Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Part 6

Chapter 63,756 wordsPublic domain

Traverso i vetri appannati vedeva le case brillare, le strade avventarsi come corridoi di luce nei dedali dei quartieri bui; vedeva le piazze deserte, i cumuli di sedie accatastate con le gambe allʼaria su le terrazze dei caffè, i lunghi funerali immobili delle vetture di piazza, i cinematografi, che lanciavan su la neve iridi violette, gli edifici pubblici, solenni e tetri come prigioni, gli spazzaturai simili a file di deportati, che ammucchiavano la neve, i grandi vestiboli dei teatri, pieni di fiamma,—e tutto questo era un poʼ suo, era un lembo dellʼanima sua; chiunque avesse fatto male ad una delle cose che vedeva, in quella bianca sera dʼinverno, avrebbe fatto male anche a lei.

Nel Bar della Grande Rouquine fu ricevuta come al solito con tripudio e con rumore.

Pʼtit–Béguin, il quale pranzava in tête–à–tête con un forestiero dallʼaria di Pascià, si alzò appositamente per venirle a baciare la mano. Questo, anche nel caso di Pʼtit–Béguin, era certo una galanteria.

Jennie–Minnie–et Lélie, che sebbene alquanto invecchiate costituivano sempre un inseparabile trio, le fecero grandi accoglienze, anche nella previsione che Mimi volesse pagar loro la cena. Il bookmaker Cliffton interruppe la lettura del _Paris–Sport_ per mandarle un asciutto complimento inglese, che voleva probabilmente essere un invito. Ma ella si mise allʼultimo tavolino, presso il banco, perchè in tal modo poteva meglio discorrere con la Grande Rouquine.

Frattanto Limka suonava il My Blu.

Adesso, di My Blu, ve nʼeran centinaia; ogni grattacorde, o picchiatasti, cercava di mettere in voga il proprio. Ma Limka, tzeco delle Batignolles, suonava il My Blu classico, il primo, quello chʼera stato creato per la divina Bluette.

Quella sera la Grande Rouquine era vestita di verde, dʼun verde verdissimo, ed aveva intorno al collo un boa nero, dʼun nero nerissimo, che le faceva star bene il volto, freddo come lʼelettricità.

Vʼera molta gente quella sera, e la Grande Rouquine governava tutto il servizio con la fiamma deʼ suoi occhiacci verdi. Ai tempi di Bluette il Bar non aveva che quellʼunica sala, e qualche ammezzato ove si giocava dʼazzardo; ma ora le sale a pianterreno si erano moltiplicate, sebbene conservassero una disposizione ambigua da labirinto e ci fosse ancora, presso lʼentrata, quel famoso paravento contro il quale ruzzolò Max quando ricevette il formidabile pugno di Boblikoff. E cʼera il medesimo Boblikoff, che ormai doveva essere divenuto qualcosa nellʼamministrazione del locale, pur conservandosi una rispettabile aria da cliente.

Buona cucina, belle donne, bei ragazzi, atmosfera di malavita elegante, spaccio clandestino di afrodisiaci e di stupefacenti, ecco forse alcuni fra i mezzi chʼerano serviti alla Grande Rouquine per mettere di moda il suo ritrovo.

In primo luogo Mimi ebbe voglia di mangiare certe «moules–marinière», che vide passare fumanti nella zuppiera di terracotta.

—Attention! elles sont très lourdes le soir...—lʼavvertì amabilmente Sanderini, personaggio in redingote, grande consumatore di paglie Négri–Pipoz, che doveva probabilmente esercitare qualche altro mestiere, oltre quello di passare sei o sette ore, su le ventiquattro, nel Bar della Grande Rouquine.

Questo Sanderini era magro come il tifo e luccicante come lo smeriglio, per colpa della sua marsina. La faccia gli rientrava nella bocca, lasciando fuori solamente un naso ridicolo ed un mento che pareva il naso capovolto. Sanderini faceva tutto quello che chicchessia volesse far fare a Sanderini: dal condurre i curiosi a veder i quadri viventi, sino a provvedere mazzi di carte preparate o combinare unʼudienza con lʼArcivescovo di Parigi. Se lʼinvitavano a cena, mangiava molto volentieri; se lʼinvitavano a bere, beveva più che volentieri; per conto suo lʼamabile Sanderini faceva un gran consumo di paglie Négri–Pipoz.

Ora, nonostante il suo consiglio, Bluette, ingorda, mangiò «les moules–marinière». Sanderini, seduto sopra uno sgabello, presso il banco, si limitò a provarne cinque o sei. Le trovò salate, perchè aveva lo spirito critico, ed anche perchè, avendo fatto il giro del mondo, in nessuna cosa egli mancava di esperienza.

Intanto Boblikoff venne a farle un poʼ di corte; per lei fece portar su dalla cantina un Barsac memorabile, che andava molto bene con «les moules–marinière».

Mimi era distratta.

Il Jokey Perry, che insanguinava il piatto con la sua costata fiammeggiante, le dava noia, parlandole con la bocca piena dalla tavola del bookmaker Cliffton.

—Tu vas voir,—disse la Grande Rouquine, con la sua voce riarsa,—ils vont foutrʼ de la Worcester Sauce même dans lʼomelette–confitures!

Mimi sorrise. Ma Sanderini fece una tal risata che minacciò di precipitare dallo sgabello. Questa risata condusse alla tavola di Bluette anche Florina Bey, che incominciò a raccontare una lunghissima storia, la quale a Mimi non importava niente,—perchè Mimi era distratta.

Entrò Lucien–Lucienne, che per affettazione vestiva in abito da mattina, con quella eccentricità particolare dei prostituti. Era ben dipinto, e si mise un poʼ di cipria sotto il mento, un poʼ di saliva sui forti sopraccigli; e questo fece senza nascondersi, anzi davanti allo specchio chʼera nel fondo. Poi si avanzò, camminando su le uova, in guisa da parere più dolce che poteva.

—Povero Lucien–Lucienne!—pensò Bluette;—è ormai sullo sfiorire. Gli viene un poco di pancia; poi si vede súbito che porta un mezzo parrucchino per nascondere la calvizie...

Le colonel Pistafer, clubman di cartapecora, che tutti chiamavano «mon Colonel», pranzava con due minorenni, le quali per ora possedevan solo un braccialetto dʼargento per ciascuna e portavano le trecce ancora sciolte su le spalle. Pistafer non avrebbe certo impedito a quelle brave ragazze di restar vergini finchè a loro piacesse; inoltre Pistafer soffriva di vescica, e cinque sei volte almeno durante il pranzo era costretto ad abbandonare la mensa, «per andarsi a lavare le mani», comʼegli diceva con molta serietà. Ma súbito Limka, tzeco delle Batignolles, attaccava «le refrain du Colonel», mentre i suoi musicisti cantavano in coro:

«Mon Colono, mon Coloni, mon Colonel va faire pipi!»

Ryff esponeva i suoi schizzi contro il paravento; Gorgonel improvvisava quartine per un bicchiere di Sciampagna; lʼindiana Sit, vestita di serpenti fosforici, danzava la danza dellʼoppio; il giornalista Linnée Ledoux, fra una bottiglia di Whisky ed un mucchio di patate fritte, meditava certo il suo ricatto settimanale; Minnie, la più bellina del famoso trio, sperava di sedurre un piccolo tedesco impariginito; Mohammed preparava il caffè turco per una compagnia di belle Americane.

La grande Lison, tribade impenitente, nutriva con cibi sostanziosi la sua piccola ed anemica Loulou. Pranzavano insieme, ad un tavolino appartato, mostrando chiaramente che il vecchio Adamo era stato un personaggio inutile nella storia del genere umano.

—Cette pauvre Loulou,—disse la Grande Rouquine,—comme elle a lʼair vanné! Un jour ou lʼautre Lison va lui faire rendre lʼâme...

—Cʼest une affaire de goûts, rispose Bluette.—A moi, par exemple, leur vice ne me dit rien.

—Cʼest que vous êtes une vraie femme, vous!—esclamò Sanderini, che frattanto spilluzzicava senzʼaverne lʼaria tutto il pranzo della indulgente Mimi.

—Vous croyez, Sanderini, vous croyez?...

—Pardi si je le crois! Et je vous en félicite, chère Madame!

—Tais–toi, vieille chandelle!—fece la Grande Rouquine.

—Jʼai mes principes, la Grande! Et je nʼaime guère celles qui nʼont pas de goût pour notre sexe.

—Est–ce que tu as seulement un sexe, toi?—rimbeccò la Grande Rouquine, con dispregio.

—Eh bien, la Grande, je suis toujours là, si jamais le cœur vous en dit!

Mimi sorrideva con gli angoli della bocca; ma quella sera Mimi sembrava quasi trasognata, e sebbene sorseggiasse continuamente il suo bicchiere di Sciampagna, non vi trovava nel fondo che una specie di nervosa e distratta irrequietudine.

Cʼera qualcosa che visibilmente le dava noia, le dava turbamento, le dava una specie di malessere o dʼinspiegabile perplessità.

Finalmente si protese verso il banco della Grande Rouquine per domandarle:

—Mais qui est–il donc cet homme, assis en face de moi, près de Cliffton, et qui a une figure si étrange?

Dal suo posto la Grande Rouquine non poteva ben vederlo, perchè aveva davanti a sè una colonna di scatole dʼAvana; ma levatasi ritta, e veduto lʼuomo del quale parlava Bluette, le rispose, anchʼella sottovoce:

—Eh bien, cʼest quelquʼun, ma foi, qui mʼintrigue fort moi–même. Il a réellement une tête extraordinaire!

—Est–ce que tu le connais?

—Pas du tout. Je le vois par intervalles. Il vient, il dine, il lit les journaux étrangers, ou bien il observe tout ce qui se passe, avec ses yeux de magnétiseur et son air dʼégarement qui le rend si agréable. Le maître–dʼhôtel mʼa dit quʼil sʼappelle Castillo.

—Un Espagnol?

—Que sais–je? Il parle le français comme moi. Il parle dʼailleurs toutes les langues, car, un soir, je lʼai entendu causer avec un Russe, et lorsque Mohammed lui sert son café ils se disent des amabilités en turc.

—Il est bel homme, tu sais!

—Ma foi... si tu trouves que les hommes gagnent quelque chose à être beaux!...

Bluette prese unʼaria di capriccio, unʼaria quasi timida, quasi furtiva, unʼaria di bambina, e sottovoce disse alla Grande Rouquine:

—Jʼaimerais bien le connaître!

Si vede che lʼillustre Sanderini possedeva un udito finissimo, perchè rispose con la bocca piena:

—Il nʼy a rien qui soit impossible, lorsquʼon peut compter au nombre de ses amis le nommé Sanderini, suceur de pailles.

—Mouche–toi, vieille bronchite!—lo insolentì la Grande Rouquine.

Ma Bluette si mostrò confusa, come se le tornasse negli occhi tutto il pudore di una dimenticata e quasi lontana castità. Bevve un lungo sorso, poi rispose allʼamabile Sanderini:

—Quel vilain homme vous êtes! Rien ne vous empêcherait de me rendre même ridicule! Et puis, jʼai dit cela pour rire, Sanderini... Je vous en prie, nʼen faites rien.

—Cʼest entendu, cʼest entendu! Mais quoi? Vous laisserez donc rentrer à la cuisine, presque intacte, une pareille gélinotte, si dodue et si blanche? Ce serait une grave indélicatesse!

—Permettez–moi de vous en servir une aile, cher Sanderini.

—Jʼen goûterai, par gourmandise et par complaisance, car mon estomac est tout détraqué. Demain matin, dʼailleurs, je me purge.

—Très bien, cher ami, En attendant versez–moi du Champagne. Car, voyez–vous, jʼai envie de devenir très gaie... très gaie!... Mais, où est allée Florina?

—Florina doit jouer son numéro tout à lʼheure. Elle est allée se déguiser en femme nue. Un costume qui lui sied très bien, parce quʼelle est bien faite.

Ma quei discorsi di Sanderini la interessavan molto poco; e lʼonestʼuomo comprese chʼera meglio rispettare la sua distrazione.

Mimi allora fece una cosa molto leggiadra.

Quello straniero la guardava ed ella guardava quello straniero. In un momento che nessuno la vide, alzò il bicchiere di Sciampagna, il bicchiere che brillava come un fiore di cristallo fra le sue minuscole dita,—e questa fu la cosa molto leggiadra chʼella fece per quello straniero: gli mandò, prima un sorriso, poi si portò il bicchiere vicino alla bocca, rovesciò indietro la fronte, chiuse gli occhi, bevve per lui...

In quel mentre Florina–Bey stava per cominciare il suo numero.

Egli rispose facendo a sua volta la stessa cosa, ma lentamente, naturalmente, senza il più piccolo stupore. Il sorriso nasceva nella sua faccia senza muovere i lineamenti; nasceva neʼ suoi fermi occhi, splendenti come lʼacciaio delle rivoltelle ossidate.

Non era più giovine; doveva esser quasi vicino ai quarantʼanni, sebbene la sua pelle abbronzata conservasse un liscio colore di gioventù. Robusto, arido, agile, mostrava un singolare aspetto fra il gentleman ed il cowboy. Qualche riflesso bianco gli correva tra i capelli nerissimi; i baffi aspri, tagliati a filo su lʼorlo del labbro, mettevan un segno di ruvidezza nella sua faccia quasi delicata.

La divina Bluette provò subitamente la gioia di possedere, nellʼanima e nei sensi, un piccolo secreto. Provò quella gioia sottile, irritante, esilarante, quella gioia fresca e pungente come la spuma dello Sciampagna, che ubbriaca lʼessere al pari dʼun afrodisiaco, allorchè si riceve il primo sorriso dʼuna creatura che piace.

Lʼamore non è mai altro che una prolungata memoria di questo momento.

Allora ella godè perfettamente il piacere di sentirsi bella, di mandar luce da ogni fibra del suo corpo giovine, di contenere in ogni vena, come un dormente brivido, la sua profumata e calda femminilità.

Aveva quasi ventisette anni, la divina Bluette, e non si era mai, se non per ischerzo, innamorata. Nel suo profondo essere qualcosa parlò, che fino allora non aveva mai detto parola; e dʼun tratto si accorse chʼella pure avrebbe saputo darsi ad un uomo, ad un amante immaginario, come fino allora la divina Bluette non si era data mai. Lo guardava, soggiogata, un poʼ confusa, come se in lei fosse ancora un non so che della fanciulla, e provava nel medesimo tempo una sorda irritazione contro sè stessa, una sorda gelosia di quellʼuomo chʼera semplicemente uno sconosciuto,—una bella fugace ombra che passava davanti al suo bicchiere di Sciampagna.

Tuttavia, sʼegli fosse venuto a prenderla, per condurla fuori, ella, senza rispondere, sarebbe andata con lui. Sarebbe andata con lui traverso la neve, per le vie scure della Parigi addormentata, senza parlargli, ma serrando il suo braccio, affondando le scarpine scollate nella soffice neve, nascondendo il mento freddo nel bavero della pelliccia cosparsa di brina. E sarebbe andata con lui, dovunque la conducesse, tacendo, senza guardarlo, come una timida bambina ubbidiente, solo perchè non poteva resistere al piacere di stargli vicino, solo perchè nessun uomo aveva mai saputo farla pensare allʼamore come la faceva pensare allʼamore la faccia indefinibile di quello sconosciuto...

E Sanderini diceva:

—Ma foi, la Grande, si Florina avait autant dʼesprit quʼelle a de belles fesses, Florina–Bey serait au moins Florina–Pacha! Mais la pauvre nʼa jamais su ni faire des dettes ni se les faire payer: ce qui, pour une femme, équivant à manquer sa carrière.

—Tu me rases, vieux coquillage!—dichiarò senzʼaltro la Grande Rouquine, con la sua voce bruciacchiata.

E Mimi frattanto sorseggiava il suo bicchiere di Sciampagna, piano piano, con delizia, fissando gli occhi nel calice per osservare il liquido biondo che spariva.

Immaginazioni distanti rinascevano con felicità nel suo confuso pensiero; lembi di desiderio, staccatisi da lei come petali da una rosa, tornavano con profumo a ravvolgere le sue vene; pagine dʼamore, scorse con voluttuoso ma incredulo piacere, passavano con sembianze di verità nella sua memoria sovraeccitata, e come sotto il potere dʼun afrodisiaco sottile, sʼimmaginava nel suo letto caldo, fra le braccia di quellʼamante sconosciuto. Lo guardava con insidia, e quasi temeva, nel guardarlo, chʼegli potesse indovinare il suo recondito pensiero.

Ma dʼun tratto egli medesimo sʼalzò; venne a scegliere un sigaro vicino al banco della Grande Rouquine. Sanderini, amabilmente, gli cedette il suo proprio sgabello e non mancò di attaccare discorso dandogli un buon suggerimento:

—Le savant fumeur que je suis, cher Monsieur, me pousse à vous recommander ces grands Corona y Corona,—Claro—dont la feuille est satinée comme la peau voluptueuse des Créoles... Jamais vous ne trouverez de meilleur cigare dans tout Paris. Lorsque jʼétais à la Havane...

E narrò così belle storie sul paese del sigaro Avana, che lo straniero, per compensarlo, finì con offrirgliene uno.

Tutto questo accadeva presso la tavola di Bluette, mentre Bluette, confusa, guardava nel mezzo della sala. Dopo il numero di Florina–Bey, un piccolo negro in marsina rossa ballava suonava e faceva un poʼ di humour con le doppie suole delle sue scarpe indiavolate. Il piccolo negro scivolava e tamburinava coi piedi su lʼassito cosparso di sabbia, facendo acrobazie mirabili, senza mai perdere il tempo. Le belle Americane, diventando irrequiete al suono di quelle musiche nazionali, battevan le mani con entusiasmo e gli lanciavano marenghi dʼoro.

In quel momento Sanderini diceva:

—En effet, Monsieur, je suis dʼorigine italienne; mais suis né a Chartres et jʼai fait mes études à Genève...

—Toi, mon vieux,—interruppe la Grande Rouquine,—tu dois avoir fait tes études à la Nouvelle, car il suffit de te regarder pour comprendre que tu viens du bagne.

—Elle a le caractère un peu vif, la Grande...—osservò con dolcezza lʼottimo Sanderini.—En tout cas je suis bel et bien dʼorigine italienne, ainsi que mon nom lʼindique, et licencié en droit, si Madame le veut bien.

—Ce qui est certain cʼest que tu as passé à travers le Code Pénal comme le fil à travers lʼaiguille. Et, quant à lʼorigine, les fripouilles comme toi nʼen ont aucune. Tu es né Sanderini et tu vas crever Sanderini, un de ces jours, je lʼespère.

—Elle me taquine, cher Monsieur, elle me taquine! Et savez–vous pourquoi? Parce quʼelle a un béguin pour moi, sans doute!

La Grande Rouquine si mise a ridere.

—Tu en as du toupet, vieille camelote!

—En tout cas, Monsieur,—fece Sanderini,—si vous désirez connaître une vraie Italienne de naissance, quoiquʼelle soit aujourdʼhui la plus délicieuse de nos Parisiennes, je vais vous présenter à Madame Mimi Bluette, qui aime les gens dʼesprit. Ecoutez un instant, Madame Bluette. Je vous présente ce Monsieur, dont le nom est Castillo, et qui, depuis cinq minutes, mʼhonore de son amitié.

Mimi si volse rapidamente, non seppe che rispondere, divenne leggermente rossa e fece un piccolo saluto.

Allora lʼottimo Sanderini, dopo esser rimasto accanto a loro quel tanto che gli parve necessario per aiutarli a vincere lʼintoppo delle prime conversazioni, pensò che ormai, come premio della sua fatica, poteva certo fare assegnamento sovra un paio di marenghi da estorcere in modo garbato alla generosa Bluette; e, per intanto la sua naturale compiacenza gli suggerì di lasciarli scrupolosamente soli.

Questo pensiero ebbe anche la Grande Rouquine, che, senza dir nulla e con lʼaria più naturale del mondo, traslocò il suo ufficio di cassiera proprio allʼopposto angolo del banco. Frattanto lʼottimo Sanderini andava dappertutto scrutando con occhi di lince, per decidere qual fosse il miglior tavolino sul quale stendere di bel nuovo le sue caute reti. E poichè gli parve che le clienti più munifiche della serata fossero per lʼappunto quelle rumorose Americane, fece una buona provvista di paglie Négri–Pipoz, e con il sigaro del bel Castillo fra i denti se ne andò ad occupare un posticino libero, presso la tavola dove sʼallineavano in file numerose le vuote bottiglie di Pommery, drapeau Américain.

Senza dubbio lʼottimo Sanderini aveva una singolare predilezione per le tavolate allegre, dalle quali volano con facilità i bei marenghi dʼoro.

Ed allora quei due rimasero lì, vicini e muti, con la bocca su lʼorlo del bicchiere di Sciampagna.

Qualche volta la solitudine improvvisa diventa una vera fatica, una vera difficoltà. Bluette, per far qualcosa, rigirava intorno al polso, guardandoli con attenzione, i suoi braccialetti pesanti. Castillo, da buon fumatore, osservava con insistenza la cenere del suo Corona y Corona—Claro—eccellente sigaro in verità.

E frattanto non le diceva nulla.

Bluette, la divina Bluette così piena di spirito, per fare come lui, non trovava neanche una parola.

Forse temevano entrambi di potersi dire, per prima cosa, una sciocchezza.

Ma Bluette lo guardava.

Egli no.

Egli era fierissimo, con la fronte china; i fili bianchi deʼ suoi capelli brillavano fra le ondate nere. Aveva nel dito anulare un solo anello, chʼera uno smeraldo intenso come un brillante verde; al bottone della camicia una piccola perla nera; tra il pollice e lʼindice della mano destra una profonda cicatrice, che gli saliva sino alla giuntura del polso.

Bluette lo guardava minutamente, come una donna guarda lʼuomo che vuol conoscere. Qualcosa dʼambiguo, dʼinspiegabile, si muoveva intorno a quella fisionomia, quasi fosse lʼatmosfera visibile del suo spirito, il colore della sua nascosta volontà.

Finalmente egli disse questa cosa importante:

—Je sais quʼon vous appelle My Blu.

—En effet on mʼappelle My Blu... Oui, Monsieur, on mʼappelle My Blu. On mʼappelle aussi Bluette, et Mimi Bluette si lʼon veut être pédant. Oui, Monsieur! Ce qui est drôle cʼest quʼon écrit My Blu et on prononce My Blou... Il y a partout des gens qui ne savent pas la grammaire!

—Cʼest très gentil My Blu...

—Vous trouvez? Moi je nʼy trouve rien dʼextraordinarie. Et vous, comment vous appelle–t–on, si ce nʼest pas indiscret?

—Est ce que vous me demandez mon «vrai» nom?

—Mais... pas du tout!

—Eh bien, on mʼappelle Hilaire Castillo.

—Hilaire? Hilaire?... Mais il y a quelque chose de trop dans ce nom de vieux moine! Tenez: moi, par exemple, jʼaimerais mieux vous appeler tout simplement Laire...

—Jʼaccepte.

—Merci. Et alors versez moi du Champagne monsieur Laire!

—Voilà: votre coupe dʼabord, la mienne ensuite, et je vais boire à votre santé, My Blu! Parce que vous êtes depuis longtemps la seule femme qui me plaise...

Bluette guardò nella spuma del bicchiere; gli occhi le brillarono; vʼimmerse la bocca, e ridendo si abbandonò allʼindietro, contro la spalliera, con una specie di sottile vertigine.

—Vous me dites une chose qui me fait extrêmement plaisir... Je ne sais pas qui vous êtes... mais enfin cʼest très gentil quand même!

Cosʼaccadeva in lei? Non lo seppe, non lo pensò, non lo volle pensare; ma qualcosa certo accadeva di somigliante allʼebbrezza che dà la musica di una danza nuova, in quelle sere piene di follìa quando la felicità chiusa nellʼanima sembra che abbia un sapore su lʼorlo dei calici, un trillo su gli archetti dei violini...

Ecco: poichè non sʼera innamorata mai, era bella di tutta la sua bellezza e sapeva innamorarsi in una sera.

Così egli la teneva ravvolta nel suo sguardo immobile, così la sua voce turbata le dava unʼimpressione di stordimento.

Erano due desiderii, nullʼaltro, davanti allʼilarità, nullʼaltro, che manda un bicchiere di Sciampagna; la poesia che cʼè nella vita, che cʼè nellʼamore: musica dei sensi nellʼanima, dellʼanima nei sensi—nullʼaltro.

Ella era passata, quasi come una vergine, fra il piacere di sè stessa e la fatica del piacere altrui; egli veniva chissà mai da qual vita, solo, con gli occhi giovini che splendevano dʼun passato buio.

Lʼaveva guardata per la prima volta, così, dal tavolino della sua cena, frammezzo alle chiacchiere di Sanderini ed al cicaleccio di Florina–Bey; lʼaveva guardata in silenzio, con i suoi occhi fermi, come si guarda con un piacere quasi lascivo la rosa rorida, gonfia di pólline, che manda profumo....

E dʼimprovviso a lei era sembrato che un lungo bacio dʼamante percorresse la sua viva nudità.

In silenzio si era nascosta dietro il velo delle sue lunghe ciglia, quasi per racchiudere in sè stessa, per celare in sè stessa, quellʼinvolontario piacere.

Aveva sentito nascere nel suo pudore unʼirresistibile voglia dʼessere sfacciata.

Su lʼorlo del bicchiere aveva tentato reprimere la tentazione di parere una femmina.

Gli aveva sorriso.

Ed ora gli parlava stordita, protesa un poco verso di lui, coinvolta nel suo potere: già sua. Gli parlava senza dirgli nulla, muovendo le parole come gesti della mano che volessero carezzarlo.

Similmente, anzi più turbato, forse più irritato, egli parlava con lei. Per dirle cose non ben definite, per chiarire, per nascondere, forse per distruggere tutto quello che sentiva.