Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Part 4

Chapter 43,937 wordsPublic domain

Questa bionda madre Malespano era diventata frattanto la donna più pettegola di tutto il vicinato. In casa non dava pace a nessuno; le persone di servizio preferivano andarsene che ubbidire aʼ suoi capricci. Tranne Linette, cameriera dalle calze di voilé, che, vantando la protezione di Bluette, spesso non tralasciava di risponderle per le rime.

Questa Linette aveva un fratello, bel giovine, pieno dʼintraprendenza, che si era fatto conoscere nella metropoli vincendo una famosa corsa di motociclette. Ma questa era storia passata. Honoré Messanges, fratello di Linette, con lʼandare del tempo aveva cambiato sport. Era diventato nobile di provincia e portava sul biglietto da visita la corona della sua contea. Cioè si faceva chiamare Honoré Messanges, comte dʼOlonzac.

Quando nessuno provvede a far conte un uomo che ha bisogno di portare uno stemma, è naturale che il povero diavolo faccia uno sforzo per nobilitarsi da sè. Ad ogni modo questʼamabile Honoré Messanges, comte dʼOlonzac, se non era nato proprio di lombi gentilizi, certo viveva la medesima vita di quelli che possiedono, fra lʼaltre dovizie, anche un albero genealogico; e di sembianze, di maniere, dʼabitudini, certamente appariva un autentico dʼOlonzac. Non era molto alto di statura,—forse un palmo più di Linette—ed aveva come Linette, nei capelli ben spartiti, unʼincrespatura luccicante. Fino e morbido in tutta la persona, possedeva neʼ suoi movimenti quella medesima grazia un poʼ femminile della procace Linette; ma i suoi occhi nerissimi brillavano invece di una maschilità veemente.

Il signore dʼOlonzac teneva in mano la fortuna per le corna, come il manubrio della sua famosa motocicletta; e poichè la contea non gli mandava redditi, sapeva trarne senza scrupoli da molti altri canonicati.

Egli non guadagnava il pane con il sudore della sua fronte; ma qualche bella donnina sudava certamente per lui. Il signore dʼOlonzac si vestiva da un sarto inglese, fumava i grossi «Favoritos» del Principe di Galles, faceva colazione in pigiama nel suo rez–de–chaussée, prendeva il tè allʼHôtel Ritz e pranzava da Paillard. Ogni tanto possedeva unʼautomobile, ogni tanto la vendeva; per qualche mese aveva unʼamante, poi si lasciava rapire da unʼaltra; in genere tutta la sua vita dipendeva dai capricci e dalle fortune delle sue variabili ammiratrici.

Nondimeno sarebbe caduto in gravissimo errore chi lo avesse confuso, per esempio, con un qualsiasi Boblikoff, Max, Jean Kiki. Questi mantenuti e protettori di basso lignaggio non godevano affatto la stima del prossimo; invece il signore dʼOlonzac era un elegante ruffiano il quale godeva sino ad un certo punto la stima del prossimo. Ve ne son poi altri, di più elevato grado, i quali, non soltanto godono stima incondizionata, ma sono anzi chiamati a giudicare in questioni dʼonorabilità.

La vita è senza dubbio il più divertente vaudeville al quale possano assistere gli uomini.

Dunque, un bel giorno, il signore dʼOlonzac salì per le scale della palazzina ove abitava Mimi Bluette. Sul pianerottolo si allacciò i bottoni deʼ suoi perfetti guanti color canarino, buttò via la sigaretta e suonò il campanello.

Quando Linette venne ad aprirgli, ella portava un grembiulino chʼera tutto una maraviglia di pizzo e di linon. Vedendo una simile cameriera, ogni gentleman di buon gusto si sarebbe senzʼaltro fermato in anticamera. Ma il signore dʼOlonzac, forse perchè faceva quasi buio, varcò il limitare senza guardarla.

—Monsieur désire?—fece Linette.

—Passez ma carte à Madame,—rispose il conte, porgendo il suo biglietto stemmato fra il pollice e lʼindice del suo perfetto guanto color canarino. Fu allora che Linette lo riconobbe:

—Mais, voyons, est–ce bien toi, Roré?

—Hein?....—fece il conte, squadrandola. Poi riconobbe Linette e si mise a ridere:—Ben, oui, cʼest moi. Tout à fait moi, Linette! Oh, là, là, que tu as lʼair ahuri! Ben, vrai! moi aussi, vois–tu, ça me paraît drôle!

—Et à moi!...—fece Linette. Poi arricciò il suo nasino petulante:—Mais, ce qui mʼintrigue, cʼest plutôt la raison qui tʼamène chez nous.

—Chez nous? Tiens, comme tu dis ça!

—Chez nous, ça veut dire dans la maison de Madame. Car tu vois bien que je suis établie chez elle.

—Cʼest ce que je ne savais pas. En tout cas, Linette, faut pas souffler mot, hein?

—Tu dis?

—Quʼil faut faire comme si rien nʼétait, parce que je suis le comte dʼOlonzac et toi tu nʼes que Linette.

—Tout court?

—Mais, pardi!

Linette si cacciò le mani nelle due tasche del grembiulino, e si mise a guardarlo con ammirazione.

—Pour de lʼaplomb, Roré, cʼest pas ce qui te manque!

—Bien sûr, ma chérie.—– Poi borbottò, in modo abbastanza intelligibile:—Il fallait encore que jʼaïe la guigne de rencontrer ma soeur chez My Blu!

—Pauvrʼ pʼtit, que tu es à plaindre!... Enfin, voyons: si tu as des vues sur ma patronne, rien à faire ici!

—Linette, ma mignonne, voilà bien cinq minutes que tu me fais poser dans lʼantichambre! Cela nʼarrive pas chaque jour au comte dʼOlonzac. Assez causé; passe ma carte à Madame Bluette, je tʼen prie.

Linette volle ribattere, ma il conte soggiunse con un tono breve:

—Sans ça, je raconterai à Madame certaine petite histoire, qui ne te fera pas trop dʼhonneur. Car tu sais que le pauvre Godineau...

Le pauvre Godineau, Michel Anselme, agé de 33 ans, de profession dresseur de chiens savants, era stato il primo fallo di Linette. Ora stava scontando in un reclusorio la sua troppo grande abilità nellʼaddomesticare i cani, le ragazze, e le serrature altrui.

Linette divenne rossa al pensiero del pauvre Godineau.

—Alors, tu prétends réellement que je tʼintroduise chez Madame...

—Quant à mʼintroduire, je verrai ça moi–même,—corresse il conte con molto garbo.—Tu nʼas quʼà passer ma carte, comme je tʼai dit.

Linette esitava.

—Et tu iras au moins voir maman, si je te rends ce petit service?—domandò, con la sua voce piena di filiale rimprovero, la graziosa Linette.—Voilà six mois quʼon ne te revoit plus à la maison. Il Conte dʼOlonzac fece una smorfia.

—Jʼirai sans doute... oui, sans doute... un jour que jʼaurai le temps!—Poi alzò le spalle:—Ah, mon Dieu, que cʼest embêtant, lorsquʼon est le comte dʼOlonzac, dʼavoir une soeur femme de chambre!

—Sale fripouille!—gli rispose Linette, andando via, leggera, col suo biglietto da visita.

My Blu in quel momento era molto occupata a studiare un sistema per la roulette, vendutole al prezzo di venticinque luigi da un certo Filipescu, grafologo, spiritista, e professore laureato in non so quale Università rumena. My Blu aveva sul tavolino una piccola roulette e tre o quattro fogli pieni zeppi di cifre complicate. La pallina girava, il sistema guadagnava somme ingentissime, sicchè My Blu era di eccellente umore.

—Madame, il y a quelquʼun qui se dit le comte dʼOlonzac... Voilà sa carte.

E mise il biglietto sul tavolino con un certo disprezzo.

—Comment «qui se dit»?... Est–ce la manière dʼannoncer quelquʼun?

—Ah... je nʼen sais rien. Madame! Il mʼa lʼair dʼun... Mais il peut se faire que je me trompe. Si Madame veut, je le ferai passer.

—Sans doute que oui, puisque je le connais.

—Est–ce que Madame le connait bien, ce comte dʼOlonzac?

—Mais quʼest ce que cela peut bien te faire, Linette?

—A moi?... Rien du tout, Madame!

—Et alors?

—Alors je vais lui dire que Madame lʼattend.

Se ne tornò via di malumore, con un passo veloce. Gli andò fin sotto il naso, e recitò:

—Madame fait dire a Monsieur le comte dʼOlonzac Que Madama attend Monsieur le Comte.

—A la bonne heure, ma mignonne! La prochaine fois, je tʼen prie, sois plus sommaire!...

Ed entrò.

Era diventato veramente il signore dʼOlonzac. Non cʼera più nè un particolare della fisionomia nè una piega dellʼabito che ricordasse lʼex corridore di motociclette; parlava persino con una pronunzia squisitamente affettata e sembrava disceso fresco fresco, non dal quarto piano della madre di Linette, ma da una indiscussa pagina dellʼAlmanacco di Gotha.

Soltanto i suoi cattivi bellissimi occhi rimanevano quelli di Roré; e questi, più che tutto, andavano a genio della capricciosa My Blu. Ella si lasciava scherzosamente fare la corte dal signore dʼOlonzac e sottomettere dagli occhi di Roré. Sapeva benissimo chi era costui: lʼamante di Pinna, lʼamante di Léa la Roseraie, lʼamante di Fred Chinchilla... Ma ciò che solamente la interessava erano per lʼappunto gli occhi di Roré.

Il signore dʼOlonzac le fece una visita breve, compita, elegante; le diede uno strisciante bacio su la mano quasi azzurra ed uscì dalla sala con il suo passo da gatto.

Bluette suonò più volte il campanello per farlo riaccompagnare. Ma lʼimpeccabile maggiordomo era uscito a far compere per la madre Malespano, e fu Linette che lo ricondusse nellʼanticamera.

—Si tu ne vas pas chez notrʼ mère, je te jouerai un sale tour,—gli sibilò, cattiva cattiva.

—Nʼessaye pas, mignonne,—rispose con dolcezza il soddisfatto Roré.

Linette vide sparire dietro lʼuscio il molteplice riflesso della sua bella tuba.

E My Blu pensava:—Lʼimbécile! Il nʼa pas compris que jʼétais dans une de mes journées à béguin! Ces hommes–là, Dieu sait ce quʼils ont dans la caboche! Enfin... essayons toujours cette martingale de Filipescu!

E fece correre la pallina,—che diede, in quel frangente, il numero 27.

Il numero 27—come tutti sanno—è «rouge, impair et passe».

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Quando Fred Chinchilla seppe che Roré dʼOlonzac erasi recato a visitare My Blu, si conficcò nei palmi le piccole unghie rosse come il sangue, digrignò i suoi dentini da martora e disse fra sè, con un gergo esplicito: «Nous allons enfin voir si cette gueuse de Bluette va me souffler ce salaud de Roré!»

Fred Chinchilla faceva sapere dʼesser nata in Norvegia, ed era venuta di moda un anno che si portava molto la pelliccia del suo nome. Aveva per lʼappunto gli occhi cinerini–azzurri, con riflessi di bigio e di piombo come il cincilla, e, per essere in carattere, si faceva pubblicamente mantenere dal proprietario di una grande pellicceria, chevalier de la Légion dʼHonneur, ammogliato, divorziato, riammogliato, e con prole. Tutti gli anni, allʼavvicinarsi dellʼinverno. Fred Chinchilla dava lʼaìre alla pelliccia di moda. Quellʼanno aveva messa in voga «la fourrure de singe». E nonpertanto rimaneva Fred Chinchilla.

Era ben fatta, con un leggero pericolo di pinguedine, i capelli colore di stoppa dorata, le ciglia dʼuna lunghezza e foltezza esagerate, su gli occhi norvegesi, morbidi come pellicceria.

Roré per sei mesi era stato il suo amore. Ma in quel semestre Fred Chinchilla aveva tanto speso, che il ricchissimo pellicciaio fu nondimeno costretto a dirle: «—Ce dʼOlonzac, ma chérie, il faudra bientôt le congédier... Il ne se doute pas, le cher comte, que les fourrures se vendent très mal cette année!»

E Fred Chinchilla stava per dargli retta, quando Roré, visto che le pellicce andavan male, pensò di avvicinare Mimi Bluette, la quale invece amministrava—per mezzo del suo più forte azionista—una casa di pneumatici venuta in molto favore.

Le donne, salvo casi molto rari, non amano lʼuomo per sè stesso,—e fin qui hanno forse ragione. Ma lo amano inquantochè un uomo piace o piacque ad unʼaltra,—e qui senza dubbio hanno torto. Poichè lʼerrore di una sola produce lʼerrore di tutte. Ogni donna cerca in primo luogo di soverchiare, nei sensi e nella memoria dʼun amante, il prestigio di quelle che lʼhanno preceduta. La gelosia, che tanto lusinga lʼuomo, è veramente una gelosia dʼindole femminile, ossia una questione dʼamor proprio fra donna e donna.

Roré, quando vinse la famosa corsa di motociclette, trovò probabilmente una incapricciata che gli fece buon viso; da quel giorno lʼamore lo portò via su le braccia, e piano piano lo sospinse fino alla soglia di Mimi Bluette.

Mimi Bluette gli avrebbe tuttʼal più dedicata, come diceva, una delle sue «journées à béguin»; ma capitò frammezzo la gelosia di Fred Chinchilla, e, naturalmente, le cose mutaron piega. Fred Chinchilla si era lasciata prendere per colpa di Léa la Roseraie, questa per colpa di Finna, e Finna perchè Mary Dhjynn, la pazza Mary Dhjynn, si era tirata un colpo di rivoltella, nelle balene del busto, il giorno che Roré non volle più saperne di lei.

Così vanno le buone pecorelle lʼuna dietro lʼaltra in fila, come diceva sin dal trecento lʼinseppellibile Dante, che trova sempre il mezzo per tornare dʼattualità.

Il signore dʼOlonzac si permise frattanto dʼinviare ogni giorno alla bella My Blu grandi mazzi e profumatissimi canestri di fiori loquaci; poi la condusse a prendere il tè, poi la condusse a teatro, poi la condusse a cena, ed infine la condusse nellʼirresistibile talamo che vide gli amori norvegesi di Fred Chinchilla.

My Blu era una donnina di nervi ultrasensibili, che non sapeva troppo resistere al fuoco della tentazione; perciò prendeva con filosofia lʼamore di sè stessa e lʼaltrui. Si lasciava conquidere, per lo più, da un particolare che le andasse a genio; ma dimenticava súbito, con una leggera ombra di malinconia. Era un poco inerte, un poco sbadata, un poʼ ironica forse, nellʼattribuire un senso ed un valore agli avvenimenti che intessevano la sua vita. Non aveva mai cercata la fortuna, e la fortuna si divertiva di lei come dʼun trastullo innocente; non aveva mai cercato lʼamore, e lʼamore le ronzava intorno, continuamente, non serio, non grave, non pericoloso, ma simile quasi ad un rivolo di continuata voluttà. La sua carne bella sentiva la gioia naturalmente, come un rosaio sente la primavera. Poi, subito, la sua memoria se ne scordava... era stato un gran soffio di vento, una rossa nube di polvere, che finiva, moriva, più in là, portandosi via qualche spolvero del suo pólline profumato. Era una donna venduta, eppure non chiedeva mai nulla, non faceva mai un vero calcolo, nemmeno rispetto a quegli amanti cui non si dava per piacere. La ricchezza, lo sperpero, il lusso, eran diventate abitudini giornaliere della sua vita, e qualche uomo sʼera puranche rovinato per lei, senza che Bluette nemmeno se ne avvedesse. Non poteva più desiderare cosa alcuna la quale non costasse un prezzo irragionevole; ma vʼera sempre chi pagava per lei, purchè si degnasse far vedere i conti a qualche suo ricco innamorato. Possedeva tesori nel suo piccolo palazzo, e molto spesso non ricordava nemmeno con esattezza i nomi di quelli che avevano gareggiato nel darle prova di amore e di munificenza.

Un vecchio amministratore, M. Bollot, rimastole più fedele dellʼamante che glielo aveva messo in carica, veniva ogni fin di mese a pagarle i redditi e spiegarle quale nuovo impiego di capitale fosse utile fare. M. Bollot beveva regolarmente due bicchierini di Kümmel, le carezzava i capelli biondi con il buon sorriso dʼun vecchio papà, riponeva gli scartafacci nella sua logora cartella di cuoio, e, mezzo curvo per il mal di reni, le diceva prima dʼandarsene:

—Alors, ma chère enfant, si vous avez besoin de moi, vous savez où jʼhabite: rue Taibout 47, au deuxième. Il nʼy a pas dʼascenseur.

E se nʼandava, mettendosi allʼocchiello un fiore dei vasi di Bluette.

Se non avesse avuta fortuna, questa bella ragazza, certo sarebbe stato molto facile per lei capitare nelle mani dʼun furfante, che lʼavrebbe di nuovo ridotta sul lastrico, senza lasciarle nemmeno comprendere, povera Bluette, quel che significa unʼamministrazione. Ma invece M. Bollot era di sana pianta un galantuomo; vigilava su questo patrimonio come se fosse roba sua propria, ed era capace di bisticciarsi un paio dʼore, con la sua cocciutaggine da vecchio reumatizzato, per aumentare dʼun magro scudo il capitale di Bluette.

Ed a Bluette tutti volevano bene; questa era la sua fortuna. Cʼera in lei qualcosa che pareva dire alla gente: «Io son nata per far piacere a chi mi guarda». Parlare con lei, o vederla vivere, significava provare una di quelle sensazioni primaverili che soltanto i bei fiori e le belle creature dànno. La sua voce, il sorriso che aveva in tutta la persona, i colori che portava nella sua materia, la semplice grazia che metteva neʼ suoi movimenti, e non so quale profonda ma dolce sensualità, profusa, intessuta in ogni spazio della sua vita, e quel suo carattere di fanciulla, che pareva trasparire dalla sua gioventù come il color del sole da un limpido bicchiere dʼacqua, tutto insomma di lei era composto in guisa che ogni creatura, nello starle accanto, provava una freschissima gioia.

Aveva camminato fra il vizio, ed era il vizio, ma pareva che nulla di tutto ciò le fosse giunto sino al cuore.

Molti uomini erano passati nella sua giovinezza, e forse non aveva amato ancor nessuno. Max lʼaveva stordita; gli altri le avevan dato appena qualche torbida e complicata ora di piacere; soltanto il bravo Jack, lʼinventore dʼun passo di Rag–Time, era stato per lei qualcosa più dʼun amante: quasi un piccolo, sbadato, inconscio e ridicolo amore. Povero Jack Morrison! Ella si ricordava ogni tanto chʼera stato buono con lei, chʼera stato per lei una specie di burbero e dolce fratello, che si era talvolta rasciugata in fretta una lacrima col rovescio della manica, ed infine che nessun altro danzatore sapeva ballare come Jack!... Adesso ne conservava qualche ritratto sparso per la casa, ed uno in camera, sopra una mensola, dovʼerano sempre alcuni ramoscelli di freschi fiori. Qualchevolta, nellʼandarsi a coricare, gli diceva come per ischerzo:—Good night, mon vieil imbécile de Jack!...

Era stato il solo che le avesse voluto bene per lei sola, e quasi le pareva che anche di là dal mare, traverso lʼinfinita solitudine, quel ballerino biondo le mandasse un profumo di poesia.

Dunque il signore dʼOlonzac la condusse nel talamo di Fred Chinchilla, ed usò maniere tanto affettuose, che Bluette, ripensando alla sua fama orribile, si convinse che il gagliardo e bel signore doveva essere, per ragion dʼinvidia, un uomo terribilmente calunniato.

—Vois–tu,—ella dichiarò a Linette, sua confidente,—ce dʼOlonzac il me plaît, parce que cʼest un homme qui connaît les femmes. Avec lui on est bien vite à son aise...

Linette le teneva il broncio. Quella sera non volle, come invece usava di consueto, darle consigli nè chiederle schiarimenti. Ma poichè Bluette insisteva, enunziò nondimeno il suo parere:

—A moi, Madame, il mʼest antipathique.

—Fichtre! tʼes pas facile, toi! Queʼest–ce que tu lui trouves dʼantipathique?

—Tout et rien, Madame. Ce nʼest pas mon type... voilà tout! Et puis je vous dis, Madame, quʼil a une tête dont il faudrait se méfier.

Bluette si mise a ridere. Stavano entrambe davanti alla specchiera. Bluette seduta, menare Linette la pettinava.

—Il a tes yeux et ton front, Linette. Je découvre, en te regardant dans la glace, que tu lui ressembles dʼune façon frappante... Aïe! diable! mais tu mʼarraches les cheveux!...

Linette si fece rossa come una educanda, e, per nascondere il viso avvampato, lasciò cadere a bella posta un gran mazzo di forcine.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Allora, in un giorno di corse, Fred Chinchilla ebbe la ventura dʼincontrarsi viso a viso con Mimi Bluette. Si dissero dapprima un mucchio di cortesie, lodandosi la foggia dellʼabito, il modello del cappellino, e passeggiarono un poco insieme, poichè, sebben rivali, sapevano di figurare molto bene accanto. Finalmente si accordarono per scommettere sul medesimo cavallo. Ma dopo aver discussa con minuzia la monta, il peso, le condizioni del terreno, quando suonò il buttasella, Fred Chinchilla disse di punto in bianco:

—Pourtant je ne te fais pas mes compliments, Bluette!

—Quoi donc, Fred?

—Tu sais bien que jʼai fait de gros sacrifices pour cet homme, et toi...

—Quel homme?

—Mais Roré, voyons!

—Ah, Roré, Roré... Bien, vois–tu, moi, il mʼindiffère....

—Ce nʼest pas ce quʼon raconte, ni ce quʼ«il» raconte!

—Plaît–il?

—Je dis que Roré te promène un peu partout, en disant quʼil a dû céder à tes avances.

Bluette si appoggiò su lʼombrellino, con tanta nervosità che quasi lo spezzava.

—Tu ne vas pas me faire croire ces balivernes!... Sʼil y a quelquʼun qui me débine, ma chère, ce quelquʼun cʼest précisément toi!

—Moi, Bluette?

—Oui, je te dis. Mais puisque lʼoccasion se présente, il faut tʼavouer, Fred, que «moi» je ne lui ai point fait dʼavances, parce que je nʼai pas lʼhabitude, «moi», de ces gros sacrifices dont tu parles.... Et puis... zut! Bien le bonjour, Fred.

Girò sui talloni, e, per farle rabbia, se ne andò in cerca di Roré.

In quel momento il signore dʼOlonzac le stava osservando ambedue con il canocchiale, ma di lontano. E compiaciutosi di quella separazione un poʼ brusca, si volse a discutere dʼelezioni con la moglie liberalissima di un deputato clericale.

Allora, come tutte le donne che devono prendere una grave risoluzione, Fred Chinchilla si recò al lavatoio, per mettersi, davanti allo specchio, un poʼ di rosso ai labbri e di fina cipria su le guance. Accomodò anche lʼappinzatura di cinque o sei spilli, e frattanto la matrona del luogo, una gioviale femmina panciuta, le confidò sottovoce:

—Aujourdʼhui, Madame Fred, jʼai un bon tuyau pour la sixième course...

—Fiche–moi la paix, Judith! Voilà trente louis que tu me fais perdre avec tes maudits tuyaux!

—Nous allons nous rattraper aujourdʼhui, Madame Fred! Voyez donc: ces deux écus, je vais les miser moi–même. Faut–il que je sois sûre, hein?

—Ton tuyau, je le connais. Tu vas jouer Bib Lalo, parce quʼil y a dessus Head.

—Oh, que non, que non, Madame Fred! Bib Lalo, je vous le donne moi–même à cinq contre un, car cʼest trop long pour lui, sans compter que Head et Bib Lalo nʼont jamais pu sʼentendre.

—Ça, tu as raison. Ce Head il me fiche une guigne!...

—Et, alors il faut jouer Maid Marian, aussi vrai que je suis dame de propreté. Et si Maid Marian ne vous rapporte pas dix contre un, vous ne me donnerez plus un sou de pourboire, Madame Fred.

—Maid Marian? Cette vieille rosse?

—Vous allez la voir aujourdʼhui la vieille rosse! Bob, lʼentraîneur, a joué lui–même cent louis chez le book Cliffton. Enfin, Madame Fred, nʼoubliez pas que je vous ai donné Roule–ta–bosse, et maintenant je vous donne Maid Marian... Faites donc à ma guise et vous nʼaurez quʼà me dire merci.

—Eh bien, Judith, je vais tʼécouter une fois de plus. Mais, si tu me fais perdre encore ces dix louis, qui feront quarante, ma foi, je tʼôterai lʼenvie de me donner des tuyaux!

—Cʼest ça, Madame Fred.

—Et si Bib Lalo gagne, je viens tʼarracher ta perruque!

—Bon, Madame Fred. Vous êtes jolie à ravir aujourdʼhui! Est–il de Worth ce joli tailleur?

—Pas du tout; il est de Green. Et le chapeau est de Lewis. Quoique les tailleurs, en général, me grossissent un peu...

—Oh, quelle idée, Madame Fred! Aimeriez–vous par hasard être un cure–dents stérilisé comme la petite Estelle? Attendez: encore une épingle, et puis ça sera parfait.

Allora Fred Chinchilla si mise in cerca dʼuna persona che le premeva incontrare. Questi era il figlio del Fabbricante di Pneumatici, ossia del ricco e decorato patrono di Mimi Bluette. Non era difficile riconoscerlo anche di lontano, per la sua lunga statura ed il suo profilo aquilino. Da un padre tarchiato e da una madre gallinacea era venuto fuori così, lungo e sparuto, con una costituzione da sanatorio, su due gambe sproporzionate. Mostrava poco ingegno per lʼindustria del pneumatico, ma era invece un provetto giocatore di «chemin de fer», aveva libero accesso a tutti i palcoscenici, guidava una cento–cavalli, faceva debiti con una serietà da probiviro e si regalava tutte le primizie che venivano a sbocciare negli stabilimenti di Montmartre.

—Eh, Victor!—chiamò Fred Chinchilla, tirandolo per la manica, poichʼegli stava discorrendo con altri.

—Cʼest vous, Fred?

—Cʼest moi.

—Toute en couleur scarabée?

—Il paraît que ça porte veine...

—Ravissante!

—Ecoutez, Victor. Jʼai un tuyau des plus sûrs, mais il ne faut pas me demander de qui je le tiens. Cʼest un secret.

—Oh, oh!

—Je vous le donne, pour vous remercier des cent louis gagnés dans votre main, avant–hier soir, au Cercle. Et puis, vous savez que je suis bonne camarade.