Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Part 2

Chapter 23,764 wordsPublic domain

Queste onorate persone andavano a pranzare nel Bar de la Grande Rouquine, donna che aveva un passato. Lì convenivano tutti, da Mimyss a Pʼtit–Béguin, oltre un buon numero di clubmen amici del forestiere, jokeys di cartello, che avevano qualche finish particolarmente piacevole o per Florina o per Minnie, polledre di razza; bookmakers, ballerini, dandys, nottambuli, disegnatori, spiritisti, compositori di couplets; critici dʼarte affiliati alla sifilide; consumatori di gin e di cocaina; adolescenti che parlavano con il senno della cassa da morto; compratori e venditori di gioielli ambigui; spadaccini che facevano il prestanome in tutte le faccende losche; principi del Caucaso e decorazioni del Missisipì; ex–maîtres–dʼhôtel, che, smessa lʼonorata marsina, campavano con molto garbo su lʼindustria del forestiere; professori di bigliardo, scacchi, puzzles e pattinaggio; poi tanti rimbecilliti quanti sia possibile trovare, per i quali, durante il pranzo e la cena, lo scorbutico tzigane suona il pezzo favorito.

Nel Bar della Grande Rouquine Mimi Bluette imparò molte cose. Prima di tutto imparò qualche frase dʼargot.

Max le aveva insegnato il «suo» francese; ma pur troppo dovette dimenticarlo.

Quando seppe lʼargot, Bluette comprese che ognuno di queʼ bizzarri tipi era coerente con il bisogno di campare la sua vita. Così ella perdette lʼidea provinciale che fosse quasi un furto, non il rubare, ma il farsi regalare per forza tutto quello che cʼè nel portafogli dʼun forestiero ubbriaco; lʼidea che Lucien–Lucienne o Pʼtit–Béguin fossero stomachevoli per quel poʼ di belletto che si mettevano su le guance, o Jean Kiki un farabutto perchè aveva una sessanta cavalli della marca Jennie–Minnie et Lélie, o la Grande Rouquine una vendicativa e temibile mezzana perchè aveva per amante un Commissario di Polizia.

Tutte sciocchezze!... Questa brava gente faceva prosperare il suo piccolo commercio, pagando le tasse al Governo e deridendo lo stupore dei buoni provinciali.

La Grande Rouquine, ogniqualvolta poteva parlare con Bluette a quattrʼocchi, le diceva con insistenza, mordendo il bocchino della sua lunga sigaretta russa: —Fi!... tʼes une gourde!

E questo: «Fi!... tʼes une gourde!» le sprizzava dalle sottilissime labbra come il fischio velenoso dʼuna bella vipera.

Bluette non sapeva cosa volesse dire «une gourde». Quando glielo spiegarono, guardò in faccia la Grande Rouquine con i suoi occhi attoniti e rotondi. Perchè «une gourde?»

—Plaque–le ce macaroni qui fait tant dʼesbrouffe! Tʼes assez bien fichue pour marcher sur tes pattes! Fi!... là!

Questo fu il consiglio della Grande Rouquine.

La Grande Rouquine era seccatissima di avere tanto seno quanto ne hanno per solito le quindicenni tubercolose. Aveva due cosce così lunghe da parere in piedi sovra due stampelle; una fisionomia di cera con due grandi occhiacci da gatto, verdi; poi quel suo cespuglio di capelli rossi che le ventava intorno alle tempie come un colore di malvagità. Aveva una voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe. Dicevano che avesse tirato un paio di stilettate in vita sua, come sʼinfila un ago da calza dentro un gomitolo di lana.

Ma la polizia, per riconoscenza, le aveva permesso di aprire il Bar.

Limka, violino di spalla dellʼorchestrina zingara, il famoso Limka, tzeco delle Batignolles, era suo fratello; cioè figlio di sua madre.

Quanto al padre, nè Limka nè la Grande Rouquine nulla sapevano di positivo.

Un cugino di Limka faceva il Régisseur a Montmartre.

Gli raccomandarono Bluette.

Il Régisseur le mise un dito sotto il mento:—Faut achalander, ma poule!...

«Achalander? Achalander?» Neanche Max intendeva cosa volesse dire.

Garcia–Pois lourd, boxeur deluso, per quanto a sua volta non fosse un aborigeno, diede tuttavia la spiegazione:—«Eh, bon Diô! ça vô dire tirrer les cliannts! Achalandèrr, achalandèrr, quoi!...»

Micaello, creatore dʼuna valse chaloupée, si assunse lʼincarico di farne in poche settimane «la premièrre dansôse de la Scalà.» Era un bel ragazzo, agile come una pallottola, con occhi da Saraceno. «Et tou me payeras quand tou auras plous de gallette!... Ze ne suis pas compatriote pour rienn, ze ne suis pas!...»

Quando seppe il Cake–walk, la Sailorʼs–dance, la Chaloupée e tutto il resto, Jennie–Minnie–et Lélie vennero a proporle di fare un numero insieme: Micaello vestito da negro e lor quattro vestite col bianco della loro pelle. Max e Jean Kiki avevano scoperta frattanto unʼAmericana, ossigenata e robusta, che sfruttavano in società.

Il numero di bianco e nero mandò in visibilio quel rispettabile pubblico, e, sebbene le altre avessero più scuola, quella che piacque fu Bluette.

Il Régisseur la ficcò nella Rivista, indi la portò a cena.

Il Régisseur era un uomo scrupoloso, che pagava lo Sciampagna sei franchi sotto il prezzo della lista e diceva al maggiordomo:—Voyons, Ernest, ne mʼembête plus avec ta cousine! Si elle ne parvient pas à relever son gros derrière, qui lui tombe sur les mollets, comment veux–tu que jʼen fasse une Commère?

Quanto a Bluette, le disse:—Je ne te donne rien, ma petite, mais aussi je ne te demande rien: ce qui est fort gentleman de ma part.

Bluette si mise a ridere, passandogli una mano leggera sul cocuzzolo calvo.

Soltanto lo pregò di farle portare carta penna e calamaio, perchè voleva scrivere due parole a sua madre.

«Cara mammina.

Finalmente sono riuscita ad essere «une étoile»; fra poco diventerò quello che a Parigi si chiama «une vedette», il che vorrebbe dire una stella di primissimo ordine. Denari ne avrei molti, se non me li avesse tutti sequestrati regolarmente il mio buon amico Max. Ma non importa, perchè la settimana ventura entrerò neʼ miei mobili, come si dice qui; ossia ho trovato un grande industriale che mi mette su casa e mi compera lʼautomobile. Se hai voglia di venire a Parigi, avvertimi súbito, che ordinerò al tappezziere una bella camera da letto, stile Liberty, ove dormirai bene. Ma, ti prego, non condurmi anche il maestro di scherma, perchè non saprei dove metterlo, e qui ne troverai di molto più eleganti che il tuo. Il grande industriale è uno fra gli uomini più ricchi di Parigi. Ha quarantasette anni; è vedovo; ha due figlie da marito, una vecchia amante in pensione che gli costa un occhio della testa; è ancora un bellʼuomo, tutto sbarbato, e pare un Inglese. Questa sera mi ha mandato un filo di perle attorcigliate al manico dʼun paniere dʼorchidee. Sono a cena col Direttore del mio teatro, un buon diavolo, sempre allegro, che mi protegge e che mi vuol bene. Addio; mammina; ti manda un bacio la tua

BLUETTE»

[Illustrazione: DECORAZIONE]

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Il filo di perle del Grande Industriale fu la causa definitiva della rottura fra Max e Bluette.

In quella settimana di corse tutti i favoriti si facevan battere; non cʼera più mezzo dʼavere una buona informazione; Max perdeva un patrimonio ed era in debito con Jean Kiki. Voleva impegnare il suo filo di perle, come già le aveva portato via tutto il resto. Accadde fra loro una violenta scena domestica, ed alle tre di notte la videro giungere concitata nel Bar de la Grande Roquine. Tutti le si misero intorno. Bluette cominciò il racconto. Ma era prolissa.

—Enfin, ce collier?—diceva la Grande Rouquine, con la sua voce cavernosa e combusta.

—Zut!... laisse–moi dire...—fece Bluette.

—Laisse–la dire, la Grande!—insistette Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, con la sua voce di fenomeno da fiera.—Tu vois bien quʼelle les a, ses perles!... Sans quoi elle aurait gueulé comme une bécasse: il mʼa volé mes perles!... il mʼa volé mes perles, ce grand salaud!

—Tais–toi, Koff. Tu mʼembêtes!—rispose Bluette.—Je ne suis plus une gourde à lʼheure quʼil est! Mes perles, je les avais données a Lélie, pour quʼelle me les garde.

—Si tu mʼavais choisi moi,—fece Boblikoff—tʼaurais pas eu tant de déboires!

Pʼtit–Béguin era seduto quasi in braccio a Dorée dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, che gli carezzava i capelli brillanti, color del mogano, forse innamorata di lui perchè faceva il suo stesso mestiere.

Florina–Bey si bisticciava con un compare di rivista nominato Patrik Audel.

Poco dopo entrò Max, torvo e coi denti serrati. Senza guardare nessuno si mise in un angolo, coi due gomiti su la tavola.

Bluette gli andò vicino, con lʼintenzione visibile di riaccendere la lite. Gli altri la seguirono, e stando lʼuno dietro la spalla dellʼaltro, si tenevano pronti ad assumere le difese di Bluette.

—Eh bien, je te dis, moi, que tu peux faire ton sac et décamper quand tu voudras!—gli espose Bluette con le mani sui fianchi.—Voilà quinze mois que tu mʼexploites, et je nʼai rien dit parce que je suis douce...

Gli occhi obliqui di Max la fissarono con un cattivo riso. Poi squadrò velocemente le fisionomie dei presenti, ma dovette accorgersi che gli erano ostili.

—Oui, douce... et tout le monde peut le dire! Mais jʼen ai plein le dos, mon bellâtre! Va–t–en chez ta momie américaine! Si elle a du goût pour toi, quʼelle se le passe! Quant à moi, je te dis: La barbe! et lorsque Bluette a dit: La barbe...—zut, mon pʼtit, cʼest pour toujours!

—Mordieu, ce quʼelle a raison, la tourterelle!—bassoprofondò Boblikoff.

—Penses–tu?—fece Max, cattivo come una cerasta. E balzato in piedi, afferrò Bluette per un braccio, additando lʼuscio:—Vas–y tout droit, et rentre!

Bluette cercò di sciogliersi dalla sua stretta conficcandogli nel polso lʼunghie minute. Allora Max le misurò un tal manrovescio, che lʼavrebbe di certo coricata per terra se non fossero intervenute al buon momento le immense braccia di Boblikoff.

Successe un tramestìo. Le donne parteggiavano per Bluette, ma gli uomini erano in parte impacciati a schierarsi contro Max, per ragioni di principio. La Grande Rouquine, senza lasciar cadere la sigaretta, gridava con la sua voce cauterizzata:

—Eh, toi, sale matamore! voix–tu me foutrʼ ʼl camp dʼici, ou bien je siffle afin quʼon tʼ coffre!

Bluette piangeva contro la spalla di Boblikoff; Limka, battendo lʼarchetto sulla cassa del violino, si faceva in quattro per riuscire a metter pace. «Voyons, Messieurs, Dames, un peu de silence!» E sperando che la musica potesse giovare, attaccava il tango malinconico della «_Noche de Garufa_».

Del tutto inutile anche «_La Noche de Garufa_»! Max, torcendo fra le sue dita ruvide un polso di Bluette, non dava più ascolto a nessuno. Bluette, appesa con lʼaltra mano al collo di Boblikoff, si lasciava tirare quel braccio come il cordone dʼun campanello.

—Sauve–moi Koff....—pregava Bluette sottovoce.

—Mince! laisse–la, je te dis!—ruggì Boblikoff, diventando bianco.

—Fous–moi la paix, cosaque!—bestemmiò Max. Allora, col braccio sinistro, Boblikoff sollevò leggermente il peso di Bluette, e simile ad un gigante che volesse mettere in salvo la sua bambina, se la collocò dietro le spalle, per modo che ora le stava davanti come un baluardo. Quasi contemporaneamente, col braccio destro, lanciò innanzi un tal pugno, che il corpo di Max, piegato in due, sfondò tutta la siepe delle persone che gli stavano a ridosso e andò a ruzzolare contro il paravento che nascondeva lʼingresso del bar.

Rimase per terra qualche minuto, e pareva morto. Fra un silenzio quasi tragico la Grande Roquine gli andò presso, e con la punta del piede lo toccava per tentare di farlo muovere.

Max per lʼappunto si mosse. In un baleno cavò dalla tasca una piccola rivoltella, e, sollevato sopra un gomito, sparò due colpi contro Boblikoff.

Il gigante non ebbe che il tempo di chiudersi la testa fra le braccia, poi si buttò avanti con un movimento che pareva quello dʼun uomo colpito. Non lo era; e si rovesciò su Max come una catastrofe di carne.

Chissà quale via scelsero quelle due palle, ma non toccaron nessuno. La prima scalcinò il muro, lʼaltra si conficcò nella mensola della bottiglieria spaccando solamente una «Vieille Chartreuse».

Pʼtit–Béguin, con un coraggio imprevedibile, si lanciò egli pure addosso a Max, per aiutare Boblikoff nel disarmarlo.

Frattanto la Grande Roquine era uscita nella contrada e fischiava con una piccolissima sirena dʼoro, che portava in collana frammezzo ad altri ciondoli.

Poi tornò dentro. «Tiens–le fort, Bob! Voilà les flics!»

«Les flics» erano già sullʼuscio, e questa volta il vederli diede a tutti un lungo respiro di sollievo. Max non poteva stare in piedi; gli pareva dʼavere lo stomaco fracassato.

Quando fu il momento di stendere il processo verbale:—Mais quel procès–verbal!—celiò la Grande Rouquine.—Ce pauvre Max a tellement bu, quʼil va rendre ses intestins! Fichtre!... et ma Vieille Chartreuse? Oh, la, la... cʼquʼil est bath quand il est poivre!... Sʼpas Max, que tʼen a bu un coup de trop? Ecoute bien ce que dit la Grande... Quand tu seras degrisé, tu nʼauras quʼà répondre au Commissaire:—«Voyons! quelle foutaise!... jʼen avais une telle pochetée!... le rigolo est parti tout seul...»

E Limka, battendo lʼarchetto sul violino, piegato su la spalla il suo ceffo da irresistibile roso dal vaiolo, riattaccava, per mettere le cose al posto, il tango malinconico della «_Noche de Garufa_».

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Avenue Kléber, fra la rue Villejust e la rue Boissière, il Grande Industriale, sbarbato e vedovo, la mise neʼ suoi mobili.

Marthe dʼAussolles, lʼamante giubilata del Grande Industriale, stava ella pure neʼ suoi mobili, ma dallʼaltra parte della Senna, e precisamente in rue de Médicis, presso il giardino del Lussemburgo.

Quando, fra le due amanti dʼun Grande Industriale, scorre almeno un fiume, cʼè speranza di vivere in pace.

Così fu.

Marthe dʼAussolles aveva cominciato la sua vita al Palais de Glace; lʼavrebbe finita verisimilmente in rue de Médicis. Lo stabile nel quale dimorava era di sua proprietà. Piccolo ma elegante. Al primo piano abitava lei, al secondo un giudice, al terzo un ufficiale in ritiro. Su la strada vʼerano tre negozi, che rendevan bene. Possedeva ugualmente una modesta proprietà in Normandia, suo paese dʼorigine. Laggiù si chiamava Thérèse Bouguereau, come suo padre. Manteneva, oltre il vecchio Bouguereau, due fratelli, altrettante sorelle, tre zii, cinque nipoti. Nella sua gioventù aveva esercitata la professione di piacere al Grande Industriale; adesso praticava quella di dargli noia. E così erano risolte cinque, più tre, più cinque, oltre ancora la sua propria: in tutto quattordici vite.

Mimi Bluette non aveva certo il buon senso di Marthe dʼAussolles, e non pensò allʼavvenire. Sebbene a quel tempo il Grande Industriale forse le avrebbe regalato anche la Colonna Vendôme.

Per diventare Marthe dʼAussolles occorrono molte generazioni. Bluette, povera piccola bella italiana, forse non era che lʼantenata.

Si lasciò regalare con molta gioia una «limousine» fosforescente, un mucchio di pellicce siberiane, i costosi modelli di Béchoff–David e di Suzanne Talbot, gli astucci serii di Lacloche e di Cartier. Nulla chiese; trovò che tutto andava bene; fu riconoscente.

Marthe dʼAussolles avrebbe chiesto ancora il doppio, avrebbe trovato che tutto andava male, non gli sarebbe stata riconoscente.

Bluette invece, con il suo limpido cuore di Transalpina, sperava solo che arrivasse presto la sua mamma, colei dal seno celebre, per farle vedere tutte quelle maraviglie.

Fra lʼaltre cose le avrebbe fatto conoscere Maurice, maître–dʼhôtel impeccabile come un diplomatico, poi la sua Linette, cameriera dalle calze di voilé, con le unghie imbrillantate, un grembiule tutto pizzo e linon.

Adesso, lungo i boulevards serali, sʼincontravano a profusione le scritte luminose:—«La Cigale—Mimi Bluette»;—«Gaumont–Palace—Mimi Bluette dans ses danses».

I cinematografi murali proiettavano contro i teloni dei tetti opposti la seminuda bellezza di Mimi Bluette.

Micaello era partito con Minnie, rompendo il famoso trio; Bluette aveva ora un danzatore americano, taciturno, sobrio, quasi innamorato di lei, quasi onesto. Si chiamava Jack Morrison. Le aveva detto con semplicità: «Believe me, dear Friend... Micaello balla come un portalettere!»

Gli credette. Incominciò di nuovo i suoi corsi di danza, con Jack Morrison, ammaestratore dʼoltre–oceano, che le impartì questa volta una perfetta istruzione.

Quando seppe finalmente ballare con tutta lʼanima sua dʼirresistibile danzatrice, Mimi Bluette si accorse che, imprigionato nelle sue fine caviglie, nascosto in lei come il profumo in un fiore, anchʼella portava un sogno di bellezza, e sentì che il ballo era la sua poesia. La natura lʼaveva concepita in un tempo di musica, la sua maniera di muoversi era come una danza innata.

Spesso invece danzano quelle che furono concepite in un tempo di stonatura, come scrivono quelli che la natura partorì in un attimo di desolazione.

Parigi è grande perchè sa conoscere i valori e perchè rende in gioia la bellezza che riceve. Agli uomini come alle donne, ai santi come alle prostitute.

Parigi non ha frontiera: è la basilica del mondo.

Forse da noi Mimi Bluette avrebbe servito a far vendere qualche gelato misto e qualche sciroppo dʼamarene fra il pubblico dei teatri di varietà, ove si gracchia in tutte le cadenze il perpetuo ritornello napoletano; Parigi ne formò la sua più limpida, la sua più divina danzatrice; le regalò tanto oro quanto ne raggiava dallo splendore deʼ suoi capelli biondi, le sciorinò sotto i piedi leggeri un bel tappeto di sole, per farla danzare sul palcoscenico della sua grande anima, sul rumore della sua vasta gloria: poichè nessuno può regalare sè stesso con pienezza e con delirio se non trova una gloria su cui mettere i piedi.

Prima lʼaccolsero i suoi cosmopoliti ruffiani: ma dopo la guardò con benevolenza qualcuno dei suoi uomini forse immortali.

E bisogna finalmente comprendere che dinanzi alla felicità della vita, una vera danzatrice vale assai meglio dʼun accademico poeta.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

—Sì, mamma, come vedi, questa «limousine» è mia, questi brillanti e queste perle sono mie; ma non cominciare a stupirti per così poco, altrimenti non la finiremo più!

Erano sul peristilio della stazione. Bluette portava un abito color di primavera.

—Allez doucement aux carrefours, Robert,—disse al meccanico.—Et ce bagage, fourrez–le moi quelque part; il encombre.

La macchina silenziosa scivolò via, guizzando fra i pericoli della strada come un battello–mosca fra il grosso naviglio della Senna. Vagamente Bluette si ricordava il suo primo ingresso nella Capitale, un certo pomeriggio pien di rumore, che le pareva già distante nel pensiero come la storia della sua prima verginità. Con occhi lontani rivide al medesimo posto quellʼenorme campione fragoroso che a momenti la investiva, e rivide Max, lʼartefice involontario della sua grande fortuna. Da quel pomeriggio pieno di turbinìo erano passati ormai venticinque mesi... E Max? Dovʼera Max?

Ripartito, scomparso; forse in prigione, forse in viaggio per il mondo «avec sa momie Américaine...»

Al Bar della Grande Rouquine Bluette non andava quasi più.

Boblikoff aveva cercato con insistenza di farsi contraccambiare da Bluette lʼenergica sua protezione. Bluette gli era stata riconoscente, un paio di volte, per delicatezza, ma nulla più.

Povero Boblikoff... era così enorme, che, per una donnina come lei, sarebbe stato un vero ingombro!

Caterina, la madre dal seno classico, era giunta con lʼintenzione di trattenersi a Parigi un mese o poco più. Ma di settimana in settimana la brava donna si sentiva talmente impariginire, che perdette il profilo del Maestro di scherma e scrisse alla sorella levatrice:—Figúrati che la mia piccola Cecilia non vuole assolutamente più lasciarmi ripartire...

Questa era una sfrontata bugia, perchè Cecilia–Mimi se ne sarebbe anche liberata volentieri, di quella sua madre importuna, che dopo averla onorata e servita nei primi giorni con lo stupore dʼuna servetta, ora non si faceva punto scrupolo dʼinalberare con arroganza certe arie da padrona di casa che la impensierivano assai.

Questa florida e battagliera madre di Cecilia, non rispettava neanche un tantino la sua dolce Bluette. Anzi la criticava.—«Oh, se avessi avuta lʼispirazione di Parigi aʼ miei tempi!...»—soleva dire.

Chissà? Lʼavrebbero veduta magari Presidentessa della Repubblica.

Certo impiegò minor tempo di quanto ne aveva impiegato sua figlia per acclimarsi a quellʼaria come se ci fosse nata. Si accorse che a Parigi le donne di quarantaquattro anni riescono facilmente a supporre di averne su per giù trenta.

A questa piacevole supposizione contribuisce in gran parte lʼ«Institut de Beauté», vero Istituto Clinico della magìa moderna, ove i seni flosci e le rughe indelebili si curano a maraviglia con lʼauto–suggestione.

Siccome la bellezza consiste nella maniera di guardarsi nello specchio, lʼuomo chʼebbe lʼidea del primo Institut de Beauté fu senza dubbio un grande ironista.

Ma le donne dovrebbero fargli un monumento, e gli uomini pure, perchè, se unʼamante sʼimmagina che può ancora sembrar giovine, per lo più riesce anche ad esserlo.

Quello che fecero di Caterina allʼInstitut de Beauté, non è a dirsi.

La convinsero che bisognava tagliare due denti sanissimi, perchʼerano un poʼ scuri, e metterne due di porcellana.

Ella ne mise due di porcellana.

La mandarono da una bustaia, che le fece un busto, il quale distribuiva il seno, il ventre, i fianchi ed il resto, come unʼequazione di primo grado.

Ella, in quel busto, ricontemplò le forme che il suo corpo aveva durante il primo viaggio di nozze.

Le vendettero una maschera di caucciù, per reprimere il doppio mento.

Ella si mise ogni notte la maschera di caucciù.

Le consigliarono di farsi mezzo rossa e mezzo bionda.

Ella conobbe i miracoli dellʼacqua ossigenata e della tintura di henné.

Le dissero che poteva benissimo farsi crescere le ciglia e mettere in allenamento la propria pelle con i massaggi più complicati.

Ella si lasciò pizzicare, flagellare, manipolare, spalmare, strofinare in tal guisa, che la sua pelle, morbida per tradizione, divenne addirittura quella dʼuna bambina.

E, quanto alle ciglia, le parve che si fossero allungate.

Oh, se avesse potuto vederla così rinfrescata il suo calamitoso Maestro di scherma! Quellʼagile maestro di scherma, chʼera costato aʼ suoi risparmi un così gran numero di svolazzanti cravatte! Quellʼuomo indimenticabile, tutto punta e a fondo, che turbava i sogni della sua canonica età!...

Povera Caterina Malespano, momentanea zitella di quarantaquattro anni, tornata zitella isterica per opera dellʼInstitut de Beauté!...

Bisognava trovare un rimedio.

Lo trovò. Sebbene con scandalo di Bluette.

Maurice, maître–dʼhotel impeccabile come un diplomatico, aveva quasi lʼaitanza dʼun maestro di scherma; era grigio su le tempie, ma nero e ben pettinato sul cranio diviso da un filo rettilineo.

Tutte le sere Maurice le preparava una tazza di camomilla; vecchia abitudine.

Una sera la camomilla si raffreddò sul tavolino.

Bluette in quel mentre ballava su la scena di Marigny, e, nella sua bianca innocenza, mai avrebbe osato concepire un così grave sospetto. Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, una sera, svestendola, glielo disse con molto garbo:

—Madame votre mère souffre–t–elle de douleurs aux reins?

—Pourquoi, Linette?

—Chaque nuit Maurice est appelé pour lui faire des massages, qui durent parfois très longtemps, Madame...

Interrogata il giorno appresso in modo repentino, la semibionda e semirossa Caterina Malespano affermò semplicemente che Maurice era un uomo di buona famiglia,—purtroppo decaduta.

E poi, cʼera forse un mezzo più gradevole per imparare il francese?

* * * * *

Certo ve nʼera un altro, ma lento e faticoso: quello che il Grande Industriale aveva con dolcezza fatto subire a Bluette.