Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo
Part 7
—Oui, je vous ai vue la première fois au Théâtre Michel; je venais de très loin ce soir–là... Il y avait dans vos mouvements quelque chose que je nʼai jamais pu oublier! Et puis, Bluette, certains soirs, la beauté dʼune femme engourdit tout lʼêtre comme une fumée dʼopium. Ce soir–là, vous dansiez des danses lascives, ou bien, que sais–je? cʼétait vous qui étiez lascive... Ma vie est de celles qui nʼadmettent pas la beauté. Jʼai passé à travers mille tempêtes et jʼai vu le soleil se coucher sur tous les océans de la terre... mon cœur est fait pour la distance comme la proue dʼun grand voilier... Mais vous aviez quelque chose de si doux pour moi, et vous étiez si belle, si naïvement belle, si fraîche pour mes yeux, que jʼai senti una espèce dʼénivrement soudain me pénétrer jusquʼà lʼâme... Rien ne pourrait vous expliquer combien ce trouble en moi était absurde! Mais quand vous quittiez la scène, il me semblait que des rideaux noirs étouffaient soudainement la joie dans mon être... Vous avez changé au moins dix costumes ce soir–là, et chacune de vos étoffes me communiquait la joie dʼune caresse, mʼinspirait une volupté différente... Pour désenchantés que nous soyons, il y a toujours une femme qui peut nous rendre, avec sa beauté, notre première jeunesse. Pour moi, vous étiez cette femme. Vous mʼavez plu tellement, que je nʼosais pas chercher à vous connaître. Mais, depuis ce soir, vous êtes devenue ma folie... oui, cʼest le mot. Bluette.... ma véritable folie!...
Ellʼascoltava senza sorridere, un poco smorta, come se tutto ciò le facesse profondamente male. Ascoltava con le mani congiunte, premute su la bocca, fissandolo senza batter ciglio. Lo ascoltava maravigliata e ferma, con lʼanima tutta radunata su lʼorlo di quel felice stupore.
Poi lasciò cadere le due mani, e disse lentamente, con una specie di vertigine:
—Cʼest le premier soir de ma vie où je me sens heureuse dʼêtre belle...
E su lʼabito scuro che portava, più azzurri che unʼalba del mese di Maggio, profumati con un profumo di Coty, le stavano bene, quasi presso la spalla, sotto il rovescio dʼun grande collo di zibellino, quei fiori del sole nei campi, quei fiori che andavano sempre insieme con lei, per somigliare quasi al colore deʼ suoi occhi, al colore della sua fragrante anima... i fiordalisi di Mimi Bluette.
Allora, su quelle due mani protese verso lui, traverso la tovaglia che brillava, egli posò leggermente una sua mano, e sentì per tutta la persona il fascio dei nervi contrarsi, con un dolore intenso, pieno di gioia, come se avesse per la prima volta sentito nascere il tremore del suo grembo dʼamante, il femminile gaudio che si tradiva dal principio della sua bianca nudità.
La mano di Bluette era semplice come il suo spirito, aveva una forma quasi trasparente, portava nel suo colore senza ombra un senso azzurro di verginità. Quelle sottili unghie troppo lucide, troppo rosse, davano alla sua mano quasi unʼespressione di peccato, che ne accresceva lʼinnocenza, come un soverchio belletto messo per celia sul viso dʼun bambina. Quelle mani avevano in sè la tepida gioia bionda dʼun raggio di sole.
I braccialetti si rovesciarono sui polsi come catene pesanti; li oppressero, fecero rumore, tacquero. E le due mani rimasero così, ferme, sotto il peso della sua carezza, felici di potersi dare a lui con apparente castità, come avrebbero insieme voluto le sue lunghe braccia seminude, le spalle tepide, il seno dolce che aveva la forma dʼun lungo respiro, e la sua calda bocca umida, e lʼintero suo corpo quasi nudo, in un pensiero dʼinvincibile dedizione.
Lʼamava. Era la prima volta che amava. Quasi per miracolo era divenuta un amore. Le pareva una cosa del tutto naturale stare accanto a quel forestiero, lasciarsi carezzare così. Lʼamava dʼimprovviso, per il piacere aspro che le veniva da lui, per la sua faccia calma e stanca, per la sua voce diversa da tutte quelle che udì.
Le aveva detto con ebbrezza, come nessuno le aveva detto ancora:—«Depuis ce soir, Bluette, vous êtes devenue ma folie, ma véritable folie...» E questa parola stessa, nel calore della sua voce, pareva chiudere in sè lʼinfinito, le comunicava una specie di paura, un brivido fisico dʼesaltazione spirituale. «Ma folie...»—un breve leggero suono di tre sillabe, che venivano a lei da una bocca sconosciuta, e venivano da lontano, dallʼavventura fortuita che sʼincontra nelle città notturne, chissà, forse dalla tragedia, chissà, forse da un labbro che non le aveva pronunziate ancor mai...
Tacquero.
La musica dei violini accompagnava una svergognata canzone pederastica dellʼefebo Jean Kiki.
Le Americane, inorridite, si premevano i larghi ventagli contro le bocche ridenti. Mon Colonel pizzicava le semi–vergini sedutegli a fianco.
—Et alors, Bluette?
—Et alors, monsieur Laire?
—Si on sʼen allait dʼici?
—Où donc?
—Nʼimporte.
—Allons–y!
Ritrasse le mani e chiamò il maggiordomo.
—Vite, ma fourrure et lʼaddition, Hector.—Poi soggiunse:—Vous mʼavez servi ce soir un dîner assez illogique.
—Oh, Madame!...
Il suo dîner costava una bazzecola: 132 franchi—«avec deux louis,—spiegò sottovoce lo scrupoloso Hector—que Monsieur Sanderini me doit depuis quatre semaines. Il mʼa dit de vous demander si cela vous serait égal...»
—Oui, ça mʼest égal... Mais, toutefois, dites–lui que je préfère donner moi–même, sans quʼon me tape,—rispose Bluette, avvolgendosi nella pelliccia che le portava il piccolo turco Mohammed.
Uscirono insieme, tra i commiati rumorosi di tutta quella onorevole compagnia.
—Fi!...—sibilava la Grande Rouquine,—Bluette va faire une sottise!
E Limka, tzeco delle Batignolles, strizzando lʼocchio aʼ suoi zingari dalle giubbe scarlatte, suonava con maestrìa, con impeto, le note capziose dellʼantico My Blu.
* * * * *
Dopo un centinaio di metri Castillo abbassò un vetro, per dire al meccanico:
—Allez au Bois de Boulogne et marchez très doucement.
Questi lo guardò come si guardano i clienti esecrabili, poi alzò il bavero della sua casacca e rispose:
—Bien, mʼsieu!
La neve senza vento cadeva su la città in calme strisce verticali, che sembravano propagare un tremito nella bianchezza dellʼelettricità; si accumulava sui davanzali delle finestre come per chiuderle, costruiva lunghe dighe invarcabili su lʼorlo dei marciapiedi. E lʼautomobile camminava senza urto nel dedalo dei quartieri deserti, per i bianchi anfiteatri delle piazze, andando via, lieve, quasi tacita, su quellʼelemento agevole che i fari avvolgevano dʼun largo alone scialbo nelle zone dʼoscurità.
—Monsieur Laire, jʼai presque froid... cette fourrure me glace...
Allora egli si mise più vicino a lei, spalla contro spalla, piegando la bocca vicino al suo respiro, quasi per odorarla come un fiore.
Intorno ai lumi delle Tuileries la neve ilare turbinava come bianca fuliggine, riddava, simile a sciami di farfalle notturne sul vortice dʼun falò. Le sagome ampie degli edifici incastellavano di bianco la notte invernale; pesanti zattere di nebbia nuotavano su la Senna invisibile; di là, su lʼaltra riva, lunghi rettilinei di globi elettrici assalivano con fatica lʼimmensa remota nuvola. I palazzi di neve, i giardini squallidi, vegliavano la tomba eccelsa del grande Imperatore; lʼArco di Trionfo segnava un limite confuso nella distanza dei Campi Elisei.
—Je crois que nous sommes fous, monsieur Laire! A onze heures du soir, au mois de Janvier, faire une promenade au Bois... Quelle idée, nʼest–ce pas, monsieur Laire?
La tepidezza dellʼaria interna faceva nascere sui vetri una specie di sottile smeriglio, tutto a fiori di ghiaccio e tortuosi rivoli di gocciole, che si fermavano assiderate.
—Est–ce que vous habitez Paris, monsieur Laire?
—Presque jamais.
—Etes–vous français?
—Ma mère était française, moi... je ne suis plus rien.
Lʼaria che respiravano era già piena del profumo di Bluette.
—Quel est votre hôtel, monsieur Laire?
—Jʼai un petit appartement, presque toujours fermé, très vide, là bas, dans le quartier du Luxembourg.
—Oh, comme cʼest drôle!
—Quʼest–ce qui est drôle, My Blu?
—Ce que vous dites...
E fuori, traverso lo smeriglio dei vetri, passavano alberi morti sotto il peso bianco dei mantelli di neve. Lontano apparvero le barriere del Bosco.
—Vous ne me racontez plus rien, monsieur Laire?
—Oui, en effet, je ne vous raconte plus rien... cʼest bête!
—Moi je mʼétonne dʼêtre ici... et vous?
—Je ne mʼen étonne pas; seulement je pense quʼil vaudrait mieux ne pas y être.
—Oh!... je ne suis pas de votre avis, monsieur Laire!
—Que voulez–vous, Bluette? Le bonheur est la seule chose à craindre dans la vie. Quant au malheur, quʼimporte?... cʼest ce qui arrive tous les jours... on sʼy fait, on sʼen fiche! Mais aimer ce quʼon aime, voilà un luxe que certains hommes ne devraient pas se permettre.
—Vrai? Alors cʼest de la philosophie sans doute, car je nʼy comprends rien. Vous allez peut–être vous imaginer que je suis une femme très facile, mais...
—Oh, non, Bluette! Je sais très bien que ce soir... oui, enfin, que ce soir vous êtes peut–être imperceptiblement émue...
—Je le suis même très fort... aussi fort que jamais... Cʼest la première fois, je vous lʼaffirme, que Mimi Bluette se promène la nuit avec un inconnu.
Egli tacque un attimo, poi disse, mutando voce:
—Mais oui, je sais très bien que vous avez un amant, Bluette.
—Un amant?... Oui, jʼai un amant. Cela nʼest un mystère pour personne.
—Est–ce que vous lʼaimez?
—Voilà une question inutile, par exemple!
—Est–ce que vous lʼaimez. Bluette?
—Mais, pas du tout, monsieur Laire! pas du tout!
Egli afferrò involontariamente la sua mano, e tacendo la strinse. Allora ella soggiunse, con una voce affabile:
—Quoi quʼil soit un très grand Ministre, à ce quʼil paraît, je puis vous dire, monsieur Laire, que, malgré son talent, il mʼassomme!
Si lasciò pesare contro di lui con una turbata pigrizia, e le parve necessario affermare una seconda volta:
—Oui, il mʼénerve! Il y a des choses quʼon ne sʼexplique pas.
Egli rise con un empito quasi crudele di felicità. Nella penombra della vettura i suoi denti bianchi scintillarono. Lʼavvolse, la circondò, la chiuse nelle sue braccia ruvide. Chinandosi nel cerchio del suo respiro, con ebbrezza la chiamava:—My Blu...
—Laire... monsieur Laire...
—Je me sens ivre... cʼest une folie qui me hante... Depuis ce soir–là, depuis ce soir de vertige, vos danses voluptueuses ont ensorcelé tout mon être. Je me dis quʼil ne faut pas vous aimer, Bluette, et pourtant je vous aime! Quelle folie!... jʼai besoin de vous... chaque nuit je vous caresse dans mes rêves... quelle folie! Vous êtes pour moi une créature de soleil et de musique... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...
Ella non fece altro che piegare il capo allʼindietro, stordita, come nel momento in cui le vene provano la più forte voluttà; e così rovesciata, supina, con la rossa bocca umida cercava il suo caldo respiro.
Ed egli le diceva:
—Je suis de ceux auxquels la beauté ne donne pas trop dʼinquiétude; rien au monde ne me paraît aujourdʼhui très sérieux, et même lʼesprit, et même le talent, parfois me découragent ou mʼirritent... Pourtant, lorsque je vous ai vue, Bluette, jʼai senti que vous étiez la beauté, ma beauté, ce qui pour moi sʼappelle vraiment la beauté. Jʼai parcouru toute la terre sans jamais voir de femme qui pour moi fut aussi belle. Que voulez–vous. Bluette?... lorsque mes yeux vous regardent, vous mʼenvoyez du printemps dans lʼâme...
Bluette non rispose: alzò le braccia, sperduta, lʼavvolse nel tepore del suo corpo, e lo baciò.
Nella grande foresta bianca gli scheletri giganteschi degli alberi sopportavano valanghe di neve; lʼiride lontana dei fari accendeva stelle bianchissime sui ghiaccioli delle fontane.
Soltanto la fatica del motore interrompeva lʼassiderato silenzio del Bosco; passavano, come scenarii dʼuna fiaba nordica, i laghi pieni di nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie chiuse, le cascate immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che, frammezzo a tanto inverno, mai più non dovesse rinascere la primavera. La primavera del Bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e dʼacacie, ove ogni filo dʼerba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio, in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi e il Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi dorata, su cui lancia in fontane di musica il fiume del suo grande respiro...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
E questa era poesia.
Poesia fortuita, che nasceva dal vizio notturno di una grande metropoli, poesia libera da tutte le falsità, nuda come lʼamore, assurda e semplice comʼè lʼamore.
Un uomo ed una donna: due vere anime, due vere lussurie, che andavano in cerca dʼun letto nella Parigi bianca, addormentata.
Non avevano altra storia che un sorriso nascosto dietro lʼorlo del bicchiere di Sciampagna.
Questa era poesia.
Poichè, fra le mille creature che ci passano davanti agli occhi nelle avventure della vita, è sempre una sola, ed è sempre una sconosciuta, quella che al nostro desiderio innamoratamente piace.
Quando noi traversiamo una strada, quando i nostri occhi disattenti vagano su la moltitudine, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Quando si arriva in una città forestiera, quando si entra in una cosa sconosciuta, quando si passa lungo la muraglia dʼun monastero, quando ci si addentra in un quartiere di prostituzione, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Così nei cimiteri e nei teatri, su le prore dei navigli che partono e dietro le finestre chiuse.
Ma non credete allʼamore logico, allʼamore che manca di follìa, nè a quello che osserva nascere i propri germogli come fili dʼerba tenera dalle zolle dʼun seminato.
Questo è un fiore di serra calda, perfetto, ma senza profumo.
Non credete allʼamore lento, allʼamore casto, allʼamore che si dipana come un gomitolo, che si arruffa come una matassa, che gira intorno a sè medesimo come un topolino intorno alla sua coda.
Questo è ciò che i letterati si ostinano a chiamare psicologia.
Non credete ai romanzi dʼamore che impiegano trecento pagine per condurre a letto i loro protagonisti, e nemmeno agli scrittori eucaristici che hanno il buon costume di non condurveli mai. Non credete alle donne straordinarie, che si divertono a parer complicate come il teorema di Pitagora, nè a quelle terribilmente fastidiose che ogni e qualsiasi volta rallentano i loro perfidi ginocchi suppongono di essere diventate una seconda Madame Bovary.
Queste certamente son donne cui piace far perdere il tempo.
E non credete agli amanti che possiedono teorie su lʼamore nè a quelli che in gelosi diarii vanno registrando le intemperie del proprio spirito come oscillazioni barometriche; non credete allʼamore paziente, allʼamore che resiste, allʼamore che non può innamorarsi in una sera; non credete, vi prego, alle analisi chimiche del sentimento nè alle fredde ipocrisie degli amanti che adoprano lʼideale come una cintura di castità.
Poichè tutto questo ha forse una musica, ma veramente non è poesia.
Soltanto ciò che la vita fa nascere in voi come una rosa nella primavera e tutto lʼesser naturalmente vi trasmuta in profumo, quando per voi, con voi, turbina di voluttà lʼinfinito, questo, nellʼamore degli uomini, è veramente poesia.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Per due giorni e due notti a casa non la videro tornare. Solamente aveva telefonato a Linette:
—Si on me demande, Linette, il faudra dire que je suis absente.
—Oh!... cʼest vous, Madame?! Allô! Allô! Ecoutez, Madame...
—Zut!
E la povera Linette, cameriera dalle calze di voilé, si era messa a piangere davanti allʼapparecchio maleducato, che dʼimprovviso taceva.
Per due giorni e due notti era stata con lui, perdutamente con lui, nella sua casa nascosta, baciandolo fino ad uccidersi, come si fa quando lʼamore diventa una follìa.
Su la neve del mese dʼinverno si era levato nei due pomeriggi un pallido sole.
Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.
Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della Bastiglia.
Ma pranzavan ancora più distante, negli alberghi di barriera, nelle vecchie trattorie di Montrouge e Malakoff.
Tornavano a piedi, per lʼombra, di sera, parlandosi piano. Bluette vedeva nei cinematografi splendere a caratteri di fiamma lʼannunzio luminoso del suo nome ilare—Mimi Bluette—od apparire su le muraglie, nei molteplici cartelli dei teatri, la sua fisionomia sorridente fra i mazzi di fiordalisi—Mimi Bluette.
Ecco, e lo amava. Era con lui piccina, modesta, umile, come una ragazza del quartiere.
Le guardava talvolta con simpatia, queste belle ragazze del quartiere, quando passavano a fianco del loro innamorato, e le pareva di comprenderne la poesia, di amarle con un affetto improvviso, quelle svelte ragazze, umili e ben pettinate, che affrettavano sotto la balza delle gonne dimesse il piede leggero.
Mimi Bluette, la rosa delle rose, il fiore dei fiori!... Tutta quella Città immensurabile, quella delirante Città del miracolo aveva pronunziato il suo nome!... Ora, nellʼandarsene al braccio del suo amante, lʼimmenso rumore di Parigi le pareva una musica lontana, e quasi le stringeva il cuore una modesta paura, un umile desiderio di non esser riconosciuta.
Mimi Bluette, la ballerina che aveva i più dolci capelli ed il piede più gentile di Francia, Mimi Bluette, la danzatrice che aveva lʼanima e gli occhi azzurri come i suoi fiordalisi, Mimi Bluette, la creatura che pareva nata in un tempo di musica, la forestiera venuta dʼoltrʼalpe con il suo limpido cuore di Transalpina, sentiva improvvisamente la gioia di non essere più nulla, di non guardare in faccia più nessuno, di non amare che lui.
Per due giorni e due notti gli diede il suo corpo inesaustamente, lo avviluppò neʼ suoi capelli arruffati, lo strinse nelle sue braccia tenaci, si contorse in lui fino al delirio, con disperata felicità, e le parve che ogni respiro di gioia dovesse lasciare nelle sue fattezze una traccia di perpetuo godimento.
Gli diede la sua fragranza rorida e violenta, lo impregnò di sè stessa come un fiore impólvera del suo pólline il tremante cálice che feconda.
Gli fece sentire con le labbra, con il grembo e con lʼintera sua bellezza, che una donna veramente innamorata è la più ebbra forza dellʼinfinito.
Lo stordì come un veleno soavissimo che accende negli occhi angoli di paradiso.
Poi tornò a casa, un mattino che le strade oscillavano davanti aʼ suoi occhi appassiti.
Era un mattino freddissimo, limpido, quasi tremolante. La città prendeva un colore di ghiaccio; le forme delle cose, degli uomini, pareva che avessero un contorno di gelo.
Quando i suoi specchi familiari la guardarono in faccia, ella si trovò mutata. Povera Bluette, che sonno aveva quel mattino! Comʼera stanca e felice, povera Bluette! Avrebbe dormito fino a sera, nel suo letto grande, poi sarebbe tornata con lui, di nuovo con lui, perdutamente, laggiù, nella strada lontana. Ma un solo pensiero la irritava, quello di dover rispondere a chi le domandasse:—Dove sei stata?
Era stata nella felicità, nullʼaltro. E questa era una cosa da non potersi esprimere con parole.
Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, non troppo severa, e giovine lei pure, fu la sola che per istinto la capì.
Vide i suoi occhi appassiti, e non disse nulla.
Vide i suoi abiti sciupati, e non disse nulla.
Vide che nel suo corpo stanco era piena di una insolita felicità, e mutamente le sorrise, poichʼella pure, nel suo cuore di ventʼanni, sapeva comprendere la poesia di tornare un mattino, sciupata e bella, dopo due giorni dʼamore.
Quando furono entrambe nello spogliatoio, Bluette le mise una mano su la spalla, poi la guardò negli occhi e le disse:
—Oh, ma petite Linette, si tu savais comme jʼai été heureuse!...
Allora due grosse lacrime caddero dagli occhi di Linette.
—Quoi donc? Tu pleures?
—Oui, Madame, je pleure... Jʼai été si inquiète à cause de vous! Je ne savais plus que faire. Vous mʼavez répondu: «Zut!»
—Cʼest vrai; jʼai dit: «Zut!» parce que je nʼavais pas le temps de mʼexpliquer mieux. Essuie tes yeux, Linette, et déshabille–moi.
Stava per incominciare a confidarle il suo secreto, mentre Linette le toglieva e la slacciava le scarpe, quando la bionda Caterina entrò, in vestaglia di lana, spettinata e litigiosa come sono le donne mature prima di sottomettersi al restauro mattutino.
—Ah, perdinci! se Dio vuole, eccoti qui!
Bluette fece un lungo voluttuoso complicato sbadiglio, al termine del quale disse con naturalezza:
—Buongiorno, mammina! Fammi preparare, ti prego, un bel caffelatte con le brioches calde, perchè ho molta fame.
—Te le dò io le brioches! Si può sapere dove sei stata in questi giorni?
—Sono stata via, mammina, via... via...
—Davvero? E adesso, cara, starai fresca!
—Io fresca? Perchè?
—Ti avverto che Sua Eccellenza è tornata ieri, anzi è tornata iermattina. Sarà venuta qui cinque o sei volte per lo meno. E domanda un poʼ a Linette che ira di Dio è stata con quel suo telefono! Sino alle due di notte, mi capisci? Lui, così garbato, aveva perduta la testa e quasi mʼinsolentiva. «Bluette?... Bluette?...» Cosa ne sappiamo noi di Bluette! Insomma voleva perfino chiamare il Capo di Polizia.
Bluette si mise a ridere più forte, mentre la cameriera lʼaveva spogliata sino alla camicia.
—E ridi anche? Bella insolenza! È una storia che finirà male.
—Senti, mammina, fammi portare le brioches! Oppure vámmele a prendere tu, Linette. Ho una fame che muoio.
—Già, naturalmente!... quando si fanno le porcherie che fai tu!...
—Sei un poʼ matta, cara mammina...
—Sì? ti pare?... Adesso, quando verrà Sua Eccellenza, te ne accorgerai.
—Quando verrà Sua Eccellenza gli dirai che dormo ed ho bisogno di non essere svegliata.
—Eh?... un accidente! Fargli dire che dormi ed hai bisogno...
—Sì, di non essere svegliata; fino alle cinque per lo meno; perchè sono stanca, molto stanca, e me nʼinfischio di tutto il Ministero!
—Ah, ma se te ne infischi tu, non me ne infischio io, per bacco! Ed a me non accomoda niente affatto che per i tuoi brutti vizi debba andarci di mezzo anche il decoro della casa!
—Nientemeno!
—Si proprio: il decoro, la situazione ufficiale che occupiamo e la rendita mensile che ti dà. Io non ci voglio perdere per le tue sporcizie, hai capito? E quando verrà Sua Eccellenza mi farai il santo piacere di alzarti súbito, o meglio di riceverlo in letto, spiegandogli con un motivo plausibile questa bella idea di nasconderti per due giorni senza dir niente a nessuno.
Mimi, pettinando con un largo pettine i suoi capelli arruffati, si mise dolcemente a cantarellare:
«Les mains des femmes, je le proclame, sont des bijoux dont je suis fou!»
—Hai capito. Mimi?—seguitava la madre.—Non farmi andare in collera!
—...je le proclame...
—Ma dove sei stata? Si può sapere dove sei stata?
—...dont je suis fou!... oouu!...
—Canta, canta! Ma io posso dirti che una scriteriata della tua specie non riuscirà mai a far carriera!
Bluette lasciò cadere indietro il grande mazzo deʼ suoi capelli, che le discesero fino alla piegatura delle ginocchia, ed incominciò a togliere dal pettine quelli che sʼera strappati.
Allora venne Linette con il vassoio del caffelatte, recando insieme le tepide brioches. Bluette ne rubò una, prima che Linette avesse apparecchiato, e con la bocca piena rideva, guardando sua madre.
—Veʼ, che bella ciera!—disse la bionda Caterina.—I sottocchi ti arrivano in bocca e sei lì che mi sembri di ritorno da una messa nera! Voglio vederti allʼetà mia, bambina, se vai avanti di questo passo!
—Mi trovi brutta, mammina? Sai cosʼho fatto? Niente... Sono stata, brava brava, in una strada che tu non conosci, in una casa che tu non conosci, con un uomo che tu non conosci... Ma che squisite brioches! Próvale anche tu, mammina.