quale tu invochi Erinni che si levi su questa casa? Il tuo dir non m'allieta! E refluisce al cuore la crocea stilla, come a chi trafitto cade di lancia, e quivi ha termine con i postremi raggi della naufraga vita. E vien rapida morte.
CASSANDRA
Ahimè, ahi! Vedi, vedi! Tieni, tieni lontana dal toro la giovenca! L'afferra al peplo con le negre corna, a tradimento lo colpisce: piomba nel bagno molle....--Di feral lavacro insidïoso a te la storia narro.
A
D'essere acuto intenditor d'oracoli vanto io non meno; e pur, somiglia questo a presagio di male. Quale fausta parola mai dissero i responsi? Ma ben con le sciagure gli ambigui vaticinî al cuor dell'uomo insegnano profetico terrore.
CASSANDRA
Ahi, me infelice! Al suo dolore mischio il mio dolore! Oh povera mia sorte! Perché, perché m'hai qui condotta, misera? Perché con lui m'avessi una la morte?
A
Tu deliri. T'invasa furor divino: e intoni su te díssono canto, come il fulvo usignuolo non mai sazio di pianto, che, chiuso nel suo duolo, Iti Iti per tutta la sua vita piange, di mali innumeri fiorita.
CASSANDRA
Oh! la sorte del garrulo usignuolo! Le membra un Nume a lui cinse di penne; dolce vita gli die', scevra di lagrime. Me attende, a farmi a brani, una bipenne.
Ora, questa figura di vergine fatidica, voi profani la immaginate immota, sorda, perfettamente distaccata da tutto quanto la circonda, seguendo, con gli occhi sbarrati nel vuoto, l'intima visione dell'imminente scempio d'Agamennone: e quando l'orrore è giunto ad un culmine insostenibile, prorompe in quel grido straziante.
Nossignore, voi sentite e vedete male. Il Wilamowitz, il quale sa che al mondo non c'è effetto senza causa, dice che la fanciulla è indotta alla repentina esclamazione dalla circostanza che l'occhio le cade sopra l'idolo di Apollo, suo innamorato e causa prima delle sue sciagure; idolo di Apollo, il quale era poi un cono di pietra, il quale in origine era un paracarri, e si poneva innanzi ad ogni casa, come ci hanno insegnato i nuovi frammenti di Menandro. Visto il paracarri, allora no, Cassandra non sa piú stare alle mosse, e leva il suo grido d'orrore![15].
* * *
È proprio tempo di concludere. Codesti volumi, codesti commenti «filologici» son tutti ugualmente ameni, da cima a fondo?--Ah, no davvero! Se cosí fosse, sarebbero altrettanti capolavori d'umorismo, e i loro autori meriterebbero una nicchia accanto ai grandi benefattori dell'umanità. Piú spesso le loro «_teorie_» (i filologi tedeschi battezzano cosí ogni piú ovvia loro idea, ogni piú grama ipotesi) sono d'una monotonia tetra e asfissiante. Ma tutte, tetre o amene, si dimostrano, quasi sempre, prodotti dei seguenti fattori:
1) Uno spirito d'analisi minuto, microscopico, ma miope e freddo: uno spirito da revisore di conti, da curatore di fallimenti.
2) La trascuranza o l'inscienza degli elementi irrazionali che entrano nella tempera d'ogni opera d'arte.
3) La mancanza assoluta di sensibilità estetica.
4) Lo struggimento di elevarsi, nondimeno, ad una valutazione estetica: e le conseguenti amenità.
Le qualità medesime e i medesimi difetti si riscontrano in quasi tutte le opere della moderna e modernissima filologia tedesca--la filologia del kaiser, ben differente da quella che l'ha preceduta, che diede frutti insigni, e di cui mi occuperò nei prossimi articoli.
E la conclusione?--È ovvia, mi sembra. La filologia tedesca presenta la medesima preparazione metodica meticolosa e formidabile dell'esercito tedesco. Ma tale preparazione non conduce alla valutazione estetica, cioè alla intelligenza delle opere d'arte.
E se tale intelligenza è, come deve essere, lo scopo supremo d'ogni studio, la filologia del kaiser fallisce--come gli eserciti del kaiser--ai suoi scopi supremi.
Ecco il suo piede di creta.
II.
IL CORVO CON LE PENNE DEL PAVONE
C'era una volta un corvo che saltabeccava beato e tranquillo nel bugigattolo d'un ciabattino. Un bel giorno trovò le spoglie d'un pavone; e invaghitosi di quelle penne versicolori, tanto piú appariscenti del suo piumaggio nero, se le mise indosso, e cosí camuffato, andò tra gli altri pavoni, nei giardini del re....
No, via, non divaghiamo: ripigliamo il filo. Nell'articolo scorso asserivo che, se chiedete agli iniziati in che cosa propriamente consista questa benedetta filologia, probabilmente otterrete tante risposte diverse quanti sono gl'interpellati.
E non c'è da farne meraviglia. Per ragioni che si chiariranno in questo articolo, i filologi si sforzano ad affermare e dimostrare che la filologia è tutt'altra cosa da ciò che essa è in effetto. E quest'altra cosa, naturalmente, ciascuno la vagheggia, la immagina, la definisce, secondo il proprio desiderio, la propria fantasia, il proprio ingegno. È troppo ovvio che ne derivi una babele. E ingenuità somma sarebbe quindi rivolgersi, per risolvere la questione, ad essi i filologi. Cercare la verità attraverso un dedalo d'errori, non è facile, non è piacevole, non è pratico: onde noi cercheremo di raggiungerla battendo una via maestra. Ora, qui, come in tutte le quistioni intricate, nulla giova tanto ad illuminare quanto il rifarsi dal principio. Sia dunque longanime l'amico lettore, ed abbia la pazienza di seguirmi in una rapidissima corsa, dalle origini, alla decadenza, mascherata da apoteosi, della filologia classica.
* * *
La filologia classica sorge, come tante altre cose belle, in Italia. Senza parlare dei precursori, tra i quali, per altro, è Dante Alighieri, e i manualetti tedeschi non se ne accorgono, incomincia con Francesco Petrarca, salutato anche dai manualetti tedeschi, _resuscitatore_ dell'antichità classica; e in breve giro d'anni vanta, per ricordare i sommi, il Boccaccio, Coluccio Salutati, Niccolò dei Niccoli, Leonardo Bruni, Giovanni Aurispa, il Guarino, Vittorino da Feltre, Poggio Bracciolini, Flavio Biondo, Ciriaco D'Ancona, il Filelfo, il Valla, Marsilio Ficino, Angelo Poliziano (muore il 1494), e, grandissimo epigono, Pietro Vettori (muore il 1585).
Francamente, è un pantheon davanti a cui impallidisce anche la kaiseriana superaccademia di Berlino. Si conceda pure ai manualetti e ai manualoni tedeschi che tutti questi umanisti--i quali però scrivevano il latino in guisa da rivaleggiare con Cicerone e con Orazio, mentre parecchi accademici di Berlino lo scrivono come sguatteri--non intendessero affatto il «contenuto» degli scrittori di Roma: si conceda che non intendessero né lo spirito né la forma dei poeti greci, sebbene vorrei vedere quanti dei filologi «scientifici» sarebbero capaci di scrivere versi greci come quelli di Angelo Poliziano, con quell'onda musicale, con quella nitidezza cristallina, con quella intensità di colore: si deplori col Voigt che questi umanisti fossero pieni d'orgoglio, a cominciare dal Petrarca, il quale, del resto, ne avrebbe avuto miglior diritto di qualche filologo tarpano: ai ammetta, si riconosca tutto questo e quante altre cose vogliono i moderni _scienziati_; ma rimane indiscutibile il fatto che essi, gli umanisti, svelarono al mondo moderno imbarbarito la radiosa civiltà degli antichi. Con un ardore che divampa tuttora dalle loro pagine tante volte secolari, con abnegazione e tenacia indomabili, a prezzo di stenti, di patimenti, di rischi, questi uomini meravigliosi, che accoppiavano l'ardimento dell'avventuriero alla pazienza del monacello amanuense, corsero il mondo a cercare in fondo ai conventi e tra le insidie di contrade barbare i preziosi manoscritti depositari dell'antica civiltà, li trascrissero, li pubblicarono, li lessero e commentarono alle genti attonite; fecero rivivere nell'uso, con tutto l'antico splendore, la fulgida lingua di Roma; tradussero da quel greco che «non conoscevano», e tradussero molto, e tradussero bene. E per merito loro il nome latino e il nome italiano suonarono, anche una volta, alti, gloriosi, per tutto il mondo civile.
E accanto all'opera loro si svolge, non meno ardente e proficua, quella dei «librai». Diamo un'occhiata, cosí alto alto, alle prime edizioni di classici. Dal 1465, anno iniziale, sino ai primissimi del '500, per una edizione dei _Paradossi_ di Cicerone, apparsa a Magonza, per un Manilio di Norimberga, per un Terenzio e un Valerio Massimo di Strasburgo--e basta--abbiamo 16 classici stampati a Roma; 32 a Venezia (conto per uno gli Oratori attici); 6 a Firenze; 3 a Milano; ed altri a Subiaco, Bologna, Brescia, Napoli, Vicenza, Ferrara. E sia pure che molte di queste edizioni fossero provvisorie e da emendare con la collazione di nuovi codici; sia pure che qualche umanista, abusando della sua favolosa facilità nel latino, correggesse un po' troppo liberamente i testi; ma anche qui sussiste ineliminabile il fatto che, mentre tutto il mondo, Germania compresa, stava a guardare, _gli umanisti italiani scopersero e pubblicarono tutti i principali classici greci e latini_; li pubblicarono in edizioni in genere corrette, e, quando possedevano il materiale occorrente, meravigliose: tanto che, se confrontate qualche edizione aldina con qualche novissima edizione di Lipsia, passata per la trafila di cento collazioni, avete l'edificante sorpresa di trovarvi dinanzi al testo medesimo; li tradussero, e le loro traduzioni spesso rimasero base fondamentale di tutte le traduzioni future: li commentarono: in una parola, scopersero e diedero al mondo moderno quasi tutto il materiale per la conoscenza e per lo studio del mondo antico. Gli altri avranno fatto meglio di loro: ma tutti dopo di loro. Cose note, arcinote; ma non è male precisarle e ricordarle.
* * *
Scoperta la terra, disegnata la configurazione generale, ecco avvicinarsi gli altri popoli, la cui attività comincia appunto quando quella italiana, raggiunta la piú ardua mèta, incomincia a declinare. Enrico Stefano ed Erasmo di Rotterdam, corifei dei due grandi periodi filologici francese ed olandese, nascono rispettivamente il 1460, il 1466: il principio della loro attività cade quindi fra il il 1480 e il 1490. Angiolo Poliziano, aquila ed usignuolo dell'umanesimo, moriva nel 1494. Gl'Inglesi vengono assai dopo; il Bentley, il loro corifeo, nasce il 1662. I tedeschi, qui come in tante altre cose, arrivano ultimi. L'Agricola, il Reuchlin, lo Schwarzert, non possono davvero passare per precursori: e solamente col Winckelmann (nasce il 1717) incomincia in Germania un vero risorgimento umanistico.
Il periodo francese è veramente gloriosissimo. Esso vanta, per non ricordare che i nomi piú famosi, tutta la dinastia degli Stefani, il Turnèbe, che Montaigne chiamò il piú gran letterato da mille anni ai suoi giorni, il Mureto, sovrano d'ogni eleganza, Giuseppe Giusto Scaligero, l'«aquila fra le nubi», il Casaubon, l'uomo piú dotto dei suoi tempi. Questi filologi, e i minori, ripubblicarono o pubblicarono i testi greci e latini con diligenza, con disciplina, con un materiale di studio che gli umanisti non possedevano ancora. La loro potenza di lavoro era formidabile, favolosa. Il solo Enrico Stefano (il minore), pubblicò 74 autori greci e 58 latini, fra cui diciotto edizioni principi. E questa non è se non la parte minore, il fregio della sua opera: il suo capolavoro immortale è il _Tesoro della lingua greca_ (1572), che in cinque volumi in folio racchiude tutta la grecità. È, sino ad oggi, l'unico gran dizionario greco: è opera di dottrina e genialità infinite: da esso derivano, piccoli rigagnoli, tutti gli altri vocabolarî, compresi il Passow ed il Pape, tedeschi, famosi, e mediocri.--Prima di lui, Roberto Stefano aveva pubblicato il _Tesoro della lingua latina_ (1531), che rimase anch'esso unico sino al lessico del Forcellini, italiano, che anche ora giganteggia su tutti gli altri. Cinque accademie tedesche hanno adesso radunati gli sforzi per compilare un nuovo vocabolario. Ma chi sa quando sarà finito, e chi sa come sarà finito. Per il poco che ne possediamo, si presenta, al pari di tante modernissime operone tedesche, come un mare magno. E non è detto che non vi si possano pescare anche granchi.
Per tornare alla filologia francese, accanto a questi due monumenti degli Stefani, bisogna collocare i Glossarî della media ed infima latinità e grecità del Du-Cange (1678-1688), la sua edizione degli storici bizantini, e la Paleografia e la Biblioteca dei manoscritti di Bernardo di Montfaucon.
Colgo i punti culminanti; e quanto al periodo olandese, che corre quasi parallelo al francese, mi limiterò a ricordare il Lipsio, il Meurs, il Grozio, il Gronovio, la cui opera amplia ed integra in certo modo quella dei filologi francesi.
Ora, in questo periodo che diremo, per intenderci, franco-olandese, si precisano meglio il cómpito e gli scopi della filologia, rimasti nel periodo umanistico un po' indeterminati e confusi. Gli umanisti italiani, nel loro sconfinato entusiasmo, avevano voluto quasi cancellare il torbido periodo dell'età di mezzo, riallacciare a Roma e ad Atene il pensiero e l'arte contemporanea, far rivivere il passato. Sbollita la prima ebbrezza, si vide quanto fosse chimerica tale aspirazione. Rievocare il pensiero e l'arte antica, assimilarli, cercare in quel primo radioso periodo della nostra civiltà fulcri ed impulsi per i futuri progressi, andava bene; ma vuotare la vita attuale del suo contenuto per iniettarvi quello di un'altra epoca, non era possibile e sarebbe stato male. Gli umanisti francesi ed olandesi, piú o meno compiutamente, restrinsero e definirono con gran chiarezza l'essenza e il cómpito della filologia classica. Pubblicare gli scrittori antichi nella forma presumibilmente piú vicina alla forma originale; e per giungere a questo risultato, radunare tutti i codici conservati di ciascun autore, correggerli ed integrarli col paziente confronto. E intorno a questi autori, raccogliere quante notizie antiche servissero ad illustrarli.
Tale il programma. Programma non clamorosamente bandito, bensí strenuamente, pazientemente attuato. Allora non c'erano tante «teorie», tanti contrasti di metodi, tante imposizioni. E non ce n'era bisogno. L'opera era molto ardua nella pratica; ma quanto ai criterî generali, per menti lucide come quelle, non potevano sorger dubbî. Nessuno di quei gagliardi si dev'essere proposta mai la domanda che sembra angosciar tanto le menti tedesche: che cos'è la filologia. Badarono ad operare, ed operarono a bono. E se anche tutto il lavoro filologico compiuto dopo di loro andasse perduto, potremmo ancora, senza troppo disagio, leggere tutti i classici greci e latini. Furono lavoratori ciclopici.
Lavoratori solamente?--Certo l'aureola che cinge i nostri umanisti non circonda le loro fronti. Altro è scoprire una terra, altro è metterla in valore. Il giudizio del mondo che, a lungo andare, tribuisce a ciascuno il suo, colloca questi dotti in una sfera un po' meno luminosa di quella in cui brillano il Filelfo, Marsilio Ficino, Angiolo Poliziano; ma suonano tuttavia immortali i nomi degli Stefani, del Mureto, del Grozio, del Du-Cange.
* * *
Un passo innanzi si deve al Bentley, con cui comincia dunque la filologia inglese. Il Bentley è una di quelle menti inglesi d'acume indefettibile, che fissano, senza offuscarsi un momento, i problemi piú abbacinanti. Qualche filologo alla tedesca volentieri trova da apporre al suo gusto; ma insomma egli guardò veramente con _occhio nuovo_ tutto l'immenso materiale della dottrina classica, e vide quasi dappertutto fatti e fenomeni sfuggiti ai piú acuti indagatori. A lui si deve la scoperta del digamma in Omero, dalla quale rampollarono tante verità in parecchi ordini di studî; egli intuí il vero studio scientifico della metrica; e molte delle vie che batte' poi con tanto clamore la filologia tedesca, furono, in realtà, dischiuse da questo grande Inglese. Ma né di lui né di altri pure insigni, che mossero sulle sue orme, posso parlare piú a lungo: non voglio però tacere che in questo milluogo di studio sorge anche Giorgio Grote, che, vissuto sempre nel mondo bancario, scrisse una storia della Grecia che rimane, per chiunque non sia acciecato da pregiudizî filologici, mirabile e insuperata.
* * *
Ed eccoci infine alla Germania, cioè al punto capitale della nostra discussione. E qui abbia un po' di pazienza il lettore, e freni per un momento qualche obiezione che potesse affacciarglisi. Per chiarezza d'esposizione, devo enunciare fatti fondamentali, senza tener conto, volta per volta, di minori fatti concomitanti, che sembrerebbero talora smentirli. Ad uno ad uno riesaminerò poi questi fatti: ora debbo cogliere i punti essenziali. La matassa è arruffatissima; e se non sbrogliassimo i capi uno per uno, non arriveremmo in fondo.
Iniziatori della rinascenza classica in Germania furono non già eruditi, bensí l'araldo dell'arte greca, Winckelmann, lo scienziato poeta, Humboldt, e grandi scrittori e poeti: Lessing, Herder, Klopstock, Goethe, Schiller. Il battesimo fu meraviglioso, e se ne vide il buon frutto; ma questo è uno dei punti cui dovremo troncare.
Dunque, il periodo filologico tedesco comincia tardi. Ma è doveroso soggiungere che è però d'una fecondità straordinaria: se oggi contate l'esercito dei filologi tedeschi, esso stritola senz'altro gli eserciti riuniti di tutto il resto del mondo. Che se poi domandate ad un filologo benpensante quali siano i tratti caratteristici del movimento filologico tedesco, egli vi risponderà senza dubbio:
1) Una metodologia piú raffinata, sicché solo coi tedeschi la filologia diviene veramente scienza.
2) Un approfondimento delle discipline filologiche.
3) Un ampliamento delle sullodate discipline.
4) L'organizzazione del lavoro scientifico.
Questa _organizzazione_ è, in fondo, la parte fondamentale, che diventa poi fabbrica di esportazione, mezzo d'espansione, strumento di conquista: merita d'essere discussa a parte. Per ora, occupiamoci degli altri tre punti, e vediamo che liquore si nasconda, in realtà, dietro i seducenti cartellini.
1) Metodologia scientifica.--Nessuno ignora che i tedeschi hanno la mania di fabbricar teorie. Metteteli al punto, e vi scrivono un